Processi di frà Domenico, frà Salvestro e di molti amici del convento.
Arrivano i Commissari apostolici, e rimettono a più fiera tortura il
Savonarola, che risulta sempre innocente. Suoi ultimi scritti, composti
nella prigione.
La Signoria non poteva essere meno scontenta del come procedeva
l’esamina degli altri due frati. Domenico da Pescia, sotto la tortura,
era divenuto maggiore di sè stesso. Cercarono fargli credere che il
Savonarola avesse ritrattato ogni cosa; lo sottoposero alla fune, ed
al tormento assai più crudele della stanghetta;[341] ma tutto ciò era
vano; perchè egli rimaneva incrollabile e sereno, come un martire della
Chiesa primitiva. Pensarono, allora, fare della necessità virtù: gli
lasciarono scrivere di sua mano la propria confessione, disposti a
pubblicarla senza alterazioni, per guadagnarsi nome di giudici onesti,
ed acquistar fede al falso processo del Savonarola.[342] Ma l’animo non
bastò loro a ciò. Quando lessero la confessione di frà Domenico, non
poterono restarsi dal farvi alcuni mutamenti, coi quali, sebbene non
l’avessero essenzialmente alterata, pure la scolorivano e le toglievano
quell’impronta d’eroismo, che traspariva, in essa, da ogni parola.
Vi aggiunsero, di loro invenzione, i nomi degli amici del convento,
che frà Domenico non volle dare; ma, poi, non seppe risolversi a
pubblicarla, e la fecero solamente girare manoscritta.
Ponendo a confronto le due copie di questo processo, si trova che,
in quello ritoccato dalla Signoria, v’è più ordine, più grammatica e
correzione; cose tutte che mancano nel vero e genuino, il quale ha,
invece, quella schietta e naturale eloquenza che non viene dall’arte,
ma sorge spontanea dal cuore d’un uomo generoso. Non si può leggerlo
senza una profonda commozione: esso ci trasporta, quasi, accanto
alla tortura; noi vediamo lo strazio crudele delle membra; udiamo lo
scricchiolare delle ossa; ascoltiamo la voce fioca ed esausta, ma pure
sublime, dell’eroico Frate che s’avvicina alla morte con l’angelico
sorriso dei martiri, e nel dolore si esalta sempre più a lodare il nome
del suo Signore.[343]
Il processo incominciava con queste parole: «Iddio e Signore nostro
Gesù Cristo sa che io frà Domenico, per esso legato, non mento in
alcuna di queste cose.» Affermava, che egli ed il Savonarola erano
stati sempre contrari a qualunque apparecchio d’armi, a qualunque
resistenza nel convento. Ma, venendo all’esperimento del fuoco, diceva,
invece: «Io andai deliberatissimo d’entrarvi, nè pensai che s’avesse a
fare l’obbiezione del Sacramento....» «Se, adunque, è nato scandalo,
Iddio, per la volontà del quale lo feci (l’esperimento), me ne darà
premio; perchè ho assai meritato in questa infamia e persecuzione
sì grande.» E, quel primo giorno, concludeva dicendo ai Signori:
«Non voglino appuntar sofisticamente le mie parole; ma le faccino,
piuttosto, servire alla intenzione con cui sono scritte.»[344]
Il 16 aprile, dopo avere gli esaminatori, con ogni astuzia e crudeltà,
cercato persuadergli che il Savonarola s’era ritrattato;[345] lo
invitarono a scrivere cosa pensasse di lui. Ed egli subito: «Io, per
una certa impressione nella mia mente, ho fermamente sempre creduto
e, non mi essendo mostro meglio il contrario, credo a tutte le
profezie del Savonarola.» E, dopo averle enumerate, continuava: «Io ho
tenacemente affissa questa fede; nè per ciò debbono le Magnificenzie
Vostre alterarsi; perchè questo mio credere non nuoce punto nè a me
nè alla città, ed in queste cose ciascuno è libero a credere quello
ch’ei vuole.» Aggiunse, che il Savonarola non gli suggeriva mai ciò che
dovesse predicare; ma lo lasciava ispirare da Dio. E, poi, concludeva
così: «Non ho altro a mente; se da me voi altro desiderate, come buoni
confessori, domandatemi ed io m’ingegnerò soddisfarvi. Ma credetemi
ogni cosa, perchè veramente potete; conciosiachè, avendo sempre avuta
coscienza tenera, so molto bene che dire le bugie in judicio, o tacere
quello che si debbe manifestare, è peccato. Sonmi ingegnato di andar
tanto appunto, quanto se io avessi ora a morire; il che mi potrebbe
facilmente intervenire, se mi tormentate; perchè son tutto fracassato,
e ho guaste le braccia, massime il sinistro el quale con questa già due
volte ho guasto. Onde vi prego, siate clementi, credendo alla verità
delle mie semplici scritture.»
I giudici insistevano più fieramente; e frà Domenico rispondeva:
«Io non so altro, perchè mi sono occupato solo del ben vivere e di
Gesù Cristo re di Firenze. Così questa seconda fune, se pure, non
mi credendo, mi darete; non troverete altro, nè c’è; e metteretemi a
pericolo della vita.» Ma ciò non valse a nulla: frà Domenico fu rimesso
di nuovo e più crudelmente alla tortura. Poi gli presentarono da capo
la penna; ed egli con mano tremante ed esausta, ma sempre sicura,
scrisse le ultime e più memorabili parole della sua confessione. —
«Sia fatta la volontà di Dio. — Non mi potetti mai avvedere, nè mai
ebbi uno minimo sospetto, che il padre frà Ieronimo ingannassi o
andassi punto fintamente; anzi mi pareva rettissimo, e sempre l’ho
giudicato uomo singolare. Ed avendogli gran reverenza, speravo, per
e’ sua mezzi; avere da Dio grazia di poter fare qualche bene alle
anime; e, reputandolo uomo di Dio, come suo suddito l’obbedivo con
ogni semplicità e sollecitudine. Qualche volta ho detto a’ frati in
pulpito, ed a qualcuno laico, che se io in Fra Ieronimo conoscessi uno
minimo errore o inganno, io lo arei scoperto e pubblicato. E certo lui
ha testificato qualche volta che io lo harei fatto; e ora lo farei, se
nulla di lui sapessi di duplicità. — _Finis. — In simplicitate cordis
mei lætus obtuli universa_.»[346]
Assai diversamente procedette la cosa con frate Silvestro. Nervoso
e malato, soggetto alle visioni d’uno strano sonnambulismo che egli
credeva ispirazione, di carattere assai debole, disposto a credere e
discredere colla stessa facilità; si trovava di continuo a passeggiare
pei chiostri, discorrendo in mezzo ad un crocchio di cittadini. Più
volte ne avea ricevuto rimprovero dal Savonarola; ma v’eran sempre
molti che lo cercavano, ed egli ricadeva nello stesso errore. Sia
la difficoltà di parlare col Savonarola, di cui frà Salvestro godeva
piena fiducia; sia la fama delle sue visioni, che a molti era nota;
sia un certo entusiasmo religioso che egli manifestava nel discorrere:
certo è che uomini come Francesco Valori e Piero Capponi lo avevano
per confessore, ed erano con lui in continua corrispondenza di
lettere.[347]
Quando, però, venne l’ora del pericolo, egli fece pessima prova.
Il giorno del tumulto lo abbiam veduto nascondersi nel convento, nè
uscirne, se non quando fu rivelato ai birri da frà Malatesta. Messo
all’esame, il giorno 25 d’aprile, non ebbe altro pensiero che quello
di salvarsi la vita, a spese della innocenza del maestro e della sua
propria dignità. Ancora in questo processo, la mano di ser Ceccone fece
parecchie alterazioni;[348] ma la sostanza ed il carattere generale
che vi restarono assai visibili, sono tali che, neppure gli amici
più devoti di frà Salvestro, poterono difenderlo. È singolare però
che, contro la sua stessa intenzione, egli fornisce nuovi e validi
argomenti a dimostrare l’innocenza del Savonarola. Dètte lunghissime
liste dei nomi di coloro che frequentavano il convento; rinnegò la
dottrina, e cercò in ogni modo denigrare la vita del suo maestro; pure
confessò, che il Savonarola non s’era lasciato mai dominare dalle mene
di partito, nè aveva tenuto in San Marco intelligenze di Stato. «Sopra
le opinioni mia, de’ fatti di frà Girolamo,» così concludeva; «dico
essere occorso che, almeno 20 o 28 volte, quando lui aveva a predicare,
poco innanzi alla predica, veniva a me e dicevami: — io non ho che
predicare; pregate Iddio per me, chè dubito Dio mi abbi abbandonato
per qualche mio peccato. — E diceva di volersi confessare, e così si
confessava; e nientedimeno faceva poi di belle prediche. E l’ultima
volta che fece questo atto, fu il sabato, quando dipoi lasciò le
prediche, la domenica in San Marco, questa quaresima. Finalmente dico
che ci ha ingannato.»[349] L’ultima frase è certo aggiunta dalla mano
di ser Ceccone; ma che altro provano tutte queste parole, se non la
pienissima fede che il Savonarola aveva nella sincerità e bontà di quel
discepolo, che ora così bassamente lo tradiva, e, quantunque invano,
pure si sforzava denigrarlo.
In questo mezzo, venne a termine ancora un altro processo, contro
parecchi frati di San Marco e non pochi cittadini, dei più intimi
del Savonarola, che s’erano trovati nel convento, il giorno del
tumulto.[350] Vennero minutamente interrogati sulle intelligenze tenute
in San Marco, sulle armi introdotte, e via discorrendo. Si conobbero,
così, nuovi particolari di quei fatti; ma nulla, assolutamente nulla,
che risultasse a danno del Savonarola, la cui innocenza risplendeva,
invece, sempre più luminosa. Tutti affermavano ch’egli era un uomo
dedito assolutamente alla contemplazione delle cose celesti; che mai
non s’era occupato nei maneggi di stato: tale, essi dicevano, era il
rispetto, la venerazione avevamo per lui, che nessuno si faceva ardito
di entrare nella sua cella, per non distrarlo dalla meditazione in cui
era continuamente assorto.[351]
Quando, però, si mostrava agli accusati il falso processo; quando si
cercava di persuader loro che il Savonarola avea rinnegato la sua
profezia e le sue visioni; allora non tutti restavano fermi nella
fede. I frati, in ispecie, trascorsero assai facilmente a parole piene
d’ira e di sdegno. Frà Roberto da Gagliano, sebbene fosse stato dei più
affezionati al Savonarola ed ai suoi due compagni; supplicava adesso
i Signori, perchè in niun modo fossero rimandati al convento. Ma in
tanta ira ed in tanto sdegno, egli non poteva nascondere la stima e
venerazione avuta pel Savonarola; in modo che la sua accusa riesce,
invece, una difesa. «Io sapevo,» egli dice, «per certa scienza e come
teologo, la sua dottrina essere sana e non eretica.» «Io non potetti
mai notare frà Girolamo di nulla; ma sempre vidi in lui gran segno di
santità, devozione, umiltà, orazione, buone parole e ottimi costumi ed
esempi, conversazioni mirabili, e dottrina sana e ferma e solida. Ma
poichè sì sottilmente ci ha simulato e ingannato, ringrazio Dio e la
Signoria che ci ha chiariti, e preghiamo che vogliate mantenere il bene
incominciato insino al fine.»[352]
In vero, i frati di San Marco fecero, in questa occasione, assai mala
prova. Bisogna, però, considerare che la loro condizione era assai
difficile, e che la loro fede fu messa a duro cimento. Sventuratamente,
per molti di loro, la dottrina che professavano, consisteva
principalmente nelle visioni e le profezie; essi avevano cecamente
desiderato, aspettato, anzi voluto il miracolo; e quando videro ogni
cosa sparire, restarono come uomini perduti. Noi dobbiam credere che
questa prova fu dura e difficile davvero; quando vediamo che anche frà
Benedetto, il fido amico, l’eroico seguace, l’instancabile difensore
del Savonarola, si lasciò, in quei giorni, vincere dal dubbio; e,
per servirci d’una sua espressione, _come tordo avuta la ramata_, se
ne andò a Viterbo.[353] Ben presto, però, in lui la calma diè luogo
alla ragione; e venuto di nuovo a Firenze; esaminati minutamente i
fatti; ricercati e trovati i veri documenti, i sinceri testimoni;
tornò più forte che mai nell’antica fede, in cui persistette sino alla
morte.[354] Ma non era in tutti la generosa costanza di frà Benedetto;
e già il 21 aprile, i frati di San Marco avevano indirizzata al Borgia
una lettera, che è macchia incancellabile sulla loro fama.
Si gettavano ai piedi del Santo Padre, e cercavano rovesciare tutta
la colpa del loro operato addosso al Savonarola. Sembrava, però,
inevitabile che tutti gli accusatori ne facessero la difesa: anche
questa lettera è per lui un elogio. — «Non solamente noi,» essi
dicevano; «ma uomini d’assai maggiore ingegno, furono ingannati
dall’astuzia di frà Girolamo. L’acume della sua dottrina; la
rettitudine del vivere; la santità dei costumi; la simulata devozione;
il profitto che ottenne col dissipare dalla città il mal costume, le
usure ed ogni sorta di vizio; i molti eventi che, al disopra d’ogni
forza e d’ogni immaginazione umana, confermarono le sue profezie; furon
tali e tanti che, se non si fosse egli medesimo ritrattato, dicendo
che le sue parole non eran da Dio; noi giammai non avremmo potuto
negargli fede. E tanto in lui credevamo, che tutti fummo prontissimi
d’esporre al rogo i nostri corpi, per sostenere la sua dottrina.»
Chiedevano, quindi, assoluzione dalla scomunica incorsa, per essere
stati suoi seguaci, e per avere alcuni di essi brandito le armi nel
giorno del tumulto. Singolare è, poi, che nel procedere oltre, i frati
supplicavano il Santo Padre, perchè volesse mantenere intatta la loro
separazione dai frati lombardi. Era quella medesima separazione,
per cui il Savonarola aveva tanto combattuto, su cui il papa aveva
motivato la scomunica contro di lui e del convento. E i suoi frati,
ora, supplicavano per essa; adducevano le stesse ragioni addotte da lui
in quella lettera, che fece prorompere così fieramente l’ira papale. E
dopo ciò, concludevano: «Basti a Vostra Santità avere il fomite e capo
d’ogni errore, frate Girolamo Savonarola; sopporti esso pena condegna,
se pur se ne trova, di tanta scelleraggine: noi, smarrite pecorelle,
torniamo al vero pastore.»[355]
Due frati portavano a Roma questa lettera, e venivano caldamente
raccomandati dalla Signoria.[356] Il papa vi rispondeva in data del
14 maggio; e, lodando il pentimento, dava assoluzione, e prometteva di
prendere in maturo esame quella separazione che, già tante volte, era
stata, a vicenda, condannata e concessa.[357] La Signoria ricevette
un breve d’elogio e congratulazione, in data del 17 aprile;[358]
all’Arcivescovo e Capitolo del Duomo venne, con altro breve, concessa
facoltà di assolvere qualunque delitto, commesso a procurare la rovina
del Savonarola, fosse pure omicidio; e moltissimi vi accorsero.[359]
In questo medesimo tempo continuava attivissimo il carteggio fra la
repubblica ed il papa. Da una parte il Santo Padre pregava, domandava,
voleva che, esaminato e torturato il Savonarola, glielo dessero vivo
nelle mani; dall’altra la Signoria non lo poteva concedere, senza grave
offesa alla dignità della repubblica. Essa, perciò, teneva in parole il
Santo Padre; chiedendo, con nuove istanze, quella Decima ecclesiastica,
proposta e sostenuta dal Savonarola con tanto calore, e cagione di
tante accuse contro di lui: la Pratica approvava e confortava questo
procedere della Signoria. Pareva che, da ogni lato, si volesse
mercanteggiare la vita del misero Frate; per ottenerne in cambio,
quelle medesime concessioni che egli aveva propugnate, e che ora gli
facevano sostenere il martirio.[360]
Intanto, si avvicinava il termine per la elezione della nuova Signoria,
e la Pratica veniva tutti i giorni radunata. Il 27 e 28 d’aprile,
i Signori la interrogavano: — In che modo rispondere al Papa; come
provvedere al danaro; come tenere la città quieta. — Ed il Vespucci,
la cui voce prevaleva sempre in queste discussioni, consigliava di
continuar sempre a temporeggiare con Roma, prolungare l’esamina dei tre
frati, onde poterne rimetter la decisione alla nuova Signoria; usare
indulgenza agli altri accusati: quanto al danaro ed all’ordine della
città, se ne rimetteva interamente alla discrezione della presente
Signoria.[361] La quale, seguendo i consigli avuti, conduceva a termine
gli altri processi, condannando 18 cittadini alla pena di qualche
taglia o confine, alla perdita degli uffici per qualche anno.[362] A
molti fu concessa piena amnistia; quelli che avevano combattuto contro
i Piagnoni, quelli che avevano assassinato il Valori e la sua famiglia,
non subirono neppure processo![363] Per mostrare, poi, amore alla
libertà e odio ai Medici; si tolse ogni bando di ribelle che ancora
gravava sopra Alessandro e Lamberto dell’Antella, rivelatori della
congiura di Piero.[364]
Restava da pigliare un ultimo provvedimento, per fare in modo che,
nella prossima elezione, la nuova Signoria risultasse tutta nemica
del Savonarola; altrimenti, invano s’erano violate le leggi e la
fede pubblica, invano lo avevano tormentato e lacerato. Se i Piagnoni
venivano in ufficio; il Savonarola sarebbe stato non solamente salvo,
ma ancora vendicato; la infamia del suo processo sarebbe stata
pubblicamente rivelata al mondo. A tutto ciò, fu assai facilmente
rimediato. Il giorno in cui si radunò il Consiglio maggiore, onde
procedere alla elezione dei magistrati; ne vennero esclusi, con
nuova ed incredibile enormezza, non meno di dugento cittadini dei più
popolari.[365] E in questo modo, risultò gonfaloniere di giustizia un
messer Vieri de’ Medici, ch’era degno del nome che portava;[366] ed una
Signoria simile in tutto alla precedente. I nuovi magistrati trovavano
l’opera già avviata; non dovevano, perciò, fare altro che continuare
nella medesima via, e suggellare col sangue, un delitto già in gran
parte consumato.
Venuta appena in ufficio questa Signoria, subito raccolse la Pratica,
il giorno 5 di maggio; per chieder consiglio sulla condotta da tenere.
Si rispose da alcuni: «Che bisognava insistere appresso al Papa,
perchè l’esecuzione della sentenza avesse luogo, dove avea avuto
luogo il delitto; ma quando, pure, si credesse necessario di cedere;
si cercasse, almeno, con una nuova esamina, cavare da quei tre frati
qualcosa di più esplicito.» Girolamo Rucellai appoggiò il medesimo
parere e, sostenendo la necessità d’un nuovo esame, concludeva: «tanto
più che udiamo s’è avuta la nuova tortura.»[367] Riferiva, forse, a
qualche strumento nuovo e più crudele, per istrappare agli accusati
la voluta confessione. Dipoi si levò a parlare, in nome dei Dieci
nuovi, messer Piero Popoleschi;[368] e le sue parole dovettero avere
un gran peso; perchè, essendo stato gonfaloniere di giustizia nella
passata Signoria, aveva regolato e condotto il processo del Savonarola.
Egli insisteva sulla necessità di scrivere a Roma; «acciò la sentenza
abbia luogo in Firenze, dove sono ancora molti che persistono nella
devozione al Frate. E quando il papa vuol sapere altro, può mandare
suoi commissari a far nuova esamina dei frati. Intanto non si esiti
a chiedere licenza di farli degradare, per consegnarli al braccio
secolare.» Ma qui, venendo a parlare del nuovo processo, che da
alcuni della Pratica si desiderava; senza avvedersene, faceva una
singolare confessione. «Quanto all’esaminarli di nuovo,» così diceva,
«giudicano quei miei Signori doversi sopire qui, essendosi falla
la esamina com’ella s’è fatta, e per quiete e riposo della città;
perchè ritractando questa cosa, potrebbe inducere scandalo.»[369] Il
Popoleschi, adunque, non voleva un secondo processo; perchè temeva, non
si venisse a mettere in chiaro la falsità del primo, ed a compromettere
tutto il giudizio. Dei Commissari del Papa egli non dubitava, perchè li
conosceva pratici del mestiere; ed aiutati da ser Ceccone, non potevano
fallire nel loro intento.
La Signoria, persuasa dalle parole del Popoleschi, scrisse al Papa[370]
che, lasciatosi finalmente persuadere, il giorno 11 di maggio mandava
al vescovo dei Paganotti in Firenze, un Breve in cui si annunziava
il prossimo arrivo di due commissari apostolici, con la facoltà
«di esaminare gli errori e i delitti d’iniquità di quei tre figli
di perdizione.» Conoscendo il Borgia come quel vescovo era amico e
discepolo del Savonarola, volle, con raffinata crudeltà, imporgli
che dovesse, colle proprie mani degradarlo, per quindi consegnarlo al
braccio secolare.[371]
Ma fino al 19 maggio, i commissari apostolici non vennero; e così
il Savonarola, che si trovava nella prigione dell’Alberghettino sin
dal giorno 19 aprile, ebbe un mese di solitudine e riposo, nel quale
potette alquanto rinfrancare le forze. Nei primi giorni, era lacero
e fiaccato in modo, che non poteva muover le braccia; ma poi migliorò
il destro, che soleva essere alquanto risparmiato nella tortura; acciò
l’accusato potesse, secondo le leggi, distendere di sua mano la propria
confessione. Così egli prese la penna; e ciò che scrisse in quei
momenti solenni, merita d’essere tenuto in particolare considerazione.
Il lettore non s’aspetti che il Savonarola parli contro ai giudici, si
lamenti della tortura, o si difenda; egli non ha più nulla a sperare
su questa terra; i suoi pensieri son rivolti unicamente a Dio: espone
e commenta il Salmo, _In te Domine speravi_. — «Dove mi rivolgerò io
peccatore? — Al Signore la cui misericordia è infinita. — Niuno si può
gloriare in se stesso; tutti i santi dicono: non di noi, ma del Signore
è la gloria. Essi non furono salvi pei loro meriti nè per le opere
loro, ma per bontà e grazia di Dio; acciò niuno si possa gloriare in se
stesso.»
«O Signore, mille volte tu hai cancellato la mia iniquità, e mille
volte io sono ricaduto..... Ma quando il tuo spirito sarà sceso sopra
di me, quando Cristo viverà dentro di me; allora io sarò sicuro.
Confermami, adunque, nel tuo spirito, o Signore; allora solamente potrò
insegnare agl’iniqui le vie tue. Se tu avessi voluto il sacrifizio
del mio corpo, io l’avrei già dato; ma tu non vuoi olocausti, tu vuoi
lo spirito. Offeriscasi, adunque, il cuore pentito del peccato e non
ti sia più richiesto.» E qui ritorna al suo eterno pensiero della
rinnovazione della Chiesa. «Io desidero con ardore che tutti gli uomini
sieno salvi, perchè le opere dei buoni grandemente mi solleverebbero.
Io ti prego, perciò, che tu volga lo sguardo alla Chiesa tua, e veda
come più sono gl’infedeli che i cristiani, ed ognuno ha fatto Dio
del suo ventre. Manda fuori il tuo spirito, e rinnoverassi la faccia
della terra. Lo inferno si empie, la tua Chiesa manca. Lévati su,
perchè dormi, o Signore? I nostri sacrifizi non ti sono accetti,
perchè di cerimonia e non di giustizia. Dove è più la gloria degli
Apostoli, la fortezza dei martiri, la santa semplicità dei monaci?...»
Così continuando, egli pare che dimentichi la prigione e si creda
sul pergamo. Chi legge questa meditazione, per poco non pensa di
leggere una delle più ardite prediche del Savonarola; tanto egli si
mantien sempre uguale a se stesso.[372] Fino ad ora, però, noi abbiamo
veduto che, nel carcere, la profezia e le visioni sono scomparse;
ma ora, nella solitudine, il suo animo si esalta nuovamente; la sua
immaginazione si accende, e le sparite visioni risorgono innanzi alla
mente del travagliato prigioniero.
Il secondo scritto che fece, allora, fu la _Meditazione sul
Miserere_;[373] in essa il Savonarola ci dipinge la lotta con cui la
Tristizia e la Speranza si contendono il suo cuore. Non sono esseri
astratti, o allegorie; ma egli ode il rumore delle catene, e la voce
degli angeli: il cielo s’apre ai suoi occhi. «La Tristizia m’ha posto
il campo attorno e, circondatomi con un forte e numeroso esercito, ha
già tutto occupato il cuore nostro; e non cessa di combattere contro a
me, con arme e clamore, il dì e la notte. Li amici miei militano sotto
il suo stendardo, e sono diventati miei inimici. Tutte le cose che io
veggo e tutte quelle che io odo, portano le sue insegne...» «Onde, come
ai febricitanti ogni cosa dolce pare amara; così a me tutte le cose
si convertono in afflizione e amaritudine.... Ma io volgerommi alle
cose celesti, e la Speranza verrà in mio aiuto. Ecco già la Tristizia
non può sostenere il suo aspetto. Aggravimi ora il mondo quanto vuole,
levinsi contro a me i miei nemici; io non ho più alcuna paura, come
colui che ho posto tutta la mia speranza nel Signore. Forse, tu non
vorrai esaudire la mia preghiera, di liberarmi dall’angustia temporale;
perchè una tal grazia non sarebbe utile all’anima, chè la virtù si
fa più gagliarda nelle tribolazioni. Io, allora, sarò temporalmente
confuso da gli uomini; essi avranno forza e potestà contro di me; ma tu
lo permetti acciò io non sia confuso in eterno.» E qui segue un passo
che merita di essere notato; perchè sopra di esso, principalmente, o di
qualche altro affatto identico in questa _Meditazione_, i protestanti
cercarono sostenere, che il Savonarola fosse stato un martire della
loro Chiesa.
«Spererò, adunque, nel Signore, e presto sarò liberato da ogni
tribolazione. E per quali meriti? Pei miei non già; ma per i tuoi,
o Signore. Io non offerisco la mia giustizia, ma cerco la tua
misericordia. I Farisei si gloriarono nella loro giustizia; onde non
hanno quella di Dio, la quale si ha solo per grazia; e nessuno sarà
mai giusto innanzi a Dio, solo per aver fatto le opere della legge.»
In questo punto sopravviene il fantasma della Tristizia, con tal suono
d’armi e di trombe, che il Savonarola dice: «Appena mi potei sostenere,
che non andassi per terra; ed essa mi avrebbe legato colle catene e
condottomi nella sua regione; se la Speranza, tutta lucida e da un
divino splendore irradiata, non fosse sopraggiunta a dirmi, sorridendo:
— «Oh! Cavaliere di Cristo, di che animo sei tu in questa battaglia?...
Hai tu fede, o no? — Sì la ho. — Ben, sappi che questa è una grande
grazia di Dio, perchè la fede è suo dono, e non per nostre opere; acciò
nessuno si possa gloriare.»
Qui è stato facile trovar modo a supporre, che il Savonarola volesse
sostenere la giustificazione, per mezzo della fede e dei meriti di Gesù
Cristo, senza le nostre opere; la quale teoria è base della dottrina
riformata. Ma prima di lasciarsi andare a pronunziare un tale giudizio;
bisogna considerare che, tanto pel protestante come pel cattolico,
la salute si ottiene per mezzo della fede che viene dalla grazia.
La differenza sta solo in questo: che pel cattolico l’umana libertà
contribuisce alla salute, apparecchiandoci colle opere a ricevere
la grazia; pel protestante, invece, l’uomo è un puro strumento nella
mano del Signore; e, quindi, la sua volontà non può contribuire alla
salute. Ciò posto, si comprende di leggieri, quanto sia facile di
chiamar protestante ogni scrittore cattolico che si fermi a ragionare
sulla onnipotenza della fede, sulla necessità della grazia, sulla
pochezza delle opere e dei nostri meriti. Solo penetrando il senso più
intimo d’una dottrina, e studiandola nel suo insieme, si può veramente
giudicarla. Chi, per poco, legga le opere del Savonarola, è costretto
subito a riconoscere l’importanza grandissima che egli dà alla libertà
umana, e come per lui sia indispensabile apparecchiarsi e disporsi a
ricevere la grazia. Che se il Savonarola, chiuso nella prigione e quasi
inabile a muoversi, abbandonato e tradito dagli uomini; non pensò a
diffondersi intorno all’umana libertà, ma si affidava, invece, tutto
nel Signore; chi vorrà farne maraviglia? Ma, pure, chiunque legge
tutta questa meditazione, non potrà certo ingannarsi intorno al vero
carattere della sua dottrina.
«La Tristizia,» egli continua a dire «mi assalì dicendo: Non vedi che
tu chiami cielo e terra, e nessuno t’aiuta? Non vedi che il tuo unico
rifugio è la morte? E tutto il suo esercito gridava; onde io, piangendo
pel dolore, caddi sopra la faccia mia. Ed ecco subito, la Speranza
tutta lucida e piena di splendore, discendere dal cielo, toccarmi
e, levandomi sù da terra, dire: — Fino a quando sarai fanciullo?
Adduca essa Tristizia, se può, un peccatore, sia pure grandissimo,
il quale, rivoltosi e convertitosi a Dio, non sia stato accetto e
giustificato....»[374] «Chi è costei che pone termine alla misericordia
di Dio, e crede portar nelle sue mani le acque dei mari? Or non hai tu
udito il Signore che dice: qualunque volta piangerà il peccatore, e si
dorrà de’ suoi peccati; io non mi ricorderò delle sue iniquità....[375]
La misericordia di Dio non ha termine. Cadesti? Lévati, e la
misericordia ti riceverà. Ruinasti? Grida e la misericordia verrà.»
Qui è chiaro che l’opera dell’uomo è riconosciuta, e la dottrina è
affatto cattolica. Il Savonarola conclude finalmente. «Allora tutto
lieto esclamai: Io non mi confiderò negli uomini, ma solo nel Signore;
e renderò i miei voti dinanzi a tutto il popolo, perchè preziosa è nel
cospetto di Dio la morte dei Santi. Se contro a me saranno posti li
eserciti tutti, il mio core non avrà più paura; perchè tu sei il mio
refugio e mi condurrai al mio fine....» Poco dopo gli venne tolta la
carta, e dovette cessare di scrivere.
Queste due meditazioni composte in prigione, ottennero subito una
grandissima celebrità. La sola esposizione del _Miserere_ fu, in breve
tempo, diffusa in tredici edizioni diverse; e ne crebbe ancora più la
fama, quando Martino Lutero la pubblicava in Germania, l’anno 1523,
con una prefazione in cui dichiarava il Savonarola precursore della
sua dottrina: «Sebbene» così egli diceva, «ai piedi di questo santo
uomo sia ancora attaccato del fango teologico;[376] egli ha, nondimeno,
sostenuto la giustificazione per mezzo della sola fede, senza le opere,
e perciò venne bruciato dal Papa. Ma ecco, egli vive in benedizione,
e Cristo lo canonizza per mezzo nostro, dovessero pure il papa ed i
papisti creparne di rabbia.»[377] Quando, però, a combattere questa
sentenza del grande riformatore, non bastassero le cose già dette;
basterebbero certamente gli ultimi atti del Savonarola e l’ultimo
scritto che egli potè comporre nella prigione; scritto che, di certo,
avrebbe levato ogni dubbio, anche dall’animo di Martino Lutero, quando
egli lo avesse letto.
Il carceriere, come seguiva sempre a chi avvicinava il Savonarola,
acquistò per lui una grandissima venerazione; e più volte lo pregava
che volesse lasciargli un qualche ricordo, intorno al ben vivere. Ed
egli, dopo essersi più volte scusato, per aver le membra tutte lacere
e mancargli la carta; dovette finalmente cedere, e sulla coperta d’un
libro scrisse una _Regola del ben vivere_,[378] che, conservata con
molta devozione, venne poi stampata. «Il ben vivere,» egli diceva in
essa, «dipende tutto dalla grazia; onde bisogna sforzarsi d’acquistarla
e, quando s’è avuta, di accrescerla. L’esaminare i nostri peccati, il
meditare sulla vanità delle cose mondane, c’indirizza alla grazia; la
confessione e la comunione ci dispongono a riceverla. Essa è certamente
un dono gratuito di Dio; ma quando abbiamo un forte disprezzo del
mondo, un forte bisogno di volgerci alle cose spirituali; allora
possiamo dire che, se ancora la grazia non è in noi, certamente
s’avvicina. Il perseverare, poi, nella buona vita, nelle buone opere,
nella confessione, e in tutto quello che ci ha avvicinato alla grazia;
è il vero e sicuro modo di accrescerla.» A chi ora non vede, che questa
è dottrina puramente ed esclusivamente cattolica; e che il Savonarola,
sino alle ultime ore della sua vita, restò sempre conseguente a
se stesso; noi, davvero, non sapremmo trovare altri argomenti a
persuaderlo.