Con la visione oramai netta e precisa della patria violentata sul

margine delle lagune--come al tempo della guerra di Cambrai--quel

generale vagheggiava la costituzione di alcuni campi stabili sotto ai

forti di San Pietro in Volta e di Malamocco, presso i trinceramenti

della Motta detta di Sant'Antonio e presso il Lido, allo scopo di

formarne una scuola d'armi e d'armati sempre pronta ad ogni evenienza,

sempre desta ad ogni minaccia; di apparecchiare insomma un buon

istrumento di difesa per Venezia e per l'estuario. Giacomo Nani, con

il prestigio del suo nome, con la profondità delle sue dottrine, con

il suo patriottismo illuminato, aggiungeva a questi disegni forza e

decoro.

«È bene--scriveva lo Stràtico--che si radunino al più presto assieme

queste truppe e siano messe sotto le tende, come nella ultima

neutralità[211] al tempo del maresciallo Schoulemburg. Tale metodo è

poi molto utile nel formarsi in battaglia, nel marciare fuori dei

campi per qualche lungo tratto interrotto da fossi, da siepi e da

altri impedimenti, e finalmente per eseguire le grandi manovre. Da

questo primo passo dello attendamento è facile condursi poi a quegli

altri che formano la catena continua delle militari istruzioni; vale a

dire nel rendere in pari tempo ed in unione con la fanteria esercitati

gli artiglieri nella disposizione e nello esercizio dell'artiglieria

di corpo e del treno da campagna, di cui dovrebbero essere forniti i

progettati accampamenti, come anche la cavalleria che vi si volesse

assegnare sia nei finti assalti che in foraggiare, scortare convogli e

bagagli... Quanto poi riflette questa ultima arma, il maresciallo

Schoulemburg era del parere doversi armare i lidi di Venezia,[212]

specie i dipartimenti di Pellestrina e di Chioggia, con buoni corpi di

cavalleria per impedire gli sbarchi ed appoggiare occorrendo quelle

milizie che, da Venezia, fossero spedite in Terraferma. Converrebbe

quindi chiamare a questa parte almeno quattro compagnie di _croati_,

aumentando però la loro forza attuale fino a cento teste, formare con

esse tre buoni squadroni (di due compagnie ognuno) ed aggiungervene un

quarto di cavalleggeri». Così, mentre la Serenissima stava

agonizzando, si istituirono in tumulto gli ultimi campi di manovra

dell'esercito Veneto, sicchè essi uscirono alla luce del sole come

nati-morti.

*

* *

Il riparto militare della Repubblica comprendeva i quattro dipartimenti

territoriali d'Italia, di Dalmazia, del Golfo e del Levante. I tre

ultimi, per essere d'oltremare, avevano stretta correlazione con la

suprema magistratura politica, civile e marinara di ciascuna provincia

(_i provveditori generali_). Il primo dipartimento invece, quello

d'Italia, non avendo normalmente tale analogia di forme e di

reggimenti--a meno che speciali circostanze politiche non consigliassero

di nominare anche colà un provveditore--esercitava la propria

giurisdizione per mezzo dei _capitani_ e dei _podestà_.

Nel riparto di Levante[213] primeggiava l'isola di Corfù, per la sua

posizione geografica e per il ricordo degli ultimi fasti di guerra

della Serenissima (1716) indivisibilmente congiunti alla strenua

difesa del maresciallo Schoulemburg. E la fortezza corfiotta nel 1796

contava ancora sui rovinati rampari ben 512 bocche da fuoco di varia

specie e calibro. Dopo Corfù, in ordine d'importanza, si contava Santa

Maura (Levkàs) cui pendevano di continuo sul capo come scimitarra gli

orrori delle incursioni turchesche; Zante (Zakynthos) la boscosa e

feconda per i pingui pascoli, assai mal guardata dai suoi 21 cannoni

barcollanti sugli affusti tarlati; Prevesa la cittadella perduta in

fondo al promontorio aziaco, ricca di gloria romana ed anche un poco

orgogliosa per la recente fortuna dei Veneti[214], guardata da un

pugno di soldati macilenti per i miasmi dell'acquitrino ambracico.

Venivano ultime Vonizza, l'isola di Cefalonia con il presidio di Asso,

e li scogli perduti di Cerigo e Cerigotto.

Nel contado delle Bocche, cioè in parte della giurisdizione del

_Golfo_, aveva il primo posto la fortezza di Cattaro con 153 cannoni,

compreso l'armamento del _Forte Spagnuolo_ di Castelnuovo[215], quello

del castello di Budua e degli appostamenti di Zupa e del contado dei

Pastrovicchi. Frequenti erano le relazioni politiche e commerciali dei

governatori delle armi di queste due ultime fortezze con l'attiguo

territorio dei Montenegrini e dei pascià dell'Erzegovina[216].

Il riparto di Dalmazia aveva per capoluogo Zara. Non minore importanza

dopo questa città avevano i castelli di Knin, di Sign, di Spalato, di

Traù, le opere di Sebenico, quelle di Almissa e di Imoschi.

Nell'Istria Veneta primeggiava infine Capodistria armata con 12 pezzi.

Tra le piazze forti d'Italia aveva grande fama Palma, o Palmanova,

retta da uno speciale magistrato militare.

Il numero dei castelli e delle fortificazioni di Venezia e

dell'estuario era assai grande, e tale si trasmise pressochè in

integro, attraverso le dominazioni francese ed austriaca, fino al

1848. Tra le opere più notevoli si contavano, al tempo della caduta

della Repubblica, quelle del Lido, di Campalto, della Certosa, di San

Giorgio Maggiore, della Motta di Sant'Antonio, del Maltempo, di San

Pietro in Volta, degli Alberoni, di Chioggia, di Bròndolo, del

Castello di Sant'Andrea, di San Giovanni della Polvere, di San Giorgio

in Alga; oltre una folla di opere minori, batterie, trinceramenti,

ottagoni, palizzate ed appostamenti[217].

Sugli spalti di queste opere di Venezia e dell'estuario risultavano

collocate in complesso 2471 bocche da fuoco, comprese le disponibili

nell'Arsenale.

Caposaldo della difesa di Terraferma era la fortezza di Verona. In essa

si notavano il castello di San Pietro e quello di San Felice,[218]

entrambi ricchi di solide muraglie, di torricelle, di opere a corno e di

terrapieni d'ogni maniera, demoliti in buona parte in forza del trattato

di Luneville nel marzo 1801; Castel Vecchio di remota costruzione

Scaligera[219] con grossi parapetti, feritoie sui piloni del classico

ponte e merlature, opere deturpate anch'esse in virtù del detto

trattato; e la cinta murata con le numerose porte, cortine e bastioni

illustrati dall'arte del Sammichieli. Minore importanza avevano infine

la piazze di Legnago e di Peschiera--recentemente sistemate nei fossi

acquei e nelle mure dal colonnello Lorgna--il castello di Brescia, le

opere di Orzinovi (_Orzi-Novi_), di Crema, di Àsola, di Pontevico e di

Bergamo.

*

* *

L'alta giurisdizione territoriale militare sui riparti di Levante,

Dalmazia, Golfo ed Italia, era esercitata dai rispettivi sergenti

maggiori di battaglia, secondo i turni dei quali si disse più sopra.

Il comando effettivo delle fortezze competeva invece ai singoli

governatori delle armi, suddivisi in alquante categorie a seconda

dell'importanza delle fortezze medesime.

Ai governatori delle armi spettava un certo numero di _lance spezzate_

costituenti una piccola guardia del corpo. Successivamente però questo

diritto andò modificandosi e si trasformò, sul finire della

Repubblica, in una specie di indennità di carica da corrispondersi in

contanti.

A questi governatori delle armi nelle fortezze d'Oltre mare incombeva

un còmpito assai spesso difficile e pericoloso. Quello cioè di servire

da _ago della bilancia_ in mezzo alla violenza delle passioni

politiche delle genti contermini, e da scudo contro le incursioni e le

depredazioni delle vicine tribù turchesche. E l'uno e l'altro ufficio

essi dovevano assolvere con dignità e con fermezza, quasi sempre con

scarsissimi presidi, con armi spuntate e rugginose.

In quest'opera giovava ancora alcun poco il bagaglio delle antiche

memorie e del vecchio prestigio repubblicano rinverdito dopo le

campagne del 1716-17, ma più che tutto valeva l'intreccio dei vincoli

politici, sociali e feudali, solidamente ribadito dalla Repubblica nei

domini d'Oltremare tra i suoi stessi rappresentanti ed i maggiorenti

delle terre. Così, con fine accorgimento, la Serenissima soleva

scegliere non pochi dei governatori delle armi delle principali

fortezze di Dalmazia e di Levante tra gli ufficiali superiori degli

_Oltremarini_, vale a dire tra i conterranei medesimi; sicchè, per

tale riguardo, le genti entravano di leggeri in una tal specie di

convinzione di godere una autonomia propria, convinzione che gli

istituti repubblicani rafforzavano e corroboravano. Il crogiuolo delle

milizie regionali oltremarine serviva così da elemento unificatore, da

valido intermediario tra le libertà cantonali d'Oltremare ed il potere

centrale repubblicano, da scuola d'armi insieme e di pubblici poteri

dalla quale il dominio veneto usciva rafforzato e popolarizzato. Le

migliori famiglie dalmate quivi dovevano acquistare i titoli per

l'esercizio del governo sui conterranei, in nome della stessa

Serenissima, e questo automatico ricambio di uomini e di reggitori

raddolciva le suscettività individuali e collettive delle municipalità

dalmate e le cointeressava agli accorti fini politici della

Repubblica.

Nelle principali fortezze i governatori delle armi erano inoltre

coadiuvati dai così detti _maggiori alle fortezze_, tratti in buona

parte dal corpo degli artiglieri, con incarichi esclusivamente

sedentari. Non mancavano però degli strappi a tale consuetudine circa il

reclutamento di questi ufficiali, e tra gli altri merita particolare

rilievo quello che si verificò nel 1794 quando--nell'assoluta

impossibilità di trovare un posto agli ufficiali promossi per merito di

guerra da Angelo Emo--convenne trasferirli appunto nel personale delle

fortezze, senza riguardo di sorta all'ufficio ed all'arma di

provenienza.

I còmpiti di questi ufficiali alle fortezze erano assai simili a

quelli che, sotto la Francia del vecchio regime, erano attribuiti ai

_majors_ ed agli _aides majors généreaux des logis_[220].

Poche parole rimangono da dire intorno alla dislocazione effettiva

delle truppe venete. I documenti più autorevoli in materia sono per

certo i «_Piedilista generali di tutte le pubbliche forze_» compilati

all'Inquisitorato sull'amministrazione dei pubblici ruoli. Codesti

specchi, che servivano di base ai càlcoli relativi alla forza

bilanciata dell'esercito della Repubblica, comprendevano gli effettivi

sotto le armi, gli aumenti e le diminuzioni dei _fazioneri_ in

confronto del periodo di tempo immediatamente precedente, gli _amassi_

o risultati delle nuove leve, i _cassi_ o congedati per compimento

d'ingaggio o per inabilità fisica, i _fuggiti_ o disertori, i morti, i

_passati di riparto_ o trasferiti ad altra sede, ed infine i

_realditi_, o condannati la cui pena era sospesa momentaneamente per

revisione di processo[221].

Le modalità di tali _piedilista_ erano tassativamente fissate dalle

_Terminazioni degli Ill.mi ed Ecc.mi Signori Inquisitori sopra

l'amministrazione dei pubblici rolli_[222], e ad esse si dovevano

uniformare tutti i comandanti di truppa nello intento di evitare

brogli, peculati e tentativi di frode per via dei _passavolanti_[223].

Epperciò ogni ufficiale, sulla propria _fede di uomo d'onore_, doveva

redigere la copia del rispettivo _rollo_, o riparto, da trasmettersi

quindi agli inquisitori competenti, vidimata dalle autorità superiori.

Analoghe pratiche si osservavano per le truppe imbarcate sui pubblici

legni, disposte a guardia di lontani presidi e negli appostamenti. I

sergenti maggiori di battaglia, i capi dei riparti territoriali, gli

aiutanti di reggimento e di battaglione, dovevano sorvegliare con

somma cura la compilazione scrupolosa dei _piedilista_, che si

trasmettevano all'Inquisitorato semestralmente prima dell'anno 1790,

ed annualmente dopo di quell'anno[224].

*

* *

Dai _piedilista_ adunque--orgoglio e tormento della burocrazia

militare veneta dell'epoca--si rileva che la forza bilanciata sullo

scorcio di vita della Repubblica oscillava intorno alla dozzina di

migliaia di soldati, e che pochi anni prima della caduta questa forza

era timidamente salita sopra alle quindici migliaia di uomini[225].

Tale contingente di truppe era suddiviso pressochè in parti

proporzionali tra i quattro dipartimenti militari. Così nel 1780,

sopra un totale di 313 compagnie e 12,406 _teste_ a ruolo, compresi

gli invalidi, gli addetti all'Arsenale, alle scuole militari ed alle

compagnie di leva, spettavano a ciascuno dei grandi riparti gli

effettivi seguenti:

_Riparto di Levante_.--Presidi, numero 24[226]. A terra, uomini 3326.

Sulle navi, nomini 1683[227].

_Riparto di Dalmazia_.--Presidi, numero 49[228]. A terra, uomini 2761.

Sulle navi, uomini 255.

_Riparto d'Italia_.--Presidi, numero 43[229]. A terra, uomini 2141.

Sulle navi, uomini 453. _Riparto del Golfo_.--Presidi, numero 2[230].

A terra, uomini 197. Sulle navi, uomini 460.

Nell'interno dei corpi le guarnigioni di solito erano distribuite in

giusta misura, con senso di equità e di equilibrio tra i buoni ed i

cattivi distaccamenti, e con riguardo ai _turni_ destinati a

ristabilire l'equilibrio in questa necessaria altalena di «_bona mixta

malis_» delle guarnigioni degli eserciti a base nazionale. Pochi erano

invece i corpi che avevano tutte le compagnie raccolte in una medesima

sede, o riparto territoriale, e ciò dipendeva ordinariamente tanto da

necessità di transito da un riparto all'altro (Lido-Padova-Zara),

quanto da convenienze particolari d'arma (corazzieri, croati,

travagliatori, invalidi etc.).

Nel _piedilista_ del V settembre 1776[231]--uno dei più accurati della

specie--risulta infatti che, dei 18 reggimenti di _Fanteria Italiana_,

14 avevano le proprie compagnie tutte riunite nell'interno di uno

stesso riparto, che i rimanenti reggimenti le avevano frazionate, e

che tutti i corpi di Fanti _Oltramarini_ all'infuori di due[232] si

trovavano con le proprie unità sparpagliate tra la Dalmazia, il

Levante, l'Italia ed il Golfo.

Della cavalleria veneta, il _Reggimento di Corazze_ aveva le sue sei

compagnie tutte in Dalmazia, quello di _Dragoni_ era per intero

dislocato in Italia. Il reggimento _Croati_ del _Colonnello Begna_

presidiava la Dalmazia senza distaccamenti in altri riparti, quello

del _Colonnello Gregorina_ era tutto raccolto in Italia. Il

_Reggimento artiglieria_ infine era suddiviso con sei compagnie in

Levante, tre nella Dalmazia ed altrettante in Italia.

Questa dislocazione delle truppe venete si mantenne presso a poco

immutata fino alla caduta della Repubblica. Subì soltanto qualche

alterazione nel 1796 quando, a cominciare dai primi di giugno, dalle

province d'Oltremare furono chiamate alla _Dominante_ truppe per la

difesa delle lagune minacciate dagli eserciti di Francia. Allora, per

la seconda volta dopo la guerra di Cambrai, si videro raccolte milizie

in buon numero dentro l'abitato cittadino di Venezia, violando la

tradizionale consuetudine che ne le escludeva in via normale in

omaggio alle libertà repubblicane.

All'infuori di codesti casi eccezionalissimi, unici rappresentanti

della legge e della forza armata veneta dentro alla città delle lagune

erano i _birri_ ed i _fanti_, ministri questi ultimi al servizio del

Consiglio dei Dieci e degli Inquisitori di Stato[233].

*

* *

Poichè l'esercito veneto della rovina repubblicana accentuò il proprio

carattere di istituto di beneficenza, pullularono come una fungaia i

corpi degli invalidi, o dei _benemeriti_, senza contare i nuclei di

militari fisicamente inadatti al servizio, non inquadrati in unità

sedentarie ma semplicemente mantenuti a ruolo e stipendio con il

benefizio delle così dette _mezze paghe_.

Di queste ultime si avvantaggiavano in particolar modo i cannonieri,

intendendo con ciò la Serenissima di conservarsi sotto mano--prima

della fondazione del Reggimento Artiglieria e subito dopo di essa--una

certa riserva di militari pratici delle artiglierie per far fronte

alle eventuali esigenze.

Ma poichè lo scandaloso costume delle mezze-paghe, che manteneva a

spese del pubblico erario una falange di fannulloni e di disadatti fu

abolita nell'anno 1777, un'ondata di postulanti e di malcontenti venne

a rifluire alle unità organizzate degli invalidi. Se ne rammaricava

inutilmente il Senato, rilevando il grave danno pecuniario che causava

tale corrività, eccitando il Savio alla Scrittura a provvedere:

«perchè questa caritatevole disposizione (_dei benemeriti_) non vada a

danno del dinaro pubblico, nè trovi il privato interesse una fonte di

illeciti vantaggi»[234]. La piaga però aveva troppo salde e profonde

radici, d'altronde le strettezze dell'erario non permettevano di

concedere giubilazioni che ai militari fatti decrepiti sotto l'assisa

repubblicana; e ciò non poteva accadere di solito che verso i 60 o 70

anni di età.

Nel 1790 esistevano nell'esercito veneto 7 compagnie o distaccamenti

di benemeriti. Una compagnia di essi era dislocata al Lido e nelle

opere contermini, una a Palmanova ed una nel Castello di Brescia. Un

distaccamento assai numeroso di quei vecchi soldati guardava il forte

di _San Pietro_ _dei Nembi_ sotto Zara, un altro quello del _Maltempo_

presso Venezia, i due ultimi infine erano dislocati a Zara e nel

Collegio Militare di Verona.

Principale còmpito di questi _benemeriti_ era il servizio di guardia

agli istituti ed edifizi militari affidati alla loro custodia, «senza

mai staccarsi dal posto sotto qualunque pretesto, per ubbidire ai

comandi che loro venissero impartiti e vietando l'asporto di pubblica

o di privata roba»[235].

CAPO IX.

L'addestramento della truppa veneta.

Cadeva la Repubblica quando, dopo una serie di reiterate istanze

intese a porre in rilievo la vetustà dei regolamenti tattici compilati

dal maresciallo Schoulemburg al principio del secolo XVIII--sui quali

era passato indarno tutto lo splendore dell'arte federiciana--il

Senato si induceva finalmente a nominare una commissione con

l'incarico di redigerne dei nuovi. Si trattava anzitutto di rendere

più agili e manovriere le forme tattiche della fanteria, anchilosate

ancora nella vecchia suddivisione di _ali_, di _divisioni_ e di

_plotoni_, di imprimere maggiore impulso al fuoco, scioltezza agli

ordinamenti e vigoria alle azioni da combattimento.

La circostanza che un buon nucleo di truppe venete si trovava raccolto

sotto Verona, e che il generale Salimbeni ed il governatore delle armi

di quella città avevano cominciato ad esercitarle in simulacri di

esercitazioni e di manovre, si presentava assai propizia per compiere

le necessarie esperienze della riforma dei regolamenti.

Nella primavera del 1795 una commissione composta dal detto generale

Salimbeni, dal sergente generale Stràtico e da altri ufficiali

inferiori, compiva infatti la prima metà dell'opera, cioè quella della

revisione della parte formale dei regolamenti tattici dal titolo

«_Esercizi personali per gli Uffiziali, bassi-uffiziali e soldati

della truppa veneta_», e la presentava al Savio di Terraferma alla

Scrittura Iseppo Priuli con una dotta relazione a corredo, acciocchè

questo magistrato la rassegnasse a sua volta al Doge.

La relazione faceva riserva, «che i detti benemeriti ufficiali

Salimbeni e Stràtico avrebbero fatta successivamente completa

produzione anche della seconda parte dell'opera... la quale abbracciar

deve i movimenti dei corpi, così avendo essi creduto di dividerla per

maggiore facilità e chiarezza»[236].

Questa prima parte del regolamento che vedeva allora la luce

comprendeva adunque il maneggio del fucile _del modello Tartagna_, i

movimenti con la bandiera per gli alfieri, con la spada per gli

ufficiali e le varianti ed aggiunte per la fanteria oltramarina. Nel

proemio si esprimeva il voto, «che il libro venisse stampato in

entrambe le lingue italiana ed illirica, due essendo le nazioni con

differente linguaggio che hanno l'onore di servire Vostra Serenità», e

prometteva di estendere gli studi e le esperienze anche alla

cavalleria, «la quale ha eguale e forse anche maggiore bisogno della

infanteria di regolazioni nello esercizio non solo, ma anche nella

tattica, usando ancora quelle che furono estese fino dal secolo

passato dal generale Stenau».

Ispirandosi a modernità di concetti, «come si deve» ed alle «nuove

pratiche introdotte ed usitate dalle nazioni più agguerrite», i

compilatori del nuovo regolamento esprimevano da ultimo la fiducia che

la «nazionalità veneta potrà, con esso, diventare mirabilmente

istrutta».

Le nuove ordinanze conservavano la formazione della fanteria su tre

righe, ponevano in rilievo la sempre crescente potenza del fuoco e

procuravano di disciplinare l'urto. Semplificavano oltre a ciò--nei

limiti del possibile--il maneggio dell'armi ed assottigliavano d'alcun

poco il pesante bagaglio delle evoluzioni, delle marce, delle

contromarce e delle colonne d'attacco.

*

* *

Per eseguire i movimenti con la spada, oramai definitivamente

sostituita alla picca fino dall'anno 1790[237], gli ufficiali dovevano

prendere la posizione di attenti, epperciò essi dovevano: «impiantarsi

con la vita dritta, petto in fuori, capo alto, tacchi tra loro

distanti di due dita, punte dei piedi in fuori, ginocchia tese,

braccia pendenti al naturale in giù, cappello che riposi sopra le

ciglia ma voltato un poco verso sinistra»[238].

I movimenti con la spada erano 17 e cioè: spada alla mano o in parata,

primo saluto, spada in parata, secondo saluto, spada in battaglia,

spada in parata, _spada all'orazion_, spada in parata, _spada a

funeral_, spada in parata, spada in riposo, spada in parata, spada in

battaglia, spada in riposo, spada in battaglia, spada in parata, spada

nel fodero.

Il saluto con la spada si rendeva dagli ufficiali veneti presso a poco

come si pratica oggigiorno e così si salutavano:

«L'Ecc.mo Savio di Terraferma alla Scrittura, i Provveditori Generali

da Mar, della Dalmazia e gli Ecc.mi Capi di Provincia in Terraferma».

Per rendere onore alle altre autorità militari il saluto con la spada

si arrestava al primo tempo dell'odierno saluto, e cioè «con la coccia

della spada dirimpetto al mento, alla distanza di un palmo, guardamano

voltato verso il lato sinistro e lama verticale e di piatto».

Questi modi di salutare le autorità militari superiori ed inferiori

surrogarono rispettivamente la _battuta_ della picca ed il levarsi del

cappello, quando la picca stessa costituiva l'ordinario armamento

dell'ufficiale.

Altre regole disciplinavano il modo di portare la spada _all'orazion_,

che stendevasi a quell'atto davanti al corpo con il braccio disteso e

la punta fin presso terra, mentre l'ufficiale ripiegava il ginocchio

destro sotto il sinistro, si toglieva di capo il cappello e lo

raccomandava alla mano sinistra; _a funeral_, nella quale positura la

spada si portava serrata contro il petto lungo il lato sinistro,

assicurata sotto l'avambraccio piegato all'altezza della mammella; _in

battaglia_ infine cioè con la spada stesa lungo il fianco destro,

«appoggiandola verticalmente nel vuoto della spalla, col filo in

fuori»[239].

Gli alfieri portavano normalmente la bandiera «sul fianco destro,

l'asta alquanto inclinata verso dritta e pendente in avanti, la lancia

(freccia) voltata in piano ed il calcio a terra». Nei tempi sereni e

senza vento la bandiera si lasciava «a drappo volante», nei piovosi

invece o con vento si prendeva «il canto (lembo) pendente del drappo e

con la mano destra si serrava all'asta». Nelle parate--senza eccezione

di tempo--la bandiera doveva essere sempre spiegata.

L'alfiere abbassava la bandiera davanti a quelle medesime supreme

cariche militari cui si rendeva dagli ufficiali il completo saluto con

la spada, «compiendo un ottavo di giro a dritta, poi con la mano

dritta abbassando l'asta della bandiera verso la parte sinistra,

finchè il piatto della lancia sia ad un palmo distante da terra...

nell'atto stesso si raccoglieva con la mano sinistra il drappo e si

impugnava per di fuori dell'asta». Per salutare tutti gli altri

superiori l'alfiere toglieva semplicemente di capo il cappello[240].

La Campagna del 1796 nel Veneto Parte prima: La decadenza militare della serenissima uomini ed armi · 第 9 / 11 段