Assalto e difesa del convento: il Savonarola e i suoi due compagni sono
menati in prigione.
L’esperimento del fuoco, o piuttosto le trame ordite in quel giorno
dagli Arrabbiati, sortirono il fine desiderato. La città intera
sembrava divenuta avversa al Savonarola ed al suo convento; il minuto
popolo non sapeva perdonargli che, anche senza il Francescano, non
fosse entrato nel fuoco, per fare con un miracolo tacere finalmente
i suoi nemici. I Piagnoni non seguivano il Savonarola in tutte le
sottili distinzioni sulla poca opportunità del tempo, sul non tentare
il Signore, sulla buona o cattiva fede degli avversari; ma piuttosto
cominciavano, per la prima volta, a dubitare della sua soprannaturale
potenza, ed a prestare più facile orecchio alle voci e calunnie
degli Arrabbiati. I quali spiegarono in questi giorni un’attività
incredibile; erano in continuo colloquio coi Signori e coi canonici
del Duomo: si vedeva ben chiaro, che apparecchiavano qualche nuovo e
più decisivo colpo. Nel medesimo tempo, quei seguaci del Frate che
avrebbero potuto comprendere e render vane le trame dei nemici, si
trovavano troppo deboli di numero e di forza, per poterle combattere
efficacemente. Onde tutti erano, per ogni dove, insultati coi nomi
d’ipocriti e gabbadei; non potevano più andare per le vie di Firenze
senza pericolo.[256]
In tale stato di cose, alcuni del partito popolare, scorgendo i
segni precursori d’una gran tempesta; riunitisi insieme, proponevano
di metter mano alle armi, e prendere il vantaggio d’esser primi
ad assalire i nemici. Ma i più fedeli discepoli del Savonarola, e
principalmente Francesco Valori, si opposero fortemente a questo
partito; dicendo che non dovevano essi cominciare a spargere il sangue
cittadino, non essere i primi a macchiarsene le mani. Ed avendo potuto
far vincere questa loro opinione, molti ne rimasero assai sdegnati;
tanto che Luca degli Albizzi; uno dei più caldi nel voler prendere
le armi, andò via da Firenze, dicendo: «Quando non si vuol venire ai
fatti, ognuno ha il diritto di porsi in salvo.»[257]
La mattina del dì 8 aprile, domenica delle Palme, passò tranquilla; ma
un occhio accorto scorgeva chiaramente quel cupo silenzio che precede
la tempesta, e poteva stimare gran ventura, che ancora non fosse
seguita alcuna novità. Il Savonarola fece in San Marco un sermone molto
breve e tutto pieno di tristezza, nel quale offeriva la sua persona in
sacrifizio a Dio, e si dichiarava pronto a sopportare la morte pel bene
del suo gregge. Assai mesto licenziossi dal popolo, e nel dare la sua
benedizione, pareva che sapesse di parlargli per l’ultima volta.[258]
Il giorno, i Piagnoni andarono a San Marco, dove si celebrava il
vespro; e poi s’avviarono al Duomo, ove dovea predicare frà Mariano
degli Ughi, quel medesimo che, insieme con frà Malatesta e frà
Domenico, s’era offerto a sostenere la prova del fuoco. Ma, nel seguire
il loro cammino, i Piagnoni furono più volte assaliti da colpi di
pietre; incontrarono gruppi di Arrabbiati che, pieni d’audacia, pareva
dicessero: — «Finalmente ci siamo!» — Ne videro altri che tiravano
sassi alle finestre d’Andrea Cambini, seguace del Savonarola. Giunti
al Duomo, le panche erano già occupate da molta gente; ma innanzi alla
porta s’erano raccolti i Compagnacci che, insultando chiunque entrava
in chiesa, dicevano che la predica non avrebbe luogo. E, cominciandosi
dall’altra parie a rispondere che la predica vi sarebbe in ogni modo,
d’una parola si passò ad un’altra, ed i Compagnacci vennero subito
ai fatti; sguainarono le armi; corsero addosso ad un certo Lando
Sassolini, e sebbene non lo ferissero, bastò quella violenza per levare
il rumore in tutta la città.[259] I Piagnoni tornarono subito verso
casa per armarsi; alcuni dei Compagnacci s’impadronirono dei canti
delle vie; e tutti gli altri percorrevano la città gridando: _A San
Marco, a San Marco col fuoco!_ Si riunirono, poi, nella piazza dei
Signori; e quando furono in numero sufficiente, mossero con le armi in
mano e con grida disperate verso San Marco. Per via incontrarono un tal
Pecori, che tranquillamente se ne andava alla Santissima Annunziata,
recitando salmi; subito gli furono dietro, dicendo: «Ancora ardisce di
mormorare l’ipocrita!» E raggiuntolo sulle scale degl’Innocenti,[260]
ivi lo finirono. Un povero lavorante d’occhiali, uscito al rumore
di questi fatti, nella strada, con le pianelle in mano; mentre che
cercava colle parole metter pace, fu da un colpo di spada sul capo
ammazzato.[261] Così avvenne ancora di altri; ed in questo modo,
eccitata dal sangue, la moltitudine degli Arrabbiati giunse nella
piazza San Marco. Quivi trovarono la chiesa ancora piena di gente, che
aveva celebrato il vespro ed era sempre in orazione: vi tirarono dentro
una furiosa grandine di sassi, al che lo spavento fu generale, le
grida delle donne echeggiarono strepitosamente, e tutti si dierono alla
fuga. In un momento la chiesa era vota, le porte di essa e del convento
chiuse e sbarrate; dentro non vi rimasero che i pochi cittadini i quali
volevano difendere San Marco.[262]
Costoro arrivavano appena al numero di trenta;[263] ma erano dei più
caldi seguaci del Savonarola, quei medesimi che lo avevano accompagnato
alla predica, prontissimi sempre ad esporre per lui la vita. Si erano
da più giorni avveduti del pericolo che correva il convento; onde
la notte, non mancavano mai otto o dieci di loro a farvi la guardia.
Istigati, poi, da fra Salvestro e da frate Francesco de’ Medici, che
lo facevano ad insaputa del Savonarola e di frà Domenico, (perchè li
sapevano avversi a quei disegni); essi avevano segretamente introdotto
molte armi in una stanzetta del chiostro.[264] V’erano incirca 12
corazze e altrettante mezze teste, 18 partigiane, 5 o 6 balestre,
rotelle e targoni, 4 o 5 archibusi; v’era un barile di polvere e
palle di piombo;[265] pare anche due piccole bombarde.[266] Francesco
Davanzati che aveva fornito quasi tutte queste armi, e che trovavasi
allora nel convento, le cavò fuora, dando a ciascuno quelle che meglio
sapeva maneggiare. Egli, insieme con Baldo Inghirlami, diresse alquanto
la difesa; ponendo le guardie nei luoghi più deboli, e dando gli ordini
opportuni.[267] Dei frati, 16 incirca[268] presero le armi, tra cui
principali furono fra Luca d’Andrea della Robbia[269] ed il nostro frà
Benedetto.[270] Egli era assai singolare vederne qualcuno, coll’elmo
in testa, la corazza sopra l’abito domenicano, ed una lunga partigiana
in mano; correre pei chiostri, ed al grido di _Viva Cristo!_ chiamare
all’armi.
Il Savonarola fu dolentissimo di tutto ciò, e frà Domenico andava
raccomandando a ciascuno di deporre le armi:[271] «Non si volessero
macchiar le mani nel sangue; non si volessero opporre,» pregava egli,
«ai precetti del Vangelo, alla volontà del loro superiore.» Ma tutto
era vano, perchè in quel momento avevano assai più forza le grida
furibonde che venivano dalla piazza, e gli assalti sempre crescenti che
si facevano alle porte. Fu allora, che il Savonarola pensò di metter
fine ad un doloroso ed inutile spargimento di sangue, col sacrifizio
della propria persona; e messosi il piviale, stretta in mano una croce,
egli diceva ai suoi compagni: «Lasciatemi andare, giacchè per me _orta
est hæc tempestas;_» e voleva darsi in mano ai nemici.[272] Ma qui
lo sconforto ed il pianto degli astanti furono universali; frati e
secolari si strinsero intorno a lui, piangendo e gridando: «No, non
ci abbandonate; voi sareste messo a pezzi, e che faremmo senza di
voi?»[273] Quando egli vide che i suoi più fidi amici gli chiudevano
il varco, si volse allora a tutti, perchè lo seguissero. E prima fece
col Sacramento in mano una processione nei chiostri; poi li condusse
nel coro; ove, detto loro che la preghiera dovea esser la sola arme
dei religiosi, tutti si posero in orazione davanti al Sacramento, e
cantavano: _Salvum fac populum tuum, Domine_. Alcuni avevano appoggiato
al muro le loro armi; altri le ritenevano ancora in dosso; e solo pochi
erano restati a guardia dei punti più importanti.[274]
Erano circa le ore ventidue, la folla moltiplicava in piazza e la
nessuna resistenza cresceva animo agli assalitori; mentre che la
Signoria, aggiungendo sempre nuove indegnità, mandava la sua guardia
ad aiutarli. E nel medesimo tempo, si presentavano alcuni mazzieri
che a voce comunicavano un bando della Signoria, in cui si ordinava
a ciascuno che fosse nel convento, di deporre subito le armi; ed il
Savonarola veniva esiliato, coll’obbligo di lasciare fra 12 ore il
territorio fiorentino.[275] La più parte di coloro che udirono tal
comunicazione, la credettero un’astuzia dei nemici.[276] Non era facile
il credere che la Signoria volesse imporre agli assaliti, che appena si
difendevano, di deporre le armi; mentre agli assalitori, causa unica di
questi disordini ed in numero tanto maggiore, non solo si lasciava ogni
libertà d’inveire, ma anzi si mandavano aiuti! Nondimeno quell’ordine
fece a più d’uno chiedere salvacondotto e partirsi.
Tra quelli che, in quest’ora difficile e pericolosa, lasciarono
il convento, vi fu il Valori che si fece calar giù dalle mura di
dietro; sebbene Francesco Davanzati ed altri ne lo sconsigliassero
fortemente, come cosa assai pericolosa. Esso, vedendo che in San Marco
si faceva appena qualche debole resistenza, mentre che i nemici d’ora
in ora crescevano di numero e di forza; volle ritirarsi a casa, per
raccogliere i suoi partigiani e far di fuori più energica difesa. Ma le
sue case furono subito circondate da molta gente, ed un mazziere venne
a richiederlo che immantinente si presentasse alla Signoria. Egli si
mostrò assai volenteroso d’obbedire; perchè si teneva certo di potere,
colla sua presenza ed autorità, far vergognare i magistrati del loro
procedere; onde, senza mettere alcun tempo in mezzo, s’avviò al Palazzo
col mazziere accanto. Passava tra la folla, con la fronte alta ed il
viso sereno; come colui ch’era sicuro della sua innocenza, e mai non si
sentiva mancare l’animo nei pericoli. Ma non era appena giunto al canto
di San Procolo, quando alcuni dei Ridolfi e dei Tornabuoni, parenti di
quelli che, nell’agosto passato, egli aveva fatti condannare a morte,
gli vennero incontro e colle loro armi lo uccisero. Così la ingiuria
pubblica fu vendicata colla privata vendetta; e così finiva miseramente
la vita d’un valoroso ed onesto cittadino, che era stato sempre il
più potente amico del Frate. La sua moglie, tratta dal rumore, s’era
in questo mezzo fatta alla finestra, tutta piena di spavento; e, nel
mentre che sentiva confusamente le disperate grida del marito e degli
uccisori, un colpo di balestra, partito dalla folla, mandava anche
lei a raggiungerlo. Allora la forsennata plebe invase subito, e mise a
sacco ed a fuoco la casa; dove avvenne questo fatto assai pietoso, che
nel predare gli arnesi d’un letto, vi fu, senza neppure avvedersene,
affogato un bambinello dormente, nipote del Valori. E di ciò, nè allora
nè poi, la Signoria fece giudizio o tenne conto nessuno.[277] Quel
giorno medesimo, andavano a sacco ed a fuoco le case d’Andrea Cambini:
quelle di Paolo Antonio Soderini e Gio. Battista Ridolfi vennero
salvate contro la furia del popolo, solamente dalla presenza di molti
amici e di alcuni mazzieri della Signoria.[278]
Si avvicinava, intanto, la sera; e la furia degli assalitori era
smisuratamente cresciuta intorno al convento. Alcuni mettevano fuoco
alle porle, mentre altri, già riusciti a scalar le mura dalla parte
della Sapienza,[279] penetravano nei chiostri. Corsero costoro,
saccheggiando l’infermeria e le celle; poi, raccoltisi insieme,
penetrarono nella sagrestia colle armi in mano; e di là nel coro,
sforzandone la porta. Quando i frati, che ivi erano inginocchiati e
facevano orazione, si videro così improvvisamente assaliti, mossi da
un subitaneo impeto di naturale difesa, alcuni colle torce accese
in mano, altri coi crocifissi di legno o metallo; cominciarono a
tirare con tanta violenza e rapidità sui volti degli assalitori,
che questi, credendosi assaliti quasi da una schiera di Angeli, si
dierono ad una precipitosa fuga.[280] Allora, quelli che per ordine del
Savonarola avevano deposto le armi, le ripresero; e si fu nuovamente a
scaramucciare per tutti i chiostri. Nel medesimo tempo, veniva sonata
a martello la campana maggiore del convento, chiamata la Piagnona;
l’assalto e la difesa ingagliardivano, e per tutto si udivano grida
disperate, grande confusione e strepito d’armi. Questo fu il momento
in cui Baldo Inghirlami e Francesco Davanzati menarono le mani; questo
il momento in cui frate Andrea di Luca della Robbia, colla spada in
mano, inseguiva i nemici pei chiostri: e frà Benedetto, salito in
alto con altri compagni, faceva cadere una tal pioggia di sassi e di
embrici, che più volte ributtarono indietro i loro avversari.[281] E
dall’interno della Chiesa, più d’uno tirava coll’archibugio, fra cui
un certo Enrico tedesco, giovane biondo e di bellissimo aspetto, che in
quel giorno dètte prova di grandissimo valore. Sin dal principio della
zuffa, a lui era bastato l’animo d’uscire tra la folla, e guadagnarsi
il fucile che ora adoperava così valorosamente, ad ogni colpo gridando:
_Salvum fac populum tuum, Domine!_[282]
In questo punto la vittoria era decisamente per San Marco, ed il
successo cresceva animo ai difensori; quando venne proclamato un nuovo
bando della Signoria, che dichiarava ribelli tutti coloro che nello
spazio d’un’ora, non abbandonassero San Marco.[283] Altri difensori
chiesero salvacondotto e partirono; assottigliando così il già troppo
piccolo numero dei loro compagni. Il vedersi, poi, sempre più chiaro,
come la Signoria voleva decisamente opprimere San Marco, scoraggiava
moltissimo i difensori che, scemati di numero e perduta ogni speranza,
già cominciavano a cedere. Il Savonarola insieme con molti de’ suoi
frati era sempre nel coro, facendo orazioni che d’ora in ora venivano
interrotte dai lamenti di qualche ferito, dalla voce pietosa di qualche
moribondo. Tra i quali fu un giovane dei Panciatici che, ferito a
morte, venne menato sui gradini dell’altar maggiore, dove, in mezzo
ai colpi degli archibusi, ricevette la comunione per le mani di frà
Domenico, nelle cui braccia tutto lieto spirava, dicendo: «Quanto è
dolce ai fratelli ritrovarsi insieme!»[284]
Era intanto sopraggiunta la notte; ed i frati, stanchi dall’agitazione
e dal digiuno, mangiavano alcuni fichi secchi che uno di loro aveva
portati ai compagni. Quando ecco ad un tratto ingagliardire di
nuovo la difesa; crescere più furiose le grida; moltiplicare i colpi
d’archibugio, fra i quali più frequenti si distinguevano quelli del
tedesco Enrico che, salito su quel pergamo dove il Savonarola aveva
tante e tante mai volte predicato, di quivi tirava i suoi colpi
micidiali. Da per tutto cominciava ora ad entrare un fumo così denso,
che, per non affogare, bisognò rompere i cristalli alle finestre
del coro: ma ecco già dalle porte, che finalmente s’erano bruciate,
avanzarsi grandi fiamme nell’interno della Chiesa. Allora il Tedesco ed
un altro venivano nel coro, portando due archibugi che, saliti dietro
all’altar maggiore, piantavano accanto al gran Crocifisso, di dove
continuavano a far fuoco.[285]
Il Savonarola, dolentissimo di vedere per cagion sua tanto inutile
spargimento di sangue, nè potendolo in alcuna maniera impedire, perchè
niuno più gli dava ascolto; prese di nuovo il Sacramento in mano,
imponendo a ciascuno di seguirlo. Passando pei chiostri, conduceva
quasi tutti nella libreria greca; quando gli venne veduto frà Benedetto
che, allora allora, sceso dal tetto, tutto armato e pien di furore,
correva per andare a combattere i nemici più da vicino. Fermatosi
allora il Savonarola, gli fissò addosso i suoi occhi, dicendo in
tuono di grave rimprovero: «Frà Benedetto, lascia le armi e prendi
la croce; io non ebbi giammai intenzione che i miei frati spargessero
sangue.»[286] E l’altro, umiliatosi ai piedi del suo superiore, depose
le armi; e, insieme con tutti, lo seguiva nella libreria greca.
In mezzo a quella sala, sotto quelle semplici volte del Michelozzi,
egli pose il Sacramento e vi raccolse intorno i frati, dirigendo loro
le sue ultime e memorabili parole: «Figliuoli miei, innanzi a Dio,
innanzi all’ostia consacrata, coi nemici già nel convento, io vi
confermo la mia dottrina. Quel che io ho detto, l’ho avuto da Dio,
ed egli mi è testimonio in cielo che io non mento. Non mi era noto
che tutta la città dovesse così presto rivolgersi contro di me; pure
sia fatta la volontà del Signore. Il mio ultimo ricordo è questo: la
fede, la pazienza e le orazioni sieno le vostre armi. Io vi lascio
con angoscia e dolore, per andare in mano degli avversari. Non so
se mi priveranno della vita; ma certo sono che, morto, vi potrò
aiutare in cielo, più di quello che non ho potuto far vivo in terra.
Confortatevi, abbracciate la croce, e con quella troverete il porto
della salute.»[287]
Intanto, i nemici erano padroni di quasi tutto il convento; e
Giovacchino della Vecchia comandante la guardia del Palazzo, minacciava
di rovinare colle artiglierie ogni cosa, se non si obbediva ai comandi
della Signoria; la quale richiedeva, adesso, sotto la fede però di
non toccar le persone loro, che fossero consegnati frà Girolamo, frà
Domenico e frà Salvestro. Allora Malatesta Sacromoro, quel medesimo
che s’era offerto di entrare nel fuoco, incominciò a fare la parte del
Giuda: trattava coi Compagnacci e li persuadeva a portare l’ordine
scritto. E mentre che, per averlo, essi mandavano ai Signori; il
Savonarola si fece confessare e comunicare da frà Domenico,[288] e
s’apparecchiava ad arrendersi insieme con lui; giacchè frate Salvestro
si era nascosto, nè in quel trambusto era facile ritrovarlo.[289]
Seguiva, in questo mezzo, un fatto assai singolare. Girolamo Gini,
seguace del Savonarola e da lungo tempo desideroso di vestir l’abito
domenicano, s’era trovato quel giorno al vespro, ed appena cominciato
il tumulto, s’armò per difendere il convento. Quando il Savonarola
comandò di deporre le armi, il buon popolano obbediva; nondimeno
correva pei chiostri e presentavasi ai nemici, volendo, come egli
stesso dice, affrontare la morte per amore di Gesù Cristo. Ed essendo
stato ferito, egli entrava adesso, col capo tutto insanguinato,
nella libreria greca, dove, inginocchiatosi innanzi al Savonarola,
umilmente chiedeva l’abito, che gli veniva concesso in quell’istante
medesimo.[290]
Alcuni amici proposero allora al Savonarola, che si lasciasse
calar dalle mura, per mettersi in salvo; giacchè non era facile,
entrato una volta in Palazzo, che ne uscisse più vivo. Egli sembrava
esitare alquanto ad accettare quest’unico mezzo di salvezza; quando
frà Malatesta, rivoltosi a lui, gli disse; «Non deve il pastore
metter la vita per le sue pecorelle?» Tali parole sembrarono toccar
profondamente l’animo del Savonarola, che non dette alcuna risposta;
ma, abbracciati e baciati tutti i suoi frati e, prima d’ogni altro, lo
stesso Malatesta; si arrese, senza più esitare, insieme col suo fedele
e indivisibile frà Domenico, nelle mani dei mazzieri della Signoria,
che allora appunto ritornavano.[291] Egli era già in mezzo di loro,
quando si rivolse nuovamente ai frati, dicendo: — «Fratelli miei,
rammentatevi di non dubitare. L’opera del Signore andrà sempre innanzi,
e la mia morte non farà che accelerarla.»[292] — Appena i due frati
furono discesi nei chiostri, che subito la folla si strinse intorno a
loro con grida di gioia feroce. Ed in questo momento, frà Benedetto che
sino ad ora li aveva seguiti, non potette più resistere allo strazio
del suo cuore; singhiozzando e piangendo, si spinse tra la moltitudine,
dicendo di volere andar prigione col suo maestro. Ma tutti erano ebbri
di furore, ed un’altra onda di popolo trasportò frà Girolamo e frà
Domenico nella piazza San Marco: frà Benedetto rimase tristo e desolato
nel chiostro. Egli ci racconta che si udirono, allora, grida così
terribili, da far credere ad ognuno, che il Savonarola venisse, in quel
momento stesso, ucciso.[293]
Erano le otto della sera. I mazzieri lo legarono, e la folla,
addensatasi intorno a lui, faceva come un mare tumultuoso d’elmi, di
corazze, di spade e lance illuminate dal fosco lume delle lanterne e
delle torce. Lo guardavano con volti minacciosi, gli accostavano agli
occhi le lanterne, e gridavano: «Ecco il vero lume;» gli abbronzavano
e bruciavano il viso colle fiaccole, dicendo: «Ora dà volta alla
chiavetta;» gli storcevano le dita e lo picchiavano, insultandolo col
dire: «Profetizza chi ti ha percosso.» Fu tale e tanta questa furia,
che le guardie a fatica poterono salvarlo, incrociando sopra di lui
le armi e gli scudi.[294] Gl’insulti ch’ebbe a sopportare per la via,
si possono più facilmente immaginare che descrivere; nè la efferata
moltitudine si stancò, fino a che egli non fu entrato in palazzo: anzi
aveva già messo il piede nello sportello, quando uno di loro, datogli
un calcio di dietro, diceva: «Ecco dove egli ha la profezia.»[295]
Condotti finalmente i due frati innanzi al gonfaloniere, questi domandò
se persistevano a sostenere che le loro parole venivan da Dio; ed
avendo essi risposto affermativamente, furono chiusi in due carceri
separate. Al Savonarola toccò l’Alberghettino, piccola stanza nella
torre di Palazzo, dove in altri tempi era stato prigione Cosimo de’
Medici; e quivi, per la prima volta, dopo un giorno così travagliato,
trovò un poco di riposo. Quella medesima notte, venne arrestato
suo fratello Alberto, che si trovò per caso in Firenze; ma poi fu
subito rilasciato. Il giorno appresso frà Salvestro uscì del suo
nascondiglio, e subito fu dal Sacromoro consegnato ai nemici che, sino
all’alba, aveano gozzovigliato con dilicati cibi sulla povera mensa dei
frati.[296]
Intanto, la Signoria affrettavasi d’annunziare subito a Roma, a Milano,
in Francia e ad altre corti, ciò ch’era avvenuto la sera dell’otto
febbraio; colorendo i fatti a suo modo, e secondo l’indole dei governi
a cui scriveva. Commettevano, poi, all’oratore in Roma, che impetrasse
dal papa una generale assoluzione di tutte le censure in cui si poteva
essere incorsi; tanto per aver lungamente tollerato le prediche del
Savonarola, come per aver messo le mani sopra persone ecclesiastiche:
chiedevano, inoltre, licenza di poter giudicare quei frati; e, nel
medesimo tempo, pigliavano questa occasione per sollecitare l’affare
della Decima ecclesiastica. Ognuno può immaginarsi con quanta
sollecitudine il papa rispondesse ai Signori fiorentini. Li chiamava
figliuoli veri di Santa Chiesa; concedeva ogni assoluzione, ogni
facoltà richiesta, ogni benedizione; raccomandava solo caldissimamente
che, non appena giudicati quei frati, fossero subito dati nelle sue
mani, per far loro subire la meritata pena. Quanto alla Decima ed a
tutto il resto, faceva larghe promesse. Così anche il duca di Milano
mandava, con staffette espresse, lettere di congratulazione; voleva
aiutare la repubblica; voleva sostenerla in tutti i pericoli, renderle
Pisa in pochi giorni e via discorrendo.[297]
Ma le nuove più grate ai nemici del Savonarola, venivano donde meno
erano aspettate. Le ultime lettere di Francia narravano, come il giorno
7 aprile, quel giorno medesimo in cui doveva aver luogo in Firenze
l’esperimento del fuoco, Carlo VIII di Francia era morto in Amboise.
E la sua fine fu misera, come tante volte il Savonarola aveva predetto
che sarebbe stata, per avere quel re abbandonato l’opera del Signore.
Preso a un tratto da un colpo d’apoplessia, fu menato in luogo pieno
d’ogni più schifosa bruttura;[298] e quivi il re di Francia, posato
sopra la paglia, dava l’ultimo fiato. Giammai, però, alcuna profezia
non s’era meno opportunamente verificata, e con maggior danno del
profeta stesso. Il Savonarola perdeva in Carlo il suo ultimo e più
valido sostegno; lo perdeva quando da lui solo poteva dipendere
la propria salvezza; nel momento, appunto, in cui il re sembrava
volger, di nuovo, i suoi pensieri alle cose d’Italia ed alla riforma
religiosa.[299] Ma, noi lo abbiamo già detto, ormai non bisogna più
illudersi; tutti gli eventi e tutti gli uomini si volgono a danno del
misero frate; egli non ha più nulla a sperare su questa terra.