CAPITOLO PRIMO.

Il Savonarola predica la quaresima del 97, sopra Ezechielle. Costumi e

vita di Piero de’ Medici a Roma. Si tenta nuovamente di rimetterlo in

Firenze; ma il tentativo fallisce compiutamente. [1497]

Nella quaresima dell’anno 1497, il Savonarola continuò le prediche

sopra Ezechielle, le quali toccarono diversi argomenti d’importanza

nella lotta che ferveva sempre più viva contro Roma. Furono però assai

imperfettamente compilate, perchè il Violi che le raccolse dalla viva

voce, ne fece appena un breve ed arido sommario, nel quale tralasciava

assai spesso le cose di maggior momento, per tener dietro solo alle

visioni e profezie.[21] Noi ci limiteremo, quindi, a riportarne solo

alcuni brani che ci sembrano più notevoli.

Uno degli argomenti che meritano di essere più particolarmente

considerati in queste prediche, è quello dei beni temporali della

Chiesa; su di che il Savonarola non espresse mai tutta la sua opinione,

aspettando forse che la riunione del Concilio gliene porgesse occasione

più opportuna. Nel quaresimale sopra Ezechielle però, disse chiaramente

che la Chiesa può avere beni temporali, che essi erano stati qualche

volta utili, anzi necessari; ma che ora sembravano esserle solo di

peso e di danno. «Le ricchezze» egli diceva «son quelle che l’hanno

guasta. — Oh! frate, tu vuoi dire che la Chiesa non possa tenere

beni temporali? — Questo saria eresia. Non dico questo io, perchè

non è da credere, se non si potesse tenere, che San Silvestro li

avesse accettati, e San Gregorio li avesse confermati; però noi ci

sottomettiamo alla Chiesa Romana. — Oh! che val meglio, che ne abbia o

no? — Questa è una gran questione, perchè vediamo che ha pur fatto male

per avere queste ricchezze, e non bisogna che io lo provi. Rispondiamo,

adunque, non però assolutamente, come il marinaro che non vuole gittare

le ricchezze in mare _absolute_, ma fuggire il pericolo; e diciamo che

la Chiesa staria meglio senza ricchezze, perchè sarebbe più unione con

Dio. Però io dico alli miei religiosi: tenete sempre salda la povertà,

chè quando vi entra le ricchezze in casa, vi entra la morte.»[22] E

continuando lo stesso argomento si scagliava terribilmente contro quei

secolari o sacerdoti che usurpavano i beni ecclesiastici, e ne facevano

cattivo uso. «Chiunque ha usurpato questi beni, li renda alla Chiesa di

Cristo, se i pastori son buoni; altrimenti li dia ai poveri, nè abbia

paura dei canoni. Tu, canonista, di’ pure quel che tu vuoi, che il mio

primo canone sarà sempre la carità. Io vi dico: voi dovete avere questa

regola, che nessun canone può esser contrario alla carità ed alla

coscienza, altrimenti non sarebbe canone.»[23]

In vero, pel Savonarola la carità era la legge universale, e la

coscienza era la norma suprema. Egli non voleva alterare i dommi,

e neppure credeva che una riforma puramente ecclesiastica potesse

bastare a correggere la corruzione universale dei cristiani: bisognava

ridestare la fede negli animi, bisognava ringiovanire il cuore

dell’uomo. «Che vuol dire tutta questa guerra che mi muovono? quale

ne è la cagione? Niente altro che il mio scoprire la corruzione dei

cattivi....»[24] «Ma io farò, come fece Frate Jacopone in Concistoro,

il quale, essendogli detto che predicasse qualche cosa, si voltò

attorno e ripetè tre volte: io mi maraviglio come per li peccati vostri

non si apre la terra e non vi assorbe.»[25]

Le accuse contro Roma furono anche in questa quaresima argomento

principale di molte prediche; ed acquistavano forza maggiore dal

presentimento d’una vicina crisi della lunga lotta, d’un prossimo

sollevamento di tutta la Cristianità contro le abominazioni di Roma.

Nè il Savonarola, oggimai, si asteneva dall’affermare che egli si

sarebbe messo alla testa d’un tal movimento, per correggere e riformare

la Chiesa. «La terra è piena di sangue,» diceva egli, parlando dei

preti, «e non curano nessuno; anzi col malo esemplo ammazzano ognuno

nell’anima sua. Si sono allontanati da Dio, e il loro culto è di stare

tutta notte colle meretrici, e tutto il dì a cicalare nei cori; e

l’altare è fatto bottega del clero. Dicono che Dio non ha provvidenza

del mondo, che tutto è a caso, e non credono che nel sacramento sia

Cristo.[26] .... Fatti in qua, ribalda Chiesa. Io ti avevo dato,

dice il Signore, le belle vestimenta, e tu ne hai fatto idolo. I

vasi désti alla superbia; i sacramenti alla simonia; nella lussuria

sei fatta meretrice sfacciata; tu sei peggio che bestia; tu sei un

mostro abominevole. Una volta ti vergognavi de’ tuoi peccati, ma ora

non più. Una volta i sacerdoti chiamavano nipoti i loro figliuoli;

ora non più nipoti, ma figliuoli, figliuoli per tutto. Tu hai fatto

un luogo pubblico, e hai edificato un postribolo per tutto. Che fa la

meretrice? Ella siede in sulla sedia di Salomone, e provoca ognuno:

chi ha danari passa e fa quel che vuole, chi cerca il bene è scacciato

via. O Signore, Signore, non vogliono che si faccia il bene.... E

così, o meretrice Chiesa, tu hai fatto vedere la tua bruttezza a tutto

il mondo, e il tuo fetore è salito al cielo. Tu hai moltiplicato

le tue fornicazioni in Italia, in Francia, in Ispagna, per tutto.

Ecco che io stenderò le mie mani, dice il Signore, io ne vengo a te

ribalda, scellerata: la mia spada sarà sopra i tuoi figli, sopra il

tuo postribolo, sopra le tue meretrici, sopra i tuoi palazzi; e sarà

conosciuta la mia giustizia. Il cielo, la terra, gli angeli, i buoni,

i cattivi ti accuseranno, e non vi sarà persona per te; io ti darò in

mano di chi ti odia.»[27] ... «O preti e frati, voi col malo esemplo,

avete posto questo popolo nel sepolcro delle cerimonie. Io vi dico che

bisogna rompere questo sepolcro, perchè Cristo vuole risuscitare la

sua Chiesa in ispirito. Credete voi che San Francesco, San Domenico

e gli altri Santi abbino dimenticato la loro religione e non preghino

per essa? Noi tutti, ancora, dobbiamo pregare per questa rinnovazione.

Scrivete in Francia, in Alamagna; scrivete per ogni dove: quel frate

dice che andiate tutti al Signore e facciate orazione, perchè il

Signore vuole venire. — Sù, spacciate via cavallari.... Credete forse

che noi solamente siamo buoni? che non vi siano dei servi di Dio negli

altri luoghi? Gesù Cristo ne ha molti, e ve ne sono assai in Alamagna,

in Francia, in Spagna, i quali ora stanno ascosi e piangono questa

infermità. Ve n’è in tutte le città e castella, in tutte le ville e

religioni, di quelli che hanno questo fuoco. Essi mi mandano a dire

qualche cosa nell’orecchio, ed io rispondo: — State nascosti infino a

che si dirà: _Lazare, veni foras_. Io sto qui, perchè il Signore mi ci

ha messo, ed aspetto che mi chiami; allora manderò fuori una gran voce

che sarà udita in tutta la Cristianità e farà tremare il corpo della

Chiesa, come la voce di Dio fece tremare quello di Lazzaro.»

«Molti di voi dicono che verranno scomuniche; ma io vi ripeto che si

cerca altro che scomuniche. Per me ti prego, o Signore, che la venga

presto. — Oh! non hai tu paura? — Non io, che mi vogliono scomunicare

perchè non faccio male. Portatela in su una lancia questa scomunica e

apritele le porte. Io voglio risponderle; e se non ti fo maravigliare,

di’ poi quello che ti pare. Io farò impallidire tanti visi là e qua,

che ti parranno ben molti; e manderò fuori una voce che farà tremare e

commuovere il mondo.»

«So bene che vi è pure a Roma chi s’affatica tutto giorno contro di

me. Ma esso non ha zelo di religione, e lo fa solo perchè s’è perduto

sempre dietro ai magnifici e gran signori.[28] Altri dicono: il frate

ha piegato, egli ha mandato a Roma uno de’ suoi.» «Io ti so dire che

la brigata non consente a’ miei; e se io volessi andare adulando, non

sarei oggi a Firenze[29] nè avrei la cappa stracciata, e mi saprei

cavar fuori di questo pericolo. Ma, o Signore, io non voglio queste

cose, io voglio solamente la tua croce: fammi perseguitare. Io ti

domando questa grazia: che tu non mi lasci morire in sul letto; ma

che io ti renda il sangue mio, come tu hai fatto per me.... Intanto,

figliuoli miei, non dubitate; perchè certamente avremo l’aiuto del

Signore.»[30]

Così finiva il quaresimale sopra Ezechielle, in cui il Savonarola

apparecchiava il popolo alla gran lotta ch’era vicina a scoppiare,

al Concilio ch’egli sperava di riuscire ben presto a raccogliere.

Ma nel tempo che s’apparecchiava a ricevere la scomunica, ed a

sostenere con Roma una guerra religiosa, nuovi ed inaspettati pericoli

minacciavano gravemente lui e la repubblica. Il partito dei Bigi

mostrava un’insolita attività, che dava non piccolo pensiero agli

amici del governo libero, i quali vedevano come, nelle presenti

condizioni del popolo, ogni tentativo dei nemici poteva riuscire

di pericolo gravissimo. La fame ed il caro de’ viveri erano sempre

cresciuti, mentre il lavoro scemava; ogni giorno nuove famiglie di

contadini venivano a branchi in città, ove, chiedendo soccorso per

le vie, davano un tristo spettacolo di miseria. Alla fame s’erano

poi unite molte malattie, fra cui la peste cominciava a sorgere più

minacciosa. Gli spedali e tutti i luoghi pubblici erano pieni di

malati e di poveri, le private abitazioni dei Piagnoni s’aprivano a

ciascuno generosamente; e, ciò non ostante, Iacopo Nardi fa ascendere

a più migliaia il numero di quelli che morirono di fame, molti de’

quali esso vide cadere estenuati, su’ muricciuoli delle vie o accanto

agli usci delle botteghe:[31] questi eran tempi davvero opportuni pei

Medici; ed infatti, mentre i Piagnoni non pensavano ad altro che a

soccorrere il popolo, i Bigi erano tutti dediti a cospirare in segreto

pel ritorno di Piero. Ed uno di coloro che più si adoperavano, era

quel Frate Mariano da Gennazzano, il cui odio contro al Savonarola fu

sempre inestinguibile: esso aveva di continuo aizzato il Papa contro

di lui, ed ora veniva improvvisamente a Firenze. Ma, prima di narrare

quali fossero le trame di quel partito, e che mezzi adoperasse Piero

de’ Medici, per riuscire nel suo intento; vediamo che vita fosse

stata in questo mezzo la sua, e quali i suoi pensieri. Per fortuna,

noi abbiamo di ciò un’assai minuta relazione, fattaci da un Lamberto

dell’Antella[32] che s’era molto adoperato in quei maneggi, e conosceva

assai bene l’indole ed i costumi di tutti coloro che ci avevano posto

le mani.

Piero dei Medici, adunque, dopo che nell’anno passato gli era fallito

il tentativo d’entrare in Firenze colle armi, trovandosi privo di

speranza, con pochi amici e senza danari; s’era ritirato a Roma, dove

si abbandonò ad ogni più osceno e scandaloso vivere. Si levava la

mattina in sull’ora del desinare, ed innanzi tutto mandava in cucina

a vedere se gli apparecchi erano di suo gusto, altrimenti ne andava

a casa San Severino dove ogni giorno si faceva lauto pranzo; e quivi

soleva passare la più parte del suo tempo. Finito il desinare, si

chiudeva con qualche cortigiana per una di quelle camere (così ci

racconta l’Antella), e rimanendovi insino a dopo la cena, ne usciva con

uomini di mal affare e di poco cervello a correre le vie di Roma; la

notte passava nei bagordi, ed una o due ore innanzi giorno, tornavasene

finalmente a casa ed alla moglie. La gola, il giuoco, la libidine ed

ogni vizio contro natura, consumavano il tempo e la vita sua; ma fra

tutte le sue passioni, violentissimo era l’orgoglio ed il bisogno che

aveva di opprimere e dominare gli altri. A lui sembrava che chiunque

gli era intorno, fosse tenuto obbedirlo e lasciarsi tiranneggiare a suo

arbitrio. Nè mai gli veniva in animo alcun sentimento di riconoscenza

o pietà verso coloro che lo servivano: non v’era fede, non v’erano

fatiche o pericoli corsi per lui, che bastassero mai a salvare da’

suoi modi prepotenti e bestiali. Un tal Francesco del Nero, dopo avere

per suo comando viaggiato tutta Italia, portando somme considerevoli,

servendolo con quanta fede è al mondo; n’ebbe questa ricompensa, che

Piero lo prese grandemente a noia, ed ebbe l’animo di pregar Lamberto

dell’Antella che lo facesse in qualche modo uccidere. In casa sua v’era

sempre qualcuno dei più antichi e fedeli servitori, de’ quali, quando

aveva bisogno, sembrava fare grandissimo conto e tenerli in grandissima

affezione; ma, non appena avea cessato di valersene, li trattava peggio

che bestie, e per levarsene qualcuno d’intorno, tentò anche il veleno.

Nè teneva questi modi brutali solo coi servi; egli anzi non sapeva

frenarsi con alcuno, e col suo fratello Cardinale[33] trascorreva assai

spesso, in presenza di molta gente, a parole ed atti indegni d’usarsi

coll’ultimo famiglio; onde più volte furono in sul punto di separarsi.

Tutto ciò, per altro, non impediva che quando al Cardinale venivano

danari, Piero ne volesse in ogni modo la parte sua che, in due o tre

giorni, aveva subito giocata o gettata via.

In questo modo s’erano ridotti a tale, che avevano dovuto impegnare le

gioie, gli argenti ed arazzi; erano carichi di debiti su cui pagavano

il 20 per cento; e, per usare una frase del tempo, non spendevano

fiorino che non costasse loro otto lire.[34] Ciò non ostante, Piero si

pasceva sempre della speranza d’avere un giorno a tornare in Firenze,

e si godeva nel pensiero delle vendette che allora avrebbe fatte,

e del sangue che avrebbe versato. Teneva seco una nota di tutte le

famiglie che dovevano essere disfatte; le loro case pensava spianare, e

i loro beni confiscare a suo vantaggio. Infatti, quando, per la venuta

dell’Imperatore a Pisa, risorgeva un poco la speranza dei Medici; il

Cardinal Giovanni, trovandosi a Bolsena e discorrendo un giorno della

possibilità d’essere richiamati, si lasciò dire: che gli esilii e le

confische del 34,[35] e le morti del 78[36] dovevano sembrare un giuoco

a quello che farebbero essi questa volta; perchè si volevano assicurare

per modo, da non venire mai più cacciati di Firenze. La via che Piero

si proponeva di tenere, per riuscire nel suo intento, era di spendere

quasi tutte le entrate dello Stato in due grosse condotte, affidate al

comando dell’Orsini e dell’Alviano; ed in tal modo sperava colle armi

far sicure le sue vendette. Egli, poi, se ne stava sempre dietro ai

potentati d’Italia, a pregare ed a raccomandare la sua causa; perchè

desiderava ardentemente di entrare in Firenze solo colle armi esterne,

e non venire in obbligo di sorta verso alcun cittadino, nè doversi

reggere coll’aiuto e consiglio loro, cosa che sopra tutte le altre

aborriva. Un giorno, infatti, trovandosi nella sua camera a discorrere

con qualche amico del desiderato ritorno in Firenze; e, come suole

avvenire in questi casi, parendo ad ognuno d’essere quasi in sul fatto,

messer Lodovico da S. Miniato si rivolse a lui, dicendogli: «Voi farete

un bello Stato, e con un savio e buon Consiglio di 25 o 30 cittadini,

farete la Pratica e governarete la terra a vostro agio.» Al che Piero,

con un atto assai indecente, rispose: «Voi dovreste pure aver capito,

che io non vo’ consiglio di persona; e desidero piuttosto capitar

male per consiglio mio, che bene per quello d’altri.»[37] Tali erano i

costumi e le intenzioni dell’uomo che i potentati cercavano rimettere

in Firenze, ed ora, anche la fortuna pareva che gli volesse porgere

favorevole occasione.

Durante la lotta che ferveva tra Arrabbiati e Piagnoni, i Bigi

avevano saputo acquistar nuove forze; giacchè, tenendosi sempre

stretti ed uniti fra loro, e ponendosi tutti insieme ora da un lato

ora dall’altro, divenivano assai spesso padroni delle elezioni che si

facevano in Consiglio. Così di fatti, nella nuova Signoria per Marzo

ed Aprile, riuscirono a crear gonfaloniere Bernardo del Nero, uomo

certamente di molta autorità e prudenza; ma stato sempre creatura dei

Medici, e desideroso di vederne il ritorno, o almeno di stabilire in

Firenze un governo ristretto.[38]

Non appena fu nota questa elezione, che subito si vide nei Bigi

una gioia che invano cercavano di nascondere: una staffetta partì

segretamente da Firenze e corse a briglia sciolta verso Roma, per

dare l’annunzio a Piero dei Medici. Questi, svegliatosi allora dal suo

letargo, scrisse immantinente agli alleati, ad amici e parenti; onde

raccogliere uomini, armi e danari. Trovò gran favore nel Papa, nei

Veneziani ed in altri; il Duca di Milano però restava sempre chiuso

nel suo antico rancore.[39] In Firenze, molti giovani caldissimi

nella sua parte lo sollecitavano con lettere e con messi continui;

promettevano che al suo primo apparire, la città intera si sarebbe

sollevata in favore dei Medici. Onde egli, così aiutato ed incoraggito,

potè mettere insieme 1,300 uomini, sotto il comando di Bartolommeo

d’Alviano, giovane allora di grandi speranze nella milizia italiana;

ma, quando era pronto a mettersi in moto, e quando già s’avvicinava al

suo termine l’ufficio della nuova Signoria a lui favorevole; Bernardo

del Nero mandò a consigliare di soprassedere, giudicando che l’impresa

fosse per allora di assai difficile riuscita. Piero, d’altronde, dopo i

sacrifizi fatti e le speranze avute, non poteva più stare sulle mosse;

e, ricevendo da altri amici lettere che gli davano grande animo e lo

sollecitavano, decise finalmente di tentare in ogni modo la fortuna.

Verso il 20 d’aprile, si mise in cammino per Siena, dove trovò Pandolfo

Petrucci che era quasi signore di quella repubblica, tutto disposto a

favorirlo. Riposate, quindi, e messe in ordine le sue genti, pigliava

la via di Firenze il 27 dello stesso mese. Camminarono così rapidi, che

due ore innanzi all’alba del 28 erano già al monastero di S. Gaggio,

dove aspettavano che, fatto giorno, il popolo aprisse la porta di

S. Pier Gattolini,[40] e li ricevesse con acclamazioni in città. Ma

nella notte erano stati trattenuti da una pioggia dirotta, presso alle

Tavernelle, luogo distante 16 miglia da Firenze; e mentre che quivi

riposavano i cavalli e la gente stanca, avevano anche, per maggior

cautela, trattenuto o rimandato indietro chiunque veniva verso la

città. Fra questi fu un contadino il quale, vedendosi, a quell’ora ed

in quel luogo, ricacciato da cavalieri armati, sospettò che quivi fosse

Piero de’ Medici; e, messosi per vie traverse, si trovò alla porta in

sul primo aprire di essa, onde subito potè fare avvertiti i doganieri

di tutto l’accaduto. Questi lo menarono difilato alla Signoria; e

non erano anche giunti al Palazzo, che la città era già piena della

nuova del fatto. Il popolo sollevato correva alle armi, e la Signoria

si trovava subito costretta a far chiudere le porte, e mettervi

sopra quelle poche artiglierie ch’erano pronte. Bernardo del Nero

cercava nascondere il suo vero animo, col mostrarsi dei più caldi a

provvedere; e come nel popolo già s’erano generati molti sospetti, così

fu pensato di non metter fuori i gonfaloni; ma si dierono, invece, le

armi solamente a quelli che erano più fidati e conosciuti amici della

libertà, i quali subito corsero alla guardia delle porte.[41]

In questo mezzo, quando il disordine era grandissimo e lo spavento

universale nella città; messer Filippo Arrigucci, uno dei Signori,

e tutto amico del Savonarola, mandò a lui Girolamo Benivieni, per

sapere quello che sarebbe seguito della città. Il Benivieni medesimo

ci racconta, come non appena il Frate lo vide entrare nella cella,

che, senza neppur dargli tempo di parlare disse: «_Modicæ fidei, quare

dubitasti?_ Di’ pure ai Signori, che Piero de’ Medici arriverà alle

porte e tornerà indietro, senza ottenere alcun risultato.»[42]

In fatti, non appena fu chiaro il giorno, che Piero s’accostò alla

porta; e, con sua grandissima maraviglia, la trovò sempre chiusa.

Quando poi s’avvide, come le poche spingarde che v’erano sopra

s’apparecchiavano a tirargli contro; allora si nascose dietro un muro,

dove invano attese che la città levasse tumulto in suo favore. Così

resto tutto il giorno; e, trovandosi alla testa di 1300[43] uomini

benissimo armati, non ebbe il coraggio di muovere una sola spada; ma,

piuttosto, volle dare di sè miserabile spettacolo agli abitanti di quel

borgo, che, guardandolo, deridevano la sua paura. Persuaso finalmente

che nella città niuno si moveva in suo favore; e, sopravvenendogli

ancora il pensiero, che le genti fiorentine a Pisa gli potessero

tagliare il cammino alle spalle; si volse subito indietro, facendo

piuttosto una fuga che una ritirata, perchè non era anche giorno, che

già si trovava sul territorio sanese.

Dopo questo fatto, Piero dei Medici non poteva più avere alcuna

speranza di tornare in Firenze. La sua fortuna era oggimai rovinata

per sempre: nel tentativo dello scorso anno aveva sperimentato quanto

valessero la fede e gli aiuti de’ suoi alleati; ed ora che alla testa

del governo s’era trovato un suo fautore, potea vedere qual fondamento

avessero le speranze che i suoi partigiani gli avevano date in

Firenze. Ivi, però, le cose non restavano tranquille; ma, invece, piene

d’alterazione e disordine. Il dubbio, già venuto a molti, che nella

Signoria stessa si fosse tramato in favore de’ Medici, teneva gli animi

tutti sollevati e pieni di sospetto; inaspriva le parti e destava odii

nuovi. Con molta prudenza fu, quindi, deliberato d’abbuiare il fatto,

sino a che non se ne venisse talmente in chiaro da poter dare qualche

sanguinoso esempio. Una nuova Signoria fu eletta il medesimo giorno

di quel tentativo; agli Otto fu imposto di vigilare sui movimenti di

Piero; Francesco Valori ch’era di quel magistrato e Tommaso Tosinghi

ch’era dei Dieci, ebbero l’incarico di rintracciar quelle fila della

congiura che s’erano ordite in città. E così, per un momento, posarono

le cose; non però senza pericolo di nuovi e maggiori disordini.

La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 2 (of 2) · 第 7 / 142 题