CAPITOLO SETTIMO.

L’esperimento del fuoco.

Era venuto uno di quei momenti, in cui l’aspetto d’un popolo sembra

mutato per incanto. I seguaci del Savonarola, o erano spariti o s’erano

nascosti; tutti in Firenze sembravano suoi nemici. Messi continui

andavano e venivano da Roma e Milano; la città era gremita delle spie

del Moro, che si davano un gran da fare, e scrivevano al Duca che

d’ora in ora s’aspettava qualche gran mutamento, operato per mano

della Signoria stessa.[201] Infatti, il Berlinghieri ed il Popoleschi,

gonfaloniere, cercavano ogni modo per trovare la via a mutare la forma

del governo.

Ma ecco sorgere un singolare incidente, verso cui inaspettatamente

si volgeva tutta la pubblica attenzione. Un francescano, per nome

Francesco di Puglia, predicando la quaresima in Santa Croce, aveva

cominciato ad attaccare il Savonarola con una singolare violenza e

pertinacia. Lo chiamava eretico, scismatico, falso profeta; e non

contento di ciò, lo sfidava ad entrare nel fuoco, onde provare la

verità della sua dottrina. Simili sfide avevano avuto luogo ancora

altre volte,[202] ed il Savonarola ne aveva fatto sempre quel conto

che meritavano: credeva al disotto della sua dignità il rispondervi. Ma

il caso volle ora, che frà Domenico si tenesse personalmente sfidato;

giacchè nell’anno scorso, trovandosi egli a Prato, aveva avuto una

disputa con quel medesimo frate, circa la dottrina del Savonarola.

S’erano allora sfidati ad una pubblica discussione; ma, nel giorno

fissato, il Francescano che era stato primo ad attaccare ed ingiuriare,

se ne tornò a Firenze, colla scusa d’esservi chiamato da’ suoi

superiori: la verità era che non gli bastò l’animo di trovarsi insieme

con frà Domenico.

Questi, adesso, non appena gli fu riferita la nuova provocazione del

Francescano, pubblicò subito le tre note _Conclusioni_ del suo maestro,

dichiarandosi prontissimo a sostenerle collo esperimento del fuoco.

Nè egli era uomo da retrocedere; e quindi la cosa diveniva seria,

prima che il Savonarola avesse potuto pensare a mettervi rimedio.

Ma il Francescano già pensava a tirarsi indietro, quando vide che

frà Domenico diceva davvero: «La sua disputa» egli andava ripetendo,

«era col Savonarola, e con lui sarebbe entrato nel fuoco, sebbene

credesse di ardere; perchè voleva che morisse ancora quel seminatore

di scandali e di perversa dottrina: con frà Domenico non avea nulla

che vedere.»[203] E qui poteva aver termine questo sciagurato fatto;

giacchè il Savonarola ammonì severamente frà Domenico del soverchio

zelo;[204] ed al Francescano non parea vero di trovare un modo onde

cavarsene fuori. Ma, invece, quando sembrava che la contesa si dovesse

spegnere, venne assai più fortemente riaccesa.

I Compagnacci avevano tenuto una delle loro solite cene. Quivi,

in abito di raso, fra gli spumanti bicchieri e le molte vivande,

decisero di fare ogni opera perchè l’esperimento avesse effetto. «Se

il Savonarola entra nel fuoco,» essi dicevano, «brucerà certamente; se

non entra, perderà il credito de’ suoi seguaci, e noi avremo occasione

di far nascere tumulto e nel tumulto impadronirci della sua persona.»

Fra di loro v’era chi pensava di poterlo uccidere.[205] Andarono quindi

alla Signoria, e la trovarono prontissima, non solo a secondare, ma

anche a dirigere quelle vergognose trame.[206] Essa fece scrivere, per

man di notaio, le Conclusioni[207] in disputa, e pubblicamente invitava

a sottoscriverle coloro che volessero sostenerle o combatterle con

l’esperimento del fuoco.

Niuna forza umana poteva allora più trattenere frà Domenico che,

infatti, andò subito a firmare. Toccava, ora, indurre il Francescano

promotore dello scandalo; ma l’impresa era difficile assai. Cominciò

a ripetere ai Signori: «Che esso non si poteva comparare con frà

Girolamo, nè per dottrina, nè per bontà; ma che pure con lui sarebbe

entrato nel fuoco, con frà Domenico, poi, non aveva che fare.»[208]

Gli assicuravano che non sarebbe entrato nel fuoco; che si trattava

solo di far bruciare qualche frate di San Marco, per poi opprimere

il Savonarola; che quando ciò non potesse riuscire, si troverebbe

piuttosto il modo di mandare a vuoto ogni cosa.[209] Queste

assicurazioni eran fatte dai Compagnacci e dalla Signoria; ma pure

non si potè ottenere altro, se non che il Francescano firmasse una

dichiarazione, nella quale diceva che sarebbe entrato pel fuoco con

frà Girolamo, se questi voleva cimentarsi; aggiungendo espressamente

che questo faceva _ad istanza e richiesta dei magnifici Signori_.[210]

Quanto a cimentarsi con frà Domenico, offeriva, invece, il suo

confratello Giuliano Rondinelli. Dopo ciò si sottoscriveva per San

Marco, ancora frà Mariano degli Ughi. Finalmente venne il Rondinelli

che, non senza molta renitenza, si lasciò persuadere; ed il 30 marzo

sottoscrisse: «che sarebbe entrato nel fuoco con frà Domenico, sebbene

credesse di ardere; ma lo faceva per salute delle anime.» Questo misero

frate era un cieco istrumento in mano all’ira dei Compagnacci ed alle

astuzie del Pugliese. Nè la Signoria si vergognava di trovarsi in

queste basse trame, le quali contaminavano la dignità del suo ufficio,

e non potevano riuscire ad altro, che a spargere sangue innocente, ed a

mettere in grave repentaglio la salute stessa della repubblica.

Non mancarono, però, coloro che francamente disapprovarono questa

condotta, nella Pratica tenuta il 30 di marzo, nella quale i più

s’accordavano con Carlo Canigiani che disse: «Cotesta essere una

faccenda di predicatori, e da trattarla piuttosto a Roma dove si

canonizzano i Santi, che in Palazzo, ove è più conveniente discorrere

della guerra e del danaro. Che se, poi, si vuole in ogni modo fare

questo esperimento; si consideri almeno se con esso si vengono a tôrre

le discordie o pur no.» — Al che aggiungeva Girolamo Rucellai: — «A me

pare che di questo fuoco si faccia troppo gran mercato: l’importanza

della cosa è che si levi via Frate e non Frate, Arrabbiato e non

Arrabbiato, e si pensi una volta alla concordia della città. Se poi si

crede con questo esperimento di poter comporre la città; vadasi pure,

non solamente nel fuoco; ma nell’acqua, nell’aria e nella terra: se

non che, s’attenda alla città e non ai frati.» — Si levò, finalmente,

a parlare Giovanni Canacci il quale, tutto commosso, e quasi con le

lacrime agli occhi, disse queste precise parole: — «Quando io sento

simile cosa, io non so se sia da desiderare la vita o la morte. E

certo, se i padri nostri, fondatori della città nostra, avessero

pensato che qui s’avesse a trattare di simile cosa, e che noi avessimo

a essere il trastullo e vituperio di tutto il mondo; per ciò si sarieno

sdegnati di far cosa alcuna. E ora la città nostra è in termine,

che già molti anni non è stata mai, e vedesi tutta in bisbiglio.

Perchè io pregherei le SS. VV., che dovessino a ogni modo trarre di

tale miseria questo popolo, o per via di fuoco, d’acqua, d’aria, o

in ogni altro modo. Di nuovo io pregherei le SS. VV., che ponghino

fine a questa cosa, e che non abbia a seguire miseria o danno di

questa città.»[211] Perfino il Vespucci disapprovò questa volta assai

gravemente la condotta dei Signori, rimproverandoli perchè non vedevano

che queste «erano mene di gente prava e adultera, per dar libero campo

ai cattivi.»[212] Un linguaggio così franco ed insolito manifestava,

abbastanza, in quale esaltamento fosse venuta la Pratica, e quanto gli

uomini gravi fossero indegnati contro il procedere della Signoria.

In questo modo l’esperimento era divenuto inevitabile: il Papa, gli

Arrabbiati e la Signoria stessa lo avevano assolutamente voluto. Quanto

al Savonarola, egli era sdegnatissimo contro i suoi avversari che

coprivano lo spirito di parte sotto le apparenze di zelo religioso;

era persuaso che ai frati Minori non sarebbe bastato l’animo di

reggere all’esperimento, perchè sapeva che essi obbedivano solo alle

istigazioni degli Arrabbiati. Per tutte queste ragioni s’adoperava

in ogni modo, acciò l’esperimento non avesse luogo; ma, nel fondo del

suo cuore, pensava che, ove si venisse davvero al cimento, l’esito non

poteva esserne dubbio. Se frà Domenico, così egli ragionava nel suo più

intimo segreto, si spinge oltre con tanto ardire, certo è veramente

ispirato da Dio. Secondo le idee del Savonarola, non era strano e

neppure difficile che il Signore volesse, per mezzo d’un miracolo,

confondere gli Arrabbiati, e provare la verità della sua dottrina.[213]

Più volte il popolo aveva dalla sua bocca udito che, un giorno, le

sue parole sarebbero state confermate da segni soprannaturali:[214]

il momento sembrava che fosse giunto, e tutti erano, perciò,

freneticamente ansiosi di vedere l’esperimento. Gli stessi Piagnoni lo

voleano più degli altri, perchè desideravano e credevano che, in sul

fatto, il loro maestro non avrebbe potuto trattenersi d’entrare nel

fuoco, ed avrebbe operato il miracolo.

In questo modo, a Firenze non si ragionava d’altro;[215] ed il

Savonarola, mentre che disapprovava e combatteva questo esperimento,

si compiaceva con se stesso dell’ardore che frà Domenico vi poneva,

e del vedere che tutto concorreva fatalmente a renderlo necessario.

A tutto ciò si aggiunsero ancora alcune visioni di frà Salvestro che

disse di aver veduto gli angeli di frà Girolamo e fra Domenico, i quali

lo accertarono che questi sarebbe uscito adatto illeso dal fuoco.[216]

E noi sappiamo che gran fede il Savonarola prestasse alle visioni

del suo compagno. Le cose giunsero, finalmente, a tale, che tutti i

frati di San Marco e del convento di Fiesole, si offrirono d’entrare

nel fuoco; ed il Savonarola, spinto così da ogni lato, mandò le loro

sottoscrizioni alla Signoria, dichiarando che avrebbe scelto uno dei

suoi, per ogni frate Minore che si fosse presentato; e che, se mai

l’esperimento avesse luogo, egli era certo che sarebbe riuscito in

favore de’ suoi seguaci.[217]

Il primo d’aprile fece in San Marco un breve discorso, interrotto

continuamente dalle grida del popolo che si offriva d’entrare nel

fuoco; ed in esso diceva di «aver troppo grande opera alle mani, per

scendere a perdersi in queste miserabili contese. Se i nostri avversari

vogliono obbligarsi pubblicamente a rimettere in questo esperimento la

decisione della nostra causa e della riforma della Chiesa; allora io

non esiterò punto ad entrare nel fuoco, e sarei certissimo di uscirne

illeso. Ma se vogliono che il fuoco provi la validità della scomunica;

rispondano, invece, alle ragioni da noi allegate. Voglion, forse,

col fuoco combattere le nostre profezie? Ma noi non obblighiamo nè

esortiamo alcuno a credere più di quello che si senta disposto. Noi

esortiamo, invece, gli uomini a vivere rettamente; e per questo ci

vuole il fuoco della carità, il miracolo della fede: tutto il resto non

vale a nulla.»

«I nostri avversari, promotori di questa cosa, dicono che sanno di

morire; onde si confessano omicidi di loro stessi. Noi, invece, veniamo

provocati e costretti ad accettare; perchè l’onore di Dio e della fede

v’è stato compromesso. Coloro che veramente si sentiranno ispirati dal

Signore, certo usciranno illesi dalle fiamme, se l’esperimento avrà

luogo, di che ancora non siamo sicuri. Quanto a me, io mi serbo ad

opera maggiore, per la quale sarò sempre prontissimo a dare la vita.

Verrà tempo in cui il Signore manifesterà segni soprannaturali; ma ciò

non deve esser, certamente, ad arbitrio e volontà di ognuno. Per ora,

basti il vedere che, mandando qualcuno dei nostri, noi ci esporremmo

ugualmente all’ira del popolo, ove il Signore non li facesse uscire

illesi dalle fiamme.»[218]

Intanto, d’ora in ora, sembrava che l’esperimento divenisse più

necessario; e l’entusiasmo di frà Domenico[219] cominciava a persuadere

i più diffidenti, non che il Savonarola stesso, ch’egli fosse

veramente eletto da Dio a quest’opera. Gli animi s’erano, quindi,

incredibilmente riscaldati: Piagnoni ed Arrabbiati, per diversi fini,

attendevano con uguale ansietà il giorno dell’esperimento; uomini,

donne, fanciulli si andavano ad offerire; e se molti lo facevano per

vana mostra, altri certo vi andavano sinceramente. Il due di aprile

vollero sottoscriversi, per S. Marco, frà Malatesta Sacramoro, e frà

Roberto Salviati, dicendo che si sentivano anch’essi chiamati da Dio a

quest’opera. Ed allora, per maggiore pubblicità, fu di nuovo dato alle

stampe il contratto, con tutte le firme delle due parti.[220] I Dieci,

che sempre erano stati amici del Savonarola, mandavano a Roma minuto ed

esatto ragguaglio di quanto accadeva; acclusero ancora due lettere dei

frati di San Marco, nelle quali si esponevano le ragioni per cui s’era

accettato l’esperimento.[221]

Il giorno 6 aprile, domenica delle palme, era destinato alla singolar

tenzone: frà Domenico e frà Giuliano Rondinelli erano i campioni,

scelti di comune accordo; San Marco era chiuso da più giorni, e i suoi

frati immersi in continua orazione. La sera del 5 si ricevette, però,

un avviso della Signoria, che rimandava l’esperimento al giorno 7.

La cagione d’una tal decisione rimase ignota: assicuravano alcuni che

la Signoria aspettasse da Roma un breve di proibizione;[222] giacchè

voleva avere un modo di potersi fermare a suo arbitrio, essendo già

spaventata d’essere andata così oltre; nè avendo pensato di trovar

tanta decisione in San Marco, e tanta paura nei frati Minori i quali

già chiedevano d’essere assicurati del come s’uscirebbe di questa

impresa.

L’indomani si faceva nuova deliberazione in Palazzo, per modificare

quella già scritta il 30 di marzo; e dicevasi: «In caso che frà

Domenico arda, frà Girolamo s’intenda, nello spazio di tre ore,

esiliato dal territorio fiorentino....»[223] E dei frati Minori neppure

una parola, per poterli, in ogni caso, mettere in salvo. Quel giorno

stesso, il Savonarola faceva un altro breve discorso, raccomandando

caldamente a tutti i fedeli fervide orazioni.

Intanto s’era giunti al 7 di aprile, ed i brevi di Roma non

arrivavano;[224] la città era impaziente di vedere il nuovo spettacolo,

che niuna ragione sembrava potesse più impedire. Tutto s’apparecchiava

per la esecuzione, ed ognuno sperava condurla al suo intendimento:

volevano i Compagnacci ed Arrabbiati trovar modo, onde ammazzare il

Frate; cercavano i frati Minori, come scampar salvi dal pericolo; e

la Signoria favoriva tutto ciò che riuscisse a danno del Savonarola.

Le due parti decisero, quindi, di venire in piazza, accompagnate da

gente armata; onde potere, in ogni caso di tumulto, provvedere alla

propria salvezza.[225] Francesco Gualterotti e Giovan Battista Ridolfi

ebbero l’incarico di provvedere al buon ordine per parte di San Marco;

Daniello Alberti e Tommaso Antinori l’ebbero pei frati Minori.[226] E

tanto il Savonarola aveva in sospetto la fede de’ suoi avversari, che

la mattina stessa mandò in Palazzo Francesco Davanzati, a pregare i

Dieci, rimastigli sempre fedeli, di ordinare la cosa in maniera, che

niuno potesse, retrocedendo, lasciar solo il compagno nelle fiamme.

Voleva, perciò, che il fuoco s’appiccasse da un lato, dall’altro

entrassero i frati, e subito dopo si riaccendesse dietro a loro.[227]

Desiderò ancora che l’esperimento avesse luogo prima del desinare, per

conservare nei suoi la mente più libera e chiara.[228]

Mentre che ogni cosa s’apparecchiava in Piazza, il Savonarola celebrò

in San Marco una messa solenne; poi fece un breve discorso al popolo

radunato, e neppure in quell’ultima ora potette nascondere la sua

diffidenza. «Io non posso accertarvi che l’esperimento avrà luogo,

perchè questa cosa non dipende da noi; ben posso dirvi che, ove si

venga al fatto, la vittoria sarà certamente nostra. O Signore, noi non

avevamo bisogno di queste prove miracolose per credere alla verità; ma

ci siamo stati provocati, e non potevamo mancare di sostenere il tuo

onore. Noi siam certi che il demonio non potrà far procedere questa

cosa a danno del tuo onore o contro la tua volontà, onde andiamo a

combattere per te; ma questi nostri avversari adorano un altro Dio, per

chè le loro opere sono troppo diverse dalle nostre. O Signore, questo

popolo non vuole altro che servirti. Vuoi tu, popolo mio, servire

Iddio?»[229] E qui, tutti ad alta voce esclamavano di sì. Allora il

Savonarola raccomandò agli uomini di fare orazione in Chiesa, mentre

che esso apparecchiava i frati per andare in Piazza; ed alle donne

raccomandava di continuare indefessamente la preghiera, sino a che

non si tornasse dall’esperimento.[230] In questo momento arrivarono

i mazzieri della Signoria, ad annunziare che ogni cosa era in

ordine;[231] e subito i frati di San Marco s’avviarono in processione.

Frate Domenico andava in mezzo ai suoi confratelli, Malatesta

Sacramoro e Francesco Salviati; vestito con un piviale di velluto rosso

fiammante, e con una lunga croce in mano, procedeva innanzi a tutti,

colla testa alta e la fronte serena. Seguiva, poi, il Savonarola,

vestito di bianco, col Sacramento in mano. Dietro a lui venivano tutti

i frati, in numero di circa 200, e con voce sonora cantavano il salmo,

_Exurgat Deus et dissipentur inimici ejus_.[232] Arrivati sulla piazza,

circa le ore 18,[233] ne trovarono gli sbocchi asserragliati e guardati

da gente armata. Passarono, quindi, a due a due; e non appena entrarono

fra la moltitudine, questa accompagnò il loro canto con tal voce che,

quasi, ne tremò la terra.[234] La folla era innumerevole; pareva che

tutta la città si fosse raccolta nella piazza e negli edifizi intorno:

erano gremite le finestre, le terrazze, i tetti; i più agili stavano

attaccati alle inferriate, abbracciati alle colonne, alle statue;

alcuni pendevano arrampicati alle mura, e in tal posizione aspettavano

dal mattino.

La loggia de’ Lanzi era, con un tavolato, divisa in due parti; in

quella più lontana dal Palazzo, stavano i frati Domenicani; nell’altra,

che aveva nel mezzo un piccolo altare, vennero i Minori.[235] Frà

Domenico, posato il Sacramento sull’altare, vi s’inginocchiò dinanzi,

e si mise in profonda orazione: i suoi compagni stavano silenziosi

intorno a lui. Avanti alla loggia venne a disporsi una guardia di 300

fanti, comandati da Marcuccio Salviati, gente valorosa e fedelissima

al convento di San Marco. Ma sotto il tetto dei Pisani stavano armati

500 Compagnacci, comandati da Doffo Spini; ed altri 500 fanti della

Signoria, comandati da Giovacchino della Vecchia, stavano innanzi

al Palazzo; oltre alle guardie che, secondo il costume, tenevano gli

sbocchi delle vie.[236] Questi mille uomini, padroni così della Piazza,

erano tutti prontissimi ad offesa del Savonarola; ed egli con animo

sereno, contemplava il pericolo in cui si trovava, e guardava il palco

già apparecchiato. Distendevasi quel singolare apparecchio, per la

lunghezza di 40 braccia, dal Marzocco verso il tetto dei Pisani.[237]

La sua base, larga 5 braccia, alta 2 e mezzo, era coperta di terra e

mattoni: sopra di essi furon disposte cataste di legno, con polvere da

sparo, olio e materie resinose; lasciando nel mezzo un passaggio libero

a due campioni, per la larghezza d’un braccio.[238] Non mancava altro,

se non che venissero i due Frati e s’accendesse il fuoco.

Sino ad ora, il Savonarola aveva temporeggiato e tentato d’impedire

che l’esperimento avesse luogo; i frati Minori lo avevano, invece,

sollecitato e provocato; ma innanzi al palco già pronto, le parti si

mutarono. Il Savonarola, eccitato dalla moltitudine spettatrice, dal

canto solenne de’ suoi frati, dall’entusiasmo sublime veramente di frà

Domenico, che, dopo essersi profondato nella orazione, era divenuto

impazientissimo di entrare nelle fiamme;[239] il Savonarola s’era

egli stesso persuaso che il Signore aiutava il suo discepolo, e quindi

voleva ormai togliere ogni indugio. Ma nè Francesco di Puglia che aveva

provocato l’esperimento, nè Girolamo Rondinelli che doveva sostenerlo,

erano ancora comparsi sotto la loggia: se ne stavano, invece, in

Palazzo a segreto colloquio colla Signoria. Ed i Signori, in luogo di

scendere sulla ringhiera, per assistere ad uno spettacolo tanto solenne

che, fra pochi minuti, doveva aver luogo; discutevano continuamente

fra loro: pareva non sapessero più a qual partito appigliarsi.[240] Ed

a tanto potè giungere l’impudenza che, mentre non s’aspettava altro

che la venuta del frate Minore e l’ordine della Signoria, essa mandò

ad interrogare i Domenicani perchè non davano principio. A questo,

fra Domenico fremeva, ed il Savonarola faceva dire: che, ormai,

s’affrettassero una volta; non tenessero più il popolo a disagio![241]

Allora i Minori, vedendosi a mal partito, cominciarono a metter fuori

mille pretesti. Innanzi tutto, per mezzo di Piero degli Alberti che

era proposto all’esperimento e nemicissimo del Savonarola, fecero

dire che il piviale rosso di frà Domenico poteva essere incantato dal

Savonarola; onde volevano che se ne spogliasse. Frà Domenico ed il

Savonarola risposero, che s’era sottoscritto un contratto, per evitare

ogni disputa; che essi non credevano agl’incantesimi, e davano ai

loro avversari ogni facoltà di valersene. Ma, pure, tante furono le

insistenze, che frà Domenico cedette e si tolse il piviale. I Minori

affacciarono nuove pretensioni: dicevano che l’abito stesso poteva

essere incantato; e fra Domenico, cedendo anche a questo, si mostrò

pronto a mutarlo con una qualunque delle vesti de’ suoi compagni. Fu,

quindi, menato in Palazzo; e, spogliato di tutto, venne rivestito cogli

abiti del domenicano Alessandro Strozzi.[242] Ritornato in Piazza, gli

vollero impedire che stesse vicino al Savonarola, per timore che questi

non lo incantasse di nuovo; e frà Domenico fu contento di restare

in mezzo ai frati Minori.[243] Quel giorno la sua pazienza fu grande

quanto il suo coraggio: la grandissima brama d’entrare nel fuoco lo

faceva piegare a tutto, onde poter venire più presto al cimento.

Ma il campione della parte avversa se ne stava insieme col Pugliese,

sempre in Palazzo, ed ancora non compariva.[244] Il Savonarola già ne

diveniva impaziente; e ciò che sempre più lo metteva in sospetto, era

il continuo discorrere di cittadini coi frati Minori che, in ogni cosa,

venivano favoriti. Quelli che erano stati proposti all’esperimento,

prendevan sempre le loro parti e li scusavano di tutto; onde, per

mettere finalmente un termine a queste incertezze, il Savonarola mandò

a far sollecitudine in Palazzo. Ma allora appunto, i due frati Minori

chiesero ed ottennero un altro segreto colloquio coi Signori. Quel che

si dicessero non sappiamo; ma è certo che d’ora in ora diveniva più

chiaro, questo esperimento non essere altro che una trama abilmente

ordita contro al Savonarola ed ai frati di San Marco.[245]

In quel punto s’era cominciata ad esaurire la tolleranza della

moltitudine, che da tante ore si trovava nella piazza: la più parte

eran digiuni sin dal mattino, e quasi furiosi, per la impazienza del

vano attendere. Già, per ogni dove, si levava un cupo mormorio cui

succedevano grida sediziose; e gli Arrabbiati, che sin dal mattino

attendevano quel momento, cercarono subito di profittarne. Un tal

Bravo, loro staffiere, riuscì a levare il romore; ed in un momento la

Piazza fu piena di tumulto.[246] Gli sbocchi delle vie, essendo chiusi,

la gente si trovò circondata e ristretta; onde cominciò a correre verso

il Palazzo. Qui pare che, secondo l’accordo, dovessero gli Arrabbiati

impadronirsi della persona del Frate, e finirlo colle proprie mani.

Il colpo fu tentato; ma il Salviati ristrinse la sua gente innanzi

alla loggia e, segnata in terra una linea colla sua spada, esclamava:

«Chiunque passerà questa linea, vedrà cosa possano le armi di Marcuccio

Salviati;» e lo disse con tal voce, che niuno ebbe animo di farsi

innanzi.[247] Nello stesso tempo avveniva che i soldati forestieri

della Signoria, non sapendo che si fosse quel subito tumulto, e

vedendo la gente correre verso il Palazzo, la respinsero indietro

gagliardamente.[248]

Ogni cosa era, in tal modo, ritornata nella calma; la moltitudine

rassicurata si trovava con maggiore desiderio di vedere l’esperimento,

e la Signoria impicciata più di prima. Qui sopravvenne una pioggia

dirottissima, con tuoni e lampi; sicchè pareva che si dovesse por

termine alla cosa: ma il popolo era tanto avido dell’atteso spettacolo,

che restò immobile, e la pioggia venuta ad un tratto, cessava del

pari improvvisamente; onde tutto restava nella medesima incertezza

di prima. Ed ancora il frate Minore non compariva; ma, invece, i suoi

compagni ripigliavano a far nuove obbiezioni. Chiesero che fra Domenico

lasciasse il crocifisso che aveva fra le mani, ed egli subito lo

lasciò, dicendo che voleva entrare nel fuoco col Sacramento. Ma qui,

nuova e più accanita disputa, dicendo i Minori che egli così voleva

bruciare l’ostia consacrata. Allora frà Domenico cominciò a perdere

la pazienza; e volle tener fermo, sostenendo insieme col Savonarola,

come in ogni caso non sarebbero bruciati che gli accidenti, rimanendo

sempre intatta la sostanza del Sacramento; e citavano l’autorità di

molti dottori.[249] Gli avversari, vedendo come per la prima volta

trovavano un poco di resistenza, attaccarono più forte la disputa

contro al Savonarola, non sapendo ormai come fare a prender tempo. E

mentre che essi disputavano, la Signoria profittandone, mandò ordine

che l’esperimento non dovesse più aver luogo.[250]

L’indegnazione che si manifestò, allora, nel popolo non è descrivibile;

e, siccome niuno sapeva contro cui dovesse rivolgersi, così i più

accusavano il Savonarola: ed i Piagnoni stessi andavano dicendo, che

egli avrebbe dovuto entrar solo nel fuoco, per dar finalmente una prova

indisputabile della sua soprannaturale potenza. Gli Arrabbiati e la

Signoria spargevano per tutto, che oramai s’era scoperta l’impostura

del Savonarola, che egli aveva avuto paura d’entrare nel fuoco, e

simili menzogne; i frati Minori andavano impudentemente cantando

vittoria, mentre il loro campione s’era nascosto in Palazzo, e non gli

era bastato l’animo neppure di guardare il palco apparecchiato.[251]

Così tutta la città fu piena di voci contro al Savonarola e contro

San Marco. Ed, infatti, a gran fatica poterono i Domenicani tornar

salvi al convento, scortati dalle genti di Marcuccio Salviati il

quale, con un pugno dei suoi più valorosi, si strinse intorno a frà

Girolamo e frà Domenico; e li difese coraggiosamente, colla spada

in mano, dagl’insulti d’una efferata moltitudine che era aizzata dai

Compagnacci.[252]

Entrato finalmente in Chiesa, il Savonarola trovò le donne che erano

ancora in orazione; salì sul pergamo e fece un breve racconto di tutto

l’accaduto, mentre in piazza echeggiavano ancora le grida furibonde

della moltitudine.[253] Licenziato poi l’uditorio, si chiuse nella sua

cella, con l’animo travagliato da un dolore che la penna nè la parola

umana non potrebbero mai descrivere.

I frati Minori, invece, trionfavano; e la Signoria assegnò loro la

pensione annua di 60 lire, per venti anni, _in remunerazione dei

servigi prestati_.[254] Però, quando essi mandarono la prima volta

a riscuoterla, il Camarlingo del Monte fu così indegnato della loro

viltà, che, nell’atto di consegnare il danaro, disse: «Ecco, prendete

il prezzo del sangue tradito!» Da Roma vennero subito due brevi, in

data del 12 aprile; uno ai frati Minori, in cui si lodava «il santo

zelo e la carità evangelica dimostrata nel fare opera, di cui il Santo

Padre avrebbe serbata eterna memoria.» Nell’altro breve, indirizzato

a frate Francesco di Puglia, il papa si congratulava caldissimamente

con esso lui, in nome proprio e di tutti i cardinali, incitandolo

«a perseverare in opera tanto buona e tanto pia, sino alla totale

distruzione del male.»[255]

La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 2 (of 2) · 第 13 / 142 题