CAPITOLO UNDECIMO.

I commissari apostolici rimettono alla tortura il Savonarola che, dopo

un terzo processo, risulta di nuovo innocente. Condanna e supplizio dei

tre Frati.

Il 19 maggio, entravano solennemente in Firenze i commissari del Papa,

Gioacchino Turriano generale dei Domenicani, e Francesco Romolino

vescovo d’Ilerda, assai noto più tardi col nome di Cardinal Romolino.

Intorno a loro s’affollava il basso popolaccio, gridando: «Muoia,

muoia il Frate.» Ed il Romolino rispondeva, sorridendo: «Morrà ad ogni

modo.» Infatti, Girolamo Benivieni aveva scritto da Roma: «che i due

commissari venivano con ordine di far morire il Savonarola, _fosse pure

un San Giovanni Battista_.[379]» Nè essi ne facevano mistero; giacchè,

non appena furono alloggiati in San Piero Scheraggio, il Romolino,

volgendosi a quei magistrati che gli erano intorno, disse: «Noi faremo

un bel fuoco; io ho già meco la sentenza in petto.»[380]

L’indomani, 20 di maggio, la tortura era in ordine, ed il Savonarola

cominciava a subire una terza esamina. V’erano presenti, oltre

ai commissari del Papa, Paolo Benini e Biagio di Giovanni, pei

Gonfalonieri di Compagnia; Giovanni Canacci, pe’ 12 Buoni Uomini; Piero

degli Alberti, pei Dieci; Francesco Pucci, per gli Otto. Quanto a ser

Ceccone, non essendo rimasti molto soddisfatti di lui, lo facevano

assistere al processo in compagnia di altri; acciò la emulazione

potesse aguzzargli l’ingegno a meglio e più efficacemente alterar le

risposte.[381] Le domande erano già scritte, onde sempre più agevolare

la fatica del notaio. I commissari del Papa venivano deliberati a far

vedere, come si doveva adoperar la tortura, come falsar le risposte,

per ottenere tutto ciò che si voleva.

Essi torturarono ferocemente il misero Frate;[382] e le prime domande

furono intorno all’affare del concilio, ma più specialmente intorno

ai complici di questa impresa. Il Savonarola disse: «Vi risponderò

chiaro, che le cose del concilio non mi furono consigliate da nessuno,

che solo negli ultimi tempi ne feci parola a qualcuno dei frati. Coi

principi d’Italia non tenni mai pratiche, perchè li stimavo tutti miei

nemici. Speravo, però, che i principi stranieri dovessero favorire

l’impresa, a cagione dei cattivi portamenti della Corte di Roma; e

massime il re d’Inghilterra, per avere inteso ch’era buon uomo. Quanto

ai cardinali e prelati li stimavo tutti miei nemici.» Interrogato

circa al farsi rivelar le confessioni, subito rispose: «che nè egli

lo chiedeva, nè i suoi frati lo avrebbero mai fatto.» Il Romolino

cominciava ad accorgersi di non ottener nulla, veniva perciò sulle

furie e minacciava; ma quando vide che le minacce erano inutili, ordinò

subito che il Savonarola fosse spogliato e rimesso alla tortura. Egli

allora, volgendosi intorno, diceva apertamente: «Orsù uditemi, Signori

fiorentini, siatemi testimoni. Io ho negato il mio lume per paura dei

tormenti. Se io ho a patire, voglio patire per la verità; ciò che io ho

detto l’ho avuto da Dio.» In questo mezzo, veniva spogliato e rimesso

alla tortura; ma quelle parole furono trascritte con poche alterazioni,

perchè troppo chiare e con troppo grande fermezza pronunziate.[383]

Torturato fierissimamente, il Savonarola ricadde nel delirio e nelle

risposte ambigue, che venivano affatto alterate dal notaio. Ma quando

si giunse ai punti importanti della dottrina; allora, di nuovo, la

tortura e le alterazioni non valevano più a nulla. Lo interrogarono,

se avesse mai voluto dividere la Chiesa di Cristo; e subito, quasi

svegliandosi dal delirio, rispondeva: «Giammai; se con ciò non si

voglia intendere d’alcune cerimonie, colle quali ristrinsi la vita dei

miei frati. Ben è vero che non ebbi mai paura delle scomuniche.»[384]

L’indomani ricominciavano il processo, con una dichiarazione che doveva

riconfermare tutte le cose già scritte nelle esamine antecedenti. Ma

essa è così priva d’ogni buon senso, che non può avere alcun valore;

come non ne ha nessuno tutto questo processo, falsato assai più

del primo, ed in cui difficilmente può indovinarsi qualcuna delle

risposte genuine. Si continuò, poi, facendo mille strane e ridicole

domande, come; «Se aveva mai sostenuto che Gesù Cristo fosse solamente

uomo.» Al che rispose: «Queste sono cose da matti.» Gli chiesero: «Se

credeva agl’incantesimi.» Ed egli: «Sempre me ne feci beffe.»[385] Il

Romolino tornava, da capo, sull’affare del Concilio, per saperne i

fautori, e massime se v’era stato il Cardinale di Napoli. Domandava

e ridomandava, colle promesse, colle minacce e colla tortura; fino

a che il Savonarola, dopo aver mille volte negato ogni pratica o

consiglio d’altri, gridava quasi fuori di sè: «Napoli, Napoli, con

lui e con altri ho tenuto pratiche.» Ma il giorno seguente, suo primo

pensiero fu di smentire subito ciò che avea detto nel delirio, a danno

altrui. «Nè col Cardinale di Napoli, nè con altri ho trattato le cose

del Concilio.» Allora il Romolino si persuase che non v’era più da

cavar nulla; che la tortura e l’abilità de’ suoi notai non riuscivano

a formare un processo che giustificasse la condanna; e però tornava

inutile perdere più tempo. Fatte, quindi, alcune brevi domande; citò

il Savonarola a comparire l’indomani, per udire la sua sentenza. — «Io

sono prigione,» egli rispose; «verrò, se mi ci condurranno.»

Ma non era anche tutto finito. Il giorno si trovava presso al morire,

sonavano le ore 23, ed il Frate meditava tranquillamente nella sua

prigione, che fu, ad un tratto, invasa da cinque cittadini. Costoro,

insieme col notaio, volevano tentare se in quell’ultima ora, così alla

sprovvista, e dopo tante angosce di spirito e di corpo, il Savonarola

si lasciasse piegar dalle minacce. Volevano saper cose di Stato,

per rafforzare quel primo processo che solo si era pubblicato, e di

cui tutti rimanevano scontenti. Egli non fece che ripetere con calma

quello che aveva giù detto: — «Io lasciavo la cura di tutte le cose

particolari al Valori. Lo scopo dei miei amici si riduceva, in fondo, a

tenere il Consiglio provvisto di uomini popolari; procedere severamente

contro gli avversari, quando però cadessero in fallo; essere uniti e

forti, non per offendere, ma per trovarci pronti alla difesa.»[386]

Così finiva il terzo processo, del quale i commissari apostolici non

potevano andare punto orgogliosi. Dopo tante promesse, non avevano

fatto altro che rendere, coi vani tentativi, sempre più evidente

l’innocenza del Savonarola. Questa esamina, quindi, non fu stampata,

nè firmata,[387] nè letta al pubblico; restò come interrotta e non più

curata. La tennero nascosta, e solo ne mandarono qualche copia in giro

per le corti d’Italia.[388]

Tutto questo, per altro, non impedì che, in quel medesimo giorno 22

d’aprile, i commissari apostolici si radunassero; onde deliberare

intorno alla vita dei tre frati. La cosa fu presto risoluta. Quanto

al Savonarola ed a frà Salvestro, non si fece neppure discussione: fu

decisa la morte. Volendo, poi, in qualche maniera temperare la trista

impressione che doveva fare sugli animi una tale sentenza; il Romolino

proponeva che si risparmiasse la vita a frà Domenico. Ma fu da un tale

osservato: «Che in questo frate rimarrebbe viva tutta la dottrina del

Savonarola;» ed allora il Romolino subito riprese: «Un frataccio di più

o di meno poco monta; mandiamolo pure a morte.»[389]

Nello stesso tempo, s’era radunata una Pratica assai ristretta,

per discutere la sentenza. Non vi fu che un solo, per nome Agnolo

Pandolfini, il quale si levasse a parlare in favore del Savonarola,

dicendo come a lui sembrava gravissima colpa, il porre a morte un uomo

di qualità sì eccellenti, che appena se ne vedeva uno in ogni secolo.

«Quest’uomo,» egli disse, «potrebbe non solamente rimettere la fede

nel mondo, quando la fosse mancata; ma ancora le scienze, di cui è

sì altamente dotato. Io perciò vi consiglio di tenerlo in prigione,

se così volete; ma serbarlo in vita e dargli modo di scrivere, acciò

il mondo non perda i frutti del suo ingegno.» Tali parole vennero

assai male accolte nella Pratica, e subito fu risposto in contrario:

«Che nessuno poteva affidarsi alle nuove Signorie, le quali ogni

due mesi si succedevano. Il Frate sarebbe certissimamente tornato

libero, per mettere di nuovo la città a soqquadro. — Nemico morto,

non fa più guerra. —»[390] E in tal modo venne deliberata la

condanna d’un uomo che, dopo tanti processi, dopo una tortura così

prolungata, risultava sempre più innocente; e quella de’ suoi due

compagni, che erano al pari di lui innocenti. Perchè, in verità, se la

innocenza di frà Domenico fu tale da venire attestata dai suoi medesimi

esaminatori; frà Salvestro, quantunque rinnegasse il suo maestro, non

risultava, però, colpevole d’alcun delitto che le leggi avessero potuto

condannare.

Intanto, quella medesima sera, venne loro comunicata la sentenza;

acciò vi fosse tempo d’apparecchiarsi all’ora estrema. Frà Salvestro

parve assai atterrito; frà Domenico, invece, fu come invitato a festa.

L’annunzio della morte riempì d’entusiasmo quell’anima generosa; e

subito egli prese la penna, per dare l’ultimo addio a’ suoi frati,

scrivendo una lettera che non possiamo astenerci dal riportare.

«_Fratres dilectissimi et in visceribus Jesu Christi_. Perchè la

volontà di Dio è che noi siamo per lui morti; voi che resterete,

pregate per noi, tenendo a mente i miei ammaestramenti, di star

uniti in carità e bene occupati in santi esercizi. Pregate per noi,

particolarmente nelle solennità, quando siete insieme congregati

in coro; ed il corpo mio seppellitelo costì in terra, non dentro in

chiesa; ma dinanzi alla porta di essa, o da un canto in luogo umile,

e direte per noi le solite messe. Ed io, dove spero potere, farò il

simile per voi.

»Baciate tutti i fratelli, costì in San Marco, da mia parte, massime

i nostri dilettissimi di Fiesole, _quorum nomina in corde fixa ante

Deum porto_. Fate raunare dalla cella nostra tutti gli opuscoli del

Padre frà Girolamo; fategli legare e metterne una copia in libreria e

un’altra in refettorio, per leggere a mensa, pur con la catena; acciò

anche i fratelli conversi possano, quivi, qualche volta leggerli.»[391]

— Il suo ultimo pensiero era volto a mantener sempre viva la dottrina

del maestro! Pochi esempi si trovano al mondo, di tanta fede e di tanta

costanza. Egli era così esaltato, così pieno di fervore, che non appena

gli fu annunziato come i loro corpi sarebbero, dopo morte, bruciati;

domandò in grazia d’essere bruciato vivo, «onde potere, nel nome di

Cristo, sopportare più penoso martirio.»

Quando i messi entrarono nel carcere del Savonarola, a comunicargli

la sentenza; lo trovarono inginocchiato che pregava. Dopo avere udito

il tristo annunzio, non dette alcun segno di dolore o di gioia; ma

continuò più fervida la sua orazione. Poco dipoi, gli venne offerta la

cena che ricusò, dicendo: aver bisogno di fortificare l’animo e non il

corpo, di tenere la mente serena e bene apparecchiata alla morte. Ed

ecco, entrare nella prigione un uomo tutto vestito di nero, col viso

nascosto sotto un nero cappuccio: era Jacopo Niccolini, Battuto della

compagnia del Tempio. Questo nome si dava ai membri d’un’associazione,

che volontariamente assistevano le ultime ore dei condannati.

Non appena il Niccolini ebbe interrogato il Savonarola, se poteva

soddisfare a qualche suo desiderio; questi lo pregò d’impetrargli

dai Signori, un breve colloquio co’ suoi due compagni di prigione, ai

quali, prima di morire, voleva dir poche parole. E l’altro andò subito,

dimostrandosi assai volenteroso d’adempiere a questo ufficio. Allora

entrava un monaco di San Benedetto, per confessare il prigioniero che,

devotamente inginocchiatosi, adempieva con fervore a tutti gli uffici

religiosi. Lo stesso facevano gli altri due frati.[392]

I Signori discutevano, intanto, sulla domanda di cui era apportatore

il Niccolini: essi temevano sempre dal Savonarola qualche cosa di

straordinario e d’inaspettato. Ma il benevolo messaggiero faceva loro

considerare, che non vi poteva esser nulla a temere da chi già si

trovava, per così dire, con un piede nella fossa; e che gli ultimi

desiderii dei condannati sogliono esser sempre soddisfatti. Così venne

concessa un’ora di colloquio, nella sala del Consiglio Maggiore.

Con quale animo s’incontrassero i tre frati, sarebbe assai difficile

descriverlo. Si vedevano per la prima volta, dopo più di quaranta

giorni di prigionia e di tortura; dopo che ad ognuno di loro s’era

voluto far credere, che gli altri avessero ritrattato ogni cosa; dopo

che frà Domenico e frà Salvestro avevano, coi propri occhi, veduto

il falso processo del Savonarola. Ma quelli non erano momenti da

permettere alcuna dichiarazione; si trattava solo d’apparecchiarsi

con fraterno coraggio alla morte. La sola presenza del Savonarola

bastò subito, perchè in mezzo ai suoi compagni, egli riprendesse tutto

il suo ascendente. Al primo apparire di quel volto calmo e severo,

ogni dubbio scomparve dall’anima de’ suoi discepoli, e vi rinacque,

invece, l’antica fede. Non v’era da perdere un solo minuto; onde

si rivolse, tosto a frà Domenico, dicendo: «Io so che voi chiedete

d’essere bruciato vivo; ma ciò non è bene, a voi non è lecito di

scegliere la morte. Sappiamo, forse, con quale fermezza sopporteremo

quella a cui siamo condannati? Ciò non dipende da noi; ma dalla grazia

che il Signore ci vorrà concedere.» Volgendosi, poi, con maggiore

severità a frà Salvestro, gli disse: «Di voi so che volete, innanzi al

popolo, difendere la vostra innocenza: io v’impongo di lasciare un tal

pensiero, e seguire piuttosto l’esempio del nostro Signore Gesù Cristo

che, neppure sulla croce, volle parlare della innocenza sua.» I due

frati, senza rispondere una sola parola, s’inginocchiarono dinanzi al

loro superiore, e ricevuta devotamente la benedizione, se ne tornarono

ciascuno alla sua prigione. Il Savonarola aveva giustamente pensato,

che ogni esterna manifestazione d’atti o parole, avrebbe reso meno

solenne e meno cristiana la morte loro; in quell’ora suprema tutti

i pensieri e tutto l’animo dovevano essere rivolti a Dio: tale era

stato il fine di quel colloquio. Ora che i suoi discepoli s’erano

mostrati dispostissimi all’obbedienza, a lui non restava altro che

apparecchiarsi a bene morire.[393]

La notte era già molto avanzata, quando egli rientrò nella prigione:

ivi il sonno e la stanchezza lo vinsero per modo, che avendo, quasi

in segno d’affetto e riconoscenza, posato il capo sulle ginocchia

del benevolo Niccolini; cadde subito in un sonno breve e leggero,

nel quale pareva sorridere e sognare: tanta era la serenità del

volto e dell’animo suo. Destatosi, egli fu come sorpreso di se

stesso; e per dare un segno d’affezione e riconoscenza al Niccolini,

volle riconfermargli le future calamità di Firenze. E si dice che

aggiungesse: «Tieni bene a mente, che ciò avrà luogo, quando vi sarà

un papa chiamato Clemente.» Questa profezia fu scritta e serbata fino

al 1527, quando nell’assedio di Firenze, sembrò verificarsi a capello;

allora i Piagnoni la cavaron fuori, e l’andavano mostrando al popolo

maravigliato: tale, almeno, è il racconto che ci lasciarono gli antichi

biografi.[394]

I tre frati passarono tutta la notte in continua orazione, e la mattina

si rividero per comunicarsi. Il Savonarola ottenne di farlo colle

sue proprie mani; e così, presa l’ostia, vi fece sopra la seguente

orazione, a sempre meglio dichiarare la sua dottrina: «Signore, io

so che tu sei quella Trinità perfetta, invisibile, distinta in Padre,

Figliuolo e Spirito Santo; so che tu sei il Verbo eterno, che scendesti

nel seno di Maria, e salisti sulla croce a spargere il sangue pei

nostri peccati. Io ti prego che quel sangue sia in remissione de’ miei

peccati, dei quali ti chiedo perdono; come pure d’ogni offesa o danno

recato a questa città, e d’ogni mio errore che non conoscessi.»[395]

Fatta questa piena ed esplicita dichiarazione di fede, prese la sua

comunione: lo stesso fecero i due compagni; e subito dopo venne loro

annunziato che potevano scendere nella Piazza.

Sulle scale della ringhiera si vedevano eretti i tribunali, in numero

di tre. Il più vicino alla porta del Palazzo, era pel vescovo di

Vasona; il secondo a sinistra, pei commissari apostolici; il terzo,

vicino al Marzocco, pel Gonfaloniere e gli Otto. Di lì, stendendosi

verso il tetto dei Pisani,[396] correva un palco alto a statura

d’uomo, che occupava nella sua lunghezza un quarto della piazza.

Alla estremità del medesimo, s’innalzava un grosso palo, traversato

in cima da un altro che formava così una croce; sebbene, per evitare

quella forma, fosse stato più volte scorciato. Dalle braccia di

questa croce pendevano tre lacci e tre catene, per prima impiccare i

frati, e poi incatenarne i cadaveri; onde rimanessero sospesi, mentre

venivano divorati dalle fiamme. Ai piedi del palo era un gran monte di

materie accensibili, d’intorno a cui i fanti della Signoria duravano

una gran fatica, per tenere lontana la moltitudine che si moveva e

cresceva ad ondate. La folla non sembrava più numerosa che nel giorno

dell’esperimento del fuoco; ma d’aspetto assai diverso. V’era un

silenzio tristo e solenne; una trepidazione profonda occupava l’animo,

anche di coloro che più avevano desiderato questo giorno. Ed in

quella universale agitazione, la moltitudine era esaltata da passioni

diversissime: vi si vedevano Bigi, Piagnoni ed Arrabbiati; quelli che

più erano stati assidui alle prediche del Frate, si trovavano accanto a

coloro che, colle pietre e coi pugnali, gli avevano attentato la vita.

Vi si trovavano, ancora, molti degli scrittori che, nelle cronache

o diari, ci hanno lasciato eterna ricordanza di quel giorno tanto

memorabile. Che pensieri passassero per l’animo loro, sarebbe certo

assai più facile al lettore immaginarli, che a noi descriverli.

Intorno al monte delle materie infiammabili, era, intanto, penetrato

un pugno di gente che, alle bestemmie, alle grida oscene, al feroce

diletto con cui già pregustavano il vicino spettacolo d’orrore;

sembravano belve piuttosto che uomini. Erano la più parte usciti allora

dalle prigioni, dove i passati magistrati li avevano chiusi, a cagione

dei loro delitti; e donde la presente Signoria li faceva uscire, a

cagione solamente dell’odio che dicevan di portare al Savonarola ed a’

suoi seguaci.[397]

Già i tre frati scendevano le scale di Palazzo; quando ecco un

Domenicano di Santa Maria Novella venire loro incontro, con ordine di

spogliarli dell’abito, lasciandoli nella sola tonacella di lana, coi

piedi ignudi e le mani legale. Quest’atto così inaspettato, commosse

profondamente il Savonarola; ma pure, fattosi animo, prese in mano

il suo abito e, prima di renderlo, disse: «Abito santo, quanto ti

ho desiderato! Tu mi fosti concesso per grazia di Dio, ed io t’ho

conservato finora senza macchia. Ora io non ti lascio, ma tu mi sei

tolto.»[398]

Finalmente giunsero al primo tribunale, e si trovarono in presenza del

vescovo di Vasona. Esso aveva obbedito agli ordini del Papa; ma ora

sembrava tutto confuso: non aveva il coraggio di alzare gli occhi sul

volto sereno del suo maestro, che innanzi a lui sembrava il giudice

e non l’accusato. Pure, si cominciava la terribile e quasi funerea

cerimonia. I tre frati furono rivestiti del loro abito; ond’essere

prima degradati, e poi di nuovo spogliati. Quando furono al punto della

degradazione, il vescovo prese pel braccio il Savonarola; ma la voce

gli tremava e l’animo gli mancò per modo che, dimenticando la consueta

formola, in luogo di separarlo solamente dalla chiesa militante,

disse: «_Separo te ab Ecclesia militante atque triumphante._» A che il

Savonarola, senza punto scomporsi, lo corresse, dicendo: «_Militante,

non triumphante; hoc enim tuum non est_.»[399] E queste parole furono

pronunziate con un accento che vibrò nell’animo degli astanti: chiunque

potette udirle, ne serbò eterna ricordanza.

Degradati e spogliati che furono i tre frati, vennero, di nuovo, colla

sola tonacella ceduti al braccio secolare, e da questo condotti innanzi

ai Commissari apostolici, ove udirono la sentenza che li dichiarava

scismatici ed eretici. Dopo di che, con crudele ironia, il Romolino li

assolvette da ogni peccato; e, domandando loro, se accettavano la sua

assoluzione; essi, piegando il capo, accennarono di sì. Finalmente si

trovarono di faccia agli Otto che misero il partito ai voti, secondo

la forma consueta, e lo vinsero unanimi. Se non che, un tal Francesco

Cini non v’era intervenuto, dicendo di non si voler trovare a rendere

così iniqua sentenza.[400] La quale fu subito letta agli accusati,

ed era concepita in questi termini: «Il Gonfaloniere e gli Otto, bene

considerati i processi dei tre frati, e gl’immensi delitti che ivi si

contengono; e considerata soprattutto la sentenza del papa,[401] che li

consegna al tribunale secolare, perchè fossero puniti; deliberano: che

ciascuno dei tre frati venga sospeso al patibolo e poi bruciato; acciò

le anime sieno affatto separate dai loro corpi.»[402]

I tre frati, allora, con piè sicuro e con animo tranquillo, s’avviarono

al supplizio. Anche frà Salvestro riprese in quell’ultima ora lo

smarrito coraggio; ed in presenza della morte, parve tornato ad essere

un vero e degno discepolo del Savonarola. Il quale, veramente, dette

prova di forza sovrumana, non perdendo neppure un solo istante, quella

calma che troppo gli era necessaria a morir cristianamente. Mentre

che, insieme a’ suoi compagni, colle membra appena ricoperte dalla

tonacella, i piedi scalzi e le braccia legate, veniva lentamente

condotto dalla ringhiera al patibolo; si permetteva alla più sfrenata

plebaglia d’accostarsi, per insultarlo con atti e parole impudenti e

vilissime. Egli restò fermò e inalterabile sollo quell’aspro martirio.

Un tale, mosso a pietà, gli si accostò dicendo qualche parola di

conforto; ed il Savonarola benignamente rispose: — «Nell’ora estrema,

solo Iddio può confortare i mortali.» — Un certo prete Nerotto

domandava: — «Con quale animo sopporti questo martirio?» Ed egli: — «Il

Signore ha sofferto tanto per me;» — nè aggiunse più altro.[403]

In questo universale scompiglio, frà Domenico non s’avvedeva di nulla,

parea davvero:

La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 2 (of 2) · 第 17 / 142 题