gravissima crisi, unitamente ai provvedimenti organici adottati per
l'arma di artiglieria, alla abolizione delle _mezze paghe_ ai
cannonieri meno abili ed al trasferimento degli inabili nel corpo dei
veterani. Fu così possibile armare nell'estate del 1784 la squadra
veneziana destinata all'impresa di Tunisi[148]; sforzo assai modesto
se si riguarda il passato, ma tuttavia soddisfacente e lusinghiero se
si considerano le critiche contingenze del tempo, le trascuranze e gli
abbandoni degli istituti militari e marinari.
Nel seguente anno 1785 i cannonieri del reggimento artiglieria si
distinguevano nel violento bombardamento della cittadella di Sfax. La
bombarda _Distruzione_, nel combattimento del 30 luglio colpiva 31
volte il segno su 32 tiri, il 31 luglio 23 volte su 47, il 1° agosto
infine 39 volte su 47. La bombarda _Polonia_ il 1° agosto stesso
colpiva 55 volte il nemico su 61 colpi lanciati. Il porto di
Trapani--prescelto dall'Emo con sagace intuito militare e navale--per
servire da base eventuale di rifornimento della propria squadra e
delle artiglierie venete, ferveva allora di apparecchi guerreschi.
Quivi si apportavano gli ultimi ritocchi alle batterie galleggianti
protette, ideate ed allestite dal grande ammiraglio.
«La poca influenza delle navi--così egli lasciò scritto--sopra le
batterie rasenti del molo, suggerì alla mia imaginazione un espediente
alla prima apparentemente ridicolo... di formare cioè, con artificiosa
connessione, clausura e rivestimento della unita superficie di due
masse di venti botti, due zattere o galleggianti munite di un grosso
cannone da 40 ciascuno... protetto da parapetti formati da una doppia
riga di mucchi di sabbia... bagnata e rinchiusa da sacchi»[149].
Il 5 ottobre 1785 l'Emo, coadiuvato dai suoi cannonieri, impiegava per
la prima volta due di tali batterie blindate galleggianti nel
bombardamento della Goletta, «ed era molto cosa piacevole--scriveva un
testimonio oculare--nel veder da tutti i lati cadere fulminanti le
nostre bombe sopra la rinomata Goletta che, tutta fumante, mi sembrava
un Vesuvio»[150].
Queste batterie galleggianti--migliorate in seguito ed accresciute di
numero--ricevettero due cannoni ognuna, tra cui un obice, e quindi
appresso anche un mortaio da 200. Al comando dell'artiglieria di
ciascuna zattera blindata furono destinati due ufficiali del
reggimento, e le zattere stesse si denominarono _obusiere,
bombardiere_ o _cannoniere_, a seconda del tipo dei pezzi che recavano
a bordo.
Ma le imprese dell'Emo rappresentarono il canto del cigno della
morente grandezza militare e navale dei Veneziani. Morto questi, il 1°
marzo 1792, l'artiglieria veneta ripiombò nella sua rovina.
*
* *
Quale servizio prettamente tecnico, l'artiglieria faceva capo al
Reggimento così detto all'_Arsenal_ ed all'Arsenale medesimo; talchè
le due branche dell'attività artiglieristica--il tattico ed il
tecnico--trovavano nella pratica due enti destinati a rappresentarle,
cioè il reggimento suddetto e quello _all'artiglieria_.
Dopo i grandiosi ampliamenti introdotti nell'Arsenale ai tempi dello
splendore[151], l'aggiunta del braccio nuovissimo, del riparto delle
galeazze e della _casa del canevo_, ossia la corderia (denominata
comunemente la _tana_), la meravigliosa fabbrica dei veneziani era
caduta prima in abbandono e poscia in completa rovina.
La stupenda officina delle armi e dei navigli veneti, verso la caduta
della Serenissima si era quindi ridotta un'ombra di sè medesima, una
bellezza stanca e disfatta dall'opera demolitrice degli anni, la cui
fama richiamava ancora le genti a visitarla, ma più come un monumento
delle passate età che come cosa viva. Così la visitò Giuseppe II
nell'estate dell'anno 1769.
L'Arsenale conservava ancora a quel tempo oltre tre miglia di
circuito, e tutto intero il giro delle sue muraglie guarnite di
bertesche sulle quali, di continuo, vigilavano le sentinelle per
preservare il cantiere da ogni funesto accidente, specie dal fuoco.
Queste sentinelle erano in corrispondenza con una guardia centrale
posta in mezzo all'Arsenale, con cui, ad ora ad ora, esse scambiavano
alla voce il grido di _all'erta_ per sapere se vegliassero.
Dalla sera all'alba un drappello di soldati--Oltremarini in massima
parte--girava tutt'attorno al grande cantiere veneziano, ed anche
questi solevano chiamare dal di fuori l'attenzione di quelli che
vigilavano sull'alto delle mura, di guisa che l'incrocio delle voci
delle scolte era continuo e persistente. Dei due maggiori ingressi
dell'edifizio, quello detto _da mare_, d'onde entravano ed uscivano le
navi, era guardato sempre da un buon nerbo di truppa disposto presso
al ponte di legno. L'ingresso detto _da terra_, che si apriva sul
_Campo dell'Arsenal_, era invece custodito da un altro manipolo di
cannonieri e di _schiavoni_, i quali facevano la scolta sotto la
grande porta del leone alato, sopra alla quale troneggia la statua di
Santa Giustina.
Vicino alla porta _da mare_--segno manifesto della corruzione e della
decadenza dei tempi--sorgeva una _cantina_ o vascone che, «da tre
bocche versava vino in gran copia per dissetare a pubbliche spese
tutto quel popolo di operai[152], cresciuto tra l'ignavia universale e
fatto baldanzoso dalle debolezze dei governanti. E gli _arsenalotti_,
intorno all'anno 1775, ascendevano ancora a più di duemila, suddivisi
in squadre comandate da appositi capi detti _proti_, _sotto-proti_ o
_capi d'opera_, tutti vestiti con abiti talari [153].
Al riparto delle fonderie e dei metallurgi sopravegliava ancora a quei
tempi la dinastia degli _Alberghetti_, «membri della famiglia
benemerita di antico servigio la quale aveva mai sempre prodotto uomini
valenti nelle meccaniche ed inventori di nuove artiglierie»[154]. E tra
questi operai tutti si reclutava il grosso del _Reggimento Arsenal_,
più corporazione e confraternita del tipo degli antichi _bombisti_, che
corpo regolarmente ordinato. A tale arte facevano pure capo i lavori di
ristauro più delicati delle armi portatili, quali il rinnovo degli
_azzalini_ (acciarini), il calibramento delle canne e la trasformazione
dei fucili dall'antico modello (1715) al nuovo, del _campione_
Tartagna.
Al lavoro delle vele ed alla fattura dei cordami sottili attendevano
le donne «le quali, a togliere ogni sorta di scandalo, albergavano in
un luogo disgiunto affatto dagli uomini, custodite da altre donne
attempate e di buona fama, e con la sopraintendenza di un ministro di
età matura»[155].
Altri operai--pure ascritti al Reggimento Arsenal--si occupavano di
«filar canape e formarne gomene, alla qual cosa era destinato un luogo
che è bensì dentro il circuito dell'Arsenal, ma separato da esso in
modo che con quello non abbia comunicazione veruna»[156]. Questa era
la _Tana_ sopranominata, laboratorio, deposito di cànapi e magazzino
di legname da lavoro e di altri attrezzi marinareschi, governato dagli
appositi _visdomini_, o sottointendenti.
Era questa _Tana_ un vasto locale lungo 400 pertiche, governato di un
magistrato apposito, e non lungi da esso si ergeva il _real naviglio_
del Bucintoro, che una volta all'anno, la vigilia dell'Ascensione,
usciva fuori dell'Arsenale per far di sè bella mostra il dì seguente,
«nel più bello di tutti gli spettacoli che si possano mai vedere in
qualunque parte del mondo»[157].
*
* *
Il _magistrato all'artiglieria_ aveva giurisdizione sull'Arsenale
insieme agli altri colleghi[158], ma l'opera sua si esplicava più
particolarmente rispetto al reggimento _all'Arsenal_, mentre quella
del sopraintendente, o del brigadiere dell'arma, si riferiva in modo
speciale al reggimento artiglieria.
Quel magistrato teneva infatti i ruoli dei «fonditori, carreri,
fabbri, tornitori ed altri uffiziali unicamente dipendenti da esso»,
aveva in consegna i parchi dei cannoni di bronzo e di ferro, le
munizioni, le bombe, gli apprestamenti d'ogni genere ed i salnitri.
Funzionava adunque, sotto questo punto di vista, da ufficio
burocratico ed amministrativo; còmpito non lieve nè facile quando si
pensi allo svariatissimo numero di bocche da fuoco che la Repubblica
manteneva ancora in servizio alla sua caduta, claudicanti sui _letti_
che invano attendevano l'opera riparatrice e rinnovatrice della ditta
mercantile Spazziani. Erano 24 modelli diversi di cannoni, tra bronzo
e ferro, 5 di falconetti, 6 di colubrine, 4 di petrieri, 13 di mortaj,
3 di obusieri, 3 di _obizzi_; senza contare le artiglierie di minor
calibro e le speciali, come gli _aspidi, i passavolanti, i
saltamartini, i trabucchi, le spingarde, gli organetti ed i
mortaretti_ per la prova delle polveri[159].
Ma il peggior lavoro da Sisifo in questa decadenza delle armi
veneziane si era per certo quello di resistere alle continue insidie
che si tendevano al _Deposito intangibile_, di cui il magistrato
all'artiglieria era responsabile coma prima autorità tecnica del
reggimento all'Arsenale. Questo deposito era costituito da una
cospicua raccolta d'armi d'ogni fatta, composte in alquante sale
dell'Arsenale medesimo, «le cui pareti erano tutte maestrevolmente
guernite, dall'alto al basso, di loriche, di elmi, di spade, di
archibugi e di altri militari strumenti. Alcuni di questi saloni
forniti erano di armi per 25,000 soldati, tali altri per 30,000, tali
altri ancora ne somministravano fino a 40,000: e ve ne erano ancora
altri per 25,000 o 30,000 galeotti. Le dette sale si vedevano ancora
adorne con le imagini di molti ed illustri capitani»[160].
Il deposito intangibile, ampliato e riordinato nella parte moderna dal
sopraintendente Patisson e nell'antica del maggiore Gasperoni[161],
era così detto perchè ad esso non si doveva ricorrere salvo che al
caso di estrema urgenza ed immediato pericolo di guerra, dappoichè
agli usi correnti dell'_armo_ o della _neutralità_ dovevano sopperire
altri depositi detti di _consumo_, pure stabiliti dentro la cinta
dell'Arsenale con annesse riserve di cannoni e di munizioni.
Ora un organismo come il veneto della decadenza, il quale consumava
senza produrre, doveva necessariamente intaccare il patrimonio del
passato senza reintegrarlo in alcuna guisa, e mordere dentro l'eredità
del deposito intangibile senza ricostituirla. Ed al magistrato
all'artiglieria toccò di assistere a questa lenta morìa delle armi
veneziane, registrandone a mano a mano i battiti decrescenti del
polso, assistendo inoperoso ed inutile a questo sfasciarsi, grado a
grado, di una potenza militare accumulata da secoli, la quale andava
sgretolandosi come sotto le percosse monotone ed uniformi di un mare
ondoso e profondo.
I registri del magistrato all'artiglieria rilevano tutto questo con
impassibilità e precisione. Il deposito intangibile faceva così
bancarotta, ed ogni fucile ed ogni spada che si toglieva da esso e non
si rinnovava, sembrava una nuova e fiera rampogna all'ignavia della
Serenissima.
Nel 1794 i presidi di Brescia, di Bergamo e di Verona, erano
sprovvisti di schioppi per armare le cerne pur allora arruolate, le
quali abbisognavano di 2300 fucili e di 66 moschetti da cavalletto. Il
Reggimento all'Arsenal non potendo fare fronte alle richieste con le
armi del deposito di consumo fu autorizzato, «a fare le relative
pratiche», cioè «a far passare dal deposito intangibile a quello di
consumo il numero dei fucili occorrenti, guarniti di bajonetta»[162].
Da quel punto la rovina non ebbe più ritegno. Nel 1796 il deposito di
consumo--secondo scrisse il colonnello Molari del Reggimento
Arsenale--si era ridotto a soli 360 fucili con bajonetta, a 199 senza,
a 200 _tromboni_ per uso delle navi, a 639 _palossi_ di bordo ed a 359
_palossetti_; vale a dire a nulla o pressoché[163].
Il deposito intangibile era pure disceso a quel tempo a 24,084 fucili
completi, a 7750 pistole poco atte al servizio e _difettose di
azzalini_, a 1558 _palossi_ e ad 89 moschettoni [164]. È bensì vero
che si trovavano oltre a ciò sparse alla rinfusa nelle sale 20.966
canne _da rimontarsi in fucili_, 7455 lame da _palosso_, 2624
_azzalini_, 11,862 guardie da _palosso_, 3366 lame da _palossetto_ e
2500 guardie corrispondenti; ma per adattare tutte quelle parti d'arme
occorrevano tempo, fede e lavoro, e così come si trovavano potevano
rassomigliarsi ai frantumi di una grande e meravigliosa nave sfasciata
dalla tempesta.
Pure, in mezzo a tanta dissoluzione, si rileva dai documenti la nota
semplice ed ingenua, cioè l'offerta fatta da taluni abitanti
dell'estuario veneziano di crescere, comunque, con le loro vecchie e
logore armi il deposito dell'Arsenale. Erano i cittadini di Burano che
in tali frangenti facevano omaggio al Principe di 20 schiopponi e di
25 schioppi da _brazzo_, «(braccio) serventi alla _cazza_ (caccia) dei
volatili»[165].
La piccola e modesta profferta se lumeggia il patriottismo dei bravi
Buranesi, rivela nondimeno la fatalità e la grandezza della rovina
militare della Repubblica, e riflette ancora molta luce sul modo di
intendere e di comprendere la guerra in quei tempi.
CAPO VII.
Il corpo degli ingegneri militari.
Quando nacque il corpo degli ingegneri militari veneti, esso legava il
suo nome ad un'opera che può sembrare benaugurante anche oggigiorno.
Nella primavera dell'anno 1771 il _Capitanio del Golfo_ segnalava al
Senato la necessità di ridurre _in quarto_ il grande disegno
topografico dell'Albania, e ciò per gli usi correnti e per conservarne
copia nella _Fiscal Camera_ delle Bocche di Cattato.
Il lavoro fu commesso dal Savio alla Scrittura al tenente colonnello
Lorgna, e questi l'affidò a sua volta ai migliori allievi del Collegio
Militare di Verona destinati ad uscire in quell'anno alfieri nel
nuovissimo corpo degli ingegneri militari; così quei giovani uscirono
dall'ombra delle scure torri scaligere al sole di una vagheggiata vita
di operosità e di studi guerreschi, con la visione davanti agli occhi
di quella grande provincia sulla quale, in altri tempi, si era
largamente e fortemente diffuso il nome e la gloria di Venezia.
La decisione di istituire un corpo di ingegneri militari giungeva
infatti in buon punto. Si poteva beneficiare delle tradizioni e della
pratica compiuta altrove, specie in Francia, dai corpi analoghi;
costituire un prezioso ausilio per l'esercito veneto, oltre che quale
organo tecnico anche come istituto direttivo, uniformandosi ai còmpiti
che gli altri corpi del genio militare esercitavano altrove
disimpegnando gli affici inerenti al servizio di stato maggiore [166].
Ma non basta. Il novello corpo del genio militare veneto avrebbe
potuto rendere grandi servigi anche nelle relazioni civili. Infatti le
condizioni speciali del suolo della Repubblica, il regime delle sue
acque costiere e rivierasche, la lotta continua e tenace sempre
impegnata con queste affine di conservare igienico e fruttifero il
suolo, portuosi gli scali, facili e spedite le vie fluviali di
transito ed i canali navigabili, avrebbero offerto una inesauribile
materia di attività e di lavoro fecondo agli ingegneri militari
veneti, una auspicata occasione insomma per bene meritare del pubblico
benessere.
Ma l'occasione desiderata di creare un cosiffatto strumento, utile
insieme all'esercito e dallo Stato, mancò per l'ignavia degli uomini e
per l'indifferenza dei tempi. Rimase solamente traccia del buon
proposito, della sua pratica assai tardiva, e, come simbolo, il
prestigio del nome di un illustre ufficiale degli ingegneri militari
veneti che, da solo, bastò alla deficienza di tutti gli altri. Tale fu
il brigadiere Giovanni Mario Lorgna [167]--più volte ricordato--la cui
sfera d'attività va indivisibilmente congiunta a quella di Bernardino
Zendrini [168], il celebre matematico della Repubblica che studiò e
costrusse _Murazzi_, ed a quella degli ingegneri idraulici che
sistemarono l'alveo del Brenta ed il suo _Taglio Nuovissimo_.[169]
Ma la fama militare del brigadiere degli ingegneri Lorgna va
sopratutto collegata alla pratica degli insegnamenti da lui professati
per sette lustri nella scuola d'applicazione di artiglieria e genio
della Serenissima in Verona, agli studi sull'impiego delle mine, sul
miglior rendimento degli esplosivi e sul tracciamento delle gallerie,
a qualche restauro ed ampliamento nelle fortezze di Mantova, di
Legnago e di Peschiera, ai rilievi topografici da lui intrapresi nel
territorio irriguo del Polesine, con il concorso dei suoi allievi, con
la cooperazione di Giacomo Nani e con l'aiuto delle tavolette
pretoriane commissionate, per iniziativa del Lorgna medesimo, in
Inghilterra[170].
Frutto di questi ultimi lavori fu la grande carta corografica della
regione del basso Adige, pubblicata però dalla Serenissima tanto tardi
che essa servì prima ai suoi nemici--Austriaci e Francesi--che ai
Veneti. Risultavano in questa carta chiaramente tracciati il corso dei
fiumi, dei canali, l'andamento degli scoli, degli argini e delle
strade rispetto alle province finitime, nonchè la postura delle chiuse
e delle conche. La scala era circa del 50.000.
Anche lo stato delle fortificazioni e dei castelli di Venezia e
d'Oltremare--dei quali si parlerà più avanti--ovunque in rovina,
richiedeva urgentemente l'opera riparatrice degli ingegneri militari.
A questo compito avevano atteso fino allora--però in modo
insufficiente ed inadeguato--il personale dei provveditori alle
fortezze, i quartiermastri alle fortificazioni e perfino gli
_ingegneri ai confini_, corpo di professionisti di Stato dipendenti
dalle _Camere ai confini_, incaricati in special modo del tracciamento
e della manutenzione della viabilità sulle frontiere della
Repubblica[171].
Con questi auspizî adunque, nel 1770, venne creato con apposito
senato-consulto il _Corpo degli Ingegneri militari_, unitamente al
Reggimento di Artiglieria[172]. Il grande favore, tutto proprio del
tempo, verso quanto di tecnica militare e navale proveniva
dall'Inghilterra, indusse il Savio alla Scrittura a ricercare da
quella parte anche il primo sovraintendente nel corpo novello--come si
era fatto per l'artiglieria--; e questi fu il colonnello Dixon,
scozzese di origine.
Gli organici degli ingegneri militari furono stabiliti come appresso:
1 colonnello, 1 tenente colonnello, 2 sergenti maggiori, 8 capitani, 8
tenenti ed altrettanti alfieri, da trarsi questi ultimi annualmente
dal Collegio Militare di Verona. In totale il corpo doveva contare sul
_primo piede_ 28 ufficiali senza alcun riparto di truppa.
L'uniforme era «di scarlatto, con fodera, giustacuore e calzoni
bianchi, con paramenti e mostre fino alla metà del vestito di velluto
nero, dragona d'oro alla spala, e spada con fioco uniforme»[173].
Adunque la buona volontà di costituire il corpo degli ingegneri
militari veneti non mancava, almeno alle apparenze. Ma, tra il detto
ed il fatto, le correlazioni non erano nè semplici nè rapide sotto la
decadenza del governo della Serenissima.
Il _Piano regolatore_ del corpo, studiato dal colonnello Dixon,
prescriveva che, «esaminato fosse il merito non solo degli ufficiali
già titolati come ingegneri e destinati a comporlo, ma degli altri
ancora da inserirsi nel medesimo». E poichè si constatò, con opportune
prove ed esami, che _nessuno_ dei candidati possedeva i necessari
requisiti di idoneità--all'infuori di uno--[174] il Senato deliberò
subito di rimandare a miglior epoca la definitiva costituzione del
corpo medesimo.
Trascorso un biennio, lo scozzese Dixon, contrariato dalle lungaggini
e dalle oscitanze verso quel corpo degli ingegneri che egli non aveva
fino allora comandato che sui lindi specchi dei _Piedilista_, nella
primavera del 1772 chiese ed ottenne di essere esonerato dallo sterile
servizio, e gli successe il colonnello Moser de Filseck, tirolese di
origine e proveniente dall'esercito austriaco. Pure tra il vecchio ed
il nuovo, tra lo scozzese che abbandonava la città delle lagune ed il
tirolese che gli subentrava, il Senato continuò a nicchiare, ad onta
che le istanze e le circostanze incalzassero per indurlo una buona
volta a dare corpo e vita al _Piano regolatore_ decretato fino dal
1770.
«È oramai tempo di decidersi--lasciò scritto il Savio nel 1779--e con
ciò noi non facciamo che rappresentare non già sciogliere i dubbi che
si affacciano su quest'argomento degli ingegneri militari, ma
giudicheremo tuttavia colpa tacere e ritenere alcune riflessioni in
merito e che lo zelo ci indica... La disciplina è l'anima dei
militari, e la differenza nei gradi rende più sicura la dipendenza ed
il buon ordine. Un sopraintendente degli ingegneri adunque, occupato
nelle generali riviste per tutto lo Stato, il colonnello ispettore,
costante e necessario al Collegio militare di Verona, esercitato per
di più ben di frequente in molteplici e varie commissioni... il corpo
senza ufficiali... tutto ciò insomma non giova a conservare l'armonia
nel medesimo. Bisogna decidersi!...»[175]
Finalmente, nel 1782, il corpo degli ingegneri militari cominciò a
contare qualche ufficiale ritenuto capace di disimpegnarne gli uffici.
Ma siccome quel numero era pur sempre esiguo e di gran lunga inferiore
all'organico, così si adottò un servizio promiscuo tra gli ingegneri
militari ed i colleghi _ingegneri ai confini_, una specie di
compromesso tra i due corpi tecnici veneti. Sulla fine di quell'anno
si trova infatti che i tenenti ingegneri Carlo Canòva e Francesco
Medin, unitamente al tenente colonnello Milanovich, prestavano la loro
opera nell'arginatura dell'Adige, alle dipendenze del magistrato al
detto fiume ed in collaborazione a taluni ingegneri civili[176].
Indi appresso, rendendosi sempre più frequenti i casi di questo
servizio cumulativo, particolarmente nelle province d'Oltremare, le
meno desiderate e le più trascurate, «per lo stato di desolazione di
tutte le caserme, opere interne ed esterne di fortificazione,
ospitali, magazzini, depositi, cisterne ed altro»[177], il Savio alla
Scrittura deliberò di meglio precisare i limiti della prestazione
comune dei due corpi, e stabilì «che l'aiuto dovesse essere per
l'avvenire reciproco, ma libero da ogni vincolo l'un l'altro»[178].
Il senso della disposizione non era molto chiaro. Rimase però inteso,
in tanta indeterminatezza di forme, che gli ingegneri ai confini
dovessero occuparsi più specialmente dei lavori stradali in genere, ed
in ispecie delle vie del Canale del Ferro, di Venzone, di Gemona, di
San Daniele, del _Taglio Nuovo_ di Palma, della prosecuzione dei
lavori in corso sull'Isonzo, a Porto Buso, nell'Istria, alli scogli di
Tessaròlo, lungo la strada di Campara in Val Lagarina, nel territorio
di Cremona e verso gli Stati del Pontefice; e che gli ingegneri
militari dovessero dedicare di preferenza la loro attività ai lavori
di carattere militare, cioè alle opere di fortificazione, ai castelli
ed alle caserme[179].
Cosicchè, soltanto nel 1785, vale a dire dopo circa quindici anni
dalla fondazione teorica del corpo degli ingegneri militari veneti,
questo principiava ad avere un inizio di vita, assicuratagli da nuove
cure e previdenze del brigadiere Lorgna, concretate nella riforma
delle «_Leggi, regole e scuole del Militar Collegio di Verona_».
*
* *
Era però troppo tardi. Rimediare al passato non era più possibile,
tanto era grande ed irreparabile la rovina del presente. Tra il 1782
ed il 1783 il brigadiere degli ingegneri Moser de Filseck, reduce da
un lungo e fortunoso viaggio d'ispezione nei domini Veneti di
Oltremare, così dipingeva al Principe il triste stato delle
fortificazioni della Repubblica: