Colloquio dell’ambasciatore fiorentino col papa; nuovi Brevi e minacce;
al Savonarola è inibito di predicare. Suo ultimo quaresimale e suo
addio al popolo; sua lettera al papa e sue lettere ai principi.
La lettera che la Signoria aveva scritta in difesa del Savonarola,
giunse a Roma la sera del 6 marzo; cd il giorno seguente i due
ambasciatori fiorentini, Domenico Bonsi ed Alessandro Braccio, la
recarono al papa che, fattala leggere dal suo segretario, ne sembrò
molto adirato. «I vostri Signori,» egli disse, «mi hanno scritto una
trista lettera. Io non sono male informato, perchè ho letto le prediche
del vostro Frate e parlato con chi le ha udite. Egli ardisce dire che
il papa è un ferro rotto, che è eretico chi crede alla scomunica, e che
egli, piuttostochè chiederne assoluzione, vorrebbe andare all’inferno.»
E qui il santo Padre, riscaldandosi sempre più nel discorso, si doleva
che i Signori lasciassero liberamente predicare il Frate; diceva che
neppure il suo ritirarsi in San Marco era proceduto per loro ordine;
aggiungendo come egli voleva che la predica in ogni modo cessasse.
Minacciava, quindi, di porre l’interdetto sopra tutta la città, con
tali parole che gli oratori, dopo aver riferito ai Dieci il colloquio
avuto, conchiudevano: «Noi tocchiamo con mano, che così seguirà
veramente, senza riguardo alcuno.» S’erano adoperati a difendere il
carattere e la dottrina del Savonarola; ma il papa li lasciò prima
parlare, poi replicò: «che egli non lo condannava della buona dottrina;
ma sì bene perchè, essendo scomunicato, non chiedeva l’assoluzione, con
evidente dispregio della Santa Sede.»
Finito questo colloquio, i due oratori si partirono; ed il Santo
Padre s’abbandonò, in presenza di molti vescovi e cardinali, a tutto
il suo furore spagnuolo, minacciando ogni rovina alla Repubblica
ed al Frate; per il che molti degli astanti andarono al Bonsi, e lo
pregarono che volesse persuadere ai Signori la necessità di prendere
un qualche provvedimento, ed in ogni modo, impedire la predica, se
volevano evitare qualche grave danno alla repubblica. Piero de’ Medici,
infatti, andava facendo larghissime promesse ed offerte, pel caso che
lo restaurassero in Firenze; ed il papa non solo era deciso a porre
l’interdetto sulla città; ma voleva anche, sotto pena di scomunica,
impedire a tutti i cristiani d’avere alcun rapporto coi mercatanti
fiorentini. In tale e tanto disfavore si trovavano, poi, a Roma le cose
di Firenze, che gli oratori scrivevano d’essere, perfino, in pericolo
della propria vita. Il Bonsi stesso aveva ricevuto una ferita, di
cui non si potè sapere altro, se non che il supposto autore otteneva
favore in corte e sembrava sicario de’ Medici. Il medesimo oratore
ragguagliava di tutto ciò i Dieci, in una lettera del 7 marzo;[177]
ed il 9 dello stesso mese scriveva ai Signori,[178] accludendo un
ultimo breve del papa, assai più minaccioso e terribile del solito.
«Noi non avremmo giammai pensato,» esso diceva, «che la vostra audacia
vi facesse insorgere a contendere con noi circa le cose di frate
Girolamo Savonarola; quasi foste a disputare una lite, e non fosse,
invece, vostro dovere di dare a Cesare quel che è di Cesare, ed a
Dio quel che è di Dio. Ormai però, è necessario di metter termine
a queste lettere e Brevi che moltiplicano all’infinito. Sappiate,
adunque, e tenete per certo che cotesto Fra Girolamo è scomunicato,
non per alcuna istigazione o per false informazioni; ma per la sua
disobbedienza al nostro comando, di unirsi alla nuova congregazione
Tosco-Romana.[179] Noi non lo condanniamo delle sue buone opere; ma
vogliamo che venga a chieder perdono della sua petulante superbia,
e volentieri glielo concederemo, quando si sarà umiliato ai nostri
piedi. La vostra condotta, però, ci ha gravemente indegnati; e non
saremo per fermarci mai, fino a che non venga riparato l’onore e la
dignità della Santa Sede, che cotesto vermiciattolo ha potuto, col
vostro aiuto, offendere.[180] Prendete, adunque, maturo consiglio sopra
i casi vostri; giacchè, siccome voi sarete pronti alla obbedienza,
così ci piegheremo a concedervi quelle cose che ci avete chiesto
pel materiale interesse della vostra repubblica.[181] In ogni modo,
non vogliate rispondere con altre lettere, ma solo coi fatti; perchè
noi siamo fermissimamente decisi a non tollerare più oltre la vostra
disobbedienza; e porremo l’interdetto sopra tutta la città, per farlo
durare fino a tanto, che voi continuerete a prestar favore a cotesto
vostro mostruoso idolo.»[182]
L’arrivo d’un tal Breve decise la Signoria a raccogliere una Pratica;
ed il 14 marzo furono chiamati a radunarsi; insieme coi magistrati,
25 cittadini per ogni quartiere. I quali, dopo molto discutere, non
seppero deliberare nulla; onde si radunarono di nuovo il 17 dello
stesso mese. Quel giorno era stato scelto come Proposto Giovanni
Berlinghieri, nemico audacissimo del Frate; ed esso, unendosi col
Gonfaloniere Pietro Popoleschi, potè riuscire a far deliberare, che
s’inibisse affatto la predica al Savonarola, malgrado la volontà
avversa di molti altri.[183] Subito ne fu mandato avviso a Roma, ed
immantinente vennero lietissime lettere del papa che lodava a cielo
la Signoria, faceva grandi promesse, e raccomandava caldissimamente
di non concedere ad alcun altro frate di S. Marco il permesso di
predicare.[184]
Il giorno stesso in cui si tenne la Pratica, il Savonarola aveva
predicato alle donne. La sua predica era stata piena d’affetto, e
quasi un cantico di lode al Signore; v’era una grande poesia ed una
grandissima desolazione. «Signore, noi non ti domandiamo tranquillità,
non che cessi la tribolazione; domandiamo spirito, domandiamo amore;
dacci fortezza e dacci la grazia per resistere alle avversità; noi
vorremmo che fusse fatto il tuo amore sulla terra. Tu vedi che i
cattivi diventano sempre peggiori e più incorreggibili; stendi,
adunque, la tua potenza e la tua mano: a me non resta altro che
piangere.» Quella sera stessa ricevette l’ordine di non più predicare,
e l’indomani, terza Domenica di quaresima, fece il suo ultimo sermone,
in cui prese commiato dal popolo.
Incominciava con un discorso tutto scolastico sulle cause prime e sulle
cause seconde; diceva che in mancanza delle cause seconde, bisogna
ricorrere alle prime, e poi veniva all’applicazione del principio.
«Così nella Chiesa, il fedele si deve rivolgere dapprima al suo parroco
o confessore; mancando questi, al vescovo, al papa; e, finalmente,
quando tutta la potestà ecclesiastica è corrotta, bisogna rivolgersi a
Cristo che è la causa prima, e dire: Tu sei il mio confessore, vescovo
e papa; provvedi alla Chiesa che rovina; incomincia la tua vendetta.
— O Frate! tu debiliti la potestà ecclesiastica. — Questo non è vero;
io mi sono sempre sottoposto e mi sottopongo anche ora alla correzione
della romana Chiesa; non la debilito punto, anzi l’aumento. Ma io
non voglio stare sotto la potestà infernale; ed ogni potestà che va
contro al bene, non è da Dio, ma dal diavolo.[185]» Volgeva, quindi, il
discorso a dire delle grandi difficoltà incontrate nel predicare la sua
dottrina, della fiera lotta che aveva sostenuta, e dell’irresistibile
impulso che ve lo avea trascinato.
«Qualche volta, quando io sono sceso dal pergamo, ho fatto pensiero
e detto: io non voglio più parlare nè predicare di queste cose; ma
voglio starmene e lasciar fare a Dio. E pure, come io sono poi salito
quassù, non ho potuto contenermi, non ho potuto fare altro. Il parlare
del Signore mi si è fatto, in questo luogo, come un fuoco estenuante,
rinchiuso nelle ossa mie e nel cuor mio; e non ho potuto contenerlo
e non posso fare che io non parli, perchè io mi sento tutto ardere,
mi sento tutto infiammato dallo Spirito del Signore. Ma, poi, quando
io son giuso, dico da me: io non voglio più parlare di quelle cose. E
_tamen_, come io son montato quassù, non si può frenare questa lingua,
non si posson tenere queste parole. O Signor mio, o Spirito, tu non
hai paura di persona del mondo; tu non guardi in faccia di uomo e sia
chi ei si voglia; tu dici la verità a ciascheduno. O Spirito, tu vai
eccitando persecuzioni e tribolazioni contro di te; tu vai commovendo
le onde del mare come fa il vento tu vai eccitando le tempeste.....»
«Io dico: deh! resta; ma egli risponde che non si può fare altrimenti.
Lasciamo, dunque, fare al Signore; egli è il maestro che adopera lo
strumento al suo fine, e quando non ne ha più bisogno, lo getta via,
come fece di Geremia che fu lapidato: e così sarà anche di noi, quando
saremo adoperati. Orsù noi siamo contenti: faccia pure il Signore, chè
quanto più male sarà quaggiù, tanto sarà maggior corona in cielo.»
Finalmente il Savonarola annunziava l’ordine ricevuto, e prendeva
commiato dal suo uditorio: «Ieri a tre ore di notte, venne qui
ambasceria da parte di chi regge, e disse che mi pregavano, per
più rispetti, di non predicare. Io risposi: — Venite voi da’ vostri
Signori? — Sì. — Ed anche io debbo consultare il mio Signore: domani
vi darò la risposta. — Adesso rispondo quassù, che il Signore vi ha
esauditi e non esauditi: esauditi quanto al farmi astenere dalla
predica, non esauditi quanto alla vostra salute. Male nuove son
per Firenze, sventure le cadranno sopra. Voi temete l’interdetto;
ma il Signore saprà mandarne uno che farà perdere ai cattivi la
vita e la roba. Noi faremo colle orazioni ciò che non possiamo
fare colla predica; lo stesso raccomandiamo ai buoni. O Signore,
io te li raccomando, e li prego di non indugiare più oltre le tue
promesse.»[186]
Così il giorno 18 marzo dell’anno 1498, finiva la predicazione di frate
Girolamo Savonarola, continuata in Firenze per otto anni, senza altra
interruzione che la breve gita a Bologna e qualche scorsa di pochi
giorni a Prato, Pistoia, Siena e Pisa, ove sempre andava col medesimo
oggetto di predicare. Nell’avvento e nella quaresima, egli era tutti
i giorni sul pergamo; nei mesi intermedii, vi saliva tutte le feste:
così ogni anno venivan fuori tre grossi volumi di sermoni. In tal modo,
spese la vita e consumò la salute, pel vantaggio morale, politico e
materiale di quel popolo fiorentino che ora lo condannava al silenzio.
Egli, però, non era uomo da lasciarsi prendere alla sprovvista. Fin dal
giorno in cui venne l’ultimo breve di Roma, aveva capito chiaramente
la sua condizione, preso già il suo partito; ed il 13 marzo, ne dava
lealmente avviso al papa stesso. L’indole del Savonarola era tanto
nobile e generosa che, ancora nel decidersi a muovere guerra contro
un nemico così subdolo e tenebroso, sentiva il bisogno di avvertirlo,
perchè si mettesse sulla difesa. «Beatissimo Padre,» egli diceva, «io
credetti sempre che fosse ufficio di buon cristiano difendere la fede e
raddirizzare i costumi; ma in tale opera non ebbi altro che angustie e
tribolazioni; non un solo che volesse aiutarmi. Sperai nella V. S.; ma
essa, invece, s’è voluta unire ai miei nemici, ed ha dato a feroci lupi
la potestà d’incrudelire contro di me. Nè furono, in alcun modo, udite
le ragioni che addussi; non già a scusare il peccato, ma a provare la
verità della dottrina, la mia innocenza e sottomissione alla Chiesa.
Onde non posso più sperare nella V. S.; ma debbo solo rivolgermi a
Colui, che elegge le cose deboli di questo mondo, per confondere
i forti leoni degli uomini perversi. Egli mi aiuterà a provare e
sostenere, in faccia al mondo, la santità di quest’opera, per la quale
tanto patisco; e darà la giusta pena a coloro, che mi perseguitano e
vorrebbero impedirla. In quanto a me, io non cerco gloria terrena, ma
aspetto con desiderio la morte. La V. S. non voglia ora più indugiare,
ma provveda alla sua salute.»[187]
Il Savonarola s’era deciso a fare uno sforzo supremo; per radunare il
Concilio e perorare, innanzi ad esso, la propria causa; condannare la
vita e gli abominevoli costumi d’Alessandro Borgia; dichiarare la sua
elezione nulla, perchè simoniaca. Voleva anche dimostrare ch’esso era
eretico e miscredente, onde la causa principale di tutti i mali che
laceravano la Chiesa: e sembra che a ciò fare avesse ancora documenti
occulti. A questo alludevano quelle sue frasi tante volte ripetute: un
giorno _daremo volta alla chiavetta_; grideremo: _Lazare, veni foras_,
e simili. Quel giorno, finalmente, era venuto, ed egli si decise.
Il radunare un Concilio, senza il papa o contro la sua volontà, non era
allora stimato, come lo sarebbe oggi, atto d’audace insubordinazione
e di violenza.[188] Secondo le decisioni di Costanza, il papa stesso
era tenuto a radunarlo ogni dieci anni; e nel caso che tralasciasse
di farlo, potevano i principi radunare insieme le sparse membra
della Cristianità, a rappresentare la Chiesa universale. Carlo VIII
che sempre era stato favorevole al Concilio, e che, istigato dal
Savonarola, dal cardinale di S. Piero in Vincula e da altri, s’era
molte volte trovato sul punto di prenderne l’iniziativa; volle
interrogare solennemente i dottori della Sorbonna, sopra l’autorità
ch’egli aveva di muovere un tal passo; ed essi pronunziarono, il giorno
7 gennaio 1497, un voto favorevole alla riunione del Concilio.[189]
Tutto ciò non era bastato a decidere l’animo sempre irresoluto di
quel re che rimaneva sospeso, quando più s’era condotto vicino al
punto di concludere un’impresa; ma bastava ad incoraggiare fortemente
il Savonarola ed il numero grandissimo di tutti coloro, che vedevano
nel Concilio la sola via per correggere i mali della Chiesa, ed
evitare lo scisma. E tanto più queste idee trovavano favore, in quanto
che venivano sostenute da un intero partito di cardinali, alla cui
testa si trovava quello di S. Piero in Vincola;[190] il quale era
l’eterno nemico del Borgia, da cui era stato vinto a forza di danari,
nell’ultima elezione al papato; ma sembrava che gli dovesse succedere,
in caso di morte o decadenza. Egli andava, quindi, pubblicamente
dichiarando nulla la elezione del Borgia; lo chiamava sempre marrano
ed eretico; e molte di quelle cose che aveva dette da cardinale,
confermava, quando fu papa, in una Bolla del 14 gennaio 1505.[191]
Il terreno era, dunque, apparecchiato al passo che il Savonarola
voleva fare. Egli aveva, lungamente ed invano, aspettato che il re
Carlo si decidesse; ma ora il tempo stringeva, e gl’indugi erano
pericolosi; si decise, quindi, a gettare egli medesimo il guanto,
e sfidar con ardire l’ira papale. Chiamò, dapprima, alcuni de’ suoi
più fidati amici, che avevano relazioni con ambasciatori fiorentini
all’estero; e commise loro di tenerli, in qualche modo, prevenuti di
ciò che doveva seguire. Furono, tra costoro, Simone del Nero e Domenico
Mazzinghi; il primo scrisse a suo fratello, ambasciatore in Ispagna;
l’altro all’ambasciatore di Francia, suo amicissimo. Essi esaltavano
la dottrina e la vita del Savonarola, accludevano la sua lettera al
papa, dicendola un terribile annunzio di cose che avrebbero fatto
stupire il mondo. Procedendo in questo modo, inculcavano la necessità
di persuadere i principi a radunare un Concilio, onde rimediare ai
mali della Chiesa; ed annunziavano che, forse, il Savonarola stesso
ne avrebbe scritto ai più potenti sovrani d’Europa.[192] Infatti,
queste lettere erano partite alla fine di marzo;[193] e già nei primi
di maggio, il Savonarola scriveva le sue famose _Lettere ai Principi_,
cioè ai re di Francia, Spagna, Inghilterra, Ungheria ed all’imperatore
di Germania.[194]
«Il momento della vendetta è giunto,» così egli diceva, «il Signore
vuol ch’io riveli nuovi segreti, e che sia manifestato al mondo il
pericolo in cui versa la navicella di Pietro, a cagione della vostra
lunga negligenza. La Chiesa è tutta piena d’abominazione, dal capo alle
piante; e voi, non solamente non ponete mano al rimedio, ma adorate
la cagione stessa del male che la contamina. Onde il Signore s’è
grandemente adirato, e più tempo ha lasciato la Chiesa senza pastore.»
«Io vi testifico ora _in verbo Domini_, che questo Alessandro non è
papa, nè può esser ritenuto tale; imperocchè, lasciando da parte il suo
scelleratissimo peccato della simonia, con cui ha comperato la sedia
papale, ed ogni dì, a chi più ne dà, vende i benefizi ecclesiastici,
e lasciando gli altri suoi manifesti vizi; io affermo ch’egli non è
cristiano e non crede esservi alcun Dio, il che trapassa il colmo
d’ogni infedeltà.» Con questo preambolo, il Savonarola invitava
tutti i principi cristiani che, al più presto possibile, radunassero
il concilio in luogo _atto e libero_. Egli s’obbligava, dal suo
lato, a dimostrare tutto ciò che diceva; nè solamente con ragioni,
ma prometteva ancora che Iddio ne avrebbe, con miracolosi segni,
dimostrato la verità. A ciascuno dei principi aggiungeva, poi, alcune
parole adatte a muovere più particolarmente la sua indole. Così, al
vano imperator Massimiliano rammentava la maestà dell’Imperio, di
cui niuna cosa più degna poteva immaginarsi, che soccorrere la Chiesa
pericolante. A Ferdinando ed Isabella di Spagna diceva: «A che valgono
le vostre vittorie contro gl’infedeli? Voi edificate al di fuori; ma il
fondamento della Chiesa stessa è scompaginato, e l’edifizio rovina di
dentro.» Rammentava al re Carlo le cose già tante volte ripetute. «Tu,
al certo, non ignori le tante occasioni di ben fare che t’ha presentato
il Signore; epperò, se abbandoni la santa impresa, la tua pena sarà
maggiore di tutti. Rammenta che già hai avuto un primo segno dell’ira
di Dio.[195] Tu che porti nome di Cristianissimo, che Dio ha eletto,
cui Dio ha dato la spada della sua vendetta, consentirai alla rovina
della Chiesa? Ignori, forse, in quali e quanti pericoli essa ora si
trovi?»[196]
Certo, sopra re Carlo il Savonarola faceva i suoi principali
assegnamenti: egli sapeva la disposizione, da quel re sempre avuta, di
raccogliere il Concilio e riformare la Chiesa; massime ora che l’animo
suo tornava alle cose d’Italia e della religione:[197] sapeva con
quanto ardore ve lo spingessero il clero francese e l’irrefrenabile
ira del cardinale di S. Piero in Vincula. Una volta dato il primo
passo, egli aveva molte ragioni, per credere che la Cristianità intera
sarebbe venuta in suo aiuto. Tutti erano stanchi delle abominazioni
di Roma: si vedeva la Francia prontissima a muovere; la Germania
fremeva; l’Inghilterra sembrava favorevole; da per ogni dove venivano
incoraggiamenti.[198]
Ma nella vita degl’individui, come nella storia dei popoli, v’ha un’ora
in cui muta affatto il corso delle cose: allora una mano occulta ed
irresistibile sembra volgere in avversità tutti gli eventi. Quest’ora,
non bisogna illudersi, è giunta nella vita del Savonarola. Le _lettere
ai principi_ eran quasi tutte ancora abbozzate;[199] ma quella al re
Carlo era già inviata a tentare il terreno più facile. Il Savonarola
aspettava con grandissima ansietà la risposta; quando ecco giungere la
nuova, come il corriere che andava in Francia, era stato svaligiato dai
sicarii del Moro, nelle cui mani era sfortunatamente venuta la lettera
stessa.[200] Con quanta fretta egli la mandasse al papa, con quanta
ira questi la leggesse, si può facilmente immaginare. Il Borgia aveva
ora nelle mani, un documento che rivelava tutta l’audacia del Frate;
i potentati d’Italia erano unanimi contro di lui; ed, in un momento,
egli si vedeva da per ogni dove minacciato. Pure, gli avvenimenti
precipitavano con sì maravigliosa rapidità, che egli ancora non aveva
potuto misurare la immensità di questi inaspettati pericoli, quando ne
sorsero dei nuovi ed assai più gravi, i quali lo colpiron come folgore.