margine delle lagune--come al tempo della guerra di Cambrai--quel
generale vagheggiava la costituzione di alcuni campi stabili sotto ai
forti di San Pietro in Volta e di Malamocco, presso i trinceramenti
della Motta detta di Sant'Antonio e presso il Lido, allo scopo di
formarne una scuola d'armi e d'armati sempre pronta ad ogni evenienza,
sempre desta ad ogni minaccia; di apparecchiare insomma un buon
istrumento di difesa per Venezia e per l'estuario. Giacomo Nani, con
il prestigio del suo nome, con la profondità delle sue dottrine, con
il suo patriottismo illuminato, aggiungeva a questi disegni forza e
decoro.
«È bene--scriveva lo Stràtico--che si radunino al più presto assieme
queste truppe e siano messe sotto le tende, come nella ultima
neutralità[211] al tempo del maresciallo Schoulemburg. Tale metodo è
poi molto utile nel formarsi in battaglia, nel marciare fuori dei
campi per qualche lungo tratto interrotto da fossi, da siepi e da
altri impedimenti, e finalmente per eseguire le grandi manovre. Da
questo primo passo dello attendamento è facile condursi poi a quegli
altri che formano la catena continua delle militari istruzioni; vale a
dire nel rendere in pari tempo ed in unione con la fanteria esercitati
gli artiglieri nella disposizione e nello esercizio dell'artiglieria
di corpo e del treno da campagna, di cui dovrebbero essere forniti i
progettati accampamenti, come anche la cavalleria che vi si volesse
assegnare sia nei finti assalti che in foraggiare, scortare convogli e
bagagli... Quanto poi riflette questa ultima arma, il maresciallo
Schoulemburg era del parere doversi armare i lidi di Venezia,[212]
specie i dipartimenti di Pellestrina e di Chioggia, con buoni corpi di
cavalleria per impedire gli sbarchi ed appoggiare occorrendo quelle
milizie che, da Venezia, fossero spedite in Terraferma. Converrebbe
quindi chiamare a questa parte almeno quattro compagnie di _croati_,
aumentando però la loro forza attuale fino a cento teste, formare con
esse tre buoni squadroni (di due compagnie ognuno) ed aggiungervene un
quarto di cavalleggeri». Così, mentre la Serenissima stava
agonizzando, si istituirono in tumulto gli ultimi campi di manovra
dell'esercito Veneto, sicchè essi uscirono alla luce del sole come
nati-morti.
*
* *
Il riparto militare della Repubblica comprendeva i quattro dipartimenti
territoriali d'Italia, di Dalmazia, del Golfo e del Levante. I tre
ultimi, per essere d'oltremare, avevano stretta correlazione con la
suprema magistratura politica, civile e marinara di ciascuna provincia
(_i provveditori generali_). Il primo dipartimento invece, quello
d'Italia, non avendo normalmente tale analogia di forme e di
reggimenti--a meno che speciali circostanze politiche non consigliassero
di nominare anche colà un provveditore--esercitava la propria
giurisdizione per mezzo dei _capitani_ e dei _podestà_.
Nel riparto di Levante[213] primeggiava l'isola di Corfù, per la sua
posizione geografica e per il ricordo degli ultimi fasti di guerra
della Serenissima (1716) indivisibilmente congiunti alla strenua
difesa del maresciallo Schoulemburg. E la fortezza corfiotta nel 1796
contava ancora sui rovinati rampari ben 512 bocche da fuoco di varia
specie e calibro. Dopo Corfù, in ordine d'importanza, si contava Santa
Maura (Levkàs) cui pendevano di continuo sul capo come scimitarra gli
orrori delle incursioni turchesche; Zante (Zakynthos) la boscosa e
feconda per i pingui pascoli, assai mal guardata dai suoi 21 cannoni
barcollanti sugli affusti tarlati; Prevesa la cittadella perduta in
fondo al promontorio aziaco, ricca di gloria romana ed anche un poco
orgogliosa per la recente fortuna dei Veneti[214], guardata da un
pugno di soldati macilenti per i miasmi dell'acquitrino ambracico.
Venivano ultime Vonizza, l'isola di Cefalonia con il presidio di Asso,
e li scogli perduti di Cerigo e Cerigotto.
Nel contado delle Bocche, cioè in parte della giurisdizione del
_Golfo_, aveva il primo posto la fortezza di Cattaro con 153 cannoni,
compreso l'armamento del _Forte Spagnuolo_ di Castelnuovo[215], quello
del castello di Budua e degli appostamenti di Zupa e del contado dei
Pastrovicchi. Frequenti erano le relazioni politiche e commerciali dei
governatori delle armi di queste due ultime fortezze con l'attiguo
territorio dei Montenegrini e dei pascià dell'Erzegovina[216].
Il riparto di Dalmazia aveva per capoluogo Zara. Non minore importanza
dopo questa città avevano i castelli di Knin, di Sign, di Spalato, di
Traù, le opere di Sebenico, quelle di Almissa e di Imoschi.
Nell'Istria Veneta primeggiava infine Capodistria armata con 12 pezzi.
Tra le piazze forti d'Italia aveva grande fama Palma, o Palmanova,
retta da uno speciale magistrato militare.
Il numero dei castelli e delle fortificazioni di Venezia e
dell'estuario era assai grande, e tale si trasmise pressochè in
integro, attraverso le dominazioni francese ed austriaca, fino al
1848. Tra le opere più notevoli si contavano, al tempo della caduta
della Repubblica, quelle del Lido, di Campalto, della Certosa, di San
Giorgio Maggiore, della Motta di Sant'Antonio, del Maltempo, di San
Pietro in Volta, degli Alberoni, di Chioggia, di Bròndolo, del
Castello di Sant'Andrea, di San Giovanni della Polvere, di San Giorgio
in Alga; oltre una folla di opere minori, batterie, trinceramenti,
ottagoni, palizzate ed appostamenti[217].
Sugli spalti di queste opere di Venezia e dell'estuario risultavano
collocate in complesso 2471 bocche da fuoco, comprese le disponibili
nell'Arsenale.
Caposaldo della difesa di Terraferma era la fortezza di Verona. In essa
si notavano il castello di San Pietro e quello di San Felice,[218]
entrambi ricchi di solide muraglie, di torricelle, di opere a corno e di
terrapieni d'ogni maniera, demoliti in buona parte in forza del trattato
di Luneville nel marzo 1801; Castel Vecchio di remota costruzione
Scaligera[219] con grossi parapetti, feritoie sui piloni del classico
ponte e merlature, opere deturpate anch'esse in virtù del detto
trattato; e la cinta murata con le numerose porte, cortine e bastioni
illustrati dall'arte del Sammichieli. Minore importanza avevano infine
la piazze di Legnago e di Peschiera--recentemente sistemate nei fossi
acquei e nelle mure dal colonnello Lorgna--il castello di Brescia, le
opere di Orzinovi (_Orzi-Novi_), di Crema, di Àsola, di Pontevico e di
Bergamo.
*
* *
L'alta giurisdizione territoriale militare sui riparti di Levante,
Dalmazia, Golfo ed Italia, era esercitata dai rispettivi sergenti
maggiori di battaglia, secondo i turni dei quali si disse più sopra.
Il comando effettivo delle fortezze competeva invece ai singoli
governatori delle armi, suddivisi in alquante categorie a seconda
dell'importanza delle fortezze medesime.
Ai governatori delle armi spettava un certo numero di _lance spezzate_
costituenti una piccola guardia del corpo. Successivamente però questo
diritto andò modificandosi e si trasformò, sul finire della
Repubblica, in una specie di indennità di carica da corrispondersi in
contanti.
A questi governatori delle armi nelle fortezze d'Oltre mare incombeva
un còmpito assai spesso difficile e pericoloso. Quello cioè di servire
da _ago della bilancia_ in mezzo alla violenza delle passioni
politiche delle genti contermini, e da scudo contro le incursioni e le
depredazioni delle vicine tribù turchesche. E l'uno e l'altro ufficio
essi dovevano assolvere con dignità e con fermezza, quasi sempre con
scarsissimi presidi, con armi spuntate e rugginose.
In quest'opera giovava ancora alcun poco il bagaglio delle antiche
memorie e del vecchio prestigio repubblicano rinverdito dopo le
campagne del 1716-17, ma più che tutto valeva l'intreccio dei vincoli
politici, sociali e feudali, solidamente ribadito dalla Repubblica nei
domini d'Oltremare tra i suoi stessi rappresentanti ed i maggiorenti
delle terre. Così, con fine accorgimento, la Serenissima soleva
scegliere non pochi dei governatori delle armi delle principali
fortezze di Dalmazia e di Levante tra gli ufficiali superiori degli
_Oltremarini_, vale a dire tra i conterranei medesimi; sicchè, per
tale riguardo, le genti entravano di leggeri in una tal specie di
convinzione di godere una autonomia propria, convinzione che gli
istituti repubblicani rafforzavano e corroboravano. Il crogiuolo delle
milizie regionali oltremarine serviva così da elemento unificatore, da
valido intermediario tra le libertà cantonali d'Oltremare ed il potere
centrale repubblicano, da scuola d'armi insieme e di pubblici poteri
dalla quale il dominio veneto usciva rafforzato e popolarizzato. Le
migliori famiglie dalmate quivi dovevano acquistare i titoli per
l'esercizio del governo sui conterranei, in nome della stessa
Serenissima, e questo automatico ricambio di uomini e di reggitori
raddolciva le suscettività individuali e collettive delle municipalità
dalmate e le cointeressava agli accorti fini politici della
Repubblica.
Nelle principali fortezze i governatori delle armi erano inoltre
coadiuvati dai così detti _maggiori alle fortezze_, tratti in buona
parte dal corpo degli artiglieri, con incarichi esclusivamente
sedentari. Non mancavano però degli strappi a tale consuetudine circa il
reclutamento di questi ufficiali, e tra gli altri merita particolare
rilievo quello che si verificò nel 1794 quando--nell'assoluta
impossibilità di trovare un posto agli ufficiali promossi per merito di
guerra da Angelo Emo--convenne trasferirli appunto nel personale delle
fortezze, senza riguardo di sorta all'ufficio ed all'arma di
provenienza.
I còmpiti di questi ufficiali alle fortezze erano assai simili a
quelli che, sotto la Francia del vecchio regime, erano attribuiti ai
_majors_ ed agli _aides majors généreaux des logis_[220].
Poche parole rimangono da dire intorno alla dislocazione effettiva
delle truppe venete. I documenti più autorevoli in materia sono per
certo i «_Piedilista generali di tutte le pubbliche forze_» compilati
all'Inquisitorato sull'amministrazione dei pubblici ruoli. Codesti
specchi, che servivano di base ai càlcoli relativi alla forza
bilanciata dell'esercito della Repubblica, comprendevano gli effettivi
sotto le armi, gli aumenti e le diminuzioni dei _fazioneri_ in
confronto del periodo di tempo immediatamente precedente, gli _amassi_
o risultati delle nuove leve, i _cassi_ o congedati per compimento
d'ingaggio o per inabilità fisica, i _fuggiti_ o disertori, i morti, i
_passati di riparto_ o trasferiti ad altra sede, ed infine i
_realditi_, o condannati la cui pena era sospesa momentaneamente per
revisione di processo[221].
Le modalità di tali _piedilista_ erano tassativamente fissate dalle
_Terminazioni degli Ill.mi ed Ecc.mi Signori Inquisitori sopra
l'amministrazione dei pubblici rolli_[222], e ad esse si dovevano
uniformare tutti i comandanti di truppa nello intento di evitare
brogli, peculati e tentativi di frode per via dei _passavolanti_[223].
Epperciò ogni ufficiale, sulla propria _fede di uomo d'onore_, doveva
redigere la copia del rispettivo _rollo_, o riparto, da trasmettersi
quindi agli inquisitori competenti, vidimata dalle autorità superiori.
Analoghe pratiche si osservavano per le truppe imbarcate sui pubblici
legni, disposte a guardia di lontani presidi e negli appostamenti. I
sergenti maggiori di battaglia, i capi dei riparti territoriali, gli
aiutanti di reggimento e di battaglione, dovevano sorvegliare con
somma cura la compilazione scrupolosa dei _piedilista_, che si
trasmettevano all'Inquisitorato semestralmente prima dell'anno 1790,
ed annualmente dopo di quell'anno[224].
*
* *
Dai _piedilista_ adunque--orgoglio e tormento della burocrazia
militare veneta dell'epoca--si rileva che la forza bilanciata sullo
scorcio di vita della Repubblica oscillava intorno alla dozzina di
migliaia di soldati, e che pochi anni prima della caduta questa forza
era timidamente salita sopra alle quindici migliaia di uomini[225].
Tale contingente di truppe era suddiviso pressochè in parti
proporzionali tra i quattro dipartimenti militari. Così nel 1780,
sopra un totale di 313 compagnie e 12,406 _teste_ a ruolo, compresi
gli invalidi, gli addetti all'Arsenale, alle scuole militari ed alle
compagnie di leva, spettavano a ciascuno dei grandi riparti gli
effettivi seguenti:
_Riparto di Levante_.--Presidi, numero 24[226]. A terra, uomini 3326.
Sulle navi, nomini 1683[227].
_Riparto di Dalmazia_.--Presidi, numero 49[228]. A terra, uomini 2761.
Sulle navi, uomini 255.
_Riparto d'Italia_.--Presidi, numero 43[229]. A terra, uomini 2141.
Sulle navi, uomini 453. _Riparto del Golfo_.--Presidi, numero 2[230].
A terra, uomini 197. Sulle navi, uomini 460.
Nell'interno dei corpi le guarnigioni di solito erano distribuite in
giusta misura, con senso di equità e di equilibrio tra i buoni ed i
cattivi distaccamenti, e con riguardo ai _turni_ destinati a
ristabilire l'equilibrio in questa necessaria altalena di «_bona mixta
malis_» delle guarnigioni degli eserciti a base nazionale. Pochi erano
invece i corpi che avevano tutte le compagnie raccolte in una medesima
sede, o riparto territoriale, e ciò dipendeva ordinariamente tanto da
necessità di transito da un riparto all'altro (Lido-Padova-Zara),
quanto da convenienze particolari d'arma (corazzieri, croati,
travagliatori, invalidi etc.).
Nel _piedilista_ del V settembre 1776[231]--uno dei più accurati della
specie--risulta infatti che, dei 18 reggimenti di _Fanteria Italiana_,
14 avevano le proprie compagnie tutte riunite nell'interno di uno
stesso riparto, che i rimanenti reggimenti le avevano frazionate, e
che tutti i corpi di Fanti _Oltramarini_ all'infuori di due[232] si
trovavano con le proprie unità sparpagliate tra la Dalmazia, il
Levante, l'Italia ed il Golfo.
Della cavalleria veneta, il _Reggimento di Corazze_ aveva le sue sei
compagnie tutte in Dalmazia, quello di _Dragoni_ era per intero
dislocato in Italia. Il reggimento _Croati_ del _Colonnello Begna_
presidiava la Dalmazia senza distaccamenti in altri riparti, quello
del _Colonnello Gregorina_ era tutto raccolto in Italia. Il
_Reggimento artiglieria_ infine era suddiviso con sei compagnie in
Levante, tre nella Dalmazia ed altrettante in Italia.
Questa dislocazione delle truppe venete si mantenne presso a poco
immutata fino alla caduta della Repubblica. Subì soltanto qualche
alterazione nel 1796 quando, a cominciare dai primi di giugno, dalle
province d'Oltremare furono chiamate alla _Dominante_ truppe per la
difesa delle lagune minacciate dagli eserciti di Francia. Allora, per
la seconda volta dopo la guerra di Cambrai, si videro raccolte milizie
in buon numero dentro l'abitato cittadino di Venezia, violando la
tradizionale consuetudine che ne le escludeva in via normale in
omaggio alle libertà repubblicane.
All'infuori di codesti casi eccezionalissimi, unici rappresentanti
della legge e della forza armata veneta dentro alla città delle lagune
erano i _birri_ ed i _fanti_, ministri questi ultimi al servizio del
Consiglio dei Dieci e degli Inquisitori di Stato[233].
*
* *
Poichè l'esercito veneto della rovina repubblicana accentuò il proprio
carattere di istituto di beneficenza, pullularono come una fungaia i
corpi degli invalidi, o dei _benemeriti_, senza contare i nuclei di
militari fisicamente inadatti al servizio, non inquadrati in unità
sedentarie ma semplicemente mantenuti a ruolo e stipendio con il
benefizio delle così dette _mezze paghe_.
Di queste ultime si avvantaggiavano in particolar modo i cannonieri,
intendendo con ciò la Serenissima di conservarsi sotto mano--prima
della fondazione del Reggimento Artiglieria e subito dopo di essa--una
certa riserva di militari pratici delle artiglierie per far fronte
alle eventuali esigenze.
Ma poichè lo scandaloso costume delle mezze-paghe, che manteneva a
spese del pubblico erario una falange di fannulloni e di disadatti fu
abolita nell'anno 1777, un'ondata di postulanti e di malcontenti venne
a rifluire alle unità organizzate degli invalidi. Se ne rammaricava
inutilmente il Senato, rilevando il grave danno pecuniario che causava
tale corrività, eccitando il Savio alla Scrittura a provvedere:
«perchè questa caritatevole disposizione (_dei benemeriti_) non vada a
danno del dinaro pubblico, nè trovi il privato interesse una fonte di
illeciti vantaggi»[234]. La piaga però aveva troppo salde e profonde
radici, d'altronde le strettezze dell'erario non permettevano di
concedere giubilazioni che ai militari fatti decrepiti sotto l'assisa
repubblicana; e ciò non poteva accadere di solito che verso i 60 o 70
anni di età.
Nel 1790 esistevano nell'esercito veneto 7 compagnie o distaccamenti
di benemeriti. Una compagnia di essi era dislocata al Lido e nelle
opere contermini, una a Palmanova ed una nel Castello di Brescia. Un
distaccamento assai numeroso di quei vecchi soldati guardava il forte
di _San Pietro_ _dei Nembi_ sotto Zara, un altro quello del _Maltempo_
presso Venezia, i due ultimi infine erano dislocati a Zara e nel
Collegio Militare di Verona.
Principale còmpito di questi _benemeriti_ era il servizio di guardia
agli istituti ed edifizi militari affidati alla loro custodia, «senza
mai staccarsi dal posto sotto qualunque pretesto, per ubbidire ai
comandi che loro venissero impartiti e vietando l'asporto di pubblica
o di privata roba»[235].
CAPO IX.
L'addestramento della truppa veneta.
Cadeva la Repubblica quando, dopo una serie di reiterate istanze
intese a porre in rilievo la vetustà dei regolamenti tattici compilati
dal maresciallo Schoulemburg al principio del secolo XVIII--sui quali
era passato indarno tutto lo splendore dell'arte federiciana--il
Senato si induceva finalmente a nominare una commissione con
l'incarico di redigerne dei nuovi. Si trattava anzitutto di rendere
più agili e manovriere le forme tattiche della fanteria, anchilosate
ancora nella vecchia suddivisione di _ali_, di _divisioni_ e di
_plotoni_, di imprimere maggiore impulso al fuoco, scioltezza agli
ordinamenti e vigoria alle azioni da combattimento.
La circostanza che un buon nucleo di truppe venete si trovava raccolto
sotto Verona, e che il generale Salimbeni ed il governatore delle armi
di quella città avevano cominciato ad esercitarle in simulacri di
esercitazioni e di manovre, si presentava assai propizia per compiere
le necessarie esperienze della riforma dei regolamenti.
Nella primavera del 1795 una commissione composta dal detto generale
Salimbeni, dal sergente generale Stràtico e da altri ufficiali
inferiori, compiva infatti la prima metà dell'opera, cioè quella della
revisione della parte formale dei regolamenti tattici dal titolo
«_Esercizi personali per gli Uffiziali, bassi-uffiziali e soldati
della truppa veneta_», e la presentava al Savio di Terraferma alla
Scrittura Iseppo Priuli con una dotta relazione a corredo, acciocchè
questo magistrato la rassegnasse a sua volta al Doge.
La relazione faceva riserva, «che i detti benemeriti ufficiali
Salimbeni e Stràtico avrebbero fatta successivamente completa
produzione anche della seconda parte dell'opera... la quale abbracciar
deve i movimenti dei corpi, così avendo essi creduto di dividerla per
maggiore facilità e chiarezza»[236].
Questa prima parte del regolamento che vedeva allora la luce
comprendeva adunque il maneggio del fucile _del modello Tartagna_, i
movimenti con la bandiera per gli alfieri, con la spada per gli
ufficiali e le varianti ed aggiunte per la fanteria oltramarina. Nel
proemio si esprimeva il voto, «che il libro venisse stampato in
entrambe le lingue italiana ed illirica, due essendo le nazioni con
differente linguaggio che hanno l'onore di servire Vostra Serenità», e
prometteva di estendere gli studi e le esperienze anche alla
cavalleria, «la quale ha eguale e forse anche maggiore bisogno della
infanteria di regolazioni nello esercizio non solo, ma anche nella
tattica, usando ancora quelle che furono estese fino dal secolo
passato dal generale Stenau».
Ispirandosi a modernità di concetti, «come si deve» ed alle «nuove
pratiche introdotte ed usitate dalle nazioni più agguerrite», i
compilatori del nuovo regolamento esprimevano da ultimo la fiducia che
la «nazionalità veneta potrà, con esso, diventare mirabilmente
istrutta».
Le nuove ordinanze conservavano la formazione della fanteria su tre
righe, ponevano in rilievo la sempre crescente potenza del fuoco e
procuravano di disciplinare l'urto. Semplificavano oltre a ciò--nei
limiti del possibile--il maneggio dell'armi ed assottigliavano d'alcun
poco il pesante bagaglio delle evoluzioni, delle marce, delle
contromarce e delle colonne d'attacco.
*
* *
Per eseguire i movimenti con la spada, oramai definitivamente
sostituita alla picca fino dall'anno 1790[237], gli ufficiali dovevano
prendere la posizione di attenti, epperciò essi dovevano: «impiantarsi
con la vita dritta, petto in fuori, capo alto, tacchi tra loro
distanti di due dita, punte dei piedi in fuori, ginocchia tese,
braccia pendenti al naturale in giù, cappello che riposi sopra le
ciglia ma voltato un poco verso sinistra»[238].
I movimenti con la spada erano 17 e cioè: spada alla mano o in parata,
primo saluto, spada in parata, secondo saluto, spada in battaglia,
spada in parata, _spada all'orazion_, spada in parata, _spada a
funeral_, spada in parata, spada in riposo, spada in parata, spada in
battaglia, spada in riposo, spada in battaglia, spada in parata, spada
nel fodero.
Il saluto con la spada si rendeva dagli ufficiali veneti presso a poco
come si pratica oggigiorno e così si salutavano:
«L'Ecc.mo Savio di Terraferma alla Scrittura, i Provveditori Generali
da Mar, della Dalmazia e gli Ecc.mi Capi di Provincia in Terraferma».
Per rendere onore alle altre autorità militari il saluto con la spada
si arrestava al primo tempo dell'odierno saluto, e cioè «con la coccia
della spada dirimpetto al mento, alla distanza di un palmo, guardamano
voltato verso il lato sinistro e lama verticale e di piatto».
Questi modi di salutare le autorità militari superiori ed inferiori
surrogarono rispettivamente la _battuta_ della picca ed il levarsi del
cappello, quando la picca stessa costituiva l'ordinario armamento
dell'ufficiale.
Altre regole disciplinavano il modo di portare la spada _all'orazion_,
che stendevasi a quell'atto davanti al corpo con il braccio disteso e
la punta fin presso terra, mentre l'ufficiale ripiegava il ginocchio
destro sotto il sinistro, si toglieva di capo il cappello e lo
raccomandava alla mano sinistra; _a funeral_, nella quale positura la
spada si portava serrata contro il petto lungo il lato sinistro,
assicurata sotto l'avambraccio piegato all'altezza della mammella; _in
battaglia_ infine cioè con la spada stesa lungo il fianco destro,
«appoggiandola verticalmente nel vuoto della spalla, col filo in
fuori»[239].
Gli alfieri portavano normalmente la bandiera «sul fianco destro,
l'asta alquanto inclinata verso dritta e pendente in avanti, la lancia
(freccia) voltata in piano ed il calcio a terra». Nei tempi sereni e
senza vento la bandiera si lasciava «a drappo volante», nei piovosi
invece o con vento si prendeva «il canto (lembo) pendente del drappo e
con la mano destra si serrava all'asta». Nelle parate--senza eccezione
di tempo--la bandiera doveva essere sempre spiegata.
L'alfiere abbassava la bandiera davanti a quelle medesime supreme
cariche militari cui si rendeva dagli ufficiali il completo saluto con
la spada, «compiendo un ottavo di giro a dritta, poi con la mano
dritta abbassando l'asta della bandiera verso la parte sinistra,
finchè il piatto della lancia sia ad un palmo distante da terra...
nell'atto stesso si raccoglieva con la mano sinistra il drappo e si
impugnava per di fuori dell'asta». Per salutare tutti gli altri
superiori l'alfiere toglieva semplicemente di capo il cappello[240].