CAPITOLO TERZO.

È preso Lamberto dell’Antella che rivela tutta la congiura de’ Medici.

Processo e condanna degli accusati.

Ma la tregua che il popolo fiorentino attendeva, pel cessare della

peste, fu rotta, prima di cominciare, da un fatto cite mise la città

intera in un disordine grandissimo, e maggiore di quanti se n’erano

veduti dopo il 94. Mentre che il Valori ed il Tosinghi s’adoperavano

a rintracciare le fila della congiura di Piero, sorpresero un tale

Lamberto dell’Antella, fuoruscito, che di nascosto se ne andava in una

sua villa, con indosso una lettera indirizzata al cognato, Francesco

Gualterotti, ch’era allora dei Dieci. La lettera prometteva di rivelar

minutamente tutte le trame di Piero, e scoprir cose di somma importanza

per la repubblica.[82]

In verità, egli poteva saperle, perchè era stato un antico e fedele

partigiano dei Medici. Nella rivoluzione del 94, si trovava prigione

alle Stinche, insieme con suo fratello Alessandro. Quivi, di nascosto,

ebbero molte speranze ed incoraggiamenti da Piero, quando si trovava

in Roma; onde evasero dalla prigione. Ma nel presentarsi a lui, furono

ricevuti con singolare freddezza, e ben tosto ebbero a sperimentare

i suoi modi brutali. «Ci teneva, così scrive lo stesso Lamberto, «in

continuo moto, per soddisfare alla sua smania di tornare a Firenze,

e poi ci trattava peggio che cani.» A Piero de’ Medici, in fatti, non

pareva di vivere, quando non poteva opprimere o bistrattare qualcuno.

Pur nondimeno i due Antella sopportarono tutto, e si trovavano ancora

con lui, quando egli s’accostò alle mura di Firenze, e quando ritornò

a Siena: quivi gli divennero sospetti, e li fece subito imprigionare.

Tale era, poi, la crudeltà di Piero, tale il suo animo verso così

antichi e provati servitori, che, partito da Siena, più volte mandò

indietro una staffetta a Pandolfo Petrucci, capo e quasi padrone di

quella repubblica; acciò li gettasse nel Carnaio, prigione così orrida,

che non se ne usciva mai vivi. Il Petrucci, però, sebbene tutto amico

di Piero, non volle rendersene sicario, e liberava i due fratelli,

a condizione che non lasciassero il territorio Senese, sotto pena di

2,000 fiorini. Ma essi erano troppo pieni del desiderio di vendetta,

per mettere tempo in mezzo; e subito che ne ebbero il destro, fuggirono

verso Firenze. Nè a Lamberto parve vero, quando fu preso e menato ai

magistrati, colla lettera indosso, nel modo che abbiamo veduto.[83]

Gli Otto, visto ed esaminato quel foglio, secondo il barbaro costume

del tempo, misero subito alla corda il povero Lamberto; e, dopo averlo

collato per ben quattro volte, lo interrogavano, capo per capo, acciò

dicesse la _pura verità_. Segnate le risposte, vi trovarono compromessi

cittadini così potenti e riputati,[84] che portarono l’affare innanzi

alla Signoria, dichiarando di non voler prendere sopra di loro un

giudizio così grave; ma la Signoria rispondeva, che solo ad essi gli

Statuti concedevano il giudicare le cause di Stato.[85] Nondimeno,

considerata la gravità del caso, furono scelti cinque Arroti e sette

dell’ufficio de’ Dieci, perchè aiutassero gli Otto a continuare il

processo. Si fece, allora, più minuto esame del fatto; ed essendo stato

promesso un generale perdono a Lamberto dell’Antella, questi mise in

carta una lunga rivelazione, nella quale faceva conoscere tutte le

trame, e tutti gli amici che Piero de’ Medici aveva in Firenze.[86]

Dètte anche sentore d’un nuovo tentativo di congiura, nel quale era

stato promesso a Piero, di farlo entrare segretamente in Firenze, la

notte del 15 agosto. Trovandosi moltissimi alla campagna, chi per la

buona stagione e chi pel contagio; egli sperava di poter levare tumulto

in suo favore, collo spargere pane e danaro nell’affamata plebaglia,

col concederle il saccheggio di molte case de’ ricchi; e, in questo

mezzo, impadronirsi del Palazzo e prendere in mano il governo della

città.[87] Era un pazzo disegno e troppo audace, perchè egli ardisse

solo di tentarlo; pure quelle pratiche manifestavano l’animo suo, e

bastavano a dimostrare che la repubblica versava sempre tra pericoli

gravissimi.

In mezzo a tali agitazioni, tutti quei venti cittadini che dovevano

compilare il processo, finito che ebbero l’esame, si strinsero a

consiglio, e fecero giuramento di non aver rispetto a persona, di

qualunque grado o condizione si fosse. Dopo ciò, ordinarono che la

piazza fosse guardata da gente armata; che i condottieri si tenessero

pronti colle loro genti d’arme, per accorrere al bisogno; che niuno

potesse uscire dalla città. Chiamarono ancora i fanti della Signoria;

e, per non dare sospetto, fecero, in nome di essa, richiedere quei

cittadini che venivano più compromessi dalle rivelazioni dell’Antella.

Alcuni subito fuggirono; altri, invece, si presentarono; e, compiuto

finalmente il processo, risultò che cinque di quelli che si trovavano

in mano dei magistrati, erano colpevoli d’alto tradimento, e dovevano,

secondo le leggi, subire la pena del capo.

Bernardo del Nero, vecchio di 75 anni, era per la sua autorità e

prudenza principale fra loro. L’accusa contro di lui si restringeva,

veramente, a questo: che, avendo conosciuto la congiura, non l’aveva

rivelata; ma questa colpa era assai aggravata dall’essere stato, in

quei giorni appunto, Gonfaloniere della repubblica. Seguivano poi

nel processo i nomi di Giannozzo Pucci, giovane pieno d’ingegno,

e di Lorenzo Tornabuoni che era stimato in Firenze il fiore d’ogni

gentilezza. Contro a costoro era grandissimo l’odio del popolo; perchè,

conosciuti per antichi partigiani di Piero, di cui il Tornabuoni

era anche parente,[88] s’erano così bene infinti coll’andare alle

prediche del Frate, che erano riusciti a farsi credere fra i più caldi

de’ suoi seguaci. Gli altri due accusati erano Giovanni Cambi, ricco

mercatante,[89] e Niccolò Ridolfi capo della sua casa, ed anch’esso

parente di Piero.[90]

Messo termine al processo, i dodici cittadini aggiunti si ritirarono,

e gli Otto restavano nuovamente soli a pronunziar la sentenza. Essi,

non volendo in alcun modo affrontare l’odio di tante e così potenti

famiglie, tornavan da capo alla Signoria, la quale di nuovo ricusava

un carico, che non le era imposto dagli Statuti. Ma, finalmente,

il gonfaloniere messer Domenico Bartoli, vedendo questa biasimevole

debolezza dei magistrati, i quali ricusavano di fare il loro ufficio

per paura dei potenti; propose che si portasse la causa al giudizio

del Consiglio Maggiore, a cui, secondo la nuova legge, bisognava

andare per l’ultimo appello. Vi si opposero, però, gagliardamente i

difensori degli accusati, dicendo: — «Non esser bene allargare così

presto, fra tanta moltitudine, i segreti dello Stato, e sottomettersi

alla diversità di tanti pareri, quando doveva bastare il giudizio dei

principali magistrati.»[91] — In sostanza, da un lato i magistrati si

mostravano deboli a far l’ufficio loro; e dall’altro gli accusati,

temendo ugualmente le leggi e l’odio popolare, desideravano mandar

la cosa in lungo, e speravano che la elezione della nuova Signoria

dovesse rivolgere le cose, tutte in favor loro. Essi avevano già dalla

loro parte tre dei Signori, ed essendo riusciti a guadagnarne un altro

in Michele Berli parente di Bernardo del Nero, si trovavano ora, con

quattro voti, padroni d’impedire ogni deliberazione che non fosse

andata a lor modo.[92] Così ottennero l’intento, perchè il giudizio

venne rimesso alla decisione di una nuova Pratica, fissata pel 17

d’agosto. Nè questo era piccolo vantaggio: ogni giorno s’avvicinava

sempre più la nuova elezione; d’ora in ora si aspettavano dagli alleati

imperiose lettere di raccomandazione; Piero dei Medici ingrossava

sempre più le sue genti in Romagna; e finalmente, essendo troppo

manifesto che gli accusati erano condannati dalle leggi, essi non

potevano sperare che nel tempo. Ma tutto questo era assai noto alla

parte avversa che voleva, perciò, venir subito alla conclusione; onde

si prevedeva che la nuova Pratica dovesse riuscire assai tumultuosa.

La Signoria aveva richiesto circa duecento dei principali cittadini;

e, sebbene non tutti intervenissero, pure v’erano presenti i 16

Gonfalonieri delle compagnie, i 12 Buoni Uomini, i Dieci della guerra,

gli Otto di guardia e balía, gli uffiziali del Monte, i Conservatori

di legge, i Capi di parte guelfa, molti Arroti, e finalmente il Senato

o sia Consiglio degli Ottanta, oltre la Signoria: formavano in tutto

una radunanza di 136 persone. Molto speravano quel giorno di poter

fare e dire i difensori degli accusati: quando tutto fosse mancato,

doveva riuscire assai facile, innanzi ad un tribunale così largo,

mandar nuovamente in lungo la decisione. Letti per tanto i processi,

la Signoria ordinò che ciascuno si restringesse nella sua pancata,

onde consultare sulla decisione da prendere; dopo di che ogni pancata

mandasse a riferire il suo parere liberamente, e senza rispetto

all’antica usanza che vietava di esprimere un’opinione contraria a

quella della Signoria. Ne risultò subito che i cinque accusati dovevano

subire la pena del capo, e i loro beni essere confiscati.[93] Da

questo parere, i difensori restarono sbigottiti e sorpresi oltre ogni

dire; non sapevano che si dire nè che si fare. Ma, pure, conoscendo

di aver nella Signoria quattro voti favorevoli, incominciarono a dire

che le parole di pochi non potevano far conoscere il parere di tutti,

e che bisognava venire ad una votazione individuale. Speravano che

questo procedere, nuovo ed inusitato, dovesse dare occasione a qualche

disordine; perchè molti, non usi a parlare innanzi alla Signoria,

si potevano confondere; e, quindi, nascere opportunità a mettere in

dubbio i loro voti, ed a mandare la cosa in lungo. Ma questo disegno fu

rotto da Francesco Valori, il quale si presentò subito al banco della

Signoria; e, chiamato il notaio, disse a voce alta, e fece publicamente

rogare: — Che egli giudicava quei cittadini meritevoli della morte

e della confisca. — L’esempio fu seguito ancora dagli altri, che si

trovarono quasi tutti concordi nella sentenza del Valori.[94] In tal

modo, i Signori si videro costretti d’ordinare agli Otto l’esecuzione

della sentenza, che, messa fra questi a partito, fu vinta con la

maggioranza di sei voti contro due.[95]

I difensori si credettero allora perduti, e non seppero fare altro che

ricorrere a messer Guidantonio Vespucci, celebre dottore in legge e

molto potente fra gli Arrabbiati. Questi consigliò subito, che dalla

sentenza degli Otto s’appellasse al Consiglio Maggiore, secondo la

nuova legge delle _Sei fave_. L’appello fu immantinenti chiesto e,

fatta la votazione, si trovò che quattro dei Signori erano favorevoli;

onde ne nacque tanto disparere, tanto disordine, che bisognò rimetter

la Pratica al 21 agosto. E così, inaspettatamente, i difensori degli

accusati riusciron di nuovo nel loro intento.

La discordia, intanto, dal Palazzo scendeva nella piazza, e per tutto

si andava gridando; — Che bisognava fare giustizia; che la patria era

in pericolo; che il rimettere la cosa d’una Pratica in un’altra poteva

esser fatale alla repubblica. — Nel medesimo tempo, correvano per la

città degli scritti anonimi, che accusavano fieramente la debolezza dei

magistrati. In tale disposizione di animi, si raccolse il 21 agosto

la seconda Pratica, a decidere sul concedere o no l’appello; e non è

da maravigliare, se fin dal principio la disputa divenne gravissima.

Si diceva da una parte, con quelle parole eccessive e tutte popolari,

che gli Arrabbiati solevano così bene usare, quando loro tornava a

grado: — «Che le leggi concedevano di fare appello contro la sentenza

degli Otto; che il popolo era assoluto signore della repubblica; al

popolo doversi, quindi, ogni cosa riferire; al popolo spettare il

decidere sulla vita dei cittadini.» — Ma queste parole, in bocca di

chi aveva cospirato per rimettere i Medici, movevano a sdegno; epperò,

con molta violenza, si rispondeva dall’altra parte: — «Il giudizio del

popolo essere noto a tutti, essere stato sin dal principio offerto

agli accusati, ed essi lo avevano ricusato. La legge dello appello

s’era fatta solamente per impedire che sei fave avessero facoltà

di condannare un cittadino nella vita e nella roba; ma ora, non gli

Otto, non la Signoria avevano giudicato; ma tutti i magistrati, tutti

i principali cittadini. Contro a questo tribunale straordinario non

esservi legge che desse l’appello; e chi lo chiedeva, non mirava

ad altro che a pigliar tempo, quando la repubblica era disordinata,

quando la patria era in pericolo, quando nella Signoria stessa s’era

cospirato contro alla libertà. Ignorate voi,» così essi concludevano,

«che il tiranno ingrossa di nuovo le sue genti? Non vedete che voi

aprite la porta a Piero de’ Medici?»[96] — A questo punto i Collegi[97]

si esaltarono in tanto furore che, levandosi in piedi, minacciarono

di trar fuori i gonfaloni, e condurre il popolo a distruggere le case

di coloro che contrastavano l’esecuzione d’una sentenza tanto giusta,

tanto necessaria. Allora il tumulto si fece nella sala grandissimo;

e per tutto era un’orrenda confusione di grida, in mezzo a cui

distinguevansi, non pertanto, le parole di messer Francesco degli

Albizzi, il quale con una voce terribile non lasciava mai di dire:

— «Si faccia giustizia, si faccia giustizia.» — I difensori degli

accusati pensavano solo ad accrescere il tumulto, sperando così di far

passare ancora quel giorno senza deliberare. Infatti, s’era già verso

la sera, e disputavasi sempre, senza mai conchiudere nulla; perchè

i popolani accecati dal furore, anch’essi impedivano che i consigli

procedessero ordinati; ed in tal modo, senza volerlo, secondavano i

disegni dei loro avversari.

Ma ecco: arrivano lettere degli ambasciatori, e lette dalla Signoria,

udite nella Pratica, empiono ognuno di nuovo furore. Si conobbe per

esse: il pericolo della repubblica esser veramente grandissimo; i

nemici avere maneggi per tutto; il duca di Milano secondarli; il Papa

aiutarli con tutti i suoi sforzi, e se faceva sembiante di moderazione

o di amicizia verso la repubblica, ciò era solo per meglio operarne

la ruina. Allora si chiese da capo la lettura dei processi, onde

confrontarli colle lettere avute; dopo di che i cittadini si raccolsero

di nuovo a deliberare nelle pancate, e ciascuna pancata mandò uno de’

suoi a parlare.[98]

L’opinione universale era che si dovesse eseguir la sentenza capitale,

senza indugio; ma, pure, il sapere che la Signoria era sempre volta

a favorire gli accusati, fece sì che molti titubarono e non ardirono

parlar francamente. — Francesco Altoviti che prese a discorrere,

per quei medesimi Gonfalonieri delle compagnie, i quali poco innanzi

avevano minacciato di saccheggiare le case di chiunque contrastasse

la esecuzione della sentenza, diceva adesso: «Che ancora nella sua

pancata non mancava chi volesse dare l’appello.» — Più franco si

esprimeva messer Francesco Gualterotti, in nome dei Dieci di libertà,

dicendo: «Quanto più ribollimento voi date alla città, più disegni

le faranno contro i nostri nemici. Qui si vede che tutti i potentati

d’Italia hanno fatto cospirazione contro di essa, e Roma è il luogo

dove si trattano tutte le insidie contro di noi. Con questo appello,

non si vuole già conoscere il parere del popolo che, ormai, lo ha più

volte espresso chiaramente; ma bene allungare il tempo e cercar favore

esterno. Se, pure, in ogni modo si vuole dalle SS. VV. dar questo

appello; bisognerebbe, almeno, assicurarsi prima del Consiglio e far

presto; perchè l’indugio non partorirà che scandali dentro e di fuori.

Ancora bisogna tenere in pronto le genti d’armi, per difendere la

repubblica che si trova in mezzo a tanti nemici.» — Venne, allora, a

parlare la pancata dei dottori, i quali dovevano in questa materia aver

grande autorità. Dissero francamente: «Che il pericolo giustificava

il negare l’appello,[99] e che in ogni modo volendolo dare, si desse

pel domani; perchè l’indugio poteva tornare in rovina.» — Gli Otto,

che erano i giudici ordinari di questi processi, opinarono: «Che si

dovesse al tutto negare l’appello; giacchè, se i difensori ottenevano

dal Consiglio un parere contrario alla sentenza già data, la città

anderebbe in rovina.» — Vennero finalmente le dodici pancate dei

semplici cittadini che, quasi unanimi consigliarono: «La esecuzion

della sentenza e presto.» Ma, pur sempre si concludeva con quella frase

consacrata dall’uso: «Nondimeno si approverà sempre ogni determinazione

che le Signorie Vostre ne piglieranno.»[100] — Fino a tal segno poteva

un’antica usanza prevalere; non solamente contro la nuova libertà, ma

ancora contro quel furore che, pure, aveva invaso l’animo di tutti!

La Signoria, incoraggiata da questa moderazione di linguaggio, e,

considerando che, per essere già la terza ora di notte, molti erano

stanchi; incominciò di nuovo a menare in lungo la decisione, colla

speranza di poter sciogliere la pratica senza concludere. A quella

calma, però, successe subito una fiera ed inopinata tempesta; perchè

il Valori, accortosi della intenzione, si levò in piedi e, cogli occhi

infiammati, furioso come un leone, corse al banco della Signoria;

dove, preso in mano il bossolo dei partiti, lo battè forte sul banco,

gridando minaccioso: — «Si faccia giustizia, altrimenti scandalo ne

seguirà.» — A queste parole Luca Martini ch’era Proposto, non ebbe

animo di resistere, e subito mise il partito ai voti. Cinque dei

Signori si pronunziarono, allora, per la morte; ma gli altri quattro

restaron sempre favorevoli agli accusati, e votarono per l’appello.

Allora Francesco Valori ruppe ogni usanza, perdè ogni rispetto alla

Signoria, e, con voce rauca per lo sdegno, gridava: — «A che fine,

adunque, hanno le VV. SS. chiamato tanti cittadini che, ad uno ad uno,

per mano del notaio, già fecero conoscere il loro voto contro questi

macchinatori di novità, sovvertitori della patria, distruttori della

libertà? Non hanno oggi tutti confermato il loro parere? Non udite

voi il grido universale, geloso della salute pubblica? Non sentite

il soverchiante pericolo? Rammentino le SS. VV. che il popolo di

Firenze le ha messe in questo luogo per difendere la sua libertà, la

quale se, per rispetto di così perfidi cittadini, voi trascurate; non

manca, non manca, siatene pur certi, chi difenda causa tanto giusta,

tanto santa, con danno di chiunque la contrasta.» — E qui distese

fieramente il braccio, e stringendo in mano il bossolo dei partiti, lo

presentava di bel nuovo al Martini, il quale, o persuaso o spaventato,

propose finalmente la sentenza in questi termini: «Udito il rapporto

e consiglio dei magistrati, del Senato e degli altri cittadini per

la esecuzione; visto che dall’indugio nascerebbe manifesto tumulto

e pericolo: si ordina ai signori Otto che, senza indugio, facciano,

questa medesima notte, tòrre la vita a quei cinque cittadini, che essi

già nella stessa Pratica hanno condannati.» La subita proposta del

Martini, e più ancora la feroce presenza del Valori, che stava sempre

minaccioso, e presentava a ciascuno il bossolo, sbigottirono, per modo

i quattro Signori dissenzienti, che renderono nella sua mano favorevole

partito. Dopo di che, disteso il bullettino, fu consegnato agli Otto,

che andarono subito nel palazzo del Capitano, onde apparecchiare

l’esecuzione.[101]

Intanto i difensori facevano menare gli accusati per mezzo della

Pratica, scalzi ed in ferri; ma invano, colla presenza, cogli atti

e colle parole, cercavano muovere la pietà dei circostanti che, a

mala pena, sapevan frenare gli sdegnati animi. Arrivati al palazzo

del Capitano,[102] furon lasciati breve tempo coi loro confessori,

onde pensare ai casi dell’anima. Ed in questo mezzo, il Valori ch’era

divenuto quasi padrone della città, pose 300 fanti a guardare il

Palazzo, contro ogni tumulto d’amici o parenti degli accusati. Nella

corte del Capitano già tutto era in ordine, e vi si affollava, d’ora

in ora, tanta gente e così diversa che, per servirci della espressione

d’un contemporaneo, parea divenuta una spelonca d’inferno. V’erano

uomini con volti pieni di feroce sdegno, con l’armi in mano e la

vendetta nel cuore; in mezzo ad essi, vedeansi dei nobili cittadini

che, invano, cercavano quasi nascondersi e celare la paura della

propria vita, il dolore e lo sbigottimento per quella degli amici o

parenti che, fra poco, vedrebbero morire: molte crudeli ingiurie, molte

amare angosce dovettero sopportar quella notte. Intanto, la tumultuosa

confusione d’armi, di bestemmie e di strepito, andò crescendo fino

alle ore sette di sera; quando successe, invece, un funereo silenzio.

Venivano i condannati ad uno ad uno, accompagnati dal magistrato

della giustizia e dal confessore, insino al luogo del supplizio;

dove ciascuno di loro pose animosamente il capo sul ceppo, e tutti

sostennero con gran fermezza l’estremo supplizio. I loro corpi furono

resi ai parenti.

Quella medesima notte, la Signoria scriveva a Roma, facendo la

relazione del fatto, nei termini seguenti: «La città è stata tutta

unita contro a questi perfidi e parricidi cittadini, infino ai parenti

avendo desiderato che fosse fatta giustizia. Ed ora, si spera avere a

stare un pezzo in buona valetudine; perchè tutta la brigata è inanimita

a estirpare qualunque simile rampollo. Iddio abbia misericordia

di quelle anime che, veramente, avendo tradito la patria, ne hanno

bisogno.»[103]

Così finivano la vita cinque cittadini che, per autorità, per

condizione, per faccende pubbliche e private, erano tenuti fra i

primi della repubblica. Altri pochi vennero leggermente puniti, come

consapevoli; e fra Mariano da Genazzano, sebbene riconosciuto de’

più rei, essendosene fuggito a Roma, non potette avere altra pena

che l’esilio. A Lamberto dell’Antella ed al fratello, fu non solo

perdonata la vita; ma concesse le armi, cancellate le gravezze decorse,

e fatti ancora altri benefizi; non però tolto affatto ogni bando di

ribelli.[104] Le sue rivelazioni, ed i processi di tutti i condannati

furono tenuti segretissimi; acciocchè, una volta puniti gli autori

della congiura, ne fosse, quanto più era possibile, cancellata per

sempre la memoria.[105]

Adesso a noi importa di notare che, durante questo giudizio così

tumultuoso, il Savonarola stette sempre chiuso in convento; senza

prendervi alcuna parte, occupato solo a correggere la stampa del suo

_Trionfo della Croce_. Negli storici di quel tempo, nelle memorie,

nelle lettere e biografie, non troviamo alcuna parola che ci permetta

di credere che il Savonarola avesse favorito o disfavorito gli

accusati. Due sole volte egli accennò a questo fatto, nel suo processo;

e la prima, parlando di Bernardo del Nero, diceva: «non confortai

che fosse morto, bene avrei avuto caro che fosse mandato via;»[106]

la seconda soggiunse: «che di quei cinque cittadini non se n’era

impacciato in particolare; ma che, sebbene freddamente, pure aveva

raccomandato Lorenzo Tornabuoni al Valori.»[107] Il che dimostra

chiaramente come, se cercò di fare qualcosa, fu solo per temperare

un poco il gran furore che v’era contro agli accusati. Eppure, non

appena si cominciò a calunniare la memoria del Savonarola che subito

venne chiamato da tutti, autore principale del negare l’appello agli

accusati, dopo essere stato promotore della legge che lo concedeva.

Nè alcuno volle mai considerare, che quella legge fu propugnata dal

Vespucci e non dal Savonarola il quale, piuttosto, la oppose, o almeno

la fece combattere da’ suoi seguaci.[108] La storia dei fatti ci

prova, d’altronde, con troppa evidenza; che egli, allora, non poteva

in alcun modo esercitare il suo ascendente nè sopra il popolo nè

sopra i giudici; giacchè, dopo la scomunica, e quando ancor pendevano

le trattative per farla ritirare, grave errore, anzi grave stoltezza

sarebbe stata risalire sul pergamo. Quanto al Valori, che certo ebbe

grandissima parte in quelle decisioni, bisogna pur dirlo, sembra che si

lasciasse soverchiamente vincere dall’odio o gelosia che aveva contro a

Bernardo del Nero, suo nemico politico.[109] Sebbene d’animo generoso e

leale, era pure uomo che, in tutte le cose, andava più per impeto che

per ragione; ed in quelle accese discussioni, non seppe mai frenare

sè stesso, nè molto meno poteva essere frenato dall’autorità del

Savonarola, allora lontano e chiuso nella sua cella. Bisogna finalmente

considerare che, se le lettere degli ambasciatori non fossero giunte

nella Pratica, in quel momento stesso in cui ognuno s’era acceso di

tanto sdegno contro al procedere troppo fiacco e punto imparziale

dei magistrati; forse che agli accusati, anche questa volta, sarebbe

riuscito di mandar in lungo la decisione.

Fu, quindi, un concorso di cause, non prevedute nè prevedibili, che

fece decidere ad un tratto la morte di quei cinque cittadini; i quali,

però, secondo le leggi, secondo la opinione universale di tutto il

popolo, e secondo la giustizia dei tempi, eran certo meritevoli della

pena che subirono. Il processo, è vero, non fu regolato con tutte

le forme giuridiche; ma, se la prima illegalità nacque dalla troppa

indulgenza dei magistrati, i quali avendo trovato gli accusati convinti

d’alto tradimento, non ardivano pronunziar subito la condanna di morte

per poi concedere l’appello; il disordine maggiore e più colpevole

venne dai difensori degli accusati. Una volta ch’essi avevano,

nel principio, ricusato di sottomettersi al giudizio del Consiglio

Maggiore; che avevano chiesto ed ottenuto un tribunale straordinario,

nel quale s’erano radunati tutti i principali magistrati e cittadini

di Firenze; non v’era più alcun luogo a chiedere l’appello. Essi

non potevano addurre altra ragione in loro favore, salvo quella

evidentissima di voler procedere d’una illegalità in un’altra, per

guadagnar tempo ed aspettare la nuova Signoria. E dovevano i magistrati

rendersi due volte strumento di quelle arti malvage, e la Pratica

consentire a tali violenze? Anche l’opinione di tutto il popolo, si

vide assai chiaramente riconfermata, pochi giorni dopo, quando fu

introdotto nel Consiglio Maggiore il figliuolo del Ridolfi, che veniva

a chieder grazia dei beni confiscati al padre; giacchè, messa la

domanda tre volte a partito, fu tre volte respinta.[110] Nè le leggi,

adunque, nè il Consiglio Maggiore avrebbero mai assoluto quei cinque

cittadini. Quanto al Savonarola, egli non volle, e volendo non avrebbe

potuto favorire nè disfavorire una sentenza, che fu decisa nel calore

o, per meglio dire, nel furore d’una impetuosa discussione.

La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 2 (of 2) · 第 9 / 142 题