consentirmi che, con il cuore veramente dolente, io mi lagni del
deperimento nel quale attrovai quasi ogni parte delle opere componenti
i recinti e le fortificazioni dei domini d'Oltremare... specie della
piazza di Zara, il più forte propugnàcolo della provincia di Dalmazia,
e delle riflessibili mancanze e bisogni riconosciuti nelle sue interne
militari fabbriche. Non mi sorprende però, Eccellentissimo Signore, le
grandiosi somme che occorrerebbero per un general restauro di esse
opere, bensì il riconoscere una grande parte dei danni medesimi
portati dalla malizia degli uomini e per difetto di convenienti
diligenze, che profittando delli primi intacchi in un'opera la
riducono in consunzione in breve spazio di tempo, senza alcun riguardo
nè timore. Tanto maggiore fu la mia sorpresa quando vidi considerabili
mancanze in situazioni che sono alla vista delle sentinelle e degli
stessi corpi di guardia. Il quartiermastro dovrebbe essere uomo di
fermissima attenzione ed attivo, avere registri esatti ed accompagnare
gli ingegneri nelle visite che essi dovrebbero fare.... ma invece
nulla avviene di tutto questo. Manca il ponte che traversa il fosso
capitale della piazza di Zara alla porta di Terraferma, unica
comunicazione con il continente, e per conseguenza la sola parte per
la quale si può entrare in Zara da tutta la estesa provincia, per la
via di terra; è rovesciato il molo dalla parte di mare. Vi si rimediò
con un ponte provvisionale, ma è bisognevole di restauro, ed il molo è
sfasciato dalla violenza delle onde»[180].
Nè in migliori condizioni di Zara--la Venezia della Dalmazia--erano
le altre piazze e castelli del littorale e dell'interno:
«Spalato--soggiungeva l'ora detta relazione--ha una situazione
stupenda per sè. L'imperatore Diocleziano vi eresse il suo palagio ed
ha per appoggi il castello di Clissa per proteggerne il commercio
verso l'interno e quello di Sign[181]. Ma Spalato è ora in
decadimento ed un nemico può eseguirvi un colpo di mano. Vale perciò
meglio per lo Stato di stabilire colà i soli depositi generali di
munizioni da bocca e da guerra, e fidarsi meglio degli appoggi di
Clissa e Sign, però bene appropriati.
«Per Sign, fu il veltz-maresciallo Schoulemburg che dimostrò la
necessità di fortificarla fino dal 1718. Ma il piano non ebbe seguito,
e la Repubblica parve allora contentarsi di fortificare, Clissa e
Dernis ed il passo di Roncislap, sulla Kerka[182]. Infine, nel 1752,
furono fatti pochi lavori a Sign... ed a Spalato non furono toccate
che poche rovine del vecchio forte e nulla più. Eppure Sign è luogo di
confine, vi si fermano le carovane dei Turchi prima di scendere a
Spalato e vi è una caserma confinaria.
«Clissa è disposta sull'erto di un greppo che domina il solo passo per
il quale, da Sign, si può entrare nel contado di Spalato. I recinti
della fortezza sono in buono stato e, con piccole aggiunte alle opere
attuali, si potrebbe ridurre quel posto molto forte. Clissa è
provvista di conservatorî da acqua (serbatoj), requisito assai
necessario per una piazza di guerra in queste regioni. Qualche
ristauro vi è però necessario, acciocchè possano contenere
quest'ultimo elemento nella qualità e nella quantità indispensabili...
Occorrono però ristauri anche sulla strada di Sign, per Clissa, fino a
Spalato[183]. In questa strada, a quattro miglia circa da Spalato
(dove sono ancora alcuni residui della città di Salona) è fissato un
appostamento per una compagnia di _Dalmatini_ (Oltramarini), il cui
quartiere è però così miserabile che opprime lo spirito entrando nel
medesimo».
Proseguendo nel triste pellegrinaggio, dalla Dalmazia alle terre
Levantine, le tinte del rapporto Moser si fanno ancora più fosche,
come che la vita pubblica veneta scemasse di vigore e di calore a
misura che si allontanava dalla Dominante e dalle province a questa
più vicine. «A Corfù--continua la ricordata relazione--le opere sono
tutte ingombre, i parapetti rovesciati, disfatte le _embrasure_
(feritoie) ... sicchè confesso che grande fu la mia sorpresa
nell'attraversare tanta rovina. A Cerigo ed Asso, la medesima
desolazione. Quivi i N.N. H.H.[184] rappresentanti, nelle loro
abitazioni, sono appena riparati dai raggi solari ed il vento e la
pioggia entra per ogni parte. Gli ufficiali di Cerigo pagano alloggio
di casa, essendo atterrate quelle che loro servivano da ricovero; i
soldati sono pessimamente posti nei corpi di guardia. Ad Asso infine
tutte le fabbriche militari sono in rovina. Le condizioni del forte di
San Francesco di Cerigo... mi hanno poi fatto rabbrividire, ed invoco
provvedimenti per il decoro del Principato. Li otto pezzi che quivi
sono nella casa di San Nicolò, 3 da 30 e 5 da 20, sarebbe più decoroso
che fossero interamente a terra, piuttostochè vederli appoggiati sui
fracidissimi rottami dei loro letti (affusti).
«A Cefalonia le due fortezze sono ora interamente disabitate...
Prèvesa acquistata nell'ultima guerra contro il Turco, nel golfo di
Arta, insieme a Voniza[185] esposta alle incursioni nemiche, è
fortezza solo di nome ma in realtà è un mal conservato trinceramento».
Ed il sopraintendente Moser dopo questa fiera requisitoria così
concludeva: «Si faccia presto a provvedere. Siano fornite le milizie
di quartieri e di ospitali che loro sono urgentemente necessari,
capitali i più preziosi per le convenienze del Principato. Se no, a
nulla servono le bene intese e solide fortificazioni, gli utensili,
gli attrezzi da guerra, armi di buona tempera e ben conservate, se non
vengono difese le une e maneggiate le altre da destro e robusto
braccio».
*
* *
Il triste spettacolo delle province d'oltremare in rovina, senza
difesa, senza cannoni, senza milizie, l'imagine delle residenze dei
rappresentanti della Repubblica sul punto di crollare; dei picchetti
di Oltremarini usciti fuori delle caserme per cercare miglior
sicurezza e riparo sotto le tende, presso le rive di quel mare che fu
già pieno del nome e della gloria di Venezia, quasi attendessero di
momento in momento di mutare dimora, deve avere per certo commosso lo
spirito del Senato Veneto. Ma poichè l'azione era a quel tempo assai
più ardua della commiserazione ed i mezzucci assai più facili delle
decisioni pronte e virili, si ricorse anche questa volta ai timidi
tentativi, tanto per ingannare il pericolo dell'ora.
Così avvenne che in risposta al disperato appello del Moser, la
Serenissima si contentò di istituire il corpo dei _Travagliatori del
genio_.
Taluni storici della Repubblica--ed il Romanin tra gli
altri[186]--vollero attribuire a quel corpo un significato moderno,
qualificandolo per precursore dell'odierna arma del genio. Ma il
paragone a tutto rigore di critica non regge. Al massimo i
_travagliatori_ veneti potevano rassomigliarsi alle compagnie di
_ouvriers_, che esistevano nell'esercito francese prima dell'anno
1776; compagnie che vennero poi surrogate dai _soldati pionniers_ con
precisi attributi di arma tecnica, ciò che significa che i
predecessori degli _ouvriers_ non possedevano i requisiti dei pionieri
o, quanto meno, in modo assai incompleto.
Ma anche facendo astrazione da questi còmpiti e da questi paralleli,
occorre mettere in rilievo qualche altro aspetto che meglio serva a
chiarire il valore militare e morale del nuovo corpo dei
_travagliatori_, e le differenze sostanziali con il corpo dei _soldati
pionniers_ di Francia, cui si vorrebbe troppo corrivamente ricollegare
le tradizioni organiche dei _travagliatori_ veneti.
Il Moser adunque, esponendo l'urgenza di far argine al decadere delle
fortificazioni veneziane, proponeva d'impiegare nei ristauri un
personale militare ordinato in compagnie, con reclutamento, còmpiti e
trattamento assai analoghi a quelli delle odierne compagnie di
disciplina. Era quindi una specie di stabilimento di correzione
militare che si trattava di istituire, realizzando con esso due
vantaggi precipui: quello cioè di purgare i corpi dai soggetti più
pericolosi e di impiegare la loro mano d'opera nei restauri delle
fortificazioni e delle caserme a prezzo più conveniente della mano
d'opera borghese.
Quest'opera di risanamento dal lato morale militare--particolarmente
caldeggiata dal Savio di Terraferma alla Scrittura in carica Niccolò
Foscarini--piacque al Senato che l'approvò anzitutto per tali viste.
«Per togliere i perniciosi effetti--come diceva la relazione premessa
dal detto Savio al decreto che ordinava la costituzione del corpo dei
_travagliatori_--derivati dalla introduzione nella truppa dì quelle
figure che, quantunque ree di non gravi delitti, chiamano tuttavia la
pubblica vigilanza ad impedire loro maggiori trapassi,... e
nell'intento precipuo di tenere aperta una via per allontanare dalla
Terraferma e dalla Dominante gli individui infesti alla comune quiete,
si assoggetta l'ora intesa scrittura.
«Ed essa si dirige a stabilire l'istituzione di due _Corpi di
Travagliatori_[187] che raccoglier abbiano le sopra indicate figure ed
inoltre quei soldati che, per indisciplina e scostumatezza, venissero
giudicati dalle pubbliche cariche d'Oltremare e Savio alla Scrittura
degni di tale correzione, per essere impiegati nelle fabbriche ed in
ogni altro pubblico lavoro d'Oltremare. Ed il Senato, che adatto ciò
riconosce alle viste del suo servizio ed alla tranquillità dei suoi
sudditi, avvalora il provvedimento con la sua approvazione.
«I soldati _travagliatori_ avranno la paga di soldato di fanteria
italiana, più una _diaria_ di cinque _gazzette_[188] nei giorni di
continuato lavoro, onde possano procurarsi una nutrizione adatta alle
fatiche: ai capi-squadra saranno corrisposte dieci _gazzette_. Il
vestiario dei _travagliatori_ deve esser fatto dal Magistrato sopra
Camere[189] e di due in due anni loro somministrato, giusta il modello
che l'esattezza della conferenza assoggetta, e che si rileva
corrispondere in un sessennio al valore di quello usato dalla truppa
italiana»[190]
Tale fu l'ordinamento del corpo di travagliatori Veneti suddiviso in
due compagnie: una destinata ai lavori di Levante, l'altra a quelli
della Dalmazia[191]. È chiaro adunque che l'idea di istituire un corpo
del genio militare era ben lungi ancora dalla mente dei governanti
veneti nel 1785. E come non bastassero ad attestarlo le espressioni
del senatoconsulto ora citato, v'ha ancora il libro dei _Doveri del
Corpo dei Travagliatori_, pronto a ribadire tale concetto. A custodia
delle principali residenze delle due compagnie--cioè la _Cittadella_
di Corfù ed il _Forte_ di Zara--erano stabiliti dei grossi picchetti
di guardia, ciò che dinota la condizione molto simile a quella dei
forzati in cui erano tenuti i componenti del corpo.
L'anzidetto libro dei _Doveri_[192] specifica ancora meglio tale
condizione pressochè ergastolana dei _travagliatori_ quando prescrive
che, «a far parte di _diritto_ dei detti corpi sono chiamati quegli
individui che, dai varî tribunali, uffizi, magistrati e reggimenti,
vengono _condannati_ a servire nella truppa. Non possono però
introdurvisi gli individui rei di gravi delitti ed infamanti, nè
incapaci al lavoro... Dietro parere delle primarie cariche delle
province di Oltremare e del Savio di Terraferma alla Scrittura, si
possono altresì _condannare a servire nei corpi dei travagliatori_
quei soldati che si mostrassero di mal costume, o indisciplinati, o
che meritassero almeno due anni di correzione. Spirati questi due anni
e non dando i soldati segni di ravvedimento termineranno quivi
l'ingaggio. I ravveduti termineranno invece lo ingaggio nella truppa
dove saranno nuovamente trasferiti».
I _travagliatori_ non erano adunque che tristi soggetti allontanati
dall'esercito, e la cura di liberarnelo al possibile primeggiava sopra
ogni altra, ad onta della rovina delle fortificazioni veneziane e
della fosca dipintura del sopraintendente Moser. Fu soltanto pochi
mesi prima della caduta della Serenissima che il generale Stràtico
richiese effettivamente al Savio alla Scrittura di istituire un corpo
del genio militare, con attributi e còmpiti da arma nel senso moderno;
«formando _finalmente_ un corpo di _guastatori_, istrutto nella
costruzione dei trinceramenti ed opere campali sotto la direzione
degli ufficiali ingegneri e nella gittata dei ponti per il passaggio
dei fiumi. Così ad ogni comando nulla verrebbe a mancare, tanto per
muovere la truppa contro l'oste nemica che per assicurarle una forza
superiore alla medesima».
Ma lo Stràtico scriveva così soltanto il 20 luglio 1796[193].
CAPO VIII.
La cavalleria veneta. Le armi nel loro complesso, il governo ed il
riparto difensivo e territoriale. I veterani.
Le glorie della cavalleria leggera _stradiotta_ erano sfiorite da gran
tempo. I fieri cavalieri albanesi--o _cappelletti_--al soldo della
Repubblica, vestiti di abiti succinti, armati di piccolo scudo, di
lancia e di spada, che avevano empito delle loro fulminee gesta i
campi d'Italia nel Cinquecento, si erano a grado a grado ammansiti.
Avevano dapprima smussate le unghie, poscia ripiegate le zanne e si
erano da ultimo confusi e perduti in un largo innesto nei più miti
cavalleggeri Dalmati e Croati. L'essenza dell'arte del combattere
leggero alla stradiotta, fatto di balenare d'incursioni, di tagli
ratti e violenti inferti sul corpo greve dell'avversario, di solchi
sanguigni e profondi vibrati sulle terre devastate dalla loro
rapacità, era esulata altrove sotto forme più disciplinate e conformi
al diritto delle genti, specie in Francia, dove si era raccolta e
tramandata, con qualche sapore di _venezianità_, sotto le insegne del
reggimento cavalleggeri _Royal Cravates_[194].
A Venezia rimase, come di tutto il bello ed il buono del passato,
soltanto l'eredità delle memorie. Trascorso il periodo delle grandi
guerre e delle lotte di conquista, nelle quali la cavalleria
stradiotta con il suo rapido dilagare parve quasi il simbolo e l'arma
per eccellenza; ripiegatasi la Serenissima in sè medesima, la
cavalleria divenne nell'esercito veneto un'arma esotica. Si restrinse
cioè al modesto compito di milizia addetta alla custodia dei confini,
alla scorta dei convogli di privative dello Stato[195] e delle
reclute, alla guardia d'onore delle missioni e delle alte cariche
governative; dedicò infine il proprio servizio al mestiere di
staffetta lungo le principali rotabili, per trasmettere con qualche
celerità lungo di esse le ducali e gli ordini più urgenti del Savio
alla Scrittura.
Sotto questo riguardo adunque la cavalleria veneziana prese la veste
di un pubblico servizio e si spogliò delle caratteristiche di arma
combattente.
Le esenzioni e le difficoltà dei pascoli, mentre tendevano a
raccoglierla in determinati centri meglio provvisti di foraggio,
obbligavano per contro a frazionarla in piccoli posti là dove questo
scarseggiava. E ciò anche per meglio soddisfare alle esigenze del
servizio di scorta e di staffetta. La campagna bresciana e la veronese
primeggiavano per floridezza dei pascoli e quivi i riparti di
cavalleria potevano stare più raccolti: la provincia del Friuli,
specie il circondario di Pordenone[196], pur essendo assai più ricca
di foraggi era nondimeno esente da ogni servitù, e ciò per antico
privilegio.
Nei dintorni del Chievo (_Clevo_) stava quindi alloggiato un buon
terzo della cavalleria veneta al tempo della decadenza, ed a Verona
risiedeva il suo sopraintendente. I possessori di quelle praterie
acclive e dei pingui pascoli sotto quella fortezza erano
obbligati--per vecchi statuti--a somministrare le decime dei loro
fieni alla cavalleria[197].
Ma quel vincolo--fatto di antiche schiavitù terriere--era diventato
insopportabile ai terrazzani veronesi della decadenza della
Repubblica, che ripetutamente ed acerbamente se ne dolevano,
offrendosi perfino di pagare la prescrìtta decima in denaro sonante.
Con ciò quei terrazzani intendevano piuttosto a liberarsi delle
guarnigioni che dell'onere che loro derivava per la presenza della
cavalleria nelle loro terre.
Ma il Senato, nel 1782, riconfermò nel modo più esplicito il pieno
vigore delle antiche servitù, «essendochè la fornitura delle decime
alla pubblica cavalleria è destinata alla comune salvezza di tutti,
per il mantien di quell'arma»[198].
A squadriglie, a drappelli, il rimanente della cavalleria era
suddiviso in parte nelle città e nel contado della Bresciana e del
Bergamasco, ed in parte tra i centri di Padova, Rovigo, Treviso, Udine
e Palmanova. Delle province di Oltremare, la sola Dalmazia aveva
cavalleria preferibilmente croata, oppure di corazze; e poichè a
questa specialità da tempo era affidato il servizio di vigilanza verso
le frontiere turchesche e nell'interno, i nomi di _corazze_ e di
_croati_ suonavano nei luoghi come sinonimi di gendarmi ed anche di
sgherri[199].
Inauguratosi poi, nel 1783, il sistema dei cambi di guarnigione o dei
_turni_--come si disse più avanti---fra i grandi riparti territoriali
della Serenissima, questa tradizione poliziesca andò a grado a grado
affievolendosi, ed il servizio di ordine pubblico fu indi appresso
egualmente ripartito tra le diverse specialità dell'arma che si
avvicendavano nei presidi d'Oltremare.
*
* *
I còmpiti della cavalleria veneta si esplicavano anzitutto nei servizi
mobili, cioè nella perlustrazione delle strade di maggior transito
insidiate dai malviventi, nella sorveglianza delle linee di confine,
nella protezione dei convogli di _biave_ (frumento) che dovevano
servire alla panificazione per la truppa[200] e nei servizi fissi di
guardia e di vigilanza locale; cioè nei così detti _appostamenti_
dell'arma stabiliti ai nodi stradali di maggior rilievo, nelle
vicinanze delle fortezze e dei castelli più importanti. Sotto
quest'ultimo aspetto, la cavalleria veneta si prestava all'occorrenza
anche al disimpegno del servizio di staffetta e di corriere, come si è
ricordato più sopra.
Il senso di cosiffatto servizio spigliato, disimpegnato a piccoli
nuclei, contribuiva nondimeno a rendere l'arma maneggevole, usa alle
fatiche e bene allenata. I frequenti contatti tra l'una e l'altra riva
dell'Adriatico avevano fatto inoltre acquistare alla medesima buona
pratica degli imbarchi, degli sbarchi e dimesticità nelle traversate
oltremare, abbenchè nessuna prescrizione regolamentare si occupasse
della materia e se ne lamentasse oltremodo il difetto[201]. I
trasporti si eseguivano di solito tra il Lido e Zara usando le
_manzere_, o barche per il trasporto dei bovini, ed in genere
«approfittando di tutti i legni in partenza, sia per armo che per
scorta delle reclute»[202].
Quanto al frazionamento della cavalleria esso era per certo molto
considerevole. Nel 1794, le quattro compagnie di _croati_ del
_Reggimento Colonnello Avesani_ e le quattro compagnie di _dragoni_
del _Reggimento Colonnello Soffietti_, che avevano stanza attorno al
Chievo, fornivano appostamenti a Mozzecane, Valeggio (Valeso), Sorgà,
Villanova, Castelnuovo, San Pietro in Valle, Caldiero, Cà de' Capri,
Sega, ed eventualmente anche posti di vigilanza attorno alle fortezze
di Legnago e di Peschiera[203]. Le rimanenti quattro compagnie di
ciascuno dei reggimenti sopra ricordati, che tenevano guarnigione
nella Bresciana, provvedevano a loro volta agli appostamenti di
Palazzolo, Ospedaletto, Ponte San Marco, Orzinovi, Àsola, Pontevico,
Salò e Crema. Infine, due compagnie del reggimento croati del
_Colonnello Emo_ distaccate nel Bergamasco, somministravano gli
appostamenti di Cavernago, di Vercurago, Lavalto, Sorta, Villadoda,
Cividale, Barican, Sola, Brambat, Lurano, San Gervasio, Romano e
Pontida[203].
E le compagnie della cavalleria veneta a quel tempo, «detratti gli
ufficiali, bassi-ufficiali, _camerata_ (attendenti e piantoni di
scuderia) _selleri_, forier e marescalco, che non fanno servizio...»
si erano ridotte a soli 27 cavalieri ognuna[204],
Intorno a questo medesimo tempo l'arma si suddivideva in due
reggimenti di _croati_, in uno di _cavalleria dragona_ ed uno di
_cavalleria corazziera_. I reggimenti di croati e di dragoni avevano
la forza di otto compagnie ciascuno, quello di corazzieri ne contava
solamente sei.
Le compagnie di dragoni, croati e corazzieri, accoppiate due a due,
formavano uno squadrone agli ordini di un sergente maggiore.
I corazzieri, per vecchia tradizione nobilesca, costituivano anche
nella cavalleria veneta la milizia a cavallo più pregiata e
ragguardevole, e la legge di _Ottazione_ assicurava ai loro graduati
alcuni privilegi in confronto agli altri graduati della
Serenissima[205]. I dragoni erano destinati a combattere occorrendo
anche a piedi ed erano perciò armati di moschettoni[206]; i croati
infine formavano la cavalleria leggera.
Sulla fine della Repubblica era sopraintendente dell'arma il già
colonnello delle _corazze_ conte Giulio Santonini. Quando questi fa
elevato alla suprema carica della cavalleria veneta (1788) con
l'anzidetto titolo di sopraintendente e con il grado di sergente
maggiore di battaglia, il Santonini contava 52 anni di servizio e 67
di età, dedicati in massima parte al pubblico servizio nelle
guarnigioni di Dalmazia e di Levante[207].
*
* *
Il grande frazionamento delle truppe venete, le loro unità stremate di
gregari e decrepite nei quadri, il servizio anfibio che esse
prestavano tra terra e mare, tra le frontiere turchesche e le isole
sperdute dell'arcipelago ionico, rendevano assai rare le occasioni
utili per stabilire contatti reciproci di cameratismo, per affinare il
senso dell'arte, per esercitare insomma le truppe medesime in nuclei
di qualche rilievo, conforme a quanto si usava a quell'epoca nei campi
di manovra di Francia e dell'Impero. Richiamate poi a nuova vita le
cerne nel 1794, con il loro _innesto_ nei riparti di soldati del
_vecchio piede_ le unità si rinsanguarono alcun poco, sicchè le
compagnie anemiche dei fanti italiani ed oltremarini, da una trentina
di soldati appena salirono in media a circa il doppio.
Si presentava allora propizia l'occasione per addestrare le truppe
venete in qualche simulacro di campo o di manovra, ed il tenente
generale Salimbeni--il tacciato di giacobinismo nei bossoli del
Maggior Consiglio e del Senato--la colse ben volentieri a Verona, là
dove, sulla fine del detto anno, si trovavano raccolti ben 2507 tra
fanti e cannonieri, con 326 tra dragoni e croati[208].
«Il capitanio di Verona (Alvise Mocenigo) come pure il tenente
generale Salimbeni--così diceva una relazione del Savio al Doge--si
mostrano molto soddisfatti dei progressi della guarnigione nei campali
esercizî, ad onta del tempo non lungo scorso dalla prima raccolta
delle cernide e di qualche rèmora nelle successive. Nè per essere di
già terminata la stagione delle campali evoluzioni[209] si introdusse
l'inazione nella piazza. Mentre quel _comandante delle armi_ profitta
di questa stessa circostanza per stabilirvi il giornaliero servizio,
senza tenere di soverchio occupata la truppa che gode di altrettanto
riposo e coglie sempre le buone giornate per esercitarle anche
_riunite in corpo_, il medesimo si propone alla ventura primavera di
eseguire anche col presidio qualche evoluzione di tattica»[210].
Le buone intenzioni avevano adunque fruttato qualche cosa. Più tardi,
nel luglio del 1796, il sergente generale conte Stràtico--il fautore
di una artiglieria veneta da battaglia leggera e manovriera ed il
riformatore del regolamento di esercizi per le fanterie italiana ed
oltremarina--riaffermava ancora la necessità di queste manovre
d'assieme, nella premessa al ricordato regolamento e nel carteggio che
esso diede luogo tra lo stesso Stràtico ed il Savio di Terraferma alla
Scrittura in carica.