Predica, e tumulto avvenuto il giorno dell’Ascensione. Scomunica e
risposte del Savonarola. Il contagio, dopo avere infierito, comincia a
scemare.
Fallito il nuovo tentativo di Piero de’ Medici, cadde subito la
fortuna dei Bigi, e gli Arrabbiati, loro acerrimi nemici, salirono
in grandissimo auge. La nuova Signoria fu quasi tutta di Arrabbiati,
e Piero degli Alberti, uno dei loro capi, fu creato gonfaloniere di
giustizia. Non appena si trovarono padroni del campo, che si dierono
subito a raffermare la parte ed indebolire gli avversari; ma, siccome
i Bigi erano già caduti assai basso, così gli odii si riunirono
tutti contro al Savonarola ed al partito popolare. Al che trovarono
grandissimo favore nel duca di Milano, e molto maggiore nel papa, che
ora negava d’aver soccorso Piero dei Medici,[44] e prometteva agli
Arrabbiati ogni favore, ogni opera per aiutarli a spegnere il Frate.
Si posero, adunque, efficacemente all’opera; e primi ad incominciare
furono i Compagnacci, sotto il comando di messer Doffo Spini, giovane
di perduti costumi, ma di grandissimo ardire. Si radunavano la sera in
laute cene, e fra il brio dei bicchieri meditavano sempre nuove insidie
al Savonarola. Questi, però, s’era chiuso in San Marco e si asteneva
dal predicare; onde non potevano fargli altro che affiggere scritti
ingiuriosi alle mura del convento; cercare con ogni sorta di schiamazzo
interrompere la messa e le sue orazioni; insultare quelli che vi
andavano, ed aspettare occasione a far cose maggiori.[45]
E l’occasione si avvicinava, perchè il Savonarola aveva deciso che nel
giorno dell’Ascensione (4 maggio) non avrebbe lasciato il popolo senza
predica. Gli animi, quindi, si esaltarono da una parte e dall’altra;
gli Arrabbiati si apparecchiavano ad impedire la predica, i Piagnoni
a volerla; questi si armavano a difesa del Frate, quelli ad offesa.
I Compagnacci, ai quali veniva sempre affidalo il maneggio principale
di queste enormità, s’erano decisi di dovere, quel giorno, o uccidere
il Savonarola o, almeno, fargli qualche grave ingiuria. Dieci di essi
s’intesero dapprima con un certo Baia maestro di fuochi lavorati, per
far saltare in aria il pergamo, nel bel mezzo della predica. Ma, poi,
desistettero da un tale proposito, ripensando al danno gravissimo
che ne sarebbe venuto a tutta la moltitudine stivata nella chiesa,
ed all’odio infinito ch’eglino si sarebbero tirato addosso con tali
enormezze. Si decisero, quindi, ad imbrattare il pergamo con mille
brutture; vi posero anche la pelle d’un asino; e sulla sponda, dove il
Frate soleva battere il pugno nel predicare, inchiodarono delle punte
di ferro. Questa era una bassa ed inutile ingiuria; ma speravano quel
giorno di far nascere tumulto, e nel tumulto trovare occasione a porre
in atto i loro disegni.[46]
Intanto, la città era piena di mille voci che ripetevano ed esageravano
questi maneggi dei Compagnacci; alcuni dicevano che s’era con polvere
invisibile avvelenato il pergamo; altri assicuravano che il Frate
sarebbe stato ucciso in chiesa, mentre predicava; chi ripeteva una
cosa e chi un’altra. Si fecero quei giorni tali e tante scommesse
sul predicare o non predicare del Frate, che la Signoria credette
necessario annullarle con due deliberazioni del 3 maggio; e con una
terza ordinava che nel giorno dell’Ascensione non si dovesse impedire
la predica ad alcuno.[47] Nondimeno, gli amici del Savonarola vennero
nella sua cella e lo pregavano che non volesse mettere a repentaglio
la propria vita, che si astenesse per quel giorno dalla predica. Ma
il Frate, tutto pieno d’una nobile indegnazione, rispondeva: «Io non
posso, per timore degli uomini, lasciare il popolo senza predica, in
quel giorno in cui il Signore ha ordinato ai discepoli d’andare pel
mondo a spargere la sua dottrina.» Allora agli amici non restava altro
che apparecchiare le armi per difenderlo.
La mattina in sull’alba, i primi Piagnoni che entrarono in Duomo
ripulirono il pergamo da ogni bruttura, lo ripiallarono, e misero in
ordine ogni cosa. Il Savonarola usciva dal convento poco prima delle
12, ed, accompagnato da’ suoi più fidi, entrava in chiesa. Ivi, dietro
alla moltitudine stivata di tutto il popolo, si vedevano i Compagnacci
che, senza punto lasciarsi spaventare, si tenevano riuniti in disparte:
tutti profumati e riccamente vestiti, con un sorriso di sprezzo e di
scherno impudente sulle labbra, facevano un singolare contrasto alla
modesta semplicità e devozione de’ Piagnoni.[48] Il Frate finalmente
saliva sul pergamo, ed incominciava la predica col discorrere sulla
forza della fede. «La fede,» egli diceva, «può tutto, vince tutto,
e sprezza la vita terrena perchè è sicura della celeste. Ora si
avvicinano i tempi predetti; noi siamo nell’ora del pericolo e si vedrà
chi è veramente col Signore. I cattivi credevano quest’oggi di potermi
impedire la predica; ma sappiano essi, ch’io non ho mancato giammai al
mio dovere per paura degli uomini. Non vi sia su questa terra uomo nè
grande nè piccolo, che si vanti d’avermi impedito il mio ufficio. Io
sono pronto a metterci anche la vita. O Signore, liberami tu da questi
avversari che mi chiamano seduttore; libera l’anima, che del corpo non
temo. Io chiamo in testimonio il Signore, la Vergine, gli Angeli ed i
Santi, che le cose da me rivelate vengono da Dio, e che io le ho avute
per divina ispirazione, nelle vigilie durate pel bene di questo popolo
che ora m’insidia.»
Dopo una lunga e generale introduzione sulla fede, il Savonarola
volgeva ai buoni la sua parola. «Voi vi perdete per poco, vi
contristate quando dovreste rallegrarvi; ora si avvicinano le
tribolazioni: vi sarà guerra di scomuniche, di spade e di martirio:
sono venuti i tempi di prova. Iddio voglia che io sia il primo a
sostenerle; io ho già annunziato che riceverò una grande ingratitudine,
e i tepidi mi faranno come i fratelli di Giuseppe, che lo venderono ai
mercatanti egiziani. Costoro gridano che io non sono profeta; ma fanno
di tutto per adempiere le mie profezie. Io vi ripeto che l’Italia sarà
devastata da genti barbare; e quando esse faranno pace tra loro, sarà
allora distruzione sopra distruzione alla perversa Italia. Ma voi,
buoni, fate orazione ed avrete l’aiuto del Signore.»
«Ora, ai cattivi.» E qui subito un gran mormorio s’intese nella chiesa.
«Signore, non ti adirare con essi; perdonali; convertili; perchè essi
non sanno quel che si fanno. Voi, cattivi, credete combattere il Frate,
e fate guerra al Signore; perchè io non vi combatto per odio a voi, ma
per amore al Signore. Voi dite ch’io semino discordia; ma anche Cristo
venne a mettere guerra fra gli uomini. Perchè non tornate alla virtù,
che allora sarà fatta la pace? — O Frate, tu non dovevi predicare, la
Signoria te lo ha impedito. — Ciò non è vero, nè io debbo astenermi
dalla predica, per timore o comando degli uomini: io mi tacerò solo
quando la mia predica può far danno, quando temessi di far nascere
scandalo.»
In questo momento, quasi volessero prenderlo in parola, uno scroscio
tremendo rimbombò in tutta la chiesa: si aprirono le porte e la
gente si dette precipitosamente alla fuga; il rumore, il disordine,
la confusione furon tali che pareva che il Duomo ne crollasse. I
Compagnacci avevano cominciato il tumulto. Messer Francesco Cei,
uno di loro, sollevando la cassa delle limosine l’aveva fatta
precipitare a terra, nel tempo stesso che un altro sonava un tamburo;
molti picchiavano sulle panche ed alcuni spalancavano le porte. La
moltitudine, perciò, si dava spaventata alla fuga; e mentre alcuni si
restringevano intorno al pergamo per difendere il Savonarola, altri
erano già corsi in via del Cocomero a pigliare le armi che avevano
depositate in casa di Pier Francesco Tosinghi e del ricco[49] Cambi.
Costoro, in numero di circa 60, tutti armati in asta e tutti ansanti,
tornavano subito correndo verso il pergamo. Al primo apparire di
quelle armi, la moltitudine vie più spaventata, credendo fossero gli
Arrabbiati, fu messa in un disordine indescrivibile, che impediva ad
ognuno l’andare innanzi o indietro. Ed in questo mezzo, Bartolommeo
Giugni e Giuliano Mazzinghi ch’erano degli Otto, credendosi sicuri
sotto la dignità del loro ufficio, s’avvicinarono al pergamo con
la intenzione di uccidere il Savonarola. Ma lo trovarono assai ben
guardato, ed il Giugni ricevette da Carbizzo da Castrocaro una solenne
guanciata, cosa mai più avvenuta ad uno degli Otto.
Fra questo disordine e tumulto infernale, invano il Savonarola alzava
la voce, dicendo: «Ah! i cattivi non vogliono la loro parte....
Aspettate, abbiate pazienza.» Di poi levava in alto il Crocifisso,
esclamando: «Sperate in questo, non temete di nulla.» Ma, vedendo
che tutto era vano perchè niuno più ascoltava, si pose in ginocchio
a pregare; e quando il tumulto fu un poco racquetato, egli discese
dal pergamo è si pose in mezzo ai suoi che lo ricevettero con alte
acclamazioni di gioia: alcuni levavano in alto le spade e le lance,
altri le croci che avevano in mano, e tutti al grido di _Viva Cristo_,
lo accompagnarono a San Marco. Dove, nell’orto del convento, in
mezzo a’ suoi frati, aggiunse alcune brevi parole per conchiudere
la predica interrotta. «Quanto più tarda,» egli disse, «la mano del
Signore, tanto più sarà grave e severa nel rendere a ciascuno secondo
le sue opere. I cattivi non vogliono credere, non vogliono udire;
ma essi precipiteranno nella fossa che hanno scavata; essi scalzano
il fondamento d’un muro che cadrà loro addosso. Allora io canterò
lode al Signore, ed uscirò lieto di questa vita.»[50] La _predica
dell’Ascensione_, che così la chiamarono, corse subito per tutta
Italia. Girolamo Cinozzi ebbe la fermezza di raccoglierla in mezzo
al tumulto, e la pubblicò insieme con la narrazione fedele di ciò che
era avvenuto sotto ai suoi occhi, ponendovi anche la conclusione dal
Savonarola fatta in San Marco.[51] D’altro allora non si ragionava a
Firenze, a Roma e per tutta Italia: ognuno aspettava che questo fatto
portasse conseguenze assai maggiori.
Il Savonarola, intanto, pubblicava, colla data del dì 8 maggio, una
nuova epistola: _A tutti gli eletti di Dio e fedeli cristiani_.[52] In
essa diceva: «Noi abbiamo deciso d’imitare il Signore che molte volte
diè luogo all’ira, e però ci asterremo adesso dal predicare. Ma, perchè
l’opera di Dio non vada per terra, e i cattivi non si rallegrino; vi
diremo per lettera quello che non possiam dire a voce. Non vi turbate;
ma rallegratevi, invece, delle persecuzioni. Le nostre profezie si
verificano tutte: prima ci hanno calunniato; hanno, quindi, per vie
distorte cercato la scomunica; e, non essendovi ancora riusciti,
attentano ora alla nostra vita. Non si è anche versata gocciola di
sangue; perchè il Signore, conoscendo la nostra fragilità, non ci
lascia tentare sopra le nostre forze; ma a poco a poco, crescendo
le tribolazioni, ne farà crescere la fede, la virtù e l’animo a
cose maggiori. Così ci apparecchia a più gravi persecuzioni; acciò
gli uomini, maravigliati della nostra costanza, comincino a pensare
che siamo sostenuti dalla certezza d’una vita migliore di questa, e
comincino a sperare in quella. Le nostre tribolazioni, malgrado la
volontà di coloro che le muovono, serviranno, quindi, a dilatar questo
lume. Noi, ringraziamo il Signore che, in questi tempi affatto privi
di fede, ci ha eletti a soffrire per essa. E se voi siete privati del
verbo di Dio, per colpa di coloro che hanno voluto commettere scandalo,
nel giorno stesso in cui il Signore comandava ai suoi discepoli
d’andare a predicare nel mondo; pregate l’Onnipotente che si degni
nuovamente aprire la bocca de’ suoi predicatori, perchè quando Esso
comanda, non vi è forza che possa resistere.»
Intanto, ogni giorno cresceva la potenza degli Arrabbiati, ed i
Frateschi erano sempre più oppressi. Gli autori del tumulto rimanevano
impuniti, ed, invece, molti popolani venivano messi alla fune dagli
Otto, i quali, creati ad impedire i disordini, erano quelli appunto
che li avevano provocati. La Signoria, inoltre, mandò fuori un bando
col quale inibiva il predicare ad ogni frate, di qualunque ordine
si fosse.[53] Il 20 maggio fu poi tenuta una lunga pratica, nella
quale, mentre si proponeva di cercar modo a ristabilire la pace fra’
cittadini; si cercava, anche, di poter cavare da essi, il consenso ad
un bando d’esilio contro al Savonarola: cosa che non potè riuscire,
perchè subito si vide che avrebbe generato troppo grave e scandaloso
odio nel popolo fiorentino.[54] Non per questo gli Arrabbiati perdevano
animo; essi avevano altre ed assai maggiori speranze. Di giorno in
giorno aspettavano l’arrivo della scomunica che il papa aveva tenuta
finora sospesa, solo per vedere che risultato avesse il tentativo di
Piero de’ Medici, e, forse anche, sperava nel fatto dell’Ascensione,
di cui Mariano da Gennazzano poteva tenerlo in chiaro. Questi,
fallita che fu la congiura dei Medici, era subito fuggito a Roma, dove
trovavasi adesso; e con ogni sua possa incitava il papa alla rovina
del Savonarola, cui non dava altri nomi che quelli di _strumento
del diavolo, perdizione del popolo di Firenze_ e simili. Il Borgia,
d’altronde, non aveva bisogno che Fra Mariano gli stillasse odio e
veleno nell’anima. Ed il fatto dell’Ascensione, nel mentre lo adirava
sempre più contro alla nuova audacia del Frate, gli dimostrava pure
quanto fossero deboli, in quel momento, i seguaci, e quanto potenti
i nemici di questo; onde egli pensò essere finalmente venuto il tempo
spedire quel Breve di scomunica, che già da un pezzo era pronto.
Nel medesimo tempo il Savonarola, quasi sentisse la tempesta addensarsi
sul suo capo, cercava scongiurarla con una lettera scritta al papa,
in data del giorno 22 maggio. In essa, pigliando un tuono benevolo e
dignitoso nello stesso tempo, cominciava con queste parole: «Per qual
ragione il mio Signore si adira contro al suo servo?» e continuando,
si doleva di «non essere stato giammai ascoltato dal Santo Padre che,
invece, prestava sempre facile orecchio alle menzognere accuse de’
suoi nemici; quando le sue prediche, fatte in pubblico, e stampate,
li smentivano con tanta evidenza. Si doleva, poi, amaramente della
impudente audacia del Gennazzano il quale, mentre aveva dal pergamo
accusato personalmente il papa, con parole indegne d’un sacro oratore,
e ne era stato dal Savonarola stesso, in presenza di tutto il popolo,
rimproverato;[55] rivolgeva perfidamente quelle accuse contro di lui
che mai non aveva attaccato in particolare nessun uomo, e molto meno
il principe dei fedeli, il vicario di Cristo. Dichiarava nuovamente di
sottomettersi al giudizio della Chiesa, di non predicare altra dottrina
che quella dei Santi Padri; come ben presto avrebbe fatto conoscere
a tutto il mondo, nel suo _Trionfo della croce_. Che se, poi,» così
concludeva la lettera, «a me sarà per mancare ogni aiuto umano; io
porrò la mia speranza in Dio, e farò chiaro all’universo mondo la
nequizia di costoro che forse dovranno pentirsi della cominciata
impresa.»
Ma quando fu scritta questa lettera,[56] la scomunica era già
pronunziata. Il Breve partiva da Roma il giorno 12 maggio; se non
che, per una singolare ventura del Savonarola, sembrava che ogni cosa
dovesse concorrere a scemarne l’efficacia. Esso era scritto a guisa
di lettera indirizzata ai Frati della SS. Annunziata, quasi che il
papa temesse la solita forma d’indirizzo ai credenti in universale
consegnato, poi, nelle mani di Giovanni da Camerino teologo; questi,
arrivato a Siena, vi si tratteneva più giorni, in forse del procedere
oltre. Finalmente, lasciatosi vincere dalla paura che i seguaci del
Frate non lo tagliassero a pezzi, se ne tornò addietro; consegnando
ad altri il breve che, in questo modo, arrivò a Firenze solo verso la
fine di maggio. Ed allora molti del clero ricusarono di pubblicarlo,
per non esservi la presenza del commissario apostolico, richiesta
dall’uso: nondimeno fu pure affisso nelle chiese principali di ciascun
quartiere.[57]
Il contenuto del breve o lettera, che si voglia dire, ai Padri Serviti,
non era meno singolare della forma di esso. «Da più persone degne di
fede,» così diceva il santo Padre, «abbiamo inteso, come _un certo_
Fra Girolamo Savonarola, al presente, per quanto si dice, vicario di
San Marco in Firenze; abbia seminata perniciosa dottrina con scandalo
e iattura delle anime semplici. Noi gli comandammo, in virtù di santa
obbedienza, che sospendesse le prediche e venisse a noi, onde scusarsi
de’ suoi errori; ma egli non volle obbedire, e ci addusse, invece,
alcune scuse che noi con troppa benignità accettammo;[58] sperando
che la nostra clemenza dovesse convertirlo. Ma volle persistere sempre
nella sua ostinazione; onde con un secondo breve (7 novembre 96) gli
comandammo, sotto pena di scomunica, che unisse il convento di San
Marco alla Congregazione Tosco-Romana, nuovamente da noi creata. Anche
allora restò fermo nella sua pertinacia, incorrendo così, _ipso facto_,
nella censura. E però noi ora vi comandiamo che nei dì festivi, alla
presenza del popolo, dichiariate esso Frà Girolamo scomunicato, e come
tale doversi tenere da ognuno; _perchè alle apostoliche monizioni
nostre e comandamenti non ha obbedito_. E, sotto simile pena, venga
impedito ad ognuno d’aiutarlo, frequentarlo o lodarlo; sia nei detti,
sia nei fatti, siccome scomunicato e _sospetto_ d’eresia. — Dato in
Roma il dì 12 maggio 1497.»[59]
Adunque, dopo tante accuse contro la dottrina di quel Frate, il papa la
chiamava semplicemente _sospetta_; e ciò solo, per quello che ne aveva
udito dire, confessando così, implicitamente, di non averla esaminata:
la scomunica non era, quindi, motivata che sulla disobbedienza di non
avere unito San Marco alla nuova Congregazione Tosco-Romana. Questa
unione, poi, come abbiamo visto più sopra, non era stata che un
pretesto per chiudere la bocca al Savonarola; ed egli, con assai valide
ragioni l’aveva respinta, dimostrando al papa come aveva non solo il
diritto, ma anche il dovere di ciò fare, a cagione dei mali gravissimi
che ne potevano risultare al suo convento; oltre di che, la cosa
non dipendeva dal priore solamente, ma da tutti i frati di S. Marco.
Comunque sia di ciò, la scomunica rendeva chiaro al mondo che la Chiesa
non poteva ancora dichiarare eretica la dottrina del Savonarola; che,
quanto al suo non andare a Roma, il papa aveva accettato le scuse, e
quindi non poteva chiamarlo disobbediente, se non in cosa di assai poco
momento; in cosa che egli stesso aveva ordinata e disordinata mille
volte, e che aveva messa innanzi per mero pretesto.
Il Savonarola, intanto, senza troppo precipitar le cose,
s’apparecchiava dal suo lato alla difesa. Il giorno 19 giugno 1497,
scriveva un’_Epistola contro la scomunica surrettizia, a tutti i
Cristiani e diletti a Dio_. In essa, dopo aver ripetuto le cose già
tante volte dette circa la dottrina, concludeva: «non si spaventino i
tepidi, chè questa scomunica non è valida nè innanzi a Dio nè innanzi
agli uomini; perchè mossa da cagioni ed accuse inventate falsamente da’
nostri nemici. Io mi sono sempre sottoposto e mi sottopongo anche ora
al giudizio della Chiesa, nè mancherò mai all’obbedienza; ma non si
deve, però, obbedire a quei comandi che sono contrari alla carità ed
alla legge del Signore, perchè allora i nostri superiori non tengono
più la persona di Dio. Voi, intanto, apparecchiatevi colle orazioni
a ciò che deve seguire; e noi, se la cosa procede più oltre, faremo
sentire la verità a tutto il mondo.»[60] — In una seconda lettera,
_Contra sententiam excommunicationis_, egli veniva, con lunghe
citazioni del Gerson, a provare che non bisogna temere la condanna
ingiusta, e che il volersi sottomettere ad ogni sentenza «_est asinina
patientia, timor leporinus et fatuus_.» Continuava, poi, citando sempre
le parole del Gerson, a discorrere dell’appello dal papa al Concilio;
sopra di che si esprimeva con qualche incertezza; dichiarava, però, che
il resistere al papa, quando egli volesse far valere la sua autorità
a distruzione della Chiesa, non solo era permesso ma era anche dovere.
«Nè pecca il cristiano,» così continuavano le citate parole del Gerson,
«quando per sottrarsi ad una scomunica ingiusta, si aiuta colla potestà
secolare; perchè tali ingiuste sentenze non sono altro che violenza,
ed il diritto naturale c’insegna a respingere la forza colla forza.
E ciò sarà giusto, massimamente quando si sarà avuto cura di non far
nascere scandalo, e d’illuminare i pusillanimi i quali credono che
il papa abbia potestà sopra il cielo e sopra la terra. Bisogna essere
verso il sommo pontefice umile e mansueto; ma, quando con l’umiltà non
si arriva, allora _accipienda est animosa libertas_.» Così concludeva
il Gerson, ed a questo il Savonarola aggiungeva: «Tutto ciò viene
mirabilmente in nostro aiuto; ma, pure, oggi è tale e tanta l’ignoranza
degli uomini, che molti vorrebbero credere scomunicati, non solamente
noi, ma quelli ancora che vengono al convento; ed altri, anche più
ignoranti, aggiungono che bisogna evitare perfino il discorrere con
quelli che frequentano la nostra chiesa. Non sanno costoro che Martino
V ha detto nel concilio di Costanza, e confermato in quello di Basilea,
che i fedeli non sono tenuti evitare gli scomunicati, se non quando
essi vengono espressamente nominati.»[61]
Il giorno 22 giugno era, finalmente, con grande solennità pubblicata
la scomunica in Firenze. Tutto il clero, insieme coi frati Minori,
con quelli di S. Croce, S. M. Novella, S. Spirito, coi Monaci Neri ed
i Zoccolanti, si radunavano in mezzo alla Cattedrale, dove a suono di
campanelli e con quattro torchi accesi fu solennemente pronunziato il
Breve; dopo di che spensero ogni lume, e tutto rimase nel buio e nel
silenzio.[62]
Sarebbe assai difficile immaginare i discorsi, i disordini, i tumulti
che seguirono in Firenze, pronunziata che fu la scomunica. Due giorni
dopo (24 giugno), cadeva la festa di S. Giovanni; ed i frati di S.
Agostino e S. Francesco protestavano di non volervi assistere, se vi
pigliavano parte anche quelli di S. Marco. Così, tanto a questi come ai
frati di S. Domenico di Fiesole, fu imposto di tenersi, quel giorno,
chiusi nel Convento. L’audacia de’ Compagnacci, incoraggiata poi da
una Signoria composta tutta di Arrabbiati, non aveva più alcun freno;
onde nacque nella città una grande licenza di dire e di fare. Per tutto
si sparlava del Savonarola, e fu pubblicato un gran numero di sonetti
e canzoni anonime, scritti lascivi e frottole invettive contro alla
sua dottrina. La notte, quando i frati erano in coro, venivano, colle
grida, colle canzoni e co’ sassi, fatte molte ingiurie al convento. E
siccome i magistrati lasciavano a queste cose una piena libertà, così
ogni giorno si procedeva più oltre, e i tristi effetti se ne videro,
in poco tempo, moltiplicati a dismisura. Il mal costume trionfò come
per incanto, le chiese erano vuote, ed invece si frequentavano le
bettole: le donne tiravan fuori i loro abiti osceni, le gioie nascoste,
e di nuovo ornate con lusso sfoggiante, si mostravano per la città: i
giovani profumati ritornavano a cantare i Canti carnescialeschi, sotto
alle finestre delle loro amanti che più non ne arrossivano. In meno
d’un mese sembravano tornati i giorni di Lorenzo il Magnifico; ogni
pensiero della patria e della libertà era dimenticato. — Tali furono le
prime conseguenze prodotte dal breve di papa Alessandro Borgia.[63]
Ma il governo fiorentino girava per una serie di mutamenti continui;
onde presto le cose si trovarono in altre mani. La Signoria di luglio
e aprile risultò favorevole al Savonarola; e, fin dai primi giorni
del suo ufficio, incominciava pratiche a Roma, per ottenere la revoca
della scomunica. Il papa sembrava volesse commettere quella dottrina
all’esame di sei cardinali; e la Signoria, fin dal 2 luglio, scriveva
all’oratore Alessandro Bracci, perchè appoggiasse e favorisse questa
idea pensando che non vi si potrebbe trovar nulla a ridire. Il giorno
8 dello stesso mese,[64] raccomandavano di nuovo all’oratore che
s’adoperasse caldamente in favore di questa causa, e gli accludevano
una lettera al papa, nella quale dicevano: «Santissimo padre. Le papali
censure ci affliggono sommamente, sì pel rispetto che la Repubblica
ha sempre avuto alle somme chiavi, sì perchè noi vediamo i maligni
accusare a torto, presso la Sua Santità, un uomo innocentissimo. Noi
stimiamo quest’uomo buono, religioso e perito nelle cose cristiane.
Per molti anni egli s’è adoperato nel bene del nostro popolo, nè si
potrà mai notare alcun peccato nella sua dottrina o nella sua vita. Ma
alla virtù non mancò mai invidia, e nel nostro popolo son molti coloro
che invertono il nome dell’onesto, e si credono diventar maggiori col
rendersi audaci contro ai buoni. Noi, perciò, supplichiamo ardentemente
che la V. S. voglia, nella sua paterna e divina carità, prendere sopra
di sè il giudizio di tal cosa, e revocare il peso di queste censure;
non solo quanto al Savonarola, ma ancora per tutti quelli che hanno
potuto incorrervi. Niuna grazia maggiore potrebbe V. S. fare alla
repubblica, massime in questi tempi di pestilenza, nei quali le censure
sono con grave pericolo delle anime.»[65]
E così continuava per tutto l’anno una corrispondenza caldissima
della repubblica in difesa del Savonarola, essendo egli aiutato
dalla fortuna con varie Signorie tutte favorevoli, e col magistrato
de’ Dieci sempre a lui devotissimo.[66] Messer Alessandro Bracci,
oratore a Roma, secondava questi uffici con tutto il suo buon animo,
e guadagnava in favore di quella causa i Cardinali di Perugia, di
Benevento e di Capaccio; sollecitava quello di Napoli, che s’era sempre
dimostrato caldo amico di San Marco; si valeva dell’opera di Giorgio
Benigno e di Giovanni Nasi, che dimoravano allora in Roma, e che,
tanto con la parola come colla penna, erano stati sempre difensori
del Savonarola. E, mentre che da tutti i lati, non senza qualche buona
speranza, si cercava temperare lo sdegno del papa e piegare a benignità
l’animo suo; una singolare offerta veniva fatta al Savonarola. Il
Cardinal di Siena[67] gli faceva sapere, che se venisse pagata ad
un tal suo creditore, la somma di 5,000 scudi; egli avrebbe fatto
ritirare la censura. Il caso non era nuovo nè strano, perchè a Roma
si mercanteggiava allora ogni cosa; ma il Savonarola, come ognuno può
credere, respinse sdegnosamente l’impudente offerta, e, scrivendo ad
un suo amico, diceva; «molto maggiore censura riputerei, redimerla per
prezzo.»[68] Nondimeno, quella era una prova che l’animo del Santo
Padre dava qualche segno di cedere, ed il Frate poteva prenderne
argomento a bene sperare.
In questo mezzo, seguiva una di quelle atrocissime tragedie, con cui
la famiglia dei Borgia sapeva empiere d’orrore quel secolo che fu,
pure, uno scandalo nella storia del genere umano. Il duca di Candia,
figlio primogenito del papa, veniva di notte pugnalato e gettato nel
Tevere. L’autore del delitto era stato suo fratello il cardinal di
Valenza, mosso da gelosia d’osceno amore per la sorella Lucrezia, e da
una sfrenata ambizione di potere, che non sapeva tollerar compagni alle
sue mire. L’atroce e inaudito fatto commosse di profondo dolore perfino
le viscere d’Alessandro Borgia, il quale, per la prima ed unica volta
in sua vita, sembrò pentito dei molti falli, e deciso di emendarli.
Egli già s’era chiuso in una stretta solitudine, ed aveva scelto
una commissione di cardinali, per riparare ai tanti mali che allora
travagliavano e desolavano la Chiesa.[69]
Il Savonarola non volle lasciar fuggire questa occasione ed, in
data del 1 luglio, scriveva al papa una lettera in cui, dopo averlo
destramente confortato, lo incoraggiava nel santo proposito, ed in
fine volgeva il discorso alla propria causa. «Beatissimo Padre,» egli
diceva, «la fede piena di miracoli e d’opere eccelse, confermata dal
sangue dei martiri, è la sola tranquillità, è la vera consolazione al
cuore dell’uomo. Essa trascende il senso e la ragione, ci solleva da
questo mondo, ci porta alle cose invisibili, ed ingrandisce l’animo
nostro. Essa ci fa sopportare le avversità, ci fa rallegrare nelle
tribolazioni; onde è scritto che il giusto non sarà mai contristato,
e giusto è quegli che per fede vive nel Signore: beato è chi viene
chiamato a questa grazia della fede. Risponda, adunque, V. S. alla
felice chiamata; acciò subito la tristezza si muti in gaudio. Il
Signore colla sua bontà trascende tutti i nostri peccati.» E qui,
volgendo il discorso a parlare di se stesso, diceva: «Io annunzio cose
di cui sono certo, e per esse volentieri sopporto ogni persecuzione.
Ma la V. B. si volga favorevole a quest’opera della fede, per la quale
io di continuo lavoro, e non presti più il suo orecchio agli empii.
Così dal Signore avrà il liquore del gaudio, in luogo dello spirito
di dolore; imperciocchè le cose da me predette sono vere, e niuno
che resiste al Signore, potrà mai aver pace. Queste cose, Beatissimo
Padre, io scrivo, guidato dalla carità, e sperando che la V. B. venga
veracemente consolata da Dio; giacchè fra poco tonerà la sua ira,
e beati coloro che si saranno confidati in lui. Il Signore di ogni
misericordia consoli V. S. nelle sue tribolazioni.»[70]
Era certamente singolare questa lettera, in cui lo scomunicato priore
di San Marco chiamava alla buona via ed alla penitenza il Santo Padre.
Questi, però, non se ne mostrava offeso, anzi dava speranza di volersi
benignamente piegare: segno evidente che il suo dolore ed il suo
pentimento duravano tuttavia sinceri. Ma furono brevi e fugaci momenti.
Il Borgia ritornava subito alla scandalosa vita con più impeto che mai;
ed allora si rammaricava altamente, che il Savonarola avesse ardito
insultare al suo paterno dolore.[71]
Comunque sia di ciò, se la Signoria ed il Savonarola lavoravano
per un verso; non mancavano, certamente, quelli che si adoperavano
in senso contrario. Già gli Arrabbiati avevano mandato a Roma una
soscrizione firmata da molti di loro, nella quale ripetevano le
solite accuse contro al Frate. Il che risaputosi a Firenze, per mezzo
dell’ambasciatore, ne furono subito cominciate altre due in favore
del Savonarola. La prima di esse era segnata da tutti i 250 frati
del convento, i quali, lodando la vita e la dottrina del loro priore,
supplicavano il Santo Padre, perchè togliesse le censure ed aiutasse
la santa impresa, chè ne avrebbe avuto merito appo Dio. A questa
seguiva un’altra soscrizione la quale, riconfermando le stesse cose,
era segnata da un gran numero dei principali cittadini. Incominciata
nel luglio, vi si erano in poco tempo raccolte 363 firme; e si
procedeva ancora più oltre, quando la peste, crescendo minacciosamente,
interruppe quasi ogni faccenda in Firenze.[72]
Morivano già da 50 a 70 persone al giorno; il che, sebbene fosse
tenuto allora piccolo numero, era nondimeno segno assai minaccioso
di mali maggiori, considerata specialmente la gran moltitudine che si
trovava allora stivata nella città.[73] Ognuno fuggiva alle ville, e lo
spavento cominciava ad essere universale. Ma, se tutti abbandonavano
la città e le faccende, pel Savonarola, invece, cominciavano, come
ognuno può immaginarsi, occupazioni nuove e più gravi. Il suo ministero
gl’imponeva d’adoperarsi nella comune sventura, a soccorrere e
confortare gli afflitti. Sebbene la scomunica gl’impedisse d’andare
attorno a prestare i sacri uffici;[74] ognuno può comprendere come
egli avesse assai grave faccenda alle mani, quando penserà che a lui
era affidata la cura di 250 frati, la più parte dei quali novizi, e
tutti chiusi in un solo convento, dove, senza efficaci provvedimenti,
il contagio avrebbe potuto fare strage grandissima. Infatti, non
andò guari che un frate s’ammalò; onde la peste e lo spavento erano
già entrati in San Marco. I più timidi volevano fuggire, altri
consigliavano al Savonarola di mettersi in salvo, alcuni cittadini gli
offerivano le loro ville; ma esso comprendeva troppo bene, quale era
il suo dovere in quei gravi momenti. Profittò delle ricevute offerte,
per mandare in campagna i novizi ed i più giovani frati, tra i quali
suo fratello Aurelio. Così venne diradato il convento, dove egli restò
coi più fedeli e sperimentati seguaci. Leggeva e commentava loro i
Treni di Geremia,[75] le Profezie di Giona, la Storia di Sansone,
e andava confortando i loro animi. Ai lontani, poi, mandava lettere
continue ed affettuose, che davano coraggio a sopportare i pericoli,
e rimproveravano i troppo timidi. «Io faccio ogni sforzo,» così egli
scriveva a Frà Paolo del Beccuto che voleva allontanarsi dal proprio
convento, «perchè i nostri Padri scampino da questo pericolo; ma
vedo che alcuni si mostrano più timidi dei secolari, e questa è una
pusillanimità indegna d’uomini religiosi, i quali debbono cercare
piuttosto che temere la morte. Bisogna confidarsi nel Signore e non
già nel fuggire. Io, perciò, non credo che voi dobbiate, per ora,
assentarvi dal vostro convento. I frati di qui, muoiono lietamente,
come se andassero ad una festa. Quelli che hanno cura degl’infermi
son sani. Oggi s’è ammalato Frate Antonio da S. Quintino, dopo aver
conversato meco.»[76] Da tutte le lettere che il Savonarola scrisse
in quel tempo, trasparisce un grande affetto pe’ suoi frati e per
la famiglia; una grandissima fermezza e serenità d’animo, in mezzo a
tanti pericoli. Il 24 luglio, scriveva a suo fratello maestro Alberto a
Ferrara, dandogli nuove dell’altro fratello Maurelio, religioso in San
Marco; e diceva: «Frà Maurelio è fuori di Firenze, per la pestilenza
che ancora non è grande; ma si vede gran principio. Ogni giorno abbiamo
in città da 50 a 70 morti, ed alcuni dicono anche 100: non si vede
altro che croci e morti. Noi stiamo bene, grazie a Dio; nè io mi sono
partito di Firenze, sebbene abbia mandato fuori più di 70 frati, perchè
non ho paura e perchè voglio consolare i tribolati.»[77] Più tardi (14
agosto) riscriveva allo stesso: «Non temete del mio stare in mezzo alla
peste, perchè il Signore mi aiuterà. Sebbene mi abbiano profferito
molti luoghi, io non ho voluto abbandonar le pecorelle, e resto,
invece, per consolare gli afflitti. È maravigliosa, poi, la letizia di
quelli che muoiono: frati e secolari, uomini e donne rendono l’anima
lodando il Signore.»[78]
In quei solenni momenti, i pensieri del Savonarola non erano volti
solo ai frati; ma colle parole, cogli scritti, in tutti i modi,
cercava aiutare anche i secolari, pei quali scrisse la sua _Epistola
a tutti gli Eletti_, che chiamò, pure, _Trattato medicinale contro la
peste_.[79] In essa dava sette regole, per mantenere tanto il corpo
come lo spirito temperato e tranquillo; raccomandava la moderazione
nei cibi, la ilarità dell’animo, e la carità verso gli ammalati:
«Soccorreteli,» egli diceva, «serviteli in ogni cosa, in ogni modo, se
anche sono vostri nemici.»[80]
Fortunatamente il pericolo fu minore di quello che non si temeva: al
principio d’agosto la peste cominciava giù sensibilmente a scemare;
verso la metà del mese era quasi del tutto cessata.[81] I cittadini
ritornavano dalle ville a ripigliare le usate faccende; il convento
di San Marco si apriva nuovamente al popolo; ed il 15 del mese si
celebrava nel secondo chiostro la festa della Madonna, con un pubblico
e solenne rendimento di grazie, per il pericolo scampato. La città
ripigliava l’aspetto usato; ed ognuno, dopo l’agitazione ed i pericoli
di quell’anno, desiderava trovare finalmente calma e tranquillità.