Opuscoli editi e inediti del Savonarola. _Il Trionfo della Croce_.
Dopo la morte di Bernardo del Nero e de’ suoi compagni, i Piagnoni
divennero potentissimi; ed in sei mesi seguirono, successivamente, tre
Signorie tutte popolari, che, nel reggere lo Stato, altre difficoltà
non trovarono, se non quella di provvedere alla mancanza assoluta
di danari. Ma la disputa, sempre più inasprita, del Savonarola col
Papa, era causa di continuo dolore al governo ed al popolo. Non solo
dispiaceva loro il vedere un uomo tanto benemerito della patria e
della religione, così ingiustamente trattato; ma, nel pigliare le parti
del Frate, essi mettevano sè stessi e la repubblica in un continuo e
crescente disaccordo con Roma. Ogni giorno andavano caldissime lettere
all’oratore, messer Alessandro Bracci, perchè cercasse di ottenere
l’assoluzione del Savonarola. «Noi vogliamo,» scrivevano i Signori,
«che voi picchiate, gridiate, facciate ogni possibile istanzia; e
non cessiate nè perdoniate ad alcuna fatica, tanto che questo effetto
segua.»[111]
Il Papa non dava alcuna risposta; ma, invece, aspettava tempo meglio
opportuno ai suoi disegni; ed il Savonarola, profittando della tregua,
s’era ritirato nel convento, dove con attività veramente incredibile,
davasi tutto a scrivere nuovi trattati, a pubblicare quelli già
scritti. Noi li accenneremo brevemente, per discorrere più a lungo
della sua grande opera, il _Trionfo della Croce_, che in questi giorni
appunto fu data alla luce.
Noteremo, innanzi tutto, un opuscolo di poche pagine, che chiamò
_Lamentatio Sponsæ Christi_. In esso lamenta lo scempio che i sacerdoti
del suo tempo facevano di tutto il gregge cristiano.[112] In questo
tempo pare che fosse pubblicato anche il _Trattato sopra i sette gradi
della vita spirituale di San Bonaventura_,[113] il quale, siccome
dice il titolo stesso, altro non è che un breve sunto dell’opera di
quell’antico dottore della Chiesa. Molte epistole a stampa indirizzò
ai frati di San Marco. In una, _Dello adoperarsi in carità_, dimostra
come in tutti i luoghi e in tutte le condizioni si può esercitare
la carità; epperò il vero cristiano deve dire, come il filosofo,
_omnia mea mecum porto_. In un’altra epistola, scritta quest’anno,
la vigilia dell’Assunta, si congratula della loro fermezza; ed in una
terza ragiona _Del discreto modo di fare orazione_.[114] Continuando
a crescere le richieste di lettere, che ogni giorno gli venivano da
tutte parti, egli volle mettervi un termine colla sua bella _Epistola
alle suore del terzo Ordine di San Domenico_, volgarmente chiamate
di _Annalena_. «Lo scrivere continuamente,» egli diceva, «è inutile,
quando chi legge non lo adopera. Io ho scritto già tanto che ho
abbracciato tutta la vita cristiana; onde non posso prendere di nuovo
la penna, per moltiplicare inutilmente i trattati. Il dire e ripetere
più volte le stesse cose, può giovare nelle prediche, perchè le parole
fuggono e non restano bene impresse; ma negli scritti bisogna, invece,
leggere e rileggere. Il sacro vangelo non fu scritto in carta, nè
sopra tavole di pietra; ma fu impresso nel cuore degli apostoli, e
così operò tanti miracoli. Voi, che chiedete sempre nuove esortazioni
e nuove epistole, siete di quelli che, leggendo molto e adoperando
poco, non imparano mai nulla. Valse più a Sant’Antonio l’avere udito:
va e vendi ciò che tu hai, detto ai poveri, e séguita me; che non
vale a molti gran teologi, volgere e rivolgere tutta la teologia.
Adunque, dilettissime, avendo tante opere volgari che basterebbero alla
salute di tutto il mondo; non bisogna, senza necessità, moltiplicare i
trattati e le epistole; ma, piuttosto, leggere le cose scritte e quelle
seguire colle opere.»[115]
Fra i moltissimi scritti minori del Savonarola, bisogna rammentare la
sua _Expositio di Abachuc_, operetta latina che è rimasta finora, non
solamente inedita, ma neppure esaminata, a cagione dei manoscritti
quasi indeciferabili. Noi non possiamo determinare il tempo in cui fu
scritta; ma sembra che fosse antecedente alla scomunica. Il testo del
profeta non è pel Savonarola, che una semplice occasione a parlare
della giustizia divina, ed a svolgere quei medesimi argomenti, che
tante volte abbiam veduti esposti nelle sue prediche. «La storia
del Vecchio Testamento,» egli dice, «deve persuaderci intorno alla
necessità del vicino flagello; onde noi dobbiamo colle buone opere,
con la orazione e con la Sacra Scrittura apparecchiarci a sostenerlo.
Il profeta Abacuc si lamentava col Signore delle persecuzioni
sofferte; e noi prendiamo ad esporlo, acciocchè la sua audacia sia
utile ammaestramento a promuovere la nostra umiltà. Il Signore è
perfettissimo; ma niuno può investigare i suoi giudizi, senza una
grande umiltà; epperò, anche il profeta Abacuc, per la sua audacia,
venne confuso. Egli si lamenta di vedere il trionfo dei malvagi e
l’oppressione de’ buoni; e non s’avvede come ciò segue appunto, per
punire i peccati degli uomini, per chiamare i buoni a penitenza.
Così è sempre avvenuto; così avviene oggi sotto i vostri occhi, nelle
persecuzioni che noi medesimi soffriamo. Ma, quando noi ci umiliamo
al Signore; allora subito comprendiamo che significhi questo trionfo
dei malvagi, quale sia la loro felicità.» E qui il Savonarola si
scaglia terribilmente contro le ricchezze e i beni mondani, contro
gli ecclesiastici che le cercano; e finalmente conclude che i buoni
in mezzo alle loro tribolazioni, sono assai più felici dei malvagi
che trionfano, e debbono ringraziare il Signore che li chiama a sè
col flagello. Sebbene questa operetta non abbia grande originalità,
meritava una particolar menzione; non solo perchè finora inedita, ma
ancora perchè ci dà un saggio di quei brevi trattati, che si trovano
autografi e da niuno esaminati, in principio ed in fine della sua
Bibbia postillata.[116] Qui pure dobbiamo rammentare molti abbozzi,
o appunti, o compendii assai ristretti di Sermoni inediti, che si
trovano nella Magliabechiana. Ma una parte di questi scritti inediti
sarà da noi pubblicata; di un’altra daremo più particolare notizia
nell’appendice a quest’opera.
Ora finalmente è tempo di venire a discorrere del _Trionfo della
Croce_. Il Savonarola ci dà in esso una compiuta esposizione della
dottrina cattolica, con una gran forza d’analisi, con un metodo
filosofico e nuovo, ponendo da parte quella scolastica che fino allora
aveva formato parte essenziale d’ogni opera di teologia. Invero, il
Savonarola fu nel secolo decimoquinto, il glorioso iniziatore di
quella nobile scuola che si onorò più tardi dei nomi di Bossuet e
di Leibnitz;[117] e che, poi, decadde con sì gran danno della fede
cattolica e degli studi religiosi. La scolastica, infatti, ha di nuovo
trionfato nella teologia; e quel metodo più semplice e scientifico, che
il nostro autore aveva iniziato or sono quattro secoli, con tanto onore
del suo nome, sembra oggi ancora un progresso invano desiderato!
Il Savonarola si propone in quest’opera, di ricercare ed esporre le
verità della fede, per mezzo della ragione naturale: «non perchè la
fede, dono gratuito di Dio, possa procedere dalla ragione; ma perchè
questa serve a combattere gl’infedeli, o ad aprire loro la via di
salute; ridesta i tepidi, conferma i credenti.» «Noi adunque» così
prosegue l’autore «non ci fonderemo sopra alcuna autorità; e per
tal modo procederemo, come se non si avesse a credere ad uomo del
mondo, quantunque sapiente, ma solo alla ragione naturale.»[118]
Questo linguaggio, nel secolo XV, secolo d’autorità e di servitù
intellettuale, era, come noi abbiamo già notato, un segno di
grandissimo ardire ed originalità. Ma più notevole, ancora, è il
considerare come il Savonarola sapesse rimaner sempre fedele a questa
bandiera, e condurre tutta l’opera con questi principii. «La ragione,»
egli dice, «procede dalle cose visibili alle invisibili, perchè
le nostre cognizioni incominciano dal senso che conosce solamente
l’estrinseco delle cose; l’intelletto, però, ne penetra la sostanza, e
dalla cognizione di essa si eleva alle cose invisibili ed a Dio. Or,
come i filosofi ricercano Iddio, nelle maravigliose e visibili opere
della natura; così noi vogliamo, nella Chiesa visibile, ricercare e
ritrovare la invisibile, ed il capo supremo di essa, Gesù Cristo.»[119]
«I filosofi raccolsero, come in un quadro, tutte le opere e tutti gli
esseri della creazione, per meglio vederne l’insieme e riconoscerne la
divinità. Noi vogliamo, del pari, raccogliere tutte le opere visibili
di Cristo e della sua Chiesa, in una sola immagine; acciò che in essa
più facilmente risplenda la loro divinità.» Questa immagine è quella
stessa, di cui sovente si ragiona nei Sermoni del Savonarola. Egli
descrive un mistico carro, che percorre il mondo, trionfando. Sopra
di esso è Cristo vittorioso, incoronato di spine, piagato delle sue
ferite, illuminato da una celeste luce che viene dall’alto. Nella
destra ha il vecchio e nuovo Testamento, nella sinistra la croce e gli
altri segni della passione; ai suoi piedi sono il calice, l’ostia,
tutti i simboli de’ sacramenti; quivi ancora siede la Vergine Maria
che ha presso di sè le urne colle ceneri dei martiri. Il carro è tirato
dagli Apostoli, predicatori e profeti; segue la moltitudine dei fedeli
e dei martiri; e dietro a loro gl’infedeli, i miscredenti, i nemici di
Cristo coi loro idoli prostrati, i libri arsi, gli altari abbassati.
Così questo carro cammina pel mondo, di trionfo in trionfo, abbattendo
e vincendo ogni ostacolo.[120] «Questo carro,» diceva il Savonarola,
«sarà come un nuovo mondo da cui caveremo una nuova filosofia. Ma,
siccome in tutte le scienze bisogna ammettere certi primi principii dai
quali si parte; così anche noi dobbiamo ammettere, come indisputabili,
alcuni fatti da cui dobbiamo procedere: — Che Cristo, cioè, è stato
crocifisso, adorato, ed ha convertito il mondo; che la Vergine, i
martiri, la Santa Trinità sono adorati dai Cristiani, e così via
discorrendo. Questi sono fatti che niun uomo di sano intelletto può
negare; e se alcuni scrittori pagani li tacquero; migliaia di loro li
confermarono, convertendosi.»[121]
Qui l’autore entra finalmente in materia, e con argomenti affatto
razionali, discorre l’esistenza di Dio ed i suoi attributi. Egli lo
considera come primo motore, come causa prima, e così, discorrendo
per tutti i noti argomenti della scuola, si ferma più particolarmente
a questo: «Nessuna inclinazione della natura è vana; ora siccome
tutto il genere umano ha fede e crede naturalmente nella esistenza
d’un Dio, così bisogna inferirne ch’esso veramente esista; altrimenti
noi dovremmo dire che una inclinazione della natura è vana, il che
è contrario alla esperienza universale. Nelle cose inanimate, negli
animali e, più di tutto, nell’uomo, noi troviamo sempre che in natura
nulla è vano, tutto è ordinato ad un fine.» Dopo di ciò, il Savonarola
viene agli attributi divini e dice che Dio non è corpo, non forma
di corpo, non cosa composta; ma uno, immutabile, eterno, sommo bene,
infinita potenza. E qui passa a considerare che il fine vero dell’uomo
sta nella contemplazione delle cose divine, e non può raggiungersi che
nell’altra vita; onde ne segue che l’anima debba assolutamente essere
immortale.[122]
Il secondo libro tratta di quelle cose che sovrastanno alla ragione; ma
che, pure, si conoscono con l’aiuto di essa, ammettendo, anzi pigliando
per punto di partenza le opere indispensabili e soprannaturali di
Cristo e della sua Chiesa. «Noi possiamo colla sola ragione giungere
a conoscer l’esistenza di Dio; ma non potremo giammai arrivare a
conoscere la Trinità, senza partire dagli effetti maravigliosi
e soprannaturali di essa. La prima è cosa che s’appartiene più
specialmente al filosofo; la seconda forma il soggetto precipuo
di questo lavoro, in cui noi vogliamo dalle opere soprannaturali
e visibili della Chiesa, risalire, con l’aiuto della ragione, alla
Chiesa invisibile ed a Cristo.[123] Innanzi tutto diremo che, siccome
l’esistenza di Dio vien confermata dalla fede che naturalmente mostrano
in esso tutti gli uomini, così può affermarsi lo stesso dell’esistenza
d’una vera religione; perchè ogni uomo tende, per natura, a rendere
culto ed omaggio al suo Dio. Ed ove questi, se così vogliam dire,
divini istinti, non corrispondessero a nulla di reale; il Signore
che li ha messi nel nostro cuore, ci avrebbe ingannato, il che non è
presumibile.»[124] Ciò posto, il Savonarola continua: «Ogni religione
ha due culti; l’uno esterno; l’altro, infinitamente più nobile, è
il culto interno, che si manifesta nella buona vita, ed è il più
grande omaggio, il vero culto che si possa dalla creatura rendere al
creatore.[125] Quella religione, adunque, noi diremo vera fra tutte,
che c’insegna una vita migliore. E quale potrà gareggiare colla
cristiana, che ci fa abbandonare tutte le cose mondane, per correre
dietro alle spirituali? Che c’indirizza alla contemplazione stessa di
Dio, che è il solo fine di cui si possa appagare la nostra anima ed il
nostro intelletto, il quale più intende e più è capace d’intendere,
niuna cosa finita può soddisfare la sua brama infinita, e non trova
riposo che in Dio? Ma siccome Dio è infinito e l’intelletto è finito,
così v’è bisogno della grazia, la quale, per mezzo della buona vita, ci
conduce alla vera beatitudine.»[126]
«Se poi volessimo ricercare altre prove in favore della cristiana
religione, il numero ne sarebbe infinito. La Bibbia e massime le
profezie, in gran parte già adempiute, basterebbero a persuadere
ogni più incredulo.[127] Noi vediamo, ancora, l’effetto maraviglioso
e soprannaturale, che segue nell’animo e nella vita dei fedeli che
frequentano i sacramenti; noi vediamo la letizia e la pace interna
dell’animo, trasparire e rilucere nei loro volti.» E qui il Savonarola
si fa a descrivere minutamente questa spirituale bellezza, questa
interna tranquillità d’animo; ne esalta la nobiltà ed il potere. «La
sola presenza di papa Leone bastò a frenare e convertire Attila re
degli Unni; quella di San Benedetto convertì Totila. Nulla è così
imponente, come l’aspetto del vero e buon cristiano; nulla così sublime
come la pace del suo animo; per essa i martiri poteron lietamente
morire fra i tormenti.»[128]
Dopo aver dimostrato la necessità d’una vera religione, e come la
cristiana è quella; viene il Savonarola ad esaminare le opere di
Colui che n’è l’autore. — Gesù Cristo che sarebbe egli, se non fosse
veramente un Dio? — Rovesciare tutte le religioni, tutti gl’idoli;
farsi credere una cosa stessa con Dio; far credere alla Eucarestia
ed alla verginità di sua madre: che nome potrebbero aver queste
cose, se fossero state fatte con inganno? E sarebbe egli stato
possibile convertire a questo inganno, quasi tutto il mondo; avere
una moltitudine infinita di martiri; rovesciare l’imperio; dar Roma in
mano di un pescatore; e far tutto ciò contro i sacerdoti della vecchia
legge, contro la forza dell’impero e di quasi tutto il mondo riunito;
senza armi, senza oro, nè per mezzo di ragioni naturali? Che cosa,
infatti, potrebbero i ragionamenti in quelle cose che trascendono la
ragione? I filosofi, col loro eterno argomentare, non fecero altro
che scuole ristrette in piccolo numero di seguaci; ma quasi nessuno
di loro riuscì a portare i suoi precetti nella pratica della vita. Il
cristianesimo, invece, si distese su tutta la terra ed, insegnando
una dottrina che supera la ragione, promettendo un premio che passa
l’immaginazione, convertì il mondo non solo a credere ma anche ad
operare. Chi si mette a contemplare quest’opera, non potrà fare altro
che levare inni di lode al Signore; e dovrà esser persuaso che essa ha
innalzato l’uomo a Dio, che Cristo è il nostro ultimo fine, e per suo
mezzo solamente si può ottenere la salvazione.[129]
Il terzo libro, discendendo più oltre nei particolari, tratta degli
articoli della fede, dei precetti morali, delle leggi e cerimonie della
Chiesa. «Queste cose,» dice il Savonarola, «sono state già esposte da
molti dottori; onde noi non faremo che raccoglierle insieme. E, prima
di tutto, vogliamo notare che non deve far maraviglia, se alcuni dommi
della religione passano i confini dell’umana ragione. Non si vede,
forse, assai spesso, che un uomo non può arrivare ai pensieri d’un
altro uomo? Potremo, dunque, maravigliarci, se la creatura non arriva
all’altezza del Creatore?» Ciò detto, passa ad enumerare gli articoli
di nostra fede.
E qui non staremo a seguir l’autore, perchè esso ripete ciò che si
trova in tutti i teologi; ma, ancora in questa semplice esposizione,
trasparisce assai spesso la sua originalità. Nel discorrere della
Trinità, egli osserva che, sebbene l’unità delle tre persone sia un
mistero; noi possiamo, nondimeno, trovarne quasi una certa immagine
in tutta la natura; ed a misura che ascendiamo i vari gradi della
creazione, troveremo che quella immagine si va perfezionando.
Osserviamo, egli dice, la pianta, e noi vedremo che il frutto è
legato all’albero solo esternamente; andiamo all’animale, e vedremo
che il figlio resta più mesi nell’utero della madre; ascendiamo alla
generazione del pensiero, e noi lo troveremo assai più intrinseco alla
mente da cui è partorito, quasi inseparabile da essa. Qui, dunque, si
può dire che sia una vera immagine della Trinità: noi abbiamo la mente
che pensa, il concetto che da essa vien generato, e l’amore che questo
le ispira; son veramente come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
Ma fin qui, è un’immagine ancora troppo pallida: quando l’uomo si
eleva alla contemplazione di Dio; allora l’immagine diviene assai più
perfetta, perchè la mente si trova rapita e confusa nell’oggetto che
contempla. Nondimeno, noi restiam sempre avviluppati nei sensi; epperò
non possiamo, quaggiù, elevarci mai a quell’altezza cui giungeremo
solo nell’altra vita. Ivi la contemplazione è assai più perfetta, sarà
come una confusione in Dio, e splenderà in noi chiarissima l’immagine
della Trinità. E se a tanto può ascendere l’uomo, che sarà del Signore
istesso? In Lui, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo son veramente
una sola e medesima cosa; la sua sostanza, il suo essere è trino ed
uno. Così la Trinità diviene come legge universale della natura che,
seguendo quella legge medesima, tende a Dio; ed a misura che più
s’avvicina a Lui, meglio rappresenta in sè l’immagine della Trinità
divina. Dobbiamo, quindi, persuaderci che, se non possiamo comprender
pienamente il mistero; ciò è solo perchè esso trascende, non perchè
contrasti alla ragione.[130]
«Le medesime idee,» così dice il Savonarola, «ci aprono l’adito
a meglio comprendere ed esporre il mistero della Incarnazione. Il
Signore si è avvicinato all’uomo; non già per abbassare sè stesso, ma
per innalzare la creatura la quale, sebbene finita, ha potuto sperare
d’elevarsi alla beatitudine infinita, solo perchè il mistero della
Incarnazione gliene dette quasi un esempio ed un pegno sicuro. Gli
uomini furono, allora, come infiammati ed ebbri di gioia; abbandonarono
le cose mondane; contrassero familiarità colle celesti; e tutti,
per esse, sfidarono la morte.»[131] Discorrendo, poi, del peccato
originale; egli dice che l’uomo non deve dolersi di portare la pena
della colpa d’Adamo, perchè la giustizia era un dono gratuito che ci fu
concesso in Adamo, e in lui lo perdemmo.[132]
Procedendo sempre più nei particolari, viene a discorrere delle
costituzioni e canoni della Chiesa, ed osserva; che siccome fra gli
uomini v’è una legge immutabile di natura, da cui si derivano tutte
quelle leggi che si chiamano positive e sono particolari a ciascun
popolo, che mutano a seconda dei tempi e dei luoghi; così v’è anche una
legge divina, o sia legge morale eterna, di cui solo la grazia ci rende
pienamente partecipi, e si applica non solamente alle azioni, ma anche
ai pensieri, anzi al più intimo e segreto del nostro cuore. Essa è la
sola fonte da cui derivano le leggi particolari della Chiesa; sopra
di essa debbonsi fondare i suoi canoni e le sue costituzioni, come
sul diritto di natura solamente si deve fondare il diritto positivo.
E quelle due leggi primitive di nostra natura, la morale cioè e la
naturale, sono fra loro in reciproco rapporto; però la prima solamente
è legge compiuta, legge universale che riguarda l’uomo in tutta la
sua vita; quando l’altra si limita a considerare solamente le azioni
esterne, perchè inefficace a penetrare l’interno dell’animo, dove
è veramente la sede del bene e del male. La legge naturale, quindi,
potrebbe essere considerata come parte minima della legge morale, colla
quale non deve nè può mai contrastare. «Onde noi,» così conclude il
Savonarola, «non disprezziamo le buone opere e razionabili leggi, così
di gente come di filosofi e imperatori gentili; ma di tutte le dottrine
e libri, raccogliamo quello che è vero e buono, affermando ogni vero
e ogni buono essere da Dio, e essere fatto proprio per gli eletti
suoi.»[133]
Il Savonarola viene finalmente a parlare dei sacramenti, che chiama
cause seconde della salute spirituale, la prima causa essendo Gesù
Cristo. Essi sono, a dir vero, come strumenti di cui il Signore si vale
a conferire ed accrescere la grazia; segni visibili che rappresentano
maravigliosamente lo scopo invisibile a cui sono destinati. Noi qui
non ci fermeremo ad esporre partitamente la dottrina del Savonarola
intorno ai sacramenti, nei quali segue fedelmente i padri della Chiesa;
e neppure ci fermeremo a ripetere là minuta descrizione che ne fa, e
le singolari allegorie che vi ritrova. Esso li considera come destinati
tutti al sacramento dell’eucaristia, e come formanti, nel loro insieme,
un mondo mirabile di spirituale armonia e bellezza.[134]
Dopo aver dimostrato l’esistenza di Dio e la necessità d’una
religione; dopo avere esposto l’eccellenza, in tutte le sue parti,
della cristiana; il Savonarola vien finalmente, nel quarto ed ultimo
libro, a combattere tutte le altre dottrine e religioni, ed a provare
la nullità loro, in comparazione delle dottrine cristiane. Incomincia
dai filosofi, ed espone la strana varietà dei loro giudizii su tutte
le quistioni più importanti; onde ne segue che chiunque abbandona la
religione, si trova subito caduto in un laberinto senza fondo e senza
misura, da cui non potrà mai più uscire.[135] E, così procedendo oltre,
egli combatte l’Astrologia giudiziaria, contro la quale già aveva
scritto un piccolo trattato;[136] combatte le varie sette d’idolatria,
e con la Bibbia in mano combatte gli Ebrei. Viene, poi, a tutti gli
eretici o scismatici; e si ferma principalmente a discorrere contro
i Maomettani.[137] E, quindi, piglia argomento a concludere col
definire e difender nuovamente la Chiesa militante. «Essa è una, ed
ha un sol capo, a similitudine della Chiesa trionfante di cui deve
rendere immagine, e che viene governata in cielo da Gesù Cristo.»
Qui il Savonarola cita tutti quei brani della Bibbia, nei quali più
apertamente viene sostenuta l’unità della Chiesa e l’autorità del
papa. «San Giovanni ha detto che deve esserci un solo ovile ed un
solo pastore; epperò, sebbene Cristo sia in cielo il vero e solo
capo della Chiesa, ha pure lasciato San Pietro a rappresentarlo sulla
terra, dicendogli: Tu sei Pietro e sopra questa pietra edificherò la
mia Chiesa; e darotti le chiavi del cielo; e quello che tu legherai
o scioglierai in terra, sarà legato e sciolto in cielo. Nè questo può
intendersi di Pietro solamente, perchè Iddio ha promesso che la Chiesa
resterebbe in terra sino alla fine del mondo; deve quindi intendersi
di Pietro e de’ suoi successori. Onde è manifesto che tutti i fedeli
si debbono riunire al pontefice, come capo supremo della Chiesa romana,
maestra di tutte le altre; _e chi si parte dalla dottrina della Chiesa
Romana, si parte da Cristo._»[138]
Così finiva quest’opera, la quale, mentre faceva un’esposizione e
una difesa del Cattolicismo, era anche una piena e larga apologia del
Savonarola. Lo stesso Alessandro VI non avrebbe potuto chiedere una
professione di fede più esplicita, una sottomissione più assoluta
all’autorità della Santa Sede. E, veramente, i dommi cattolici non
furono mai, neppur lontanamente, attaccati dal Savonarola; ma sibbene
gli uomini che li adulteravano: egli rispettava ed esaltava con
entusiasmo la religione; ma combatteva fieramente le abominazioni
papali e clericali, che la mettevano in pericolo. Il suo _Trionfo
della Croce_ venne adottato come libro d’insegnamento, anche dalla
congregazione _de propaganda fide_; e fu da valentissimi teologi
giudicato uno dei trattati più compiuti, quanto alla materia; più
originali, quanto alla esposizione.[139] Certo, non si potrebbe in esso
ritrovare tutto il Savonarola; perchè egli era un uomo che ingigantiva
nella lotta, e solamente sul pergamo si manifestava intero. Pure in
quell’opera splendono le migliori qualità del suo ingegno e della
sua dottrina, la quale abbracciava quasi tutto lo scibile filosofico
e religioso de’ suoi tempi: la teologia scolastica e la mistica, la
filosofia aristotelica e la neo-platonica, erano con uguale maestria
adoperate; senza cadere in alcuno di quegli eccessi che se ne videro
risultare più tardi.
Nel XVI e XVII secolo, in fatti, quegli elementi del sapere si
divisero; e ciascuno, a sua volta dominando, travarcò facilmente i
limiti: gli aristotelici inclinarono al materialismo, i platonici
al panteismo, i mistici agevolarono il cammino alla Riforma. Ma nel
Savonarola, queste dottrine restavano unite in una sola sintesi,
e facevano parte d’un sapere più vasto. La filosofia d’Aristotele,
educazione della sua giovanezza, aiutava l’esposizione teologica; il
misticismo soddisfaceva alle tendenze del suo cuore acceso; la dottrina
dei neo-platonici era come una base scientifica al suo misticismo. E
tutto ciò alimentava lo zelo ardente d’un animo religioso, che passava
i suoi giorni nella contemplazione delle cose celesti, nella fervida
ammirazione dei Santi Padri e delle Sacre Carte. Una dottrina così
varia e diversa, aiuta, in lui, i voli d’una mente libera ed originale,
che corre inevitabilmente dietro al vero, tende sempre all’alto e,
senza quasi avvedersene, pone i germi d’una nuova filosofia. Epperò
chi, essendo dominato da qualche idea preconcetta, o non sapendo
penetrare tutto l’animo e tutta la mente del Savonarola, si ponesse
a considerarne solo un lato; non farebbe che alterare grandemente
l’indole delle sue idee, il valore delle sue azioni; e restringerebbe,
per così dire, in un angolo del suo secolo, quell’uomo che lo
abbracciava e rappresentava tutto intero.