CAPITOLO NONO.

Esamina e tortura del Savonarola. I magistrati della repubblica, dopo

aver compilato due falsi processi, non possono convincerlo reo.

L’indomani del tumulto era lunedì santo: cominciavano quei giorni sacri

alla religione, nei quali il popolo si stringeva assai più numeroso

intorno al Savonarola, le cui prediche solevano essere allora più

fervide ed eloquenti. E adesso, invece, egli era chiuso in carcere,

in potere de’ suoi nemici. Si vedeva nel palazzo della Signoria,

un’attività incredibile, un andare e venire di mazzieri e di fanti

che, in nome dei magistrati, richiedevano tutti coloro che più erano

conosciuti come partigiani del Frate e del governo popolare. Alcuni,

malgrado la espressa proibizione, riuscirono ad evadere dalla città;

altri, invece, si presentavano. In questo modo, oltre al Savonarola

ed ai suoi due compagni, frà Domenico e frà Salvestro; venivano

imprigionati diciassette, tra laici e frati, che s’erano trovati alla

difesa del convento, o erano noti come più intimi del Savonarola.[300]

San Marco, dopo essere stato saccheggiato, fu minutissimamente

ricercato, rovistato in ogni angolo e massime nella cella del

Savonarola, per vedere se vi erano carte che potessero servire a

compilare quel processo che si voleva ordire a sua perdizione. I frati,

intanto, s’erano ritirati nell’ospizio: quivi, dopo avere assistito

i loro moribondi e feriti insieme con quelli dei nemici, costruito un

altare, attendevano a pregare.[301] Ed in questo mezzo, i Compagnacci,

avendo raccolta tutte le armi trovate nel convento o nella chiesa, le

ponevano sopra un carro; le portavano in giro per tutta la città, e

così insanguinate come erano, le mostravano al popolo, gridando: «Ecco

le virtù di San Marco, ecco i miracoli del Frate, e l’amore ch’egli

portava al popolo di Firenze.[302]»

Queste cose non erano senza grande effetto sull’animo d’una

moltitudine, la quale tenevasi come ingannata e delusa, per non aver

visto alcun miracolo nel giorno dell’esperimento del fuoco, nè in

quello dell’assalto al convento. E la Signoria, battendo il ferro

mentre era caldo, non tralasciava alcuno dei mezzi che potevano

condurla al suo fine. Quel giorno medesimo raccoglieva una Pratica, per

interrogare sul modo da tenere in queste esamine; ed il suo linguaggio

dimostrava chiarissimamente, che s’era presa una ferma risoluzione di

violare, non solo la fede già data di restituire illeso il Savonarola,

ma di violare ancora le consuetudini e le leggi stesse della

Repubblica.

Cominciavano col domandare: «Se i tre frati che, per l’onore della

Repubblica, s’è cercato d’avere nelle mani, bisogna esaminarli qui

in Firenze, o bisogna renderli al pontefice che li richiede.»[303]

Procedevano, quindi, a fare un quadro lietissimo delle molte promesse

che s’erano avute, delle molte speranze che sorridevano alla Repubblica

per questo imprigionamento. Si concludeva finalmente col domandare:

«Quello fosse da fare circa l’ufficio dei presenti Dieci di libertà

e Otto di guardia.» — A questi magistrati apparteneva, per legge,

il giudicare le cause di Stato;[304] e, quindi, volevano i Signori

esserne sicuri, col far la nuova elezione prima del tempo legale;

giacchè allora solamente potevano procedere con pieno arbitrio. Noi

non conosciamo con precisione ciò che si rispose nella Pratica: tutti

i discorsi andarono in gran parte smarriti, fuori quello del Vespucci,

che ci fu tramandato quasi per intero. Nel 94 vedemmo il Vespucci

opporsi al partito popolare, per favorire il governo dei pochi; nel 95

lo trovammo propugnatore della legge troppo democratica delle sei fave;

più tardi fu avvocato di quei cinque cittadini che avevano cospirato

in favore dei Medici; ed ora egli è dei primi a rivolgersi contro al

Savonarola. Levatosi a parlare per la pancata dei dottori in legge,

consigliava: «Che Fra Jeronimo venga esaminato da persone prudenti;

e, fatto il processo, non si abbi a pubblicare intero, ma solo quella

parte che parrà alle Excelse Signorie loro. Che non si mandi a Roma;

ma si scriva che sarà tenuto a buona guardia. Circa all’ufficio dei

Dieci, alcuni pensano d’eleggere i nuovi; altri consigliano che i nuovi

restino in ufficio coi vecchi, sino al termine legale. Quanto agli

Otto, si osserva che il termine loro è già presso a scadere.»[305]

Quasi tutti s’accordavano a questo;[306] se non che fu da qualcuno

aggiunto ancora: «Che, quando la elezione non riuscisse a grado della

Signoria; si dava facoltà di farne un’altra.»[307]

In sostanza, si concedeva arbitrio di fare e disfare. Il partito dei

Piagnoni era come annullato, gli Arrabbiati eran padroni della città,

e la Signoria poteva francamente osare ogni cosa. Essa, infatti,

creò i Dieci e gli Otto nuovi, facendoli stare in ufficio insieme coi

vecchi. Il dì 11 aprile, componeva una commissione straordinaria di

17 esaminatori,[308] coll’incarico espresso di formare il processo

dei tre Frati, valendosi della tortura e d’ogni mezzo che credessero

necessario al loro intento. Con quale giustizia, poi, e con quanta

imparzialità dovevano esser formati quei processi, veniva dichiarato,

abbastanza, dai nomi di coloro che facevano parte della commissione.

V’era quello stesso Piero degli Alberti che, il giorno dell’esperimento

del fuoco, vedemmo adoperarsi con tanto audace e sfacciata pertinacia

contro al Savonarola; v’era quel Doffo Spini, capo de’ Compagnacci,

autore principale di tutte le insidie tramate contro di lui; promotore

e capo nel tumulto dell’Ascensione, nell’esperimento del fuoco,

nell’assalto al convento. Colui che, per mezzo de’ suoi sicarii, mille

volte aveva attentato alla vita del misero Frate, e colle proprie

mani, aveva cercato di finirlo per le vie di Firenze, in chiesa, sul

pergamo stesso; colui si trovava, ora, fra gli Otto nuovi e nella

commissione; doveva, cioè, esser de’ primi nel compilare il processo, e

pronunziar la sentenza finale. Il suo aspetto riusciva assai familiare

al Savonarola: più volte lo avea visto, con occhi ebbri di feroce

vendetta, colla mano sull’elsa del pugnale già quasi sguainato, cercare

di aprirsi la via fra quel cerchio incrollabile d’amici devoti, che

eroicamente ponevano la vita in difesa del loro maestro. Ed ora lo

vedeva col lucco indosso, trasformato in giudice; onde potè ben presto

comprendere con quale umanità sarebbe proceduta l’esamina, con quale

onestà condotto il giudizio. Sin dal principio fu così manifesta la

violazione della giustizia e delle leggi, che uno degli esaminatori,

dopo avere accettato l’ufficio, lo ricusò sdegnosamente, dicendo: «che

non si volea trovare a questo omicidio.»[309]

La commissione non fu compiutamente ordinata che il giorno 11 aprile;

e i due canonici fiorentini,[310] che vi presero parte per ordine del

papa, non poteron ricevere il mandato da Roma, prima del giorno 14.

Nondimeno, abbiamo già visto che il Savonarola venne interrogato la

notte stessa del dì 8, in cui fu preso; ed il processo si cominciò

l’indomani, prima cioè che gli esaminatori fossero tutti nominati.

Interrogato quel giorno, confermò sempre la sua dottrina; a coloro che

chiedevano altre risposte, ripeteva: «Voi tentate il Signore.»[311]

Gli fu dato da scrivere; ma le sue prime parole furon tali, che bisognò

subito distruggere quei fogli, e smettere ogni idea d’avere un processo

di mano propria dell’accusato, secondo che le leggi avrebbero voluto.

Queste poche carte, che così andarono irremissibilmente perdute,[312]

potrebbero dirsi la sola confessione genuina del Savonarola; giacchè,

come noi vedremo, in tutta l’esamina non gli fu più concesso di

scrivere di proprio pugno.[313]

In quel primo giorno, il disordine era tale in Palazzo, che bisognò

contentarsi di non procedere più oltre. L’indomani il Frate venne

condotto nella sala superiore del Bargello, ove, dopo averlo

interrogato, minacciato, insultato, lo legarono alla fune per

torturarlo. Tirato su, era lasciato cadere rapidissimamente; ed allora,

fermata ad un tratto la fune, le sue braccia, rivolgendosi indietro,

percorrevano un mezzo cerchio; i suoi muscoli si laceravano, e tutte

le membra tremavano pel dolore. La tortura della fune, quando veniva

data leggermente, non era certo delle più crudeli; ma si poteva,

anche, dare in maniera da far cedere ogni fibra più dura, ogni animo

più fermo. Continuata per qualche tempo, portava inevitabilmente il

delirio e la morte; onde il far confessare ad un accusato qualunque

cosa si volesse, era solo quistione di tempo. Il Savonarola, poi, fin

dalla prima giovanezza, di fibra delicata e sensibile; a causa delle

continue privazioni, delle lunghe vigilie, del predicare per otto

anni non mai interrotto, era da più tempo divenuto così stranamente

cagionevole e nervoso, che la sua vita si poteva dire un continuo

soffrire, e sembrava sostenuta e sorretta quasi unicamente dalla sua

volontà. Quel che negli ultimi giorni era avvenuto, pericoli, insulti,

dolore di vedersi abbandonato da tutti, aveva non poco esaltata quella

sensibilità già ammalata. Ed in tale stato veniva sottoposto ad una

tortura violenta e crudele! Come era assai naturale, egli cominciò ben

presto a vaneggiare; le sue risposte non ebbero più alcun senso,[314]

e finalmente, quasi disperando di se stesso, egli gridava con voce da

commuovere le pietre, non però i suoi giudici: _Tolle, tolle, Domine,

animam meam._[315] Felice veramente se fosse morto in quel punto! La

sua memoria non sarebbe andata soggetta a tante nuove calunnie, il suo

cuore non avrebbe patito una serie infinita di nuove angosce.

Quando i giudici s’avvidero che, per allora, non si poteva cavare più

nulla da risposte così incerte; lo sciolsero dalla fune, per rimandarlo

in prigione; ed egli, inginocchiatosi, pregava pe’ suoi carnefici: «i

quali non sanno, o Signore, quel che si fanno.»[316] L’indomani, 11 di

aprile, la commissione era composta, e si dava, finalmente, principio

a stendere quello che fu chiamato processo, col quale incomincia una

serie di opinioni diverse e contradittorie intorno al Savonarola, una

difficoltà grandissima di discernere il vero dal falso; il vero ed il

falso essendovi così stranamente mescolali, che assai spesso riesce

ugualmente difficile il credere ed il discredere.

Noi non possiam dire quante volte il Savonarola venisse torturato; ma

è certo che, per compilare i varii processi, si durò più di un mese, e

che i tormenti furono lunghi, continui e crudeli. Un testimonio oculare

affermava di avergli veduto dare, in un solo giorno, 14 tratti di

fune.[317] Il Pico ed il Burlamacchi aggiungono che, tirato sulla fune,

gli erano accostati alle piante carboni accesi;[318] ed in tale stato

lo interrogavano, per scrivere quindi nel processo: «Spontaneamente

e senza lesione di corpo confessò.» Che egli, poi, non abbia sempre

potuto resistere a quella tortura, viene affermato da un numero così

grande di scrittori, che bisogna crederlo, sebbene moltissimi de’

suoi seguaci affermino il contrario. Ma più che tutti gli scrittori,

a noi persuade questa opinione la natura stessa delle cose. Dove e

come poteva trovar la forza di resistere a strazi così crudeli e così

prolungati, un uomo di fibra tanto sensibile e delicata, che ai primi

tratti della fune cadeva nel delirio? Il manigoldo medesimo affermava

di non aver mai veduto alcuno, sopra di cui la tortura producesse un

effetto così pronto e crudele.[319] Di certo, se anche allora, colle

membra lacere e l’animo travagliato, fosse potuto risalire sul pergamo;

alla presenza del popolo radunato, sotto l’influsso di quei mille occhi

benevoli ed attenti, egli avrebbe ritrovato tutto se stesso, ed avuto

la forza di sostenere ogni parte della sua dottrina, anche a costo di

dare coll’ultima parola l’ultimo fiato. Ma di faccia a quei marmorei

volti de’ suoi nemici, che non lo ascoltavano, non lo intendevano, e

solo pensavano di rimetterlo nuovamente alla tortura; come trovare

la forza di riandare, spiegare e difendere le sue visioni, le sue

profezie; egli che già vaneggiava? Come possiamo chiamar responsabile

di tutte le sue parole, colui che più non le intendeva?

Pel Savonarola, però, dovette essere un momento di suprema angoscia,

forse il più doloroso di tutta la sua vita; quello in cui, dopo aver

ricevuto la prima tortura, fu rimandato nella solitaria prigione

dell’Alberghettino. Quivi, in faccia alla sua coscienza, dovette

riconoscere che non poteva resistere ai tormenti; che, legato alla

fune, assai presto vaneggiava, ed avrebbe potuto facilmente dare

qualunque risposta avessero voluta. Che fare, adunque? Una volta che la

tortura era più forte di lui, bisognava pur cedere su qualche punto; si

trattava solo di scegliere. Il processo dovea versare sopra tre capi:

la religione, la politica, e la profezia. Cedere sul primo punto, non

era da mettersi in deliberazione: valeva mille volte meglio morire.

Cedere sulla politica, sarebbe stato vile; giacchè comprometteva la

causa di tutto il popolo e della libertà. Pure in qualcosa bisognava

cedere; non restava, quindi, che la profezia e le visioni.

Come questa materia della profezia immergesse, continuamente, il

Savonarola fra mille sofismi, nei quali è difficilissimo tenergli

dietro, noi lo abbiamo già visto. Ora, nella solitudine della prigione,

affranto dalla prima tortura, umiliato dalla debolezza de’ suoi nervi;

possiam credere se egli fantasticasse più che mai. I ragionamenti

che fece allora ci vengono, in gran parte, accennati dal Pico e dal

Burlamacchi; ma assai più minutamente ci sono descritti dal Violi e da

frà Benedetto, i quali spesero una metà della loro vita nell’esaminare

ed illustrare il processo: s’erano talmente imbevuti dell’idee ed anche

dei sofismi del loro maestro, che assai spesso ci sembra di udirlo

parlare per la bocca loro. Quello che ci dicono su questo proposito,

si riscontra, poi, non solo con tutte le idee e tutta la vita del

Savonarola, ma ancora con le sue stesse parole; sicchè noi dobbiamo

prestarvi un’intera fede.

Egli, adunque, cominciò col rammentare a se stesso alcuni passi di San

Tommaso, in cui è detto che non siamo tenuti dire la verità intera,

innanzi a giudici perversi; riandò la Bibbia, e trovò che Amos, Michea,

Zaccaria, San Giovanni Battista avevano qualche volta negato d’essere

profeti, o avevano dato dubbie risposte; ricordò che Gesù Cristo

aveva fatto lo stesso: perchè non poteva, perchè non doveva farlo egli

ancora?[320] Nè questo era un ragionamento che egli faceva, allora,

per la prima volta. Assai spesso, dopo avere profetizzato sul pergamo,

noi gli udimmo dire: — «Io non sono profeta nè figlio di profeta; —

Io non ho mai detto di esser profeta,» — e simili. Quando, poi, veniva

il giorno appresso a spiegare queste sue contraddizioni; entrava in un

tal mare d’interpetrazioni allegoriche e sofismi, che veramente non era

possibile di più intenderlo. Dobbiamo, perciò, aspettarci di trovare

nel processo, lo stesso uomo colle medesime contraddizioni. Allegorico

ed oscuro sempre in questa materia della profezia, possiamo immaginarci

cosa dovette essere, quando s’era deciso a farlo di proposito, per

confondere i suoi giudici.

Bisogna, d’altronde, considerare che la fermezza di carattere, e

l’eroismo degli uomini sommi, viene solo dalla verità e dalla fede;

ora noi abbiam veduto come queste visioni e profezie del Savonarola,

erano in gran parte effetto d’un fanatismo, sincero sì, ma pur sempre

fanatismo. Come, adunque, e dove poteva trovar la forza per sostenerle,

in faccia a quella tortura che lo faceva vaneggiare; quando noi

sappiamo che, esaminando questo soggetto nel fondo del suo animo, non

troviamo che superstizione e sofismi? Era il lato debole nella vita

e nel carattere del Savonarola; era il punto su cui più infierivano

gli esaminatori colla tortura; e fu, diciamolo pure, la parte meno

lodevole del suo processo. Egli dice e contraddice, afferma e rinnega:

non poteva su questa materia parlar chiaro, perchè non vedeva chiaro

egli stesso; non poteva dimostrarsi forte, perchè era debole, era

vittima infelice delle sue allucinazioni. Come possiamo noi, in questo

soggetto, pretendere da lui eroismo?

Nondimeno, la Signoria, dopo avere distrutta la confessione

autografa del Savonarola, dopo averlo interrogato colla tortura,

era scontentissima delle sue risposte nè sapeva a quale partito

appigliarsi. Fabbricare addirittura un processo falso di pianta, non

era cosa a cui tutti si sarebbero piegati; oltre di che, la cosa

venendo facilmente in chiaro, poteva avere conseguenze spiacevoli

e pericolose. Il popolo, intanto, mormorava di questa lentezza, ed

i Signori si andavano apertamente rammaricando delle difficoltà che

incontravano.[321] Fu allora che ser Ceccone notaio fiorentino, udendo

questi lamenti da uno degli esaminatori; gli rispose con sorriso

impudente: «Dove non è causa, bisogna farvela nascere.» Aggiungendo,

che a lui sarebbe bastato l’animo di assumere l’impresa.

Egli era stato, in origine, uomo di parte Pallesca, e s’era mescolato

nella congiura di Piero de’ Medici, scoperta la quale, rifugiossi in

San Marco ove trovò protezione e salvezza. Quivi finse di convertirsi

alla religione: assisteva tutti i giorni alla predica, e faceva il

Piagnone; il che, però, non gl’impediva di continuare a far la spia del

Duca di Milano, a cui ogni giorno scriveva in cifra, ragguagliandolo

di tutto ciò che seguiva in Firenze.[322] In tal modo visse fino alla

prigionia del Savonarola, quando di nuovo gli si scoperse nemico,

offerendosi di compilare il falso processo, con alterazioni lievi,

ma tali da dar luogo alla condanna. L’offerta venne accettata colla

promessa di 400 ducati; sebbene il Ceccone, non essendo notaio della

Signoria, non avrebbe potuto, secondo gli Statuti, assumere legalmente

quell’ufficio.[323]

Le risposte che la tortura strappava furono, adunque, alterate.

Qualche volta si mutava un _sì_ in _no_, o viceversa; qualche volta

si omettevano interi e lunghi periodi; continuamente si aggiungevano

delle frasi, come: _questa fu mia ipocrisia; fu mia superbia; lo

facevo per gloria del mondo_, e simili. Di ciò ne resero testimonianza

gli esaminatori stessi ed il notaio;[324] oltre di che, leggendo il

processo, ognuno s’accorge delle molte lacune; mentre le aggiunte

sono così evidenti, che non di rado contrastano col senso e colla

grammatica del periodo cui vanno unite. Si vede chiarissimamente che

gli esaminatori, convinti di non potere colle minacce, colla tortura e

con falsificare quasi tutto il processo, render colpevole l’accusato;

si sforzavano, almeno, fargli perdere la stima e l’ammirazione de’ suoi

seguaci.

Noi abbiamo già detto, come questo processo versava principalmente

sopra tre capi: la profezia, la religione e la politica; e che il

primo era il punto debole, quello su cui il Savonarola non ebbe forza

di resistere alla tortura. Credendo sinceramente di esser profeta,

aveva in ciò una fede assai diversa da quella che gl’ispiravano il

vero, là religione e la libertà; questa fede gli dava eroismo e forza

per sostenere il martirio; l’altra era come un sogno superstizioso

e confuso, da cui non si poteva liberare nei momenti di meditazione

esaltata, o di eccitamento oratorio, quando i mille benevoli occhi del

popolo infiammavano la sua fantasia; ma un sogno che spariva in faccia

alla terribile realtà dell’ora suprema. Egli stesso se ne lamentò,

allora, dicendo: «O Signore, Signore, tu mi hai tolto lo spirito di

profezia!»[325]

Nondimeno, quando la prima volta, in presenza di tutta la Commissione,

fu interrogato su questo soggetto; confermò le sue visioni, parlò d’un

angelo che gli appariva in forma di fanciullo, e gli ragionava con

voce divina; poi concluse dicendo: «Lasciate questa cosa a se stessa;

perchè, se è da Dio, voi ne avrete segno manifesto; se da uomo, anderà

per terra. Se io sono profeta o no, questo non è caso di Stato; e

niuno ha diritto di condannare o giudicare le intenzioni altrui.»[326]

Ma di nuovo messo alla tortura, negò d’esser profeta, e poi da capo

lo riconfermava: torturato ancora, cominciò con allegorie e risposte

equivoche, le quali, alterate continuamente dal notaio, formarono una

tale confusione, che spesso non è possibile d’intenderci chiaro. Non

appena, però, i giudici smettevano le dimande intorno alle visioni, che

subito cessava di rispondere il profeta illuso, e cominciava a parlare

l’eroico martire della religione e della libertà.

Nella seconda parte del processo, infatti, il Savonarola venne a

parlare della _sua opera_, e fu uguale a se stesso; la tortura lo

trovò incrollabile. Confermò apertamente che la Chiesa doveva essere

flagellata e poi rinnovata. «Per aiutare questo mio fine, così egli

disse, predicavo cose, per le quali i Cristiani conoscessino le

abominazioni che si fanno a Roma, e si congregassino a fare Concilio;

pel quale, quando si fosse fatto, speravo fossino deposti molti prelati

e anche il papa, e arei cercato di essere lì, ed essendovi, confidavo

predicare e fare tali cose che ne sarei stato glorioso.» E andando

oltre su questo tenore, ripetè spesso: «avevo in animo di far cose

grandi in Italia e fuori.» Interrogato, se pensava d’essere papa;

rispose di no: «perchè quando avessi condotto quest’opera, mi parrebbe

essere stato più che cardinale o che papa.»[327] Ora, se tali parole

si trovano in quel processo che venne falsificato dalla mano di ser

Ceccone, si può egli più dubitare che il Savonarola sapesse sostenere

con coraggio e con eroismo le sue idee religiose?

Il medesimo avvenne quando fu interrogato intorno alla politica.

Le aggiunte e le alterazioni non bastano a nascondere le risposte

assai esplicite del frate. Egli respinse più volte sdegnosamente

l’accusa, che si facesse rivelare i segreti di Stato, per mezzo

della confessione. Più e più volte ripetette, che non aveva tenuto

intelligenze di Stato; non aveva favorito o disfavorito alcuno; aveva

parlato, in generale, delle cose di Stato, lasciando la cura dei

particolari al Valori, al Soderini e ad altri più pratici di lui. «Il

mio scopo era solamente di favorire, in generale, il governo libero

e quelle leggi che lo miglioravano.» Accennò alcune delle principali

leggi che aveva proposte, o che avrebbe avuto in animo di proporre più

tardi, come quella del Gonfaloniere a vita; ed è notevole, ancora, un

luogo ove dice come, essendogli venuto il dubbio che alcuni de’ suoi

più fidati amici si volessero unire a restringere il governo fra loro;

incominciò subito a predicare contro la tirannide e contro ogni governo

di pochi; «acciò, per amore o per forza, questi tali favorissono quello

governo civile.» Quando si trattava della libertà, egli, dunque, non

aveva rispetti umani, non perdonava neppure ai suoi più cari e fedeli

seguaci. Ed anche questo risulta, con ogni evidenza, da quel processo

che ser Ceccone distese a rovina del Savonarola.

Dopo undici giorni di tortura, finalmente, si poneva termine

ad un’esamina la quale, sebbene compilata con tante illegalità,

alterazioni ed astuzie; non rispondeva per niente al fine proposto,

e la Signoria stessa se ne doveva dichiarare scontentissima. Essa,

scrivendo al papa che lamenta vasi della loro lentezza, era costretta a

dire: «Noi avemmo a fare con un uomo di pazientissimo corpo e di sagace

intelletto, il quale indurava l’animo contro i tormenti, avvolgeva la

verità fra mille tenebre, e sembrava essere venuto nella deliberazione,

o di acquistarsi, con simulata santità, un nome eterno appresso ai

posteri, o sopportare il carcere e la morte. Con lunga ed assidua

interrogazione, per molti giorni e colla forza, appena potemmo ottenere

qualche cosa, che pur ci voleva nascondere, mentre si aprivano quasi

gl’involucri stessi del suo animo.»[328]

Veramente in tutto il corso e lo sviluppo di questo processo, noi

troviamo nel Savonarola, quel medesimo uomo che abbiamo finora

conosciuto. Genio e superstizione, alti ragionamenti e triviali

sofismi, eroismo sublime e qualche volta inaspettata debolezza; ma nel

fondo sempre un carattere altissimo, generoso e forte. Ora afferma ed

ora rinnega la sua profezia; ma interrogato sopra quei punti intorno ai

quali la sua mente ed il suo cuore veggono chiaro, egli diviene subito

invincibile. Le minacce, le promesse, la tortura data e ripetuta non

possono più nulla; la sua volontà rimane ferma ed incrollabile ancora

nel delirio. La Signoria dovea, quindi, essere scontentissima di quel

processo; essa vedeva con dolore e dispetto grandissimo che, dopo la

tortura e le alterazioni, il Savonarola risultava sempre innocente.

Un solo vantaggio si poteva cavare da tutto ciò, quello di screditare

il Frate appresso i suoi seguaci: e non era poco. Una volta che egli

avesse perduto il favor popolare, si poteva arrischiarsi a condannarlo,

senza tener conto delle leggi nè della giustizia.

Ma era indispensabile che il processo venisse firmato, non essendo

scritto di mano dell’accusato, come le leggi avrebbero voluto.

Bisognava, dunque, persuadere il Savonarola a quest’altro passo.

Invero, è difficile assai dire con precisione come andasse questa

faccenda della firma. Gli esaminatori affermano d’essere stati due

giorni a persuadere l’accusato, _con parole e conforti umani_;[329] ed

ognuno può immaginare che sorta d’umanità fosse la loro. Il Burlamacchi

assicura che gli fu letto[330] un processo, e fattogliene firmare

un altro; al che dettero qualche fede i discorsi tenuti dai giudici

stessi e dal notaio. Questi, dopo aver fatto una prima bozza, in cui le

risposte del Savonarola erano già alterate; ne fece un’altra con nuove

omissioni ed aggiunte. Secondo ogni probabilità, all’accusato venne

letta la prima bozza, e gli si fece firmar la seconda, che è quella

data poi alle stampe. Nondimeno, le differenze che passavano fra queste

due copie, sebbene molte e gravi, non erano però sostanziali, come

apparisce assai chiaro dal Violi che ne trascrisse la più parte.[331]

Onde si potrà sempre affermare che il giorno 19 di aprile, in presenza

di 8 testimoni, sei dei quali erano frati di San Marco; il Savonarola

firmava un processo che, sebbene non comprometteva alcuna parte

essenziale della sua dottrina, pure egli avrebbe assai meglio lacerato.

Ma perduto in quelle sue allegorie, credette di avere in tutto salvato

la sua dignità e la sua coscienza. Bisogna ripeterlo un’ultima volta,

il Savonarola credeva di non essere nella condizione degli altri

uomini: convinto di avere doni soprannaturali, pensava di non dover

parlare il linguaggio comune degli altri uomini, di non dover dire

ogni suo pensiero; perchè il volgo non li avrebbe intesi, ed ai fedeli

bastava il linguaggio allegorico. Questo sistema seguito, durante una

vita intera, nelle prediche, negli scritti, nei discorsi familiari,

volle continuarlo nel suo processo. E chi volesse avere una idea chiara

intorno al valore di quel mistico linguaggio; legga quelle prediche

in cui il Savonarola comenta se stesso; legga gli scritti dei suoi

discepoli, e principalmente la esposizione che frà Benedetto fece al

processo del suo maestro, e vedrà come assai spesso si pretende che le

parole significhino il contrario di quel che dicono.[332]

Si racconta che, dopo la lettura del processo, il notaio interrogasse

il Savonarola, dicendo: «È vero ciò che è scritto?» A cui egli: «Ciò

che _ho_ scritto è vero;» giovandosi così d’un artifizio di parole, che

frà Benedetto, il Burlamacchi ed il Pico ammirano e trovano simile alle

risposte date da Gesù Cristo ai suoi giudici. Ma noi lasciamo da banda

questi aneddoti, molti dei quali furono invenzione d’importuni e ciechi

ammiratori, che volevano considerare il Savonarola non come uomo, ma

come Santo; gli accendevano lumi e gli recitavano orazioni. Certo è,

però, che quando tutti i testimoni ebbero firmato, egli, volgendosi

intorno, disse queste precise parole: «La mia dottrina a voi è nota, ed

è nota a tutti. In questa tribolazione vi chiedo solo due cose: abbiate

cura dei novizi e conservateli in quella dottrina cristiana, in cui li

abbiamo sinora mantenuti. Pregate per me il Signore, il cui spirito

di profezia mi ha in questo momento abbandonato.»[333] Ed allora frà

Malatesta Sacromoro che, oramai, sembrava deciso alla parte di Giuda,

disse: «Ma sono vere o false le cose che tu hai sottoscritte?» A che

il Savonarola, guardandolo sdegnosamente, gli volse le spalle senza

rispondere, e se ne tornò alla prigione.[334] Quivi egli avrebbe voluto

riandare ponderatamente la sua condotta; ma l’animo travagliato e

stanco, tornava subito alle mistiche contemplazioni; la prigione si

popolava di creature soprannaturali, di esseri invisibili; e quando era

rapito in questo mondo, ogni altro pensiero gli usciva dalla mente.

Intanto, dopo lunga discussione, i Signori vennero al partito di dare

alle stampe il processo: cosa a cui il notaio s’era fortemente opposto.

Vi si fecero, per la terza volta, nuove alterazioni; ma nondimeno,

appena esso venne alla luce, l’opinione dell’universale si manifestò

così contraria alla Signoria, che si dettero ordini severissimi, per

ritirarne tutte le copie. I più obbedirono; ma, dopo qualche giorno, se

ne vide comparire una seconda edizione,[335] senza che oramai vi fosse

più alcun rimedio. Ponendo da un lato il desiderio che si poteva avere

d’una maggiore fermezza nel Savonarola; risultava assai chiaro, che

le sue risposte, strappate colla tortura, alterate nella prima bozza,

alterate di nuovo nel processo firmato, e finalmente una quarta volta

in quello a stampa, lo facevano sempre risultare innocentissimo.[336]

La Signoria, quindi, radunava molte volte la Pratica, per avere

qualche consiglio;[337] e finalmente si venne al disperato partito di

tentare un secondo processo. Fu cominciato il giorno 23 di maggio, e

si procedette con grandissima fretta. Il Savonarola era interrogato

mattina e sera, il notaio rifaceva quasi di pianta le risposte; ma

ben presto si dovette rinunziare a questo disegno, vedendo che non

s’otteneva altro risultato che d’accrescere sempre maggior carico alla

Signoria.[338] Si restò, quindi, al primo processo.

Bisognava, secondo le consuetudini della repubblica, farlo leggere

nella sala del Consiglio Maggiore, in presenza di tutto il popolo,

in presenza dell’accusato stesso. Ma la Signoria, invece, lo fe’

leggere solo da un cancelliere degli Otto, il quale dichiarò al popolo

radunato, che il Savonarola non avea voluto trovarsi presente, per

paura d’esser lapidato.[339] Cosa che non fu creduta da nessuno, ed

accrebbe sempre maggior carico alla Signoria, la quale restò così

scontenta di tutto l’andamento dell’esame e del processo, che, in luogo

dei 400 ducati promessi a Ser Ceccone, non volle dargliene che soli

30;[340] perchè non aveva saputo mantenere alcuno dei patti promessi.

La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 2 (of 2) · 第 15 / 142 题