Il noto contratto con la ditta Spazziani doveva ovviare alla

gravissima crisi, unitamente ai provvedimenti organici adottati per

l'arma di artiglieria, alla abolizione delle _mezze paghe_ ai

cannonieri meno abili ed al trasferimento degli inabili nel corpo dei

veterani. Fu così possibile armare nell'estate del 1784 la squadra

veneziana destinata all'impresa di Tunisi[148]; sforzo assai modesto

se si riguarda il passato, ma tuttavia soddisfacente e lusinghiero se

si considerano le critiche contingenze del tempo, le trascuranze e gli

abbandoni degli istituti militari e marinari.

Nel seguente anno 1785 i cannonieri del reggimento artiglieria si

distinguevano nel violento bombardamento della cittadella di Sfax. La

bombarda _Distruzione_, nel combattimento del 30 luglio colpiva 31

volte il segno su 32 tiri, il 31 luglio 23 volte su 47, il 1° agosto

infine 39 volte su 47. La bombarda _Polonia_ il 1° agosto stesso

colpiva 55 volte il nemico su 61 colpi lanciati. Il porto di

Trapani--prescelto dall'Emo con sagace intuito militare e navale--per

servire da base eventuale di rifornimento della propria squadra e

delle artiglierie venete, ferveva allora di apparecchi guerreschi.

Quivi si apportavano gli ultimi ritocchi alle batterie galleggianti

protette, ideate ed allestite dal grande ammiraglio.

«La poca influenza delle navi--così egli lasciò scritto--sopra le

batterie rasenti del molo, suggerì alla mia imaginazione un espediente

alla prima apparentemente ridicolo... di formare cioè, con artificiosa

connessione, clausura e rivestimento della unita superficie di due

masse di venti botti, due zattere o galleggianti munite di un grosso

cannone da 40 ciascuno... protetto da parapetti formati da una doppia

riga di mucchi di sabbia... bagnata e rinchiusa da sacchi»[149].

Il 5 ottobre 1785 l'Emo, coadiuvato dai suoi cannonieri, impiegava per

la prima volta due di tali batterie blindate galleggianti nel

bombardamento della Goletta, «ed era molto cosa piacevole--scriveva un

testimonio oculare--nel veder da tutti i lati cadere fulminanti le

nostre bombe sopra la rinomata Goletta che, tutta fumante, mi sembrava

un Vesuvio»[150].

Queste batterie galleggianti--migliorate in seguito ed accresciute di

numero--ricevettero due cannoni ognuna, tra cui un obice, e quindi

appresso anche un mortaio da 200. Al comando dell'artiglieria di

ciascuna zattera blindata furono destinati due ufficiali del

reggimento, e le zattere stesse si denominarono _obusiere,

bombardiere_ o _cannoniere_, a seconda del tipo dei pezzi che recavano

a bordo.

Ma le imprese dell'Emo rappresentarono il canto del cigno della

morente grandezza militare e navale dei Veneziani. Morto questi, il 1°

marzo 1792, l'artiglieria veneta ripiombò nella sua rovina.

*

* *

Quale servizio prettamente tecnico, l'artiglieria faceva capo al

Reggimento così detto all'_Arsenal_ ed all'Arsenale medesimo; talchè

le due branche dell'attività artiglieristica--il tattico ed il

tecnico--trovavano nella pratica due enti destinati a rappresentarle,

cioè il reggimento suddetto e quello _all'artiglieria_.

Dopo i grandiosi ampliamenti introdotti nell'Arsenale ai tempi dello

splendore[151], l'aggiunta del braccio nuovissimo, del riparto delle

galeazze e della _casa del canevo_, ossia la corderia (denominata

comunemente la _tana_), la meravigliosa fabbrica dei veneziani era

caduta prima in abbandono e poscia in completa rovina.

La stupenda officina delle armi e dei navigli veneti, verso la caduta

della Serenissima si era quindi ridotta un'ombra di sè medesima, una

bellezza stanca e disfatta dall'opera demolitrice degli anni, la cui

fama richiamava ancora le genti a visitarla, ma più come un monumento

delle passate età che come cosa viva. Così la visitò Giuseppe II

nell'estate dell'anno 1769.

L'Arsenale conservava ancora a quel tempo oltre tre miglia di

circuito, e tutto intero il giro delle sue muraglie guarnite di

bertesche sulle quali, di continuo, vigilavano le sentinelle per

preservare il cantiere da ogni funesto accidente, specie dal fuoco.

Queste sentinelle erano in corrispondenza con una guardia centrale

posta in mezzo all'Arsenale, con cui, ad ora ad ora, esse scambiavano

alla voce il grido di _all'erta_ per sapere se vegliassero.

Dalla sera all'alba un drappello di soldati--Oltremarini in massima

parte--girava tutt'attorno al grande cantiere veneziano, ed anche

questi solevano chiamare dal di fuori l'attenzione di quelli che

vigilavano sull'alto delle mura, di guisa che l'incrocio delle voci

delle scolte era continuo e persistente. Dei due maggiori ingressi

dell'edifizio, quello detto _da mare_, d'onde entravano ed uscivano le

navi, era guardato sempre da un buon nerbo di truppa disposto presso

al ponte di legno. L'ingresso detto _da terra_, che si apriva sul

_Campo dell'Arsenal_, era invece custodito da un altro manipolo di

cannonieri e di _schiavoni_, i quali facevano la scolta sotto la

grande porta del leone alato, sopra alla quale troneggia la statua di

Santa Giustina.

Vicino alla porta _da mare_--segno manifesto della corruzione e della

decadenza dei tempi--sorgeva una _cantina_ o vascone che, «da tre

bocche versava vino in gran copia per dissetare a pubbliche spese

tutto quel popolo di operai[152], cresciuto tra l'ignavia universale e

fatto baldanzoso dalle debolezze dei governanti. E gli _arsenalotti_,

intorno all'anno 1775, ascendevano ancora a più di duemila, suddivisi

in squadre comandate da appositi capi detti _proti_, _sotto-proti_ o

_capi d'opera_, tutti vestiti con abiti talari [153].

Al riparto delle fonderie e dei metallurgi sopravegliava ancora a quei

tempi la dinastia degli _Alberghetti_, «membri della famiglia

benemerita di antico servigio la quale aveva mai sempre prodotto uomini

valenti nelle meccaniche ed inventori di nuove artiglierie»[154]. E tra

questi operai tutti si reclutava il grosso del _Reggimento Arsenal_,

più corporazione e confraternita del tipo degli antichi _bombisti_, che

corpo regolarmente ordinato. A tale arte facevano pure capo i lavori di

ristauro più delicati delle armi portatili, quali il rinnovo degli

_azzalini_ (acciarini), il calibramento delle canne e la trasformazione

dei fucili dall'antico modello (1715) al nuovo, del _campione_

Tartagna.

Al lavoro delle vele ed alla fattura dei cordami sottili attendevano

le donne «le quali, a togliere ogni sorta di scandalo, albergavano in

un luogo disgiunto affatto dagli uomini, custodite da altre donne

attempate e di buona fama, e con la sopraintendenza di un ministro di

età matura»[155].

Altri operai--pure ascritti al Reggimento Arsenal--si occupavano di

«filar canape e formarne gomene, alla qual cosa era destinato un luogo

che è bensì dentro il circuito dell'Arsenal, ma separato da esso in

modo che con quello non abbia comunicazione veruna»[156]. Questa era

la _Tana_ sopranominata, laboratorio, deposito di cànapi e magazzino

di legname da lavoro e di altri attrezzi marinareschi, governato dagli

appositi _visdomini_, o sottointendenti.

Era questa _Tana_ un vasto locale lungo 400 pertiche, governato di un

magistrato apposito, e non lungi da esso si ergeva il _real naviglio_

del Bucintoro, che una volta all'anno, la vigilia dell'Ascensione,

usciva fuori dell'Arsenale per far di sè bella mostra il dì seguente,

«nel più bello di tutti gli spettacoli che si possano mai vedere in

qualunque parte del mondo»[157].

*

* *

Il _magistrato all'artiglieria_ aveva giurisdizione sull'Arsenale

insieme agli altri colleghi[158], ma l'opera sua si esplicava più

particolarmente rispetto al reggimento _all'Arsenal_, mentre quella

del sopraintendente, o del brigadiere dell'arma, si riferiva in modo

speciale al reggimento artiglieria.

Quel magistrato teneva infatti i ruoli dei «fonditori, carreri,

fabbri, tornitori ed altri uffiziali unicamente dipendenti da esso»,

aveva in consegna i parchi dei cannoni di bronzo e di ferro, le

munizioni, le bombe, gli apprestamenti d'ogni genere ed i salnitri.

Funzionava adunque, sotto questo punto di vista, da ufficio

burocratico ed amministrativo; còmpito non lieve nè facile quando si

pensi allo svariatissimo numero di bocche da fuoco che la Repubblica

manteneva ancora in servizio alla sua caduta, claudicanti sui _letti_

che invano attendevano l'opera riparatrice e rinnovatrice della ditta

mercantile Spazziani. Erano 24 modelli diversi di cannoni, tra bronzo

e ferro, 5 di falconetti, 6 di colubrine, 4 di petrieri, 13 di mortaj,

3 di obusieri, 3 di _obizzi_; senza contare le artiglierie di minor

calibro e le speciali, come gli _aspidi, i passavolanti, i

saltamartini, i trabucchi, le spingarde, gli organetti ed i

mortaretti_ per la prova delle polveri[159].

Ma il peggior lavoro da Sisifo in questa decadenza delle armi

veneziane si era per certo quello di resistere alle continue insidie

che si tendevano al _Deposito intangibile_, di cui il magistrato

all'artiglieria era responsabile coma prima autorità tecnica del

reggimento all'Arsenale. Questo deposito era costituito da una

cospicua raccolta d'armi d'ogni fatta, composte in alquante sale

dell'Arsenale medesimo, «le cui pareti erano tutte maestrevolmente

guernite, dall'alto al basso, di loriche, di elmi, di spade, di

archibugi e di altri militari strumenti. Alcuni di questi saloni

forniti erano di armi per 25,000 soldati, tali altri per 30,000, tali

altri ancora ne somministravano fino a 40,000: e ve ne erano ancora

altri per 25,000 o 30,000 galeotti. Le dette sale si vedevano ancora

adorne con le imagini di molti ed illustri capitani»[160].

Il deposito intangibile, ampliato e riordinato nella parte moderna dal

sopraintendente Patisson e nell'antica del maggiore Gasperoni[161],

era così detto perchè ad esso non si doveva ricorrere salvo che al

caso di estrema urgenza ed immediato pericolo di guerra, dappoichè

agli usi correnti dell'_armo_ o della _neutralità_ dovevano sopperire

altri depositi detti di _consumo_, pure stabiliti dentro la cinta

dell'Arsenale con annesse riserve di cannoni e di munizioni.

Ora un organismo come il veneto della decadenza, il quale consumava

senza produrre, doveva necessariamente intaccare il patrimonio del

passato senza reintegrarlo in alcuna guisa, e mordere dentro l'eredità

del deposito intangibile senza ricostituirla. Ed al magistrato

all'artiglieria toccò di assistere a questa lenta morìa delle armi

veneziane, registrandone a mano a mano i battiti decrescenti del

polso, assistendo inoperoso ed inutile a questo sfasciarsi, grado a

grado, di una potenza militare accumulata da secoli, la quale andava

sgretolandosi come sotto le percosse monotone ed uniformi di un mare

ondoso e profondo.

I registri del magistrato all'artiglieria rilevano tutto questo con

impassibilità e precisione. Il deposito intangibile faceva così

bancarotta, ed ogni fucile ed ogni spada che si toglieva da esso e non

si rinnovava, sembrava una nuova e fiera rampogna all'ignavia della

Serenissima.

Nel 1794 i presidi di Brescia, di Bergamo e di Verona, erano

sprovvisti di schioppi per armare le cerne pur allora arruolate, le

quali abbisognavano di 2300 fucili e di 66 moschetti da cavalletto. Il

Reggimento all'Arsenal non potendo fare fronte alle richieste con le

armi del deposito di consumo fu autorizzato, «a fare le relative

pratiche», cioè «a far passare dal deposito intangibile a quello di

consumo il numero dei fucili occorrenti, guarniti di bajonetta»[162].

Da quel punto la rovina non ebbe più ritegno. Nel 1796 il deposito di

consumo--secondo scrisse il colonnello Molari del Reggimento

Arsenale--si era ridotto a soli 360 fucili con bajonetta, a 199 senza,

a 200 _tromboni_ per uso delle navi, a 639 _palossi_ di bordo ed a 359

_palossetti_; vale a dire a nulla o pressoché[163].

Il deposito intangibile era pure disceso a quel tempo a 24,084 fucili

completi, a 7750 pistole poco atte al servizio e _difettose di

azzalini_, a 1558 _palossi_ e ad 89 moschettoni [164]. È bensì vero

che si trovavano oltre a ciò sparse alla rinfusa nelle sale 20.966

canne _da rimontarsi in fucili_, 7455 lame da _palosso_, 2624

_azzalini_, 11,862 guardie da _palosso_, 3366 lame da _palossetto_ e

2500 guardie corrispondenti; ma per adattare tutte quelle parti d'arme

occorrevano tempo, fede e lavoro, e così come si trovavano potevano

rassomigliarsi ai frantumi di una grande e meravigliosa nave sfasciata

dalla tempesta.

Pure, in mezzo a tanta dissoluzione, si rileva dai documenti la nota

semplice ed ingenua, cioè l'offerta fatta da taluni abitanti

dell'estuario veneziano di crescere, comunque, con le loro vecchie e

logore armi il deposito dell'Arsenale. Erano i cittadini di Burano che

in tali frangenti facevano omaggio al Principe di 20 schiopponi e di

25 schioppi da _brazzo_, «(braccio) serventi alla _cazza_ (caccia) dei

volatili»[165].

La piccola e modesta profferta se lumeggia il patriottismo dei bravi

Buranesi, rivela nondimeno la fatalità e la grandezza della rovina

militare della Repubblica, e riflette ancora molta luce sul modo di

intendere e di comprendere la guerra in quei tempi.

CAPO VII.

Il corpo degli ingegneri militari.

Quando nacque il corpo degli ingegneri militari veneti, esso legava il

suo nome ad un'opera che può sembrare benaugurante anche oggigiorno.

Nella primavera dell'anno 1771 il _Capitanio del Golfo_ segnalava al

Senato la necessità di ridurre _in quarto_ il grande disegno

topografico dell'Albania, e ciò per gli usi correnti e per conservarne

copia nella _Fiscal Camera_ delle Bocche di Cattato.

Il lavoro fu commesso dal Savio alla Scrittura al tenente colonnello

Lorgna, e questi l'affidò a sua volta ai migliori allievi del Collegio

Militare di Verona destinati ad uscire in quell'anno alfieri nel

nuovissimo corpo degli ingegneri militari; così quei giovani uscirono

dall'ombra delle scure torri scaligere al sole di una vagheggiata vita

di operosità e di studi guerreschi, con la visione davanti agli occhi

di quella grande provincia sulla quale, in altri tempi, si era

largamente e fortemente diffuso il nome e la gloria di Venezia.

La decisione di istituire un corpo di ingegneri militari giungeva

infatti in buon punto. Si poteva beneficiare delle tradizioni e della

pratica compiuta altrove, specie in Francia, dai corpi analoghi;

costituire un prezioso ausilio per l'esercito veneto, oltre che quale

organo tecnico anche come istituto direttivo, uniformandosi ai còmpiti

che gli altri corpi del genio militare esercitavano altrove

disimpegnando gli affici inerenti al servizio di stato maggiore [166].

Ma non basta. Il novello corpo del genio militare veneto avrebbe

potuto rendere grandi servigi anche nelle relazioni civili. Infatti le

condizioni speciali del suolo della Repubblica, il regime delle sue

acque costiere e rivierasche, la lotta continua e tenace sempre

impegnata con queste affine di conservare igienico e fruttifero il

suolo, portuosi gli scali, facili e spedite le vie fluviali di

transito ed i canali navigabili, avrebbero offerto una inesauribile

materia di attività e di lavoro fecondo agli ingegneri militari

veneti, una auspicata occasione insomma per bene meritare del pubblico

benessere.

Ma l'occasione desiderata di creare un cosiffatto strumento, utile

insieme all'esercito e dallo Stato, mancò per l'ignavia degli uomini e

per l'indifferenza dei tempi. Rimase solamente traccia del buon

proposito, della sua pratica assai tardiva, e, come simbolo, il

prestigio del nome di un illustre ufficiale degli ingegneri militari

veneti che, da solo, bastò alla deficienza di tutti gli altri. Tale fu

il brigadiere Giovanni Mario Lorgna [167]--più volte ricordato--la cui

sfera d'attività va indivisibilmente congiunta a quella di Bernardino

Zendrini [168], il celebre matematico della Repubblica che studiò e

costrusse _Murazzi_, ed a quella degli ingegneri idraulici che

sistemarono l'alveo del Brenta ed il suo _Taglio Nuovissimo_.[169]

Ma la fama militare del brigadiere degli ingegneri Lorgna va

sopratutto collegata alla pratica degli insegnamenti da lui professati

per sette lustri nella scuola d'applicazione di artiglieria e genio

della Serenissima in Verona, agli studi sull'impiego delle mine, sul

miglior rendimento degli esplosivi e sul tracciamento delle gallerie,

a qualche restauro ed ampliamento nelle fortezze di Mantova, di

Legnago e di Peschiera, ai rilievi topografici da lui intrapresi nel

territorio irriguo del Polesine, con il concorso dei suoi allievi, con

la cooperazione di Giacomo Nani e con l'aiuto delle tavolette

pretoriane commissionate, per iniziativa del Lorgna medesimo, in

Inghilterra[170].

Frutto di questi ultimi lavori fu la grande carta corografica della

regione del basso Adige, pubblicata però dalla Serenissima tanto tardi

che essa servì prima ai suoi nemici--Austriaci e Francesi--che ai

Veneti. Risultavano in questa carta chiaramente tracciati il corso dei

fiumi, dei canali, l'andamento degli scoli, degli argini e delle

strade rispetto alle province finitime, nonchè la postura delle chiuse

e delle conche. La scala era circa del 50.000.

Anche lo stato delle fortificazioni e dei castelli di Venezia e

d'Oltremare--dei quali si parlerà più avanti--ovunque in rovina,

richiedeva urgentemente l'opera riparatrice degli ingegneri militari.

A questo compito avevano atteso fino allora--però in modo

insufficiente ed inadeguato--il personale dei provveditori alle

fortezze, i quartiermastri alle fortificazioni e perfino gli

_ingegneri ai confini_, corpo di professionisti di Stato dipendenti

dalle _Camere ai confini_, incaricati in special modo del tracciamento

e della manutenzione della viabilità sulle frontiere della

Repubblica[171].

Con questi auspizî adunque, nel 1770, venne creato con apposito

senato-consulto il _Corpo degli Ingegneri militari_, unitamente al

Reggimento di Artiglieria[172]. Il grande favore, tutto proprio del

tempo, verso quanto di tecnica militare e navale proveniva

dall'Inghilterra, indusse il Savio alla Scrittura a ricercare da

quella parte anche il primo sovraintendente nel corpo novello--come si

era fatto per l'artiglieria--; e questi fu il colonnello Dixon,

scozzese di origine.

Gli organici degli ingegneri militari furono stabiliti come appresso:

1 colonnello, 1 tenente colonnello, 2 sergenti maggiori, 8 capitani, 8

tenenti ed altrettanti alfieri, da trarsi questi ultimi annualmente

dal Collegio Militare di Verona. In totale il corpo doveva contare sul

_primo piede_ 28 ufficiali senza alcun riparto di truppa.

L'uniforme era «di scarlatto, con fodera, giustacuore e calzoni

bianchi, con paramenti e mostre fino alla metà del vestito di velluto

nero, dragona d'oro alla spala, e spada con fioco uniforme»[173].

Adunque la buona volontà di costituire il corpo degli ingegneri

militari veneti non mancava, almeno alle apparenze. Ma, tra il detto

ed il fatto, le correlazioni non erano nè semplici nè rapide sotto la

decadenza del governo della Serenissima.

Il _Piano regolatore_ del corpo, studiato dal colonnello Dixon,

prescriveva che, «esaminato fosse il merito non solo degli ufficiali

già titolati come ingegneri e destinati a comporlo, ma degli altri

ancora da inserirsi nel medesimo». E poichè si constatò, con opportune

prove ed esami, che _nessuno_ dei candidati possedeva i necessari

requisiti di idoneità--all'infuori di uno--[174] il Senato deliberò

subito di rimandare a miglior epoca la definitiva costituzione del

corpo medesimo.

Trascorso un biennio, lo scozzese Dixon, contrariato dalle lungaggini

e dalle oscitanze verso quel corpo degli ingegneri che egli non aveva

fino allora comandato che sui lindi specchi dei _Piedilista_, nella

primavera del 1772 chiese ed ottenne di essere esonerato dallo sterile

servizio, e gli successe il colonnello Moser de Filseck, tirolese di

origine e proveniente dall'esercito austriaco. Pure tra il vecchio ed

il nuovo, tra lo scozzese che abbandonava la città delle lagune ed il

tirolese che gli subentrava, il Senato continuò a nicchiare, ad onta

che le istanze e le circostanze incalzassero per indurlo una buona

volta a dare corpo e vita al _Piano regolatore_ decretato fino dal

1770.

«È oramai tempo di decidersi--lasciò scritto il Savio nel 1779--e con

ciò noi non facciamo che rappresentare non già sciogliere i dubbi che

si affacciano su quest'argomento degli ingegneri militari, ma

giudicheremo tuttavia colpa tacere e ritenere alcune riflessioni in

merito e che lo zelo ci indica... La disciplina è l'anima dei

militari, e la differenza nei gradi rende più sicura la dipendenza ed

il buon ordine. Un sopraintendente degli ingegneri adunque, occupato

nelle generali riviste per tutto lo Stato, il colonnello ispettore,

costante e necessario al Collegio militare di Verona, esercitato per

di più ben di frequente in molteplici e varie commissioni... il corpo

senza ufficiali... tutto ciò insomma non giova a conservare l'armonia

nel medesimo. Bisogna decidersi!...»[175]

Finalmente, nel 1782, il corpo degli ingegneri militari cominciò a

contare qualche ufficiale ritenuto capace di disimpegnarne gli uffici.

Ma siccome quel numero era pur sempre esiguo e di gran lunga inferiore

all'organico, così si adottò un servizio promiscuo tra gli ingegneri

militari ed i colleghi _ingegneri ai confini_, una specie di

compromesso tra i due corpi tecnici veneti. Sulla fine di quell'anno

si trova infatti che i tenenti ingegneri Carlo Canòva e Francesco

Medin, unitamente al tenente colonnello Milanovich, prestavano la loro

opera nell'arginatura dell'Adige, alle dipendenze del magistrato al

detto fiume ed in collaborazione a taluni ingegneri civili[176].

Indi appresso, rendendosi sempre più frequenti i casi di questo

servizio cumulativo, particolarmente nelle province d'Oltremare, le

meno desiderate e le più trascurate, «per lo stato di desolazione di

tutte le caserme, opere interne ed esterne di fortificazione,

ospitali, magazzini, depositi, cisterne ed altro»[177], il Savio alla

Scrittura deliberò di meglio precisare i limiti della prestazione

comune dei due corpi, e stabilì «che l'aiuto dovesse essere per

l'avvenire reciproco, ma libero da ogni vincolo l'un l'altro»[178].

Il senso della disposizione non era molto chiaro. Rimase però inteso,

in tanta indeterminatezza di forme, che gli ingegneri ai confini

dovessero occuparsi più specialmente dei lavori stradali in genere, ed

in ispecie delle vie del Canale del Ferro, di Venzone, di Gemona, di

San Daniele, del _Taglio Nuovo_ di Palma, della prosecuzione dei

lavori in corso sull'Isonzo, a Porto Buso, nell'Istria, alli scogli di

Tessaròlo, lungo la strada di Campara in Val Lagarina, nel territorio

di Cremona e verso gli Stati del Pontefice; e che gli ingegneri

militari dovessero dedicare di preferenza la loro attività ai lavori

di carattere militare, cioè alle opere di fortificazione, ai castelli

ed alle caserme[179].

Cosicchè, soltanto nel 1785, vale a dire dopo circa quindici anni

dalla fondazione teorica del corpo degli ingegneri militari veneti,

questo principiava ad avere un inizio di vita, assicuratagli da nuove

cure e previdenze del brigadiere Lorgna, concretate nella riforma

delle «_Leggi, regole e scuole del Militar Collegio di Verona_».

*

* *

Era però troppo tardi. Rimediare al passato non era più possibile,

tanto era grande ed irreparabile la rovina del presente. Tra il 1782

ed il 1783 il brigadiere degli ingegneri Moser de Filseck, reduce da

un lungo e fortunoso viaggio d'ispezione nei domini Veneti di

Oltremare, così dipingeva al Principe il triste stato delle

fortificazioni della Repubblica:

La Campagna del 1796 nel Veneto Parte prima: La decadenza militare della serenissima uomini ed armi · 第 7 / 11 段