«Prima di ogni altra cosa--così scriveva il Moser--voglia V. E.

consentirmi che, con il cuore veramente dolente, io mi lagni del

deperimento nel quale attrovai quasi ogni parte delle opere componenti

i recinti e le fortificazioni dei domini d'Oltremare... specie della

piazza di Zara, il più forte propugnàcolo della provincia di Dalmazia,

e delle riflessibili mancanze e bisogni riconosciuti nelle sue interne

militari fabbriche. Non mi sorprende però, Eccellentissimo Signore, le

grandiosi somme che occorrerebbero per un general restauro di esse

opere, bensì il riconoscere una grande parte dei danni medesimi

portati dalla malizia degli uomini e per difetto di convenienti

diligenze, che profittando delli primi intacchi in un'opera la

riducono in consunzione in breve spazio di tempo, senza alcun riguardo

nè timore. Tanto maggiore fu la mia sorpresa quando vidi considerabili

mancanze in situazioni che sono alla vista delle sentinelle e degli

stessi corpi di guardia. Il quartiermastro dovrebbe essere uomo di

fermissima attenzione ed attivo, avere registri esatti ed accompagnare

gli ingegneri nelle visite che essi dovrebbero fare.... ma invece

nulla avviene di tutto questo. Manca il ponte che traversa il fosso

capitale della piazza di Zara alla porta di Terraferma, unica

comunicazione con il continente, e per conseguenza la sola parte per

la quale si può entrare in Zara da tutta la estesa provincia, per la

via di terra; è rovesciato il molo dalla parte di mare. Vi si rimediò

con un ponte provvisionale, ma è bisognevole di restauro, ed il molo è

sfasciato dalla violenza delle onde»[180].

Nè in migliori condizioni di Zara--la Venezia della Dalmazia--erano

le altre piazze e castelli del littorale e dell'interno:

«Spalato--soggiungeva l'ora detta relazione--ha una situazione

stupenda per sè. L'imperatore Diocleziano vi eresse il suo palagio ed

ha per appoggi il castello di Clissa per proteggerne il commercio

verso l'interno e quello di Sign[181]. Ma Spalato è ora in

decadimento ed un nemico può eseguirvi un colpo di mano. Vale perciò

meglio per lo Stato di stabilire colà i soli depositi generali di

munizioni da bocca e da guerra, e fidarsi meglio degli appoggi di

Clissa e Sign, però bene appropriati.

«Per Sign, fu il veltz-maresciallo Schoulemburg che dimostrò la

necessità di fortificarla fino dal 1718. Ma il piano non ebbe seguito,

e la Repubblica parve allora contentarsi di fortificare, Clissa e

Dernis ed il passo di Roncislap, sulla Kerka[182]. Infine, nel 1752,

furono fatti pochi lavori a Sign... ed a Spalato non furono toccate

che poche rovine del vecchio forte e nulla più. Eppure Sign è luogo di

confine, vi si fermano le carovane dei Turchi prima di scendere a

Spalato e vi è una caserma confinaria.

«Clissa è disposta sull'erto di un greppo che domina il solo passo per

il quale, da Sign, si può entrare nel contado di Spalato. I recinti

della fortezza sono in buono stato e, con piccole aggiunte alle opere

attuali, si potrebbe ridurre quel posto molto forte. Clissa è

provvista di conservatorî da acqua (serbatoj), requisito assai

necessario per una piazza di guerra in queste regioni. Qualche

ristauro vi è però necessario, acciocchè possano contenere

quest'ultimo elemento nella qualità e nella quantità indispensabili...

Occorrono però ristauri anche sulla strada di Sign, per Clissa, fino a

Spalato[183]. In questa strada, a quattro miglia circa da Spalato

(dove sono ancora alcuni residui della città di Salona) è fissato un

appostamento per una compagnia di _Dalmatini_ (Oltramarini), il cui

quartiere è però così miserabile che opprime lo spirito entrando nel

medesimo».

Proseguendo nel triste pellegrinaggio, dalla Dalmazia alle terre

Levantine, le tinte del rapporto Moser si fanno ancora più fosche,

come che la vita pubblica veneta scemasse di vigore e di calore a

misura che si allontanava dalla Dominante e dalle province a questa

più vicine. «A Corfù--continua la ricordata relazione--le opere sono

tutte ingombre, i parapetti rovesciati, disfatte le _embrasure_

(feritoie) ... sicchè confesso che grande fu la mia sorpresa

nell'attraversare tanta rovina. A Cerigo ed Asso, la medesima

desolazione. Quivi i N.N. H.H.[184] rappresentanti, nelle loro

abitazioni, sono appena riparati dai raggi solari ed il vento e la

pioggia entra per ogni parte. Gli ufficiali di Cerigo pagano alloggio

di casa, essendo atterrate quelle che loro servivano da ricovero; i

soldati sono pessimamente posti nei corpi di guardia. Ad Asso infine

tutte le fabbriche militari sono in rovina. Le condizioni del forte di

San Francesco di Cerigo... mi hanno poi fatto rabbrividire, ed invoco

provvedimenti per il decoro del Principato. Li otto pezzi che quivi

sono nella casa di San Nicolò, 3 da 30 e 5 da 20, sarebbe più decoroso

che fossero interamente a terra, piuttostochè vederli appoggiati sui

fracidissimi rottami dei loro letti (affusti).

«A Cefalonia le due fortezze sono ora interamente disabitate...

Prèvesa acquistata nell'ultima guerra contro il Turco, nel golfo di

Arta, insieme a Voniza[185] esposta alle incursioni nemiche, è

fortezza solo di nome ma in realtà è un mal conservato trinceramento».

Ed il sopraintendente Moser dopo questa fiera requisitoria così

concludeva: «Si faccia presto a provvedere. Siano fornite le milizie

di quartieri e di ospitali che loro sono urgentemente necessari,

capitali i più preziosi per le convenienze del Principato. Se no, a

nulla servono le bene intese e solide fortificazioni, gli utensili,

gli attrezzi da guerra, armi di buona tempera e ben conservate, se non

vengono difese le une e maneggiate le altre da destro e robusto

braccio».

*

* *

Il triste spettacolo delle province d'oltremare in rovina, senza

difesa, senza cannoni, senza milizie, l'imagine delle residenze dei

rappresentanti della Repubblica sul punto di crollare; dei picchetti

di Oltremarini usciti fuori delle caserme per cercare miglior

sicurezza e riparo sotto le tende, presso le rive di quel mare che fu

già pieno del nome e della gloria di Venezia, quasi attendessero di

momento in momento di mutare dimora, deve avere per certo commosso lo

spirito del Senato Veneto. Ma poichè l'azione era a quel tempo assai

più ardua della commiserazione ed i mezzucci assai più facili delle

decisioni pronte e virili, si ricorse anche questa volta ai timidi

tentativi, tanto per ingannare il pericolo dell'ora.

Così avvenne che in risposta al disperato appello del Moser, la

Serenissima si contentò di istituire il corpo dei _Travagliatori del

genio_.

Taluni storici della Repubblica--ed il Romanin tra gli

altri[186]--vollero attribuire a quel corpo un significato moderno,

qualificandolo per precursore dell'odierna arma del genio. Ma il

paragone a tutto rigore di critica non regge. Al massimo i

_travagliatori_ veneti potevano rassomigliarsi alle compagnie di

_ouvriers_, che esistevano nell'esercito francese prima dell'anno

1776; compagnie che vennero poi surrogate dai _soldati pionniers_ con

precisi attributi di arma tecnica, ciò che significa che i

predecessori degli _ouvriers_ non possedevano i requisiti dei pionieri

o, quanto meno, in modo assai incompleto.

Ma anche facendo astrazione da questi còmpiti e da questi paralleli,

occorre mettere in rilievo qualche altro aspetto che meglio serva a

chiarire il valore militare e morale del nuovo corpo dei

_travagliatori_, e le differenze sostanziali con il corpo dei _soldati

pionniers_ di Francia, cui si vorrebbe troppo corrivamente ricollegare

le tradizioni organiche dei _travagliatori_ veneti.

Il Moser adunque, esponendo l'urgenza di far argine al decadere delle

fortificazioni veneziane, proponeva d'impiegare nei ristauri un

personale militare ordinato in compagnie, con reclutamento, còmpiti e

trattamento assai analoghi a quelli delle odierne compagnie di

disciplina. Era quindi una specie di stabilimento di correzione

militare che si trattava di istituire, realizzando con esso due

vantaggi precipui: quello cioè di purgare i corpi dai soggetti più

pericolosi e di impiegare la loro mano d'opera nei restauri delle

fortificazioni e delle caserme a prezzo più conveniente della mano

d'opera borghese.

Quest'opera di risanamento dal lato morale militare--particolarmente

caldeggiata dal Savio di Terraferma alla Scrittura in carica Niccolò

Foscarini--piacque al Senato che l'approvò anzitutto per tali viste.

«Per togliere i perniciosi effetti--come diceva la relazione premessa

dal detto Savio al decreto che ordinava la costituzione del corpo dei

_travagliatori_--derivati dalla introduzione nella truppa dì quelle

figure che, quantunque ree di non gravi delitti, chiamano tuttavia la

pubblica vigilanza ad impedire loro maggiori trapassi,... e

nell'intento precipuo di tenere aperta una via per allontanare dalla

Terraferma e dalla Dominante gli individui infesti alla comune quiete,

si assoggetta l'ora intesa scrittura.

«Ed essa si dirige a stabilire l'istituzione di due _Corpi di

Travagliatori_[187] che raccoglier abbiano le sopra indicate figure ed

inoltre quei soldati che, per indisciplina e scostumatezza, venissero

giudicati dalle pubbliche cariche d'Oltremare e Savio alla Scrittura

degni di tale correzione, per essere impiegati nelle fabbriche ed in

ogni altro pubblico lavoro d'Oltremare. Ed il Senato, che adatto ciò

riconosce alle viste del suo servizio ed alla tranquillità dei suoi

sudditi, avvalora il provvedimento con la sua approvazione.

«I soldati _travagliatori_ avranno la paga di soldato di fanteria

italiana, più una _diaria_ di cinque _gazzette_[188] nei giorni di

continuato lavoro, onde possano procurarsi una nutrizione adatta alle

fatiche: ai capi-squadra saranno corrisposte dieci _gazzette_. Il

vestiario dei _travagliatori_ deve esser fatto dal Magistrato sopra

Camere[189] e di due in due anni loro somministrato, giusta il modello

che l'esattezza della conferenza assoggetta, e che si rileva

corrispondere in un sessennio al valore di quello usato dalla truppa

italiana»[190]

Tale fu l'ordinamento del corpo di travagliatori Veneti suddiviso in

due compagnie: una destinata ai lavori di Levante, l'altra a quelli

della Dalmazia[191]. È chiaro adunque che l'idea di istituire un corpo

del genio militare era ben lungi ancora dalla mente dei governanti

veneti nel 1785. E come non bastassero ad attestarlo le espressioni

del senatoconsulto ora citato, v'ha ancora il libro dei _Doveri del

Corpo dei Travagliatori_, pronto a ribadire tale concetto. A custodia

delle principali residenze delle due compagnie--cioè la _Cittadella_

di Corfù ed il _Forte_ di Zara--erano stabiliti dei grossi picchetti

di guardia, ciò che dinota la condizione molto simile a quella dei

forzati in cui erano tenuti i componenti del corpo.

L'anzidetto libro dei _Doveri_[192] specifica ancora meglio tale

condizione pressochè ergastolana dei _travagliatori_ quando prescrive

che, «a far parte di _diritto_ dei detti corpi sono chiamati quegli

individui che, dai varî tribunali, uffizi, magistrati e reggimenti,

vengono _condannati_ a servire nella truppa. Non possono però

introdurvisi gli individui rei di gravi delitti ed infamanti, nè

incapaci al lavoro... Dietro parere delle primarie cariche delle

province di Oltremare e del Savio di Terraferma alla Scrittura, si

possono altresì _condannare a servire nei corpi dei travagliatori_

quei soldati che si mostrassero di mal costume, o indisciplinati, o

che meritassero almeno due anni di correzione. Spirati questi due anni

e non dando i soldati segni di ravvedimento termineranno quivi

l'ingaggio. I ravveduti termineranno invece lo ingaggio nella truppa

dove saranno nuovamente trasferiti».

I _travagliatori_ non erano adunque che tristi soggetti allontanati

dall'esercito, e la cura di liberarnelo al possibile primeggiava sopra

ogni altra, ad onta della rovina delle fortificazioni veneziane e

della fosca dipintura del sopraintendente Moser. Fu soltanto pochi

mesi prima della caduta della Serenissima che il generale Stràtico

richiese effettivamente al Savio alla Scrittura di istituire un corpo

del genio militare, con attributi e còmpiti da arma nel senso moderno;

«formando _finalmente_ un corpo di _guastatori_, istrutto nella

costruzione dei trinceramenti ed opere campali sotto la direzione

degli ufficiali ingegneri e nella gittata dei ponti per il passaggio

dei fiumi. Così ad ogni comando nulla verrebbe a mancare, tanto per

muovere la truppa contro l'oste nemica che per assicurarle una forza

superiore alla medesima».

Ma lo Stràtico scriveva così soltanto il 20 luglio 1796[193].

CAPO VIII.

La cavalleria veneta. Le armi nel loro complesso, il governo ed il

riparto difensivo e territoriale. I veterani.

Le glorie della cavalleria leggera _stradiotta_ erano sfiorite da gran

tempo. I fieri cavalieri albanesi--o _cappelletti_--al soldo della

Repubblica, vestiti di abiti succinti, armati di piccolo scudo, di

lancia e di spada, che avevano empito delle loro fulminee gesta i

campi d'Italia nel Cinquecento, si erano a grado a grado ammansiti.

Avevano dapprima smussate le unghie, poscia ripiegate le zanne e si

erano da ultimo confusi e perduti in un largo innesto nei più miti

cavalleggeri Dalmati e Croati. L'essenza dell'arte del combattere

leggero alla stradiotta, fatto di balenare d'incursioni, di tagli

ratti e violenti inferti sul corpo greve dell'avversario, di solchi

sanguigni e profondi vibrati sulle terre devastate dalla loro

rapacità, era esulata altrove sotto forme più disciplinate e conformi

al diritto delle genti, specie in Francia, dove si era raccolta e

tramandata, con qualche sapore di _venezianità_, sotto le insegne del

reggimento cavalleggeri _Royal Cravates_[194].

A Venezia rimase, come di tutto il bello ed il buono del passato,

soltanto l'eredità delle memorie. Trascorso il periodo delle grandi

guerre e delle lotte di conquista, nelle quali la cavalleria

stradiotta con il suo rapido dilagare parve quasi il simbolo e l'arma

per eccellenza; ripiegatasi la Serenissima in sè medesima, la

cavalleria divenne nell'esercito veneto un'arma esotica. Si restrinse

cioè al modesto compito di milizia addetta alla custodia dei confini,

alla scorta dei convogli di privative dello Stato[195] e delle

reclute, alla guardia d'onore delle missioni e delle alte cariche

governative; dedicò infine il proprio servizio al mestiere di

staffetta lungo le principali rotabili, per trasmettere con qualche

celerità lungo di esse le ducali e gli ordini più urgenti del Savio

alla Scrittura.

Sotto questo riguardo adunque la cavalleria veneziana prese la veste

di un pubblico servizio e si spogliò delle caratteristiche di arma

combattente.

Le esenzioni e le difficoltà dei pascoli, mentre tendevano a

raccoglierla in determinati centri meglio provvisti di foraggio,

obbligavano per contro a frazionarla in piccoli posti là dove questo

scarseggiava. E ciò anche per meglio soddisfare alle esigenze del

servizio di scorta e di staffetta. La campagna bresciana e la veronese

primeggiavano per floridezza dei pascoli e quivi i riparti di

cavalleria potevano stare più raccolti: la provincia del Friuli,

specie il circondario di Pordenone[196], pur essendo assai più ricca

di foraggi era nondimeno esente da ogni servitù, e ciò per antico

privilegio.

Nei dintorni del Chievo (_Clevo_) stava quindi alloggiato un buon

terzo della cavalleria veneta al tempo della decadenza, ed a Verona

risiedeva il suo sopraintendente. I possessori di quelle praterie

acclive e dei pingui pascoli sotto quella fortezza erano

obbligati--per vecchi statuti--a somministrare le decime dei loro

fieni alla cavalleria[197].

Ma quel vincolo--fatto di antiche schiavitù terriere--era diventato

insopportabile ai terrazzani veronesi della decadenza della

Repubblica, che ripetutamente ed acerbamente se ne dolevano,

offrendosi perfino di pagare la prescrìtta decima in denaro sonante.

Con ciò quei terrazzani intendevano piuttosto a liberarsi delle

guarnigioni che dell'onere che loro derivava per la presenza della

cavalleria nelle loro terre.

Ma il Senato, nel 1782, riconfermò nel modo più esplicito il pieno

vigore delle antiche servitù, «essendochè la fornitura delle decime

alla pubblica cavalleria è destinata alla comune salvezza di tutti,

per il mantien di quell'arma»[198].

A squadriglie, a drappelli, il rimanente della cavalleria era

suddiviso in parte nelle città e nel contado della Bresciana e del

Bergamasco, ed in parte tra i centri di Padova, Rovigo, Treviso, Udine

e Palmanova. Delle province di Oltremare, la sola Dalmazia aveva

cavalleria preferibilmente croata, oppure di corazze; e poichè a

questa specialità da tempo era affidato il servizio di vigilanza verso

le frontiere turchesche e nell'interno, i nomi di _corazze_ e di

_croati_ suonavano nei luoghi come sinonimi di gendarmi ed anche di

sgherri[199].

Inauguratosi poi, nel 1783, il sistema dei cambi di guarnigione o dei

_turni_--come si disse più avanti---fra i grandi riparti territoriali

della Serenissima, questa tradizione poliziesca andò a grado a grado

affievolendosi, ed il servizio di ordine pubblico fu indi appresso

egualmente ripartito tra le diverse specialità dell'arma che si

avvicendavano nei presidi d'Oltremare.

*

* *

I còmpiti della cavalleria veneta si esplicavano anzitutto nei servizi

mobili, cioè nella perlustrazione delle strade di maggior transito

insidiate dai malviventi, nella sorveglianza delle linee di confine,

nella protezione dei convogli di _biave_ (frumento) che dovevano

servire alla panificazione per la truppa[200] e nei servizi fissi di

guardia e di vigilanza locale; cioè nei così detti _appostamenti_

dell'arma stabiliti ai nodi stradali di maggior rilievo, nelle

vicinanze delle fortezze e dei castelli più importanti. Sotto

quest'ultimo aspetto, la cavalleria veneta si prestava all'occorrenza

anche al disimpegno del servizio di staffetta e di corriere, come si è

ricordato più sopra.

Il senso di cosiffatto servizio spigliato, disimpegnato a piccoli

nuclei, contribuiva nondimeno a rendere l'arma maneggevole, usa alle

fatiche e bene allenata. I frequenti contatti tra l'una e l'altra riva

dell'Adriatico avevano fatto inoltre acquistare alla medesima buona

pratica degli imbarchi, degli sbarchi e dimesticità nelle traversate

oltremare, abbenchè nessuna prescrizione regolamentare si occupasse

della materia e se ne lamentasse oltremodo il difetto[201]. I

trasporti si eseguivano di solito tra il Lido e Zara usando le

_manzere_, o barche per il trasporto dei bovini, ed in genere

«approfittando di tutti i legni in partenza, sia per armo che per

scorta delle reclute»[202].

Quanto al frazionamento della cavalleria esso era per certo molto

considerevole. Nel 1794, le quattro compagnie di _croati_ del

_Reggimento Colonnello Avesani_ e le quattro compagnie di _dragoni_

del _Reggimento Colonnello Soffietti_, che avevano stanza attorno al

Chievo, fornivano appostamenti a Mozzecane, Valeggio (Valeso), Sorgà,

Villanova, Castelnuovo, San Pietro in Valle, Caldiero, Cà de' Capri,

Sega, ed eventualmente anche posti di vigilanza attorno alle fortezze

di Legnago e di Peschiera[203]. Le rimanenti quattro compagnie di

ciascuno dei reggimenti sopra ricordati, che tenevano guarnigione

nella Bresciana, provvedevano a loro volta agli appostamenti di

Palazzolo, Ospedaletto, Ponte San Marco, Orzinovi, Àsola, Pontevico,

Salò e Crema. Infine, due compagnie del reggimento croati del

_Colonnello Emo_ distaccate nel Bergamasco, somministravano gli

appostamenti di Cavernago, di Vercurago, Lavalto, Sorta, Villadoda,

Cividale, Barican, Sola, Brambat, Lurano, San Gervasio, Romano e

Pontida[203].

E le compagnie della cavalleria veneta a quel tempo, «detratti gli

ufficiali, bassi-ufficiali, _camerata_ (attendenti e piantoni di

scuderia) _selleri_, forier e marescalco, che non fanno servizio...»

si erano ridotte a soli 27 cavalieri ognuna[204],

Intorno a questo medesimo tempo l'arma si suddivideva in due

reggimenti di _croati_, in uno di _cavalleria dragona_ ed uno di

_cavalleria corazziera_. I reggimenti di croati e di dragoni avevano

la forza di otto compagnie ciascuno, quello di corazzieri ne contava

solamente sei.

Le compagnie di dragoni, croati e corazzieri, accoppiate due a due,

formavano uno squadrone agli ordini di un sergente maggiore.

I corazzieri, per vecchia tradizione nobilesca, costituivano anche

nella cavalleria veneta la milizia a cavallo più pregiata e

ragguardevole, e la legge di _Ottazione_ assicurava ai loro graduati

alcuni privilegi in confronto agli altri graduati della

Serenissima[205]. I dragoni erano destinati a combattere occorrendo

anche a piedi ed erano perciò armati di moschettoni[206]; i croati

infine formavano la cavalleria leggera.

Sulla fine della Repubblica era sopraintendente dell'arma il già

colonnello delle _corazze_ conte Giulio Santonini. Quando questi fa

elevato alla suprema carica della cavalleria veneta (1788) con

l'anzidetto titolo di sopraintendente e con il grado di sergente

maggiore di battaglia, il Santonini contava 52 anni di servizio e 67

di età, dedicati in massima parte al pubblico servizio nelle

guarnigioni di Dalmazia e di Levante[207].

*

* *

Il grande frazionamento delle truppe venete, le loro unità stremate di

gregari e decrepite nei quadri, il servizio anfibio che esse

prestavano tra terra e mare, tra le frontiere turchesche e le isole

sperdute dell'arcipelago ionico, rendevano assai rare le occasioni

utili per stabilire contatti reciproci di cameratismo, per affinare il

senso dell'arte, per esercitare insomma le truppe medesime in nuclei

di qualche rilievo, conforme a quanto si usava a quell'epoca nei campi

di manovra di Francia e dell'Impero. Richiamate poi a nuova vita le

cerne nel 1794, con il loro _innesto_ nei riparti di soldati del

_vecchio piede_ le unità si rinsanguarono alcun poco, sicchè le

compagnie anemiche dei fanti italiani ed oltremarini, da una trentina

di soldati appena salirono in media a circa il doppio.

Si presentava allora propizia l'occasione per addestrare le truppe

venete in qualche simulacro di campo o di manovra, ed il tenente

generale Salimbeni--il tacciato di giacobinismo nei bossoli del

Maggior Consiglio e del Senato--la colse ben volentieri a Verona, là

dove, sulla fine del detto anno, si trovavano raccolti ben 2507 tra

fanti e cannonieri, con 326 tra dragoni e croati[208].

«Il capitanio di Verona (Alvise Mocenigo) come pure il tenente

generale Salimbeni--così diceva una relazione del Savio al Doge--si

mostrano molto soddisfatti dei progressi della guarnigione nei campali

esercizî, ad onta del tempo non lungo scorso dalla prima raccolta

delle cernide e di qualche rèmora nelle successive. Nè per essere di

già terminata la stagione delle campali evoluzioni[209] si introdusse

l'inazione nella piazza. Mentre quel _comandante delle armi_ profitta

di questa stessa circostanza per stabilirvi il giornaliero servizio,

senza tenere di soverchio occupata la truppa che gode di altrettanto

riposo e coglie sempre le buone giornate per esercitarle anche

_riunite in corpo_, il medesimo si propone alla ventura primavera di

eseguire anche col presidio qualche evoluzione di tattica»[210].

Le buone intenzioni avevano adunque fruttato qualche cosa. Più tardi,

nel luglio del 1796, il sergente generale conte Stràtico--il fautore

di una artiglieria veneta da battaglia leggera e manovriera ed il

riformatore del regolamento di esercizi per le fanterie italiana ed

oltremarina--riaffermava ancora la necessità di queste manovre

d'assieme, nella premessa al ricordato regolamento e nel carteggio che

esso diede luogo tra lo stesso Stràtico ed il Savio di Terraferma alla

Scrittura in carica.

La Campagna del 1796 nel Veneto Parte prima: La decadenza militare della serenissima uomini ed armi · 第 8 / 11 段