Per questa seconda grande levata delle cerne il Savio alla Scrittura

aveva promulgato non poche norme, da osservarsi scrupolosamente da

tutte le cariche cioè autorità militari competenti. I drappelli dei

congedandi della levata del 1794 dovevano essere riaccompagnati alle

rispettive case da ufficiali: tutti i mezzi di trasporto oltremare

dovevano sfruttarsi all'uopo, come tutte le lusinghe dovevano pure

adoperarsi nell'intento d'indurre le cerne più volonterose ad

assoggettarsi ad una riafferma con premio[133].

E ciò urgeva oltremodo. La proporzione delle cerne ai «_regolati_»,

causa l'inaridirsi delle fonti di reclutamento di questi ultimi,

minacciava di far traboccare il piatto della bilancia a favore delle

milizie paesane, ciò che se poteva sorridere ai novatori non poteva

talentare per certo ai conservatori. Sicchè le riafferme mantenendo

alle armi un certo numero di cerne che, sotto molti rispetti, potevano

considerarsi come «_regolati_», dovevano funzionare quasi da vàlvola

di sicurezza del sistema dell'amalgama.

*

* *

Le unità dei soldati permanenti, intristite dall'indisciplina,

scheletrite dalle diserzioni, si fondevano infatti come neve al sole.

«Devo infatti far presente alla E. V.--scriveva il 16 febbraio 1796 il

Savio alla Scrittura Priuli al Doge,--che presidiate essendo le

presenti piazze e fortezze d'Oltre-Mincio compresa Verona da fanteria

italiana, con teste 2712, artiglieri 173 e 1223 nazionali

(_Oltramarini_), eseguito lo _sbando_ tra giugno e novembre degli

Istriani, delle Craine e delle Cernide Italiane levate nell'anno 1794,

il totale delle pubbliche forze della Repubblica in Italia verrà a

ridursi a 4 compagnie di invalidi--in tutto teste 327--che formano il

presidio delle città di Palma, Udine, Treviso, Padova, Rovigo e

Vicenza, a 7 compagnie di cavalleria ed a 325 invalidi Oltremarini

disposti tra gli appostamenti del Lido, Istria e Padova, e finalmente

a 24 compagnie di Nazionali formanti teste 789, tra il Lido e la

Terraferma, oltre a 4 compagnie di cannonieri, con teste 141 ed

Italiani attive compagnie 13, con teste 325. In tutti, teste 2187, che

occorrer dovranno alle molteplici esigenze della sanità, biave, oltre

le guardie, i dazi etc.»[134]

A questi estremi si era oramai ridotto l'esercito della Serenissima.

Epperciò parlare ancora di amàlgama in tali frangenti come nella

primavera del 1794 sarebbe stato follia, dal momento che l'esercito

dei «_regolati_», il quale doveva funzionare da crogiuolo della

fòndita, più non esisteva se non di nome: ostinarsi a mantenere un

sistema di reclutamento che i tempi e le circostanze unanimi

designavano per anacronismo, sarebbe stato lo stesso che chiudere le

caserme per sciopero di soldati. Tutto questo avrebbe oltre a ciò

contrariate le viste politiche della neutralità armata, «non sospetta,

ma necessariamente richiesta dall'onore e dalla salute della

Repubblica,», come aveva pubblicamente dichiarato in Senato Francesco

Pesaro in una concione diventata poi memoranda[135].

Il partito militare novatore della Serenissima, il fautore cioè delle

milizie paesane in tutto e per tutto, aveva così vinta la propria tesi

mentre la Repubblica moriva. Le novelle di Francia, i metodi rapidi e

decisi delle guerre della Rivoluzione, i sistemi di leva in massa

avevano spinta la loro eco fino alla città delle lagune. L'ultimo

Savio di Terraferma alla Scrittura se ne era fatto persino il

portavoce, unitamente al Savio _uscito_ Bernardino Renier, a Francesco

Gritti Savio alle Ordinanze in carica ed a Domenico Almorò Tiepolo

Savio alle Ordinanze _uscito_, al tenente generale Salimbeni, e, tutti

insieme--come si costumava per le deliberazioni di maggior

rilievo--avevano proposto al Senato di adottare anche per l'esercito

Veneto un sistema di reclutamento per coscrizione, con ferma

triennale[136].

Un premio di due ducati doveva essere corrisposto subito agli

_estratti_ nelle rassegne delle cerne, il doppio a coloro che si

offrissero spontaneamente alle bandiere. Ai nuovi soldati si

prometteva oltre a ciò una licenza di almeno un mese all'anno, da

fruirsi alle proprie case durante il periodo invernale, e più

precisamente dal 1° novembre al 31 marzo. Al termine della ferma

triennale gli inscritti dovevano ricevere un donativo di 18 ducati

ognuno.

Questa fu l'ultima evoluzione delle vecchie cernide venete, conforme

al concetto che presiede al reclutamento degli eserciti odierni. Per

essa l'antico preludeva il nuovo, ed il passato di Vailate e di

Rusecco avrebbe schiuso la strada ad una nuova serie di memorande

imprese, se la Repubblica avesse avuto occhi per vedere e cuore per

intendere. E Giacomo Nani, l'ordinatore delle nuove milizie paesane in

battaglioni regolari vestiti ancora della fiammante divisa degli

_Oltremarini_,[137] avrebbe eguagliato per certo la fama di Bartolomeo

d'Alviano, se il popolo veneto che vide cadere la Repubblica come un

lògoro e vecchio castello di carte da giuoco davanti alla furia di

Napoleone Buonaparte, fosse stato pari in vigore e tenacia al popolo

della Lega di Cambrai.

*

* *

Ma i tempi, i condottieri e le buone milizie non si improvvisano,

perchè sono frutto dell'evoluzione lenta dei principi e, sopratutto,

della rude esperienza individuale e collettiva. Epperciò la vecchia

Repubblica doveva prima, perire e poscia rinnovarsi nell'anima del suo

popolo.

In queste condizioni di fatto, il fermento delle nuove età ed i sintomi

precisi e sicuri di un rinnovamento prossimo non potevano

manifestarsi--anche agli occhi dei più apparecchiati a comprenderli--se

non con contorni indecisi e mal definiti, come una linea di orizzonte

ampia e nubilosa alla luce dalla prima aurora. Di tali sentimenti fanno

fede alcune scritture dell'epoca, e specialmente è suggestiva una

dovuta alla meditazione, più che alla penna, di un antico allievo del

Militar Collegio di Verona discepolo del maestro Giambattista Joure,

cioè il capitano del genio Leonardo Salimbeni, figlio del tenente

generale comandante delle milizie venete concentrate a Verona:

«Mi sono fatto incontro al generale Buonaparte--dice quella

scrittura--verso la città di Brescia. Tutte le terre ed i villaggi

dello Stato Veneto per dove i Francesi si incamminano si mostrano

pieni di spavento e di terrore. Gli abitanti si ritirano con i loro

effetti nei paesi più lontani e lasciano deserte le case e le

campagne. Ho sentito qualche soldato francese lamentarsi di questo

(così lo chiamano) difetto di fidanza, epperciò io ho cercato di far

cuore agli abitanti delle terre per le quali sono passato... I soldati

francesi _sono tutti giovani e volonterosi_..... in una colonna forte

di 20.000 uomini almeno non ne ho veduto alcuno che giungesse all'età

di 40 anni. _Erano molto allegri_, cantavano di continuo canzoni

repubblicane, e mi si mostrarono persuasi della capacità e del

coraggio dei loro condottieri, lodando sopra tutto e _levando al cielo

il merito di Buonaparte_. Fui assicurato da molti che quei soldati non

disertano mai, da quelli infuori che temono imminente un qualche

severo castigo. _Infatti le loro marce senza le solite cautele per

impedire la diserzione_ mi hanno persuaso che ciò _sia proprio vero_;

ma non sarebbe forse così al caso che fossero battuti.

«Il vestiario di questi giovani soldati di fanteria consiste in un

paio di calzoni lunghi di panno bianco, o di tela, in un farsetto di

roba simile ed in una _velada_ turchina, del taglio ordinario, fornita

di mostre e di paramani bianchi. Hanno cappello in testa, buone

scarpe, camicie proprie e grosse cravatte al collo. Gli artiglieri

differiscono nel colore delle mostre e dei paramani, che sono di

rosso. La cavalleria è meglio vestita, ma in varie maniere. Non si

vede però alcuna eleganza di vestiario in nessun corpo di questa

armata, nè l'uniformità e la proprietà osservata dalle truppe

tedesche, sicchè si riscontrano molti soldati aventi i loro vestiti

affatto lògori e coi gomiti fuori.

«La fanteria è armata di fucile leggero con una lunga baionetta e di

una _sciabla_ al fianco. La cavalleria al solito, ma con carabine più

corte, ed è fornita di cavalli eccellenti. Gli artiglieri sono tutti a

cavallo in vicinanza dei loro pezzi, il che rende quanto mai spedito

il loro manneggio durante l'azione, sì volendo avanzare che in

ritirata. Nella colonna che ho incontrata non eravi che _artiglieria

leggiera_. Abbondano di pezzi da 8 del calibro francese e di obusieri

da 8 pollici, sicchè hanno per questo conto un vantaggio grande sopra

gli Austriaci i cui pezzi sono per la maggior parte di calibro minore.

«Un capitano mi ha permesso di esaminare i suoi pezzi e mi spiegò

tutte le innovazioni delle nuove artiglierie di Francia.

«Si ottiene tutto da essi con la civiltà e con la franchezza. _La

disciplina di questa armata è tutta di una nuova natura_, e non è

veramente in vigore se non quando i soldati si mettono sotto le armi.

Dormono sempre allo scoperto e senza tende, passano i fiumi di poca

larghezza sempre a nuoto ed i loro ufficiali di fanteria, fino al

capitano incluso, marciano a piedi alla testa dei loro uomini.

Ufficiali e soldati tutti portano delle bisacce sul dorso, essendo

assai piccolo il numero dei domestici permessi dalle loro ordinanze

militari....

«_Bisogna ora fare un succinto ritratto del generale Buonaparte_. La

sua statura è al disotto della mediocre, viso scarno e pallido, occhio

vivace, corpo esile. È assai composto di sua persona e molto

riflessivo. Egli dà ordini così chiari e precisi ai generali

subalterni, che ad essi poco o nulla rimane da aggiungere. Conosce

siffattamente la forza delle sue armate, anche nelle più diverse

posizioni di manovra, che a memoria ed in un istante egli ne ordina i

movimenti senza per ciò ricorrere ad altri aiuti.

«Buonaparte è fertile in progetti che sa condurre a fine sempre per li

modi i più semplici. È risoluto nell'operare ed ama in sommo grado la

gloria, e la lode.

«Così lo ho veduto e così me lo hanno dipinto i suoi ufficiali ed i

suoi soldati»[138].

Con questa confusa visione di un esercito dell'avvenire levato dalla

nazione e per la nazione, pulsante della vita, della volontà e della

forza cosciente di quest'ultima di cui rappresentava il fiore; con

l'imagine davanti agli occhi di un esercito condotto da un generale

come Napoleone Buonaparte, _amante al sommo della gloria e della

lode_, cadeva l'esercito veneto dei soldati di mestiere per lasciare

il posto al nuovo, sull'esempio di quelli che dalla Francia venivano

allora ad affacciarsi alle lagune di Venezia.

CAPO VI.

L'artiglieria veneziana.

La veneta repubblica, romanamente e saviamente, ha sempre prediletta

la massima _in pedite robur_. Sui 18 reggimenti di fanti italiani e

sugli 11 di oltramarini essa non contava infatti, alla caduta, che 4

reggimenti di cavalleria, 1 di artiglieria ed 1 di operai (il così

detto reggimento _Arsenal_), proporzione per certo assai favorevole

all'arma del popolo, qualora si consideri il fondamento oligarchico ed

aristocratico dello Stato e la necessità di ben presidiare i numerosi

castelli e fortezze che esso aveva sparsi, dall'Adda e dall'Oglio, giù

per il littorale dalmata, fino allo scoglio di Cerigotto. A cifre

tonde, a 262 compagnie di fanteria non facevano quindi riscontro che

43 compagnie, tra dragoni, corazzieri, croati e cannonieri.

La prevalente soverchianza numerica della fanteria sulle altre armi

non fece però dimenticar mai alla Serenissima la cavalleria e

l'artiglieria, e quest'ultima in particolar modo. Quale ramo

progredito dell'arte, l'artiglieristica vantava anzi a Venezia belle

tradizioni dottrinali e bibliografiche: basta sfogliare la cospicua e

diligente raccolta del Cicogna per convincersene[139].

Figurano in essa, tra le opere più conosciute, il _Breve esame da

sotto-bombardiere, capo e scolaro_, redatto sotto forma di dialogo,

l'_Esercizio dell'artiglieria veneta e maneggio del fucil_, oltre

all'opera classica del maggiore Domenico Gasperoni, ricordata più

sopra e dedicata al doge Paolo Renier.

Però, fino all'anno 1757, l'esercito veneto non ebbe un corpo di

artiglieria a sè, a somiglianza dei reggimenti delle altre armi. Nè la

specializzazione tattica dei cannonieri era giunta ancora a tal segno

da richiedere particolari provvedimenti a loro riguardo, sicchè la

Serenissima si compiaceva di conservare loro, al possibile, quella tal

veste di maestranza, rimasuglio di vecchi statuti e consorterie, dalla

quale il corpo medesimo, con poca spesa, ritraeva grande prestigio e

saldo vincolo organico. Al servizio ordinario nei castelli, nelle

fortezze e sui pubblici legni armati, provvedevano i così detti

_artiglieri urbani, bombardieri o bombisti_; propaggine delle cerne e

particolare aspetto delle Landwehr venete che, in origine, erano così

ricche di multiformi e fecondi atteggiamenti da milizia popolare.

Ai bombardieri appartenevano infatti per obbligo gli affigliati alle

maestranze ed alle _scuole_ devote al culto di Santa Barbara, il quale

rifletteva sulla consorteria uno spiccato carattere religioso

militante. Dopo il 1570 la confraternita si ridusse in _fraglia_, cioè

scuola o associazione laica, sotto la protezione della medesima santa,

con capitolari che prescrivevano ai componenti dell'arte alquanti

esercizi personali obbligatoli da compiersi al Lido. Il Consiglio dei

Dieci ed i Provveditori del Comun[140] dovevano scrupolosamente

vegliare all'assetto di questa scuola ed all'osservanza dei doveri

degli affigliati, d'accordo con il magistrato alle artiglierie[141] e

con «quello _alle fortezze_».

Ogni città fortificata o castello disponeva di un nucleo organizzato

di codesti bombardieri, istruito, disciplinato e condotto da ufficiali

medesimamente prescelti tra le maestranze. I bombardieri di Venezia,

dell'estuario e dei riparti Oltremare, con le rispettive scuole,

dovevano provvedere al servizio delle artiglierie sui pubblici legni,

oppure assoggettarsi al pagamento della relativa _tansa_, o tassa di

esonerazione come si è detto più sopra.

I bombardieri--secondo i capitolari dell'arte--dovevano presentarsi a

raccolta ad ogni _tocco di generala_, o assemblea, sottomettersi alla

_estrazion del bossolo_, cioè a dire al sorteggio, come praticavasi

con le cerne ove occorresse designare gli artigiani necessari per

servire le artiglierie sulle navi, formare pattuglie notturne nelle

città murate, montare dì guardia alle porte, scortare convogli di

polveri e di munizioni da guerra ed estinguere incendi nelle province

di terraferma. I bombardieri di Venezia infine, dovevano esercitarsi

nei pubblici bersagli di S. Alvise e del Lido, «onde ammaestrarsi nel

maneggio di tutte le armi che usar debbono in guerra, con cannoni ad

uso di mar e di terra, moschettoni a cavalletto, fucili e carabine,

lancio delle bombe e maneggio della spada».

Oltre a questo tirocinio, i bombardieri veneziani dovevano far mostra

di sè nelle pubbliche solennità, in quella dello _Sposalizio del

mare_, nelle feste dell'incoronamento del Doge ed all'atto

dell'ingresso dei patriarchi, procuratori e cavalieri della _Stola

d'oro_.Tutti questi servizi erano gratuiti--compreso quello di

pompiere cui erano astretti i bombardieri di Terraferma--salvo una

bonifica di 8 ducati, corrisposta annualmente dallo Stato per ogni

componente dell'arte a pro' della confraternita ed a titolo di

_maestranza perduta_[142].

*

* *

Col tempo queste costumanze derivate dalle età eroiche, da una

condizione semplicista ed arretrata dell'evoluzione industriale e

della compagine operaia, cominciarono prima a scadere e dopo a

degenerare. Molti bombardieri si svincolarono dal giogo del servizio

personale obbligatorio pagando le _tanse_, individuali dapprima,

collettive di poi--vale a dire le insensibili--quando cioè, con

l'insofferenza del servizio, crebbero l'avarizia ed il disamore alle

armi, ed il mestierantismo militare attecchì su questo terreno brullo

ed infecondo come una fioritura di erbàcce selvatiche.

Sulla seconda metà del secolo XVIII quasi tutte le compagnie venete

dei bombardieri si erano assottigliate in modo straordinario, e con

esse--ridotte in totale a poche centinaia di uomini--si doveva

provvedere al servizio dei 5338 [143] pezzi esistenti a quell'epoca

sui rampari e sui navigli della Repubblica. Quale truppa infine, i

seguaci di Santa Barbara si erano ridotti--come scriveva il maggiore

Domenico Gasperoni--_nè più nè meno che un branco di individui, la cui

uniforme e le stesse baionette erano quasi sempre impegnate o in

vendita ai cenciauoli_.

Urgeva quindi porre riparo a tanta rovina, resa ancor più grave dal

progresso cospicuo che altrove aveva realizzato l'arma d'artiglierìa

nella tecnica e nella tattica, mercè l'addestramento continuo ed

intenso dei cannonieri; laddove i bombardieri veneti dedicavano

all'arte di Santa Barbara soltanto il limitato tempo che le

giornaliere occupazioni loro concedevano, ed anche questo di

malavoglia o facendosi surrogare dai peggiori rifiuti della società.

Ebbe così vita, nel 1757, il primo nucleo del _Reggimento veneto

all'artiglieria_, reclutato con i soliti metodi delle milizie di

mestiere, mercè le cure del sopraintendente dell'arma di allora, che

era il brigadiere Tartagna, venuto al servizio della Repubblica

dall'Austria. Successivamente il brigadiere Saint-March ed il sergente

generale Patisson[144]) proseguirono l'opera del Tartagna, specie il

secondo che può considerarsi il vero e proprio riformatore

dell'artiglieria veneta della decadenza.

Tra il 1770 ed il 1778 il reggimento crebbe di forza e migliorò

d'assetto. L'istituzione del Collegio militare di Verona--avvenuta

pressochè al tempo della creazione del primo nucleo stanziale

dell'arma--doveva inoltre assicurare alla medesima una corrente

continua di ufficiali, tratti dal miglior ceto della società veneta,

convenientemente addestrati ed istruiti; uno stato maggiore insomma

degno dei migliori eserciti e dei più bei tempi della Serenissima.

In sei anni di corso si studiava infatti nel Collegio la grammatica

usando i libri di Fedro, i _Commentari_ di Giulio Cesare e le _Vite

degli uomini illustri_ di Plutarco, il latino, il francese, le

matematiche pure, _tanto teoricamente che in pratica_ ed infine le

matematiche miste, «quali sono adatte al matematico ed al fisico,

abbracciando perciò la meccanica, la balistica, l'idrostatica,

l'idraulica, l'ottica, la perspettiva, l'astronomia, l'architettura

civile e militare, la nautica e la geografia»[145].

E poichè era «scopo principale dell'istituto di rendere i giovani, al

possibile, perfetti nell'ufficio di artiglieri, di ingegneri e di

battaglisti», così si doveva, oltre alle materie teoriche di cui

sopra, «insegnare loro il modo di guerreggiare degli antichi, l'uso di

accamparsi, la condotta delle mine, l'arte teorica e pratica

dell'artiglieria ed il modo di guerreggiare presentemente in rapporto

con gli antichi».

Nel _piedilista_ del 1781 adunque il reggimento di artiglieria appare

di già adulto. Esso contava 681 cannonieri suddivisi in 12 compagnie,

quattro delle quali erano dislocate nei presidi di Levante, tre in

quelli di Dalmazia e le rimanenti cinque in Italia. Dai diversi presidi

poi si prelevavano in proporzione i contingenti necessari per il

servizio delle navi armate in guerra. Alla disciplina, all'istruzione

ed all'impiego dei cannonieri imbarcati sopravvegliavano a turno, due

degli otto capitani del reggimento residenti a Venezia, l'uno a bordo

della _nave capitana_, l'altro a bordo della _galera provveditrice

dell'armata_, e ciò durante il tempo in cui la squadra teneva il mare,

vale a dire ordinariamente dal giugno all'ottobre di ogni anno.

Il numero dei cannonieri imbarcati sulle navi era, di regola, di una

ventina per ogni fregata e di una dozzina per ogni sciabecco.

L'impiego delle batterie galleggianti verificatosi in quei tempi

gloriosi per le imprese coloniali dell'Emo, richiedeva oltre a ciò uno

speciale contingente anche per tali navigli, pari in forza a quello

che si usava sulle fregate.

All'infuori di questi còmpiti essenziali del reggimento, di servire

cioè sui pubblici navigli, esso funzionava da centro d'istruzione e da

istituto di collaudo dei materiali dell'arma. Queste pratiche si

eseguivano al tiro al bersaglio del Lido--l'antico _palio_ dello

splendore veneziano--dove si trovavano raccolti i falconetti ed i

cannoni, in prevalenza del calibro da 12 e da 16, necessari per

eseguire i tiri di prova, il saggio delle polveri e dei proiettili e

per verificare la resistenza dei materiali. Pure al poligono del Lido

si esperimentavano i prodotti della _Casa all'Arsenal_, l'officina

classica delle armi, degli arredi e degli strumenti guerreschi

veneziani, i _letti_ o affusti da cannone, gli attrezzi e gli

armamenti, e si collaudavano pure i lavori che l'industria privata

somministrava alla Repubblica, specie i cannoni forniti dalla ditta

Spazziani.

Le artiglierie e le munizioni--regolarmente apprestate per qualche

tempo dalla detta _casa mercantile_--erano assoggettate al Lido ai

prescritti tiri forzati, e così anche le canne dei fucili di nuovo

modello, tipo Tartagna, fucinate a Gardone in Valtrompia, le armi

bianche e da fuoco somministrate dagli stabilimenti metallurgici della

Bresciana.

Infine, al Lido ed a Mestre, i cannonieri del reggimento si

esercitavano nelle prove di traino con buoi e cavalli, e d'inverno si

adoperavano per riconoscere lo spessore dei ghiacci al margine della

laguna e nei canali navigabili, per determinare la capacità di

transito dei veicoli sopra le superficî congelate.

*

* *

Ma tutte le previdenze del sergente generale inglese Patisson e poscia

dello Stràtico, nominato sovraintendente delle _cose tutte

all'artiglieria_ nel 1786,[146] coadiuvato dal capitano Buttafogo

elevato alla carica di ispettore--non sarebbero state sufficienti per

assicurare al corpo degli artiglieri veneti quel prestigio che essi

toccarono alla caduta della Repubblica, senza l'opera del grande

contemporaneo Angelo Emo.

Occorre perciò menzionare a questo punto i progressi della tecnica

artiglieristica, realizzati per opera ed impulso dell'ultimo

ammiraglio veneto.

Prima di lui la decadenza batteva il suo pieno nell'Arsenale e sulle

navi armate. «Le sale di quel vecchio e grande edifizio--scriveva

Giovanni Andrea Spada--erano adorne a pompa, non a difesa, nè v'era in

esso quanto bastasse a l'armamento completo di tre reggimenti. I

cannoni quasi tutti di ferro e non adatti agli usi della nuova arte

della guerra, le palle in relazione..., le maestranze erano poi così

svogliate, ignoranti e corrotte, che un operaio lavorava alle volte un

solo giorno al mese».

Rimediò per primo a questa rovina il Patisson, spalleggiato dall'Emo,

grande e geniale ammiratore dell'arte e della disciplina marinara e

militare inglese, ch'egli vagheggiava introdotte a Venezie. «Le

polveri nostre sono umide--dichiarava il Patisson al Savio alla

Scrittura--e non si provvede a sostituirle che con altre ugualmente

cattive... Le artiglierie impongono urgenti provvedimenti per rendere

utili i pezzi che sono nelle cinque principali piazze di Oltremare,

cioè Corfù, Cattaro, Zara, Knin e Clissa, e validi i pezzi destinati

all'armo dei pubblici legni, nonchè all'attual sottile armata di 18

navi, 6 fregate, 5 sciabecchi, fissato con decreto del 1° agosto

1780... alla difesa dei forti della Dominante, per il treno di

campagna e per le altre eventualità»[147].

La Campagna del 1796 nel Veneto Parte prima: La decadenza militare della serenissima uomini ed armi · 第 6 / 11 段