Il Savonarola riprende le prediche nella Sessagesima. Secondo
_bruciamento delle vanità_; nuovi brevi del Papa; continua la
predicazione.
L’anno 1497 volgeva, intanto, al suo fine, e la repubblica era stanca
della lentezza, con cui procedevano le trattative col Papa. S’era
inviato a Roma messer Domenico Bonsi, come nuovo oratore; acciò,
insieme col Bracci, sollecitasse la causa del Savonarola, e conducesse
ad un qualche termine la Decima sopra i beni ecclesiastici, ed altre
cose d’importanza: ma tutto era invano. Il Santo Padre rimetteva sempre
ogni altra faccenda, sino a che non fosse assettata ed ordinata quella
del Frate, il quale egli voleva aver nelle mani, e la repubblica non
voleva nè poteva concederlo. E se i magistrati erano stanchi del vano
temporeggiare, più stanco assai ed impaziente ne era il Savonarola, cui
il lungo silenzio diveniva oggimai incomportabile. Eran più di sei mesi
che, chiuso nella sua cella, non aveva fatto altro che esporre negli
scritti la sua dottrina e difenderla da tutti i lati: aveva provata
la nullità della scomunica; dimostrato che un buon cattolico può
resistere agl’ingiusti comandi di un papa male informato e corrotto; e
finalmente egli aveva, col _Trionfo della Croce_, messo un monumento
perenne della sua fama e della sua innocenza. Niuno, oggimai, poteva
più credere che volesse dividere la Chiesa colui che sì esplicitamente
aveva riconosciuto l’autorità delle somme chiavi, e che solo protestava
contro l’osceno e inverecondo abuso ne facevano i tristi. Il papa
stesso non ardiva accusare la sua dottrina; i cardinali, dopo lungo
esame, non potevano appuntarla in nulla. La lotta del Borgia col Frate
era evidentemente una lotta politica e personale; che diveniva sempre
più scandalosa; che ogni giorno faceva trionfare il mal costume in
Firenze, ed empiva la città delle più strane dicerie: l’attendere
riusciva, perciò, vano e pericoloso.
Nel giorno di Natale, finalmente, il Savonarola ruppe ogni indugio
e celebrò le tre messe solenni; comunicò tutti i suoi religiosi ed
una gran moltitudine di secolari che era accorsa; fece, poi, una
solenne processione nella piazza di San Marco, seguito da’ suoi
frati. In questo mezzo molti amici, avendo già col consenso della
Signoria rimesso in Duomo i soliti gradini e le panche, venivano a
sollecitarlo istantemente perchè ripigliasse la predica; ed egli,
che non aveva gran bisogno d’essere sollecitato, promise di risalire
sul pergamo nella prossima domenica della Settuagesima (11 febbraio
1498). Vi si oppose l’Arcivescovo di Firenze, M. Lionardo de’ Medici
il quale, con ordine espresso, non solo proibiva severamente ad ogni
ecclesiastico di assistere alla predica; ma imponeva ai parrochi, che
insistessero presso i loro popoli, sulla gravità ed importanza della
scomunica, minacciando a chiunque andasse a udire il Savonarola, che
non sarebbe da essi ricevuto nè alla confessione nè alla comunione
nè alla sepoltura in luoghi consacrati. La Signoria, però, vi pose
subito rimedio, col partecipare al vescovo che, se fra due ore non si
dimetteva dal suo ufficio, sarebbe dichiarato ribelle.[140] E così nel
giorno stabilito, la predica incominciava senza trovare alcun ostacolo:
la novità del caso e l’audacia del Frate richiamavano un uditorio oltre
il solito numeroso.
La scomunica, l’autorità del papa, la libertà della coscienza nel
resistere ai comandi ingiusti, dovevano naturalmente essere il soggetto
principale di questi nuovi sermoni, — «O Signore, tu mi hai messo in un
mare, dove io non posso nè voglio tornare indietro. Ma io ti chiedo la
grazia di non farmi dir nulla che sia contrario alla Sacra Scrittura ed
alla Chiesa. Ora veniamo alla scomunica. Sappiate, adunque, che Iddio
governa il mondo per le cause seconde; ed il buon principe, il buono
ecclesiastico non è altro che uno strumento nella mano del Signore
a governare il popolo. Quando, però, l’agente superiore si ritrae da
lui, esso allora non è più strumento, è _ferro rotto_. Ma come, dirai
tu, m’accorgerò io se manca o no l’agente principale? Guarda se le
sue leggi e i suoi comandi sono contrari a ciò che è il principio e la
radice di tutta la sapienza, cioè a dire, il ben vivere e la carità;
e quando sono contrari, tu puoi veramente esser sicuro che esso è
_ferro rotto_, e non sei tenuto ad obbedire. Ora, dimmi un poco, che
cosa vogliono costoro che, colle false informazioni, hanno procurato
la scomunica? Ognuno lo sa: levar via il ben vivere e il buon governo,
aprire la porta ad ogni vizio. Onde, venuta la scomunica, subito s’è
messo mano a taverne, a lascivie, ad ogni vizio; ed il ben vivere è
andato per terra. Epperò io ti dico che, se siamo maledetti in terra,
siamo benedetti in cielo.
»La perfezione nostra non sta nella fede o nella legge, ma nella
carità; e solo chi ha questa, conosce ciò che è necessario alla
salute.[141] Oggi non si fanno che leggi e canoni e piati; ma gli
Apostoli non avevano tante leggi, perchè ardevano d’amore e di
carità. Tutta la teologia, tutte le leggi canoniche e civili, tutte
le cerimonie della Chiesa sono ordinate alla carità, e tutto il mondo
è stato fatto da Dio per la carità. Chi, adunque, comanda contro alla
carità, che è plenitudine della nostra legge, _anathema sit_. Se pure
lo dicesse un angelo; se lo dicessero tutti i santi e la Vergine Maria
(il che certo non è possibile), _anathema sit_. Se alcuna legge o
canone o concilio lo dicesse, _anathema sit_. E se alcun papa ha mai
detto contro a questo che ora io dico, sia escomunicato. Non dico già
che vi sia stato; ma se vi fu, esso non era istrumento del Signore,
esso era _ferro rotto_.
»Alcuni hanno paura che, sebbene questa scomunica non vale quanto
a Dio, la valga quanto alla Chiesa. A me basta non essere legato da
Cristo. O Signor mio, se io mi faccio assolvere da questa scomunica,
mandami all’inferno; io me ne farei scrupolo di peccato mortale. — Oh
Padre! e’ c’è anche dei frati che parlano di questa scomunica, e dicono
che la vale e non ci vogliono assolvere. — Volete che io v’insegni
il modo? Deh! è meglio che io mi taccia. Ma vi dirò pur questo: fate
così.» — E qui il Savonarola batteva insieme due chiavi, a significare
con quel rumore, che i danari riuscivano a tutto presso i religiosi
del suo tempo. — «Oh Padre!,» così egli continuava, «ma tu dicesti
che lasciassimo pur venire la scomunica, che la portassimo sopra una
lancia, e tu allora avresti aperto ogni cosa. — Io ti rispondo che la
non è venuta tutta;[142] e però non hai visto ogni cosa. Ma pure hai
visto, come a Roma qualcuno ha perduto il figlio;[143] ed hai visto,
che qui è morto qualcuno che anderà in inferno, e vedrete i processi
loro.[144] Ancora non sono stato costretto al miracolo; ma, a suo
tempo, il Signore allargherà la mano; ed ora tu hai già visto tanti
segni, che non v’è più bisogno di miracoli.[145] Che miracolo maggiore
del crescere di questa dottrina, fra tante contradizioni? Cittadini,
donne, bisogna mettere la vita per questa verità. Io mi volgo a te,
o Signore, tu moristi per la verità, ed io li prego che tu mi faccia
morire solo in sua difesa, a salute dei tuoi eletti e di questo
popolo.»[146]
Il giorno 15 di quel mese, fece in San Marco una lezione intorno
all’ufficio e carattere del sacerdote; ed i vizi del clero furon allora
terribilmente condannati. «Quando io penso alla vita dei sacerdoti, mi
bisogna piangere. O fratelli e figliuoli miei, piangete sopra questi
mali della Chiesa, acciò il Signore chiami a penitenza i sacerdoti;
perchè si vede che un gran flagello è sopra di loro. La chierica è
quella che mantiene ogni scelleratezza. Comincia pur da Roma: e’ si
fanno beffe di Cristo e dei Santi; son peggio che Turchi, peggio che
Mori. Non solamente non vogliono patire per Dio, ma vendono perfino i
sacramenti. Oggi vi sono sensali sopra i benefizi, e si vendono a chi
più ne dà! Credete che Gesù Cristo voglia più sopportarlo? Guai, guai
all’Italia ed a Roma! — Venite, venite, sacerdoti; venite, frati miei;
vediamo se possiamo risuscitare un poco l’amore di Dio. — Oh Padre! noi
saremo messi in prigione, noi saremo perseguitati e morti: sia pure.
Ammazzino quanto vogliono, chè non mi torranno, però, Cristo dal cuore.
Io voglio morire per il mio Dio.
»Tu sei stato a Roma, e conosci pur la vita di questi preti. Dimmi: che
ti paiono essi sostenitori della Chiesa, o signori temporali? Hanno
cortigiani, e scudieri, e cavalli, e cani; le loro case son piene
di tappeti, di sete, di profumi e di servi: párti che questa sia la
Chiesa di Dio? La loro superbia empie il mondo, e non è minore la loro
avarizia. Ogni cosa fanno per danaro, e le campane loro suonano ad
avarizia, e non chiamano che pane, danari e candele. Vanno in coro a
vespri ed offici, perchè vi corre il guadagno; non vanno ai mattutini,
perchè non v’è distribuzione. Vendono i benefizi, vendono i sacramenti,
vendono le messe dei matrimonii, vendono ogni cosa. E, poi, hanno paura
della scomunica! Non vogliono partecipare _in divinis_ con chi viene
alla predica; ma non rammentano che sono stati ad accompagnare il morto
con i frati stessi di San Marco. Dove, adunque, ne va il guadagno, la
scomunica non vale; ma dove torna loro a proposito, la vale. O Signore,
Signore, manda la tua spada!»[147]
Avanti che finisse il carnevale, fece il Savonarola altre due
prediche. Nella prima di esse, fatta la domenica della Sessagesima (18
febbraio), discorreva intorno al papa ed alla sua autorità, dicendo:
«Io presuppongo che non è uomo alcuno che non possa errare. Tu se’
pazzo a dire che il papa non possa errare: quanti papi sono stati
cattivi, che hanno errato!... Se e’ fossi vero che un papa non può mai
errare; noi dovrem, dunque, fare quel che fanno essi, e saremmo salvi?
Tu dirai: in quanto uomo, un papa può errare; ma non in quanto papa;
e io ti rispondo che il papa può errare, anche in questi processi e
sentenzie sue.[148] Va’, leggi quante costituzioni ha fatte un papa, e
un altro le ha guaste; e quante opinioni di papi, son contrarie fatte
da altri papi.» Dopo ciò, dichiarava che gli errori del papa possono
nascere o da mala volontà o da false informazioni; e, quindi, faceva la
storia di tutti i brevi venuti contro di lui, e delle contradizioni che
V’erano; il che non staremo a ripetere, per averlo altrove minutamente
raccontato.
«Ma perchè mai a Roma si adopera tanto contro di me? Credi forse per
la religione? Non già. Essi vogliono mutare governo, vogliono far
tirannia; e non si curano che vada per terra il ben vivere, il quale
sorge colla nostra dottrina, e cade con essa. Chi, adunque, combatte
questa dottrina, combatte la carità evangelica ed è veramente eretico.
Ma oggi, i predicatori sono al soldo de’ gran maestri, ed hanno
gran paura di dire la verità e contrastare a chi è sopra di loro.
Non seguiva così, quando i sacerdoti avevano dentro il vero spirito
cristiano: allora San Paolo riprendeva San Pietro, innanzi a tutti,
_quia reprehensibilis erat_.»
»Queste, adunque, son le ragioni che m’hanno impedito di scrivere a
Roma, e dire che io avevo errato. Ed a voi, che citate sempre canoni
e capitoli, rispondo che sono molti i quali li allegano, senza sapere
quel che si vogliano. Questi vostri canoni, voi li tirate e intendete a
vostro modo; e fate lecito e illecito quel che vi pare, sino al vendere
i benefizii. Ho inteso che c’è chi consiglierebbe apertamente di farlo:
ora non voglio entrare in questa disputa; ma un dì, forse, mi basterà
l’animo di mostrare che questa è una schietta eresia.»[149]
Nella domenica della Quinquagesima, il Savonarola fece l’ultima predica
di quel carnevale, trattando il medesimo soggetto, coi medesimi
argomenti. «Le leggi sono fatte per il bene; e debbono, perciò,
concordare con la ragione e con la carità. — Fàtti innanzi, prete o
frate, che t’ho preso per il braccio, e voglio provarti che tu sei
come una immagine dipinta: nulla di buono al di dentro. — Se il fine
della legge è il bene, la qualità della legge si conosce dai frutti che
porta: ove sono le buone opere, ivi è la buona legge; ove le opere son
cattive, ivi manca la buona legge. — Oh Padre! ma se tutto il mondo
ti venisse contro, che faresti tu? — Io starei saldo, perchè la mia
dottrina è la dottrina del ben vivere, e quindi viene da Dio; questa
scomunica contrasta al ben vivere, e perciò viene dal diavolo. — Oh
Padre! dicon, pure, li canoni, che quando la scomunica è ingiusta ed il
suo errore è occulto, bisogna temerla, per non far nascere scandalo.
— Questo è vero: quando tu vieni scomunicato d’un peccato del quale
sei innocente, e di cui il popolo ti crede colpevole; allora bisogna
sottomettersi, per evitare lo scandalo. Ma, quando la tua innocenza è
fatta palese agli occhi del mondo, come è il caso nostro, che scandalo
puoi allora temere? Io ti dico di più, che se tu sei scomunicato in
modo che, a volere osservare la scomunica, ti bisogna andare contro
alla carità; allora tu saresti obbligato a non osservarla. Se ti fosse
proibito, sotto pena di scomunica _latæ sententiæ_, di non soccorrere
uno che fosse in estrema necessità; io ti so dire, che non ci è allora
scomunica che tenga. Credi tu che le leggi sieno fatte per il male? Se
le sentenze ingiuste dovessero valere, un cattivo papa potria guastare
tutta la Chiesa, e bisognerebbe sottomettersi. Per me ti dico, che
queste scomuniche sono oggi a buona derrata; ed ognuno, per quattro
lire, può escomunicare chi gli piace: onde esse non valgono nulla.»
Il Savonarola conchiudeva quella predica, annunziando che, nell’ultimo
giorno di carnevale, avrebbe celebrata una messa, e data al popolo
una solenne benedizione nella piazza del convento. «Quando io sarò
col Sacramento in mano,» egli disse, «prego ognuno di voi che faccia
fervida orazione al Signore; perchè, se quest’opera non viene da
Lui, mandi un fuoco che mi assorba nell’inferno. Fate, ancora, una
simile orazione in tutti questi giorni; scrivetelo ed annunziatelo a
tutti.»[150] Era quella fede cieca e superstiziosa nel soprannaturale,
da cui il Savonarola non seppe mai liberarsi, e che minacciava sempre
d’esser causa della sua rovina. Egli era certissimo, che il Signore
avrebbe fatto qualche gran miracolo a provare la verità della sua
dottrina, quando l’ora del cimento fosse venuta. Lo diceva e ripeteva
con una ingenuità importuna, e singolarmente adatta a far nascere, ne’
suoi avversari, il desiderio di prenderlo in parola.
La solennità dell’ultimo giorno di carnevale, fu certo delle più
singolari. Dopo la messa solenne, una gran moltitudine venne comunicata
per le mani del Savonarola che, fatta una processione pel convento,
salì sopra un pergamo di legno, costruito a bella posta sulla porta
principale della Chiesa. Ivi, mentre che gli altri frati cantavano
salmi, fece alcune orazioni; si volse, quindi, a tutto il popolo
radunato nella piazza; gli rammentò di fare la convenuta orazione;
prese in mano il Sacramento e, benedicendo la moltitudine prostrata
e commossa, diceva a bassa voce: «O Signore, se io non opero con
sincerità di animo, se le mie parole non vengono da te, fulminami
in questo momento.» Nel suo volto era espresso uno straordinario
esaltamento, e si leggeva tutta la fede, con cui quelle parole venivano
pronunziate.
Dopo desinare, il popolo andò nuovamente in processione per la
città; onde raccoglier limosine e fare il secondo _bruciamento
delle vanità_. Questa volta, però, s’ebbero a soffrire ingiurie ed
insulti dai Compagnacci, i quali a chi strapparono il mantello e
levaron di mano le crocette rosse, a chi tirarono colpi con pietre o
bastoni. Arrivati, finalmente, nella piazza de’ Signori, vi trovarono
apparecchiata la piramide delle vanità, il cui valore, se bisogna
credere al Burlamacchi, superava, questa volta, quello dello scorso
carnevale. Sulla cima di essa v’era una immagine, in rilievo, di
Lucifero circondato dai sette peccati mortali. La moltitudine, radunata
intorno alla piramide, cantò il _Te Deum;_ e poi fu appiccato il fuoco
e compiuto il bruciamento, tra le grida di frenetica esultanza. La
processione volse allora il suo cammino verso la piazza del Duomo; e
quivi si fermò, per dare le limosine raccolte ai Buonuomini di San
Martino. Procedette, quindi, verso San Marco, dove piantarono il
Crocifisso in mezzo alla piazza: intorno ad esso frati e secolari,
dandosi la mano, formarono tre cerchi; e, girando, cantavano salmi e
canzoni spirituali.[151]
Così ebbe fine il carnevale dell’anno 1498, nel quale s’erano da capo
ridestate le passioni, eccitati gli animi, e c’era grande espettazione
di cose straordinarie. Le nuove prediche del Savonarola, sia per la
forza delle ragioni che adduceva, sia per la loro grande audacia, erano
accolte dal popolo con favore grandissimo e sempre crescente. Appena
finite, eran subito stampate in opuscoli separati, e correvano per
tutta Italia e fuori: «Perfino d’Alemagna,» esso diceva, «ci vengono
lettere dei nuovi seguaci, che va acquistando la nostra dottrina.»[152]
Era cominciato, per tutto, un fremito generale contro la corte di
Roma; il che metteva Alessandro Borgia in quel furore che ognuno
si può immaginare. «A Roma,» così una delle tante lettere, che si
scrivevano allora su questo soggetto, «s’è cominciato a sentire il suo
nuovo predicare e fannone gran caso. Io dubito di più serrata guerra,
e che cominceranno a venire ad arme corte: il nostro ambasciatore
che si trova colà, ne comincia avere paura.»[153] Infatti, ogni
giorno arrivavano lettere dagli oratori di Roma, e messer Domenico
Bonsi scriveva: «Io sono assalito da una moltitudine di cardinali e
prelati, i quali tutti vengono a biasimare fieramente la condotta della
Signoria, e dicono del grande sdegno del papa. Voi avete qui tanti
nemici, che soffieranno tutti abilissimamente in questo fuoco.»[154]
Ormai, nella corte di Roma, non si ragionava più d’altro che
dell’audacia di questo frate; il quale non voleva riconoscere autorità
superiore a quella di Dio e della propria coscienza; che chiamava papa
Alessandro _ferro rotto_, e ardiva dire che chi credeva alla validità
della scomunica era eretico! Queste voci risuonavano continuamente alle
orecchie del papa, il cui furore era talmente cresciuto, che minacciava
d’ora in ora dover prorompere. E fra coloro che più indefessamente
s’adoperavano ad aizzarlo, v’era quel frate Mariano da Gennazzano, che
aveva giurato di compiere la sua vendetta, ed ora vedeva avvicinarsene
il tempo. Tali e tante furono le accuse da lui mosse contro alla
dottrina del Savonarola, che finalmente ricevette dal papa commissione
di confutarla pubblicamente in sul pergamo.
Nella prima domenica di quaresima, la chiesa degli Agostiniani in Roma,
era piena d’una moltitudine insolita: innanzi al maggiore altare,
stavano seduti molti cardinali e prelati di grande autorità, venuti
tutti per assistere alla predica di frà Mariano. I fatti, però, non
risposero punto al nome che egli aveva, di grande teologo ed oratore.
Incominciò a parlare dell’autorità del pontefice, e dello Spirito Santo
che discende in lui, come negli apostoli; ma, in luogo di definire e
di confutare, fin dal principio si lasciò vincer dall’ira, e proruppe,
gridando e schiamazzando, in parole quasi oscene. «Questo è il vero
lume,» egli diceva; «non quello del Ferrarese che predica nel lume
del diavolo, e ardisce dire che il papa è ferro rotto. L’ebreone, il
ribaldone, il ladrone, che ha rubato danari, ed ha i tesori nascosti!
— O papa, o cardinali, come sopportate voi questo mostro, questa idra?
È venuta, dunque, a tale l’autorità della Chiesa, che un briacone come
questo, se l’abbia a gettar sotto i piedi, così vituperosamente? O
Collegio, o Pontefice, pigliate provvisione; voi non sapete quello che
egli si macchina; e’ dirà cose da fare oscurare il sole. Ma voi non
provvedete, ed ormai vi si può fare le fiche negli occhi; che se non
fosse per reverenzia, ve le farei.» — E nondimeno, volgendosi verso
i cardinali, fece l’atto osceno, e gridava che pareva un energumeno.
L’uditorio rimase scontentissimo d’un predicare così plateale; ed i
cardinali che si aspettavano una confutazione ragionata, non poterono
fare ammeno di non manifestare continuamente, coi cenni del capo, la
loro disapprovazione. E così il Gennazzano si trovava, anche allora,
sconfitto.[155]
In questo mezzo il Savonarola, sempre instancabile, dava alla luce
un nuovo _Trattato circa il reggimento e governo della città di
Firenze_.[156] Era stato invitato a scriverlo dalla passata Signoria:
ed egli, siccome dice nel suo proemio, accolse volentieri l’invito,
«perchè, avendo predicato la verità della fede, la semplicità
del vivere cristiano, le cose future ed il buon governo, solo per
quest’ultimo argomento non avea scritto apposito trattato.[157] Ed
ora lo faceva, credendola cosa utile al popolo, e necessaria al suo
ufficio, per sempre più dimostrare come egli predicava dottrina sana
e non contraria alla Chiesa.» La prima parte di questo breve trattato
dimostra che l’uomo, essendo libero, ha bisogno di governo, e che il
governo d’un solo è ottimo, quando il principe è buono. Questo governo,
però, non si adatta ad ogni popolo; e l’indole varia, irrequieta,
ambiziosa del popolo fiorentino richiede il governo civile, o sia la
repubblica. La seconda parte ragiona del governo d’un solo, quando
il principe è cattivo, o in altri termini della tirannide. Qui noi
troviamo la descrizione del tiranno e dei mali che esso cagiona, forse
ancora più eloquente che non fece nelle prediche, certo più corretta e
limata. Nella terza ed ultima parte, si ragiona del governo civile che
risiede tutto nel Consiglio Maggiore il quale, solamente, deve avere
la facoltà di dare gli uffici, per evitare così ad un tempo l’anarchia
popolare e la tirannide dei pochi. L’autore conclude, descrivendo la
miseria del tiranno, e le felicità che avranno, sì in terra come in
cielo, coloro che governano liberamente. Si tiene, però, sempre sui
generali; avendo il proposito di scrivere, in tempi più tranquilli, un
trattato latino più serio e ponderato. Per ora, fra tante agitazioni,
egli ragionava solamente al popolo; e questo, infatti, è tra i suoi
scritti il più noto e popolare, a cagione d’uno stile semplice,
energico ed eloquente.
E intanto il Savonarola, senza punto sgomentarsi, era di nuovo salito
sul pergamo; e, fin dal principio di quaresima, aveva incominciato
regolarmente le sue prediche. Si rallegrava del carnevale celebrato
con devozione, condannava le ingiurie fatte dai Compagnacci, discorreva
intorno al ben vivere, e poi si volgeva a ciò che era divenuto, quasi,
unico argomento de’ suoi sermoni: «O Roma! che cosa ti chiedo io?
Una Bolla per ben vivere; e questo è tutto quello che vorrei da te;
ma qui, invece, si attende a cercar Bolle che gettino per terra il
ben vivere.»[158] Egli incominciava piuttosto moderato, sperando di
procedere oltre senza nuovi ostacoli; ma il papa era assai cresciuto
nel suo furore; minacciava l’interdetto sulla città, e la confisca di
tutti i beni dei mercatanti fiorentini in Roma; voleva, anche, sotto
pena di scomunica, imporre ad ogni Stato cristiano di fare lo stesso.
Quest’impeto, però, venne in parte moderato dai più prudenti cardinali;
i quali gli fecero considerare come le cose del Savonarola avevano
talmente commosso l’animo dell’universale, che per tutto si minacciava
uno scisma nella Chiesa; come non mancava altro che un ecclesiastico di
qualche reputazione, il quale volesse divenirne capo; e questi poteva
facilmente trovarsi nel cardinale di San Piero in Vincola.[159] Tali
considerazioni sospesero, alquanto, la prima volontà del papa; e lo
decisero, invece, di mandare alla Signoria, in data del 26 febbraio,
un Breve assai minaccioso, che diceva: «Avendo noi avuto notizia
dei perniciosi errori che spargeva il figlio d’iniquità, Girolamo
Savonarola, gl’imponemmo di astenersi affatto dalla predica, e venire
a noi per fare scusa ed ammenda; ma egli non ha punto obbedito. Gli
comandammo, sotto pena di scomunica, che unisse la Congregazione di
San Marco alla nuova Congregazione Tosco-Romana; ed egli neppure volle
obbedire, incorrendo così, _ipso facto_, nella scomunica minacciata.
La quale scomunica noi facemmo pronunziare e pubblicare nelle vostre
principali chiese, dichiarando che v’incorrevano tutti coloro che
o udivano o discorrevano o trattavano col detto frate Girolamo. Ma
ora udiamo come egli, con grave danno della religione e delle anime,
continua a predicare, dispregiando l’autorità della Santa Sede, e
dicendo la scomunica non essere valida. Epperò vi comandiamo, in
virtù di santa obbedienza, che, sotto buona custodia, ci mandiate
il detto fra Girolamo il quale, se ritorna a penitenza, verrà da noi
paternamente accolto; perchè non vogliamo la morte, ma la conversione
del peccatore. O almeno separatelo, quale membro corrotto, dal resto
del popolo; e tenetelo chiuso e guardato in modo che non possa,
parlando con alcuno, seminar nuovi scandali. Ma se ricusate d’obbedire
a questi comandi; allora noi, per conservare il decoro e l’autorità
della Santa Sede, saremo costretti ricorrere all’interdetto e ad altri
rimedi, ancora più efficaci.»[160]
Un altro Breve arrivò nello stesso tempo ai canonici del Duomo, ed
ordinava che assolutamente vietassero al Savonarola il predicare nella
loro chiesa. Infatti, sin dal 2 marzo, terzo giorno di quaresima, lo
troviamo a continuare le sue prediche in San Marco, ove cominciava
col dire: «Noi vi demmo prova di coraggio, quando era necessario;
e siamo disposti a darvene altre, quando verrà il momento; ma ora
bisogna piuttosto usare moderazione.»[161] E così cercava di restare
inoffensivo.
La nuova Signoria, per marzo ed aprile, gli era intanto risultata quasi
tutta contraria: tre membri soli erano a lui favorevoli, gli altri
sei nimicissimi, fra i quali si trovava il gonfaloniere. Questi era
cugino di Piero de’ Medici, ed aveva, in origine, portato il suo stesso
nome che, nella rivoluzione del 94, aveva mutato in quello di Piero
Popoleschi. Il sangue che scorreva nelle sue vene, però, era rimasto
sempre pallesco. Non s’era unito ai Bigi; ma si dètte, invece, agli
Arrabbiati con grandissimo ardore, ed era, quindi, uno dei principali
persecutori del Savonarola. Per tutte queste ragioni, subito che i
nuovi Signori ricevettero il breve papale, pensarono di raccoglier
la pratica; onde far ricadere sopra di essa la responsabilità di
quelle decisioni che volevano prendere, e che sapevano assai odiose
all’universale. Il giorno tre di marzo, adunque, domandavano consiglio
sul come provvedere alle cose di Pisa, alla penuria grandissima di
danaro; e finalmente chiedevano che partito prendere circa al Frate,
dopo il Breve venuto da Roma: questo era veramente lo scopo per cui
erano stati radunati.
I Gonfalonieri delle compagnie, i Buoni Uomini ed altri magistrati si
tenevano sulle generali; dicevano che bisognava mitigare l’animo del
papa, facendogli comprendere come, a voler porre le mani sul Frate,
si sarebbe messo la città intera a grandissimo repentaglio. Messer
Battista Ridolfi fece, però, una lunga orazione, in nome dei Dieci di
Libertà e Pace;[162] giacchè questi avevano l’obbligo di rispondere
più particolarmente a varie domande della Signoria. Egli fece un
tristissimo quadro delle condizioni in cui versava la repubblica: «Noi
abbiamo speso» egli diceva: «ventimila ducati, e dei quindicimila al
mese che ci avete assegnati, non s’è ricevuto quasi nulla. I nemici
crescono ogni giorno; le navi venete stanno sulla bocca di Livorno;
il caro dei viveri e il disordine dei militi, c’impedirebbero di fare
qualunque movimento, quando ne venisse il bisogno. A Livorno, luogo
importantissimo pel grano, per la mercanzia e per le artiglierie,
occorrono ripari che non si fanno, per la spesa. Volterra, che avrebbe
bisogno di guardia, è tutta desolata; le colline sono abbandonate,
ed al primo moto verrebbero in mano del nemico. Così, pure, le terre
del piano. Pescia e tutta la vallata è esposta ai nemici. Dalla parte
di sopra Vagliano, luogo importante assai, conestabili, commissari e
fanti, tutti gridano danari! I Pisani scorrono già in Maremma, ed il
contagio fa il resto. Desiderano, perciò, quei miei signori che si
provveda in ogni modo, perchè ne corre tutta l’importanza dello Stato;
e di qualunque cosa potesse occorrere, se ne scusano _coram Deo_.»
Veniva finalmente il Ridolfi a discorrere del Savonarola e diceva:
«Pensano quei miei Signori, che non sia da disgustarsi col pontefice;
ma che pure si guardi all’onore di Dio e della repubblica. Che si
debba, perciò, esaminare e ponderare tutto quello che dice il papa,
e vedere se egli si rammarica giustamente, o no; se ciò che comanda
è vero e bene, o pur no. Essi non dubitano punto che nel Frate sia
buona vita e gran dottrina; nè sanno che in Firenze abbia mai partorito
male, ma sempre bene, e nello spirituale e nel temporale. Onde, se il
pontefice viene contro a questa cosa, per essere male informato; se gli
scriva subito e dichiari tutto; ma se (come essi credono) la faccenda
sta altrimenti, allora si provveda solo all’onore della città. Perchè,
in vero,» concludeva il Ridolfi, «le lettere di Milano accertano che
il papa si è mutato ad un tratto, ed è divenuto minaccioso contro
la Repubblica; non per le prediche del Frate solamente, ma ancora
per altre non buone ragioni;[163] le risposte, perciò, potrebbero
essere facili e brevi. Quei miei Signori osservano, da ultimo, che
questo Frate è popolarissimo; e rammentano che per la cacciata di fra
Bernardino, tutti capitaron male.»[164]
Le pancate dissero: «Che il Breve era assai dispiaciuto; che, cacciando
il Frate da Firenze, si poneva la città intera in grave pericolo; ma,
volendo dare al papa un qualche segno d’obbedienza, si poteva impedire
al Frate di predicare nel Duomo, tanto più che egli s’era, fin dal
giorno innanzi, ritirato in San Marco.»[165]
La Signoria dovette cedere ad un parere, espresso nella Pratica con
sì grande maggioranza di voti; e l’indomani (4 marzo), andarono a
Roma più lettere dei Dieci all’oratore con entro acclusa una dei
Signori al papa. In essa dicevano come, sin dall’arrivo dell’ultimo
breve, il Savonarola s’era, per segno di obbedienza, ritirato in San
Marco; lodavano la sua dottrina, la vita, le profezie; accusavano i
suoi nemici «i quali,» così essi dicevano, «odiano più la luce che le
tenebre, e non fanno altro che cercare causa di civili discordie.»
Concludevano finalmente: «Noi non possiamo obbedire al comando di
V. S., non solamente perchè faremmo cosa indegna verso la nostra
repubblica, ed ingiusta verso un uomo che ha sì bene meritato della
patria; ma perchè, anche volendo, non potremmo farlo, senza popolare
discordia e grave pericolo di molti: tale e tanto è il favore che s’è
conciliato questo frate, colla sua integrità. A noi duole grandemente,
che queste cose abbiano fatto rivolger da noi l’animo di S. S.,
la quale, adesso, ci toglie quelle speranze che ci aveva già date,
pel materiale vantaggio della nostra repubblica.[166] Non pertanto,
ci manterremo, quali sempre fummo, fedeli alla Chiesa ed alla fede
cattolica; questo però dichiarando, che abbiamo a cuore più la nostra
repubblica che gli altrui commodi.»[167]
In vero, non è molto facile comprendere, come una Signoria così avversa
al Savonarola, potesse scrivere tanto energicamente in suo favore.[168]
Forse, questo era il linguaggio diplomatico che essa teneva, perchè
astrettavi dalla Pratica; mentre in segreto poteva far consigliare
al papa, che pigliasse occasione a rispondere con più violenza.
Forse anche, i Dieci, stati sempre amici del Frate, o il segretario
della repubblica, contribuirono a renderla più benigna. Certo è che
la lettera andò in nome della nuova Signoria, e che il Savonarola
continuava tranquillamente le sue prediche in San Marco.
La chiesa non bastando alla moltitudine degli uditori, se ne concedeva
l’entrata solo agli uomini; le donne andarono prima in San Lorenzo;
e poi, quando i canonici non vollero più concedere l’entrata, a San
Niccolò in via del Cocomero, per udire le prediche di Fra Domenico
da Pescia. Pur tali e tante furono le istanze che fecero presso al
Savonarola, per udire la sua voce, che egli dovette destinar loro il
sabato.[169]
Durante quest’ultima quaresima, fu argomento continuo delle sue
prediche, il determinare come e quando possa errare il papa: «Dire che
il papa, come tale, non possa errare; è come dire: — il cristiano in
quanto cristiano, il religioso in quanto religioso non possono errare;
— ma come uomo erra il cristiano, il religioso ed il papa[170]...
In quanto papa, non può errare, perchè allora egli deve andar dietro
all’officio suo; quando egli erra, non è papa; e se comanda una cosa di
errore, non comanda come papa.....[171] O Frate, il papa è Dio in terra
ed è vicario di Cristo. — Ciò è vero, ma Dio e Cristo comandano che si
ami il proprio fratello e che si facci il bene: adunque, se il papa ti
comandasse una cosa contraria alla carità, e tu lo facessi; tu allora
vuoi che il papa facci più che non fa Dio....»[172] »Il papa può errare
non solo per false informazioni; ma qualche volta ancora perchè ha in
odio la carità, come fu papa Bonifacio VIII, che fu un papa cattivo,
al quale il demonio disse: io voglio che tu guasti questo ordine dei
frati predicatori....: entrò come volpe e morì come cane.».... «Ed
il nostro ordine spesso ha combattuto e resistito a papi che volevano
il male.[173] Non se ne vede oggi l’esperimento? Se io voglio uscire
della religione e far male, mi è subito fatta la Bolla e data licenza;
ma al bene non ci è luogo nessuno.[174] E ciò che tanto ha corrotto la
Chiesa, è la potestà temporale. Quando la Chiesa era povera, allora era
santa; ma quando le fu data la potestà temporale, allora andò per terra
la potestà spirituale: essa cadde nella polvere delle ricchezze e delle
cose terrene, e cominciò a sentire la sua superbia.»[175]
Questa volta il Savonarola si fece ardito, ancora, di toccare più
esplicitamente il soggetto del Concilio, sul quale era andato sempre
cautissimo, accennandolo sotto quella metafora del _dar volta alla
chiaretta_, o simili. Incominciò con una citazione latina: «_Venerunt
simul, et congregarerunt cunctos seniores filiorum Israel_.... Questo
è un bel punto; ma io lo voglio serbare ancora un pezzo, e metterlo
nella scarsella: non è ancora tempo. Solo dirò questo: — Dimmi,
Firenze, che vuol dire Concilio? Non è più a memoria degli uomini che
cosa sia concilio; che vuol dire che i vostri figliuoli non ne sanno
nulla; che vuol dire che non se ne fa più oggi? — O padre, e’ non si
può congregare. — Tu dici forse il vero; ma io non so, se tu l’intendi
come me: Concilio vuol dire congregare la Chiesa, _idest_ tutti li
buoni abbati, prelati e secolari di essa. Ma nota che non si domanda
propriamente Chiesa, se non dove è la grazia dello Spirito Santo; ed
oggi dove si trova essa? Forse solamente in qualche buono omiciattolo;
e per questa cagione tu potresti dire che non si possa fare Concilio.
Nel Concilio s’hanno a fare riformatori che riformino le cose giuste:
chi saranno questi riformatori? _Item_, nel Concilio si castigano
li cattivi cherici, si depone il vescovo che è stato simoniaco o
scismatico. Oh quanti ne sarebber deposti! Forse non ne rimarrebbe
nessuno... Ecco perchè non si può radunare questo Concilio. — Che s’ha
dunque a fare? — Pregate il Signore che si possa finalmente congregare
una volta, per favorire ed aiutare chi vuol far bene, e per combattere
i tristi.»[176]
Da queste parole si vedeva, ormai, chiaramente che il Savonarola
aspettava solo una favorevole occasione; onde arrischiarsi al tentativo
di far radunare il concilio, per poi attaccare il Borgia a visiera
levata, e riformare la Chiesa. Epperò, se quelle parole adirassero il
Santo Padre, ognuno può facilmente immaginarlo; ma fino a che segno
giungesse l’ira papale, quali e quante fossero le arti dal Borgia
adoperate, per combattere efficacemente il Frate e piegar la repubblica
ai suoi disegni; si può solo conoscerlo, seguendo la narrazione della
storia. Il dramma si va, ora, di giorno in giorno complicando; nuove
passioni e nuove trame lo affrettano precipitosamente al suo fine.