La disinvoltura, con cui affrontavasi questa pena appare infine nei

trucchi che solevano usarsi, alla caduta della Repubblica, per

gabellare al Savio alla Scrittura i premi promessi a colui che

restituisse alle insegne un disertore. Si accordavano per questo in un

medesimo corpo due soldati, l'uno s'infingeva di abbandonare le

bandiere, l'altro di scoprirlo in un rifugio convenuto in precedenza;

«sicchè colludendo notoriamente assieme _captori_ e _fuggiaschi_ tra

loro si dividevano il premio assegnatosi ai primi... Onde sarebbe

utile, in luogo di dare il premio a questi _captori,_ di servirsi al

caso dei metodi usati dagli esteri eserciti, cioè di obbligare le

terre, ville e paesi, ad arrestare i fuggiaschi e condurli senza

mercede alcuna alle pubbliche forze, con la cominativa che venendo

scoverto in qualsivoglia tempo e modo negletto il fermo di qualche

disertore, sarebbe obbligato il villaggio o terra a supplire alle

spese incontrate dalle pubbliche casse per il mantenimento e vestiario

di un altro soldato»[113].

Quanto si disse fino ad ora trattando più particolarmente degli

Oltremarini può riferirsi anche all'altra specie di milizia pedestre

ingaggiata, cioè agli _Italiani._ Questi si levavano nei domini della

Serenissima in Italia e nell'Istria Veneta e si raccoglievano al Lido

d'onde, accertata la loro idoneità alle armi, «_in tempo di pace, in

tempo di guerra, che Iddio non voglia, o di neutralità_» erano

«_sbandati_» nelle diverse guarnigioni di terraferma.

Gli itinerari delle nuove reclute erano minutamente stabiliti nei

capitolati dei capi-leva e circondati da cautele, tutte intese a far

giungere sicuramente a destinazione la preziosa merce dei soldati di

mestiere, incerti in questi primi passi tra la rude alternativa di

seguire una strada intrapresa di mala voglia, oppure di abbandonarla

al suo inizio medesimo. Drappelli di _croati_ o di _dragoni_, oltre la

scorta dei soldati delle _compagnie di leva,_ accompagnavano in queste

marce le giovani reclute che, così guardate, potevano rassomigliarsi

in tutto e per tutto ad un triste convoglio di prigionieri di guerra.

Partiti dal littorale del Lido, cioè dal deposito di reclutamento, i

nuovi fanti italiani facevano una prima tappa al Castello di Padova

che, in molti rispetti, funzionava da deposito succursale del Lido.

Dopo una breve sosta in quell'antico maniero, le reclute destinate a

proseguire il loro èsodo continuavano nel cammino fino agli estremi

presidi della Serenissima, cioè fin sulle rive dell'Adda e dell'Oglio.

Talvolta queste tappe erano abbreviate da qualche trasporto per via

d'acqua dal Lido a Chioggia, e di qui con i barconi (_burchi_) a

ritroso dell'Adige fino a Verona. Ma erano casi poco frequenti e

subordinati in ogni modo alla occasione di qualche grande trasporto

militare da Venezia alla grande piazza di terraferma.[114]

*

* *

La fanteria italiana surrogò nel 1775 il tricorno, che aveva portato

in giro con qualche gloria nelle campagne di Morea sotto il Morosini,

con un caschetto di pelle di vitello adorno di una «_placca de

otton._» In quella circostanza le compagnie di granatieri degli stessi

fanti--create assai tempo prima--ebbero dei berrettoni di pelle d'orso

sul modello francese, guarniti di fiocchi azzurri e della «_placca_»

con l'impronta del leone di San Marco.

Pure in quel torno di tempo il colore bianco degli abiti della

fanteria italiana--che ne era stato a lungo il distintivo

caratteristico, come il _cremisi_ lo era stato per gli oltremarini ed

il _grigio ferro_ per gli artiglieri--venne sostituito dal panno

azzurro. Così le vecchie _velade_ e _bragoni_ di panno bianco

cedettero il campo ad abiti di colore e di taglia alquanto più

succinta, chiusi sul davanti da bottoni metallici fin sotto alla

cravatta; e ciò per ovviare all'incomodo svolazzamento delle falde e

per meglio riparare il soldato nella cattiva stagione. Tale riforma

aveva anche una portata economica, perchè il nuovo abito meglio

serrato alla vita del fante rendeva possibile l'abolizione delle così

dette camiciole, o corsetti di colore che si usavano sotto la

«_velada._»

Il soldato portava una cravatta di pelle nera, due _incrociature_, o

bandoliere di bulgaro, una per sorreggere il tasco o bisaccia, l'altra

per sostenere la baionetta. Le cartucce--venti di regola--costituenti

il munizionamento del fante italiano erano riposte nel tasco.

Il governo amministrativo della fanteria italiana si differenziava in

qualche parte da quello dell'oltremarina. Un sostanziale divario

concerneva anzitutto il vestiario, che nell'italiana era fornito dallo

Stato e mantenuto dai comandanti di compagnia, laddove per gli

oltremarini--come è detto più sopra--era fornito dai capitani.

Al ramo delicato ed importante dell'amministrazione sopravvegliavano i

_magistrati sopra camere_, cioè i funzionari delle tesorerie locali,

impegnando a tal'uopo le somme che ciascuna di esse aveva disponibili

per le cose della milizia (_Casse al Quartieron_).

Le stoffe per le uniformi militari provenivano dall'industria

privata, ed erano fornite dalle fabbriche e lanifici di Schio,

Castelfranco[115] ed Alzano nel Bergamasco[116]. Anche Venezia si

distingueva in quest'arte con due stabilimenti di molta fama,

specie nella confezione dei panni colorati di scarlatto, di

cremisi e di azzurro, che si esportavano pure largamente in

Dalmazia e nelle contigue terre balcaniche.

Le merci che l'industria privata così offriva alla Repubblica erano

collaudate di regola presso i depositi al _Quartieron_, o magazzini di

equipaggiamento e di vestiario della truppa. I lanifici e le fabbriche

di cui sopra, erano oltre a ciò ispezionate ogni bimestre da due dei

cinque _Savi alla_ _mercanzia_, i quali dovevano vegliare sulla

qualità e sulla quantità delle lane da incettarsi per confezionare i

panni per _uso militar_. Queste lane dovevano essere tassativamente

della specie nominata _sacco, scopia o Puglia_[117].

Le medesime cautele vigevano per la fornitura delle buffetterie e dei

cuoî necessari per esse: _incrociature, taschi, pendoni_, o centurini

da sciabole, baionette, _palossi e palossetti_, che erano pure

somministrati dall'industria privata e più precisamente dai fratelli

Zaghis di Treviso.

I reggimenti di fanteria italiana alla caduta della Serenissima erano

in numero di 18. Per decreto del Senato, nel maggio 1790 i reggimenti

di cui sopra assunsero un numero progressivo fisso, oltre al nome

variabile derivato dal rispettivo colonnello comandante. E questi

numeri erano:

Reggimento _Veneto Real_ n. I del colonnello Alberti--reggimento n. II

del colonnello Mario Alberti--reggimento n. III del colonnello Marin

Conti--reggimento n. IV del colonnello Francesco Guidi--reggimento n.

V del colonnello Teodoro Volo--reggimento n. VI del colonnello

Giambattista Galli--reggimento n. VII del colonnello Lòdoli--

reggimento n. VIII del colonnello Pacmor--reggimento n. IX del

colonnello Marco Conti--reggimento n. X del colonnello Francesco

Covi--reggimento n. XI del colonnello Andrea Toffoletti--reggimento n.

XII del colonnello Marino Stamula--reggimento n. XIII del colonnello

Giacomo Sarotti--reggimento n. XIV del colonnello Francesco

Galli--reggimento n. XV di _Rovigo_--reggimento n. XVI di

Treviso--reggimento n. XVII di Padova--reggimento n. XVIII di

Verona[118].

Il numero di questi reggimenti era marchiato a caratteri romani sui

grossi bottoni di metallo dorato di cui erano adorni gli abiti dei

fanti italiani. Come gli _oltramarini_, anche reggimenti di _italiani_

si suddividevano in 9 compagnie ciascuno.[119] La loro forza

complessiva oscillava nel 1790 intorno ai 6276 uomini, ripartiti in

162 compagnie organiche. Di queste, 43 con 2712 uomini erano nelle

guarnigioni di terraferma, raccolte in massima parte nei presidi di

Verona, Legnago e Peschiera, quando a quelle terre venne ad

affacciarsi Napoleone Buonaparte.

CAPO V.

Le milizie paesane.

L'esercito assoldato del vecchio regime agonizzava adunque a Venezia

sotto il peso degli anni, degli errori e dell'universale indifferenza.

Indebolito nel principio di autorità, roso dal tarlo profondo

dell'indisciplina, conscio di essere diventato da ultimo uno strumento

inutile a sè medesimo, maleviso ai novatori come un'arma da tirannide

decrepita, trascurato dai medesimi governanti che ne sapevano tutta

l'intima debolezza organica e morale, l'esercito assoldato veneto più

non rappresentava alla caduta della Repubblica se non l'ombra di sè

medesimo, una sopravvivenza intristita che il primo soffio di fronda

sarebbe stato sufficiente a rovesciare nella polvere.

Causa dunque la pertinace riluttanza della Serenissima nel concedere

all'organismo nato ai bei tempi dei condottieri del Trecento le

riforme e l'evoluzione che esso richiedeva, l'organismo medesimo stava

per giungere all'ultima mèta del suo travagliato ciclo nella città

delle lagune.

Si spiega così come nello spirito dei migliori--per quanto pochi--si

rappresentasse la necessità di surrogare alla imminente rovina delle

armi _regolate_ venete qualche altro istituto che valesse a raffermare

nelle medesime quella fiducia che sembrava oramai spenta nei cuori. Ed

il rimedio meglio adatto alle esigenze pressanti dell'ora sembrava

consistere in una risurrezione delle vecchie _cernide_ veneziane, in

un adattamento cioè degli ordini di queste--nate in tempi non meno

travagliati per la Repubblica--alle condizioni militari, economiche e

sociali delle nuove età. Nella fede ancora superstite in questi

illusi, la maschia e vigorosa fondazione di Bartolomeo d'Alviano

pareva ancora sorridere, piena di promesse e di lusinghe, come dopo la

Ghiara d'Adda e la perdita dei domini Veneti di terraferma, nel 1794,

come al tempo della Lega di Cambrai. Alla perfine non si erano perduti

dai Veneti nè terreni, nè battaglie ordinate, e l'uniforme

tranquillità dell'epoca pareva propizia, purchè si volesse, a

restaurare la milizia secondo forme meno viete e più progredite.

Si trattava in sostanza di fare ritorno alla semplicità ed alla

spontaneità delle funzioni dell'istituto militare, reso pesante dagli

attriti, rugginoso dalla lunga e sfibrante inazione, improduttivo per

essersi ridotto--causa la sfiaccolata bontà dei governanti--a

disimpegnare insieme i còmpiti di istituto di beneficenza e di vasta

casa di correzione. Le cerne, vera e prima milizia territoriale ed

archetipo della _Landwehr_ di Stato, dovevano perciò evoluzionare

nelle forme e nella sostanza. Di conseguenza, al concetto della

_prestazione personale_ dei componenti di tale milizia derivato dalle

antiche compagnie del popolo, durante una campagna di guerra o un

determinato periodo di neutralità armata, doveva sostituirsi quello di

un _servizio temporaneo_ sotto le bandiere, anche all'infuori delle

dette eventualità; un criterio da coscrizione progressiva, una specie

di prefazione insomma al servizio personale individuale ed

obbligatorio. La riforma era dunque ardita perchè i tempi della

decadenza veneta repubblicana potessero accoglierla, comprenderla ed

attuarla.

Nondimeno, per qualche sintomo, essa poteva sembrare ancora possibile

a coloro che la vagheggiavano. Anzitutto il buon volere con cui, dopo

tanti anni di dissuetudine, le cerne erano accorse alle armi nella

primavera del 1794 per rimpolpare le scheletrite compagnie dei soldati

di mestiere, ed in secondo luogo l'arrendevolezza con cui le cerne

medesime si erano sottomesse agli _sbandi_ resi necessari per colmare

in modo uniforme le deficienze dei diversi presidi militari di

terraferma. In linea di diritto e di organica militare adunque

l'evoluzione aveva compiuto indubbiamente un grande passo.

L'elemento campagnuolo delle cerne rassicurava oltre a ciò i più

retrivi e timorosi del governo della Serenissima, coloro cioè che a

tutto si sarebbero rassegnati pur di non toccare di un punto il

vetusto e tradizionale edificio degli ordini repubblicani.

Il rinvigorimento delle cerne infatti, mentre poteva rafforzare i ben

noti spiriti conservatori della popolazione delle campagne,

affezionate all'antico ordine delle cose, ligie ai patrizi ed al

clero, poteva nel contempo costituire nelle mani di questi ultimi un

sicurissimo presidio da contrapporre a qualunque novità avesse potuto

arrecare l'avvenire.

I documenti di tali sensi di ossequio, come pure la presunzione che

essi avrebbero corrisposto al caso di una reazione improvvisata non

facevano difetto nelle masse rurali nelle quali le cerne si

reclutavano. Nella primavera del 1796 i contadini del Bergamasco,

sorpresi dalla mareggiata giacobina nelle loro campagne in fiore,

affluivano a torme al capoluogo della terra, si accalcavano allo

sbocco delle vallate, si armavano ed eccitavano il loro podestà

Ottolini ad organizzarli in vasta e tenace guerriglia e capitanarli

nel nome della patria in pericolo.

«Non sarà però molesto a V. E.--scriveva l'Ottolini al Doge, il 2

giugno 1796--se, con la mia solita ingenuità. confermo esser sempre

vivi i miei timori sulle direzioni della popolazione all'arrivo dei

Francesi. Ravviso anzi in generale una tale e tanta animosità contro

di essi, che attribuirò sempre ad un tratto di fortuna se non succede

inconveniente, sebbene dal canto mio faccia tutto il possibile per

evitarlo. Ho rinnovato quindi le commissioni di fare stare tutti

tranquilli ai capi dei comuni ed ai parroci della città e provincia,

ed impegnai i sacerdoti a secondarmi con tutto il fervore

possibile»[120].

Non molto tempo dopo, accompagnando lo stesso Ottolini una proposta

fatta dai campagnuoli bergamaschi al Doge, di levarsi cioè a massa,

quel magistrato soggiungeva:

«In relazione a quanto ebbi a rassegnare alla E. V. intorno alle

spiegate generose impazienze di numerose popolazioni delle vallate di

questo territorio, di esporre tutte volontarie le vite proprie per la

difesa e la gloria del Principato, precise come sono e confermate in

reale proposizione accolta dall'universale uniforme voto dei

rispettivi consigli, mi formo dovere di assoggettarla devotamente a

cognizione di V. E. raccolta nell'unita _parte_ (deliberazione) del

General Consiglio... con cui si offrono a pubblica disposizione 10,000

uomini riuniti delle loro armi, tutta gente scelta, capace e ben

diretta, che può prestare un ottimo servizio... desiderosa infine di

sacrificarsi per la perpetua e felice costituzione loro sotto il

Veneto dolcissimo impero» [121].

*

* *

Adunque, se a questo slancio delle popolazioni rurali soggette a

Venezia avesse corrisposto l'opera prudente e cosciente del governo

della Repubblica, si sarebbe per certo acceso sui fianchi e sul tergo

degli eserciti di Napoleone Buonaparte nella loro marcia dall'Adda

all'Isonzo un terribile incendio reazionario da Vandea[122].

In realtà, al tempo di cui si parla, la Serenissima aveva preso oramai

il suo partito riguardo alle milizie paesane ed alle cerne, il partito

grigio delle mezze misure, dei compromessi e dei destreggiamenti,

tutto proprio delle individualità e delle collettività fiacche e

malate. Alle prime novelle della rivoluzione di Francia, il Senato

aveva deciso di risciorinare la vecchia e comoda divisa della

neutralità armata, quella medesima che aveva servito così bene a

nascondere le magagne della Serenissima, nel 1701, nel 1735 e nel

1743.

Ma, dileguatasi alquanto l'impressione del primo momento, si vide che

quella vecchia e sdrucita zimarra della neutralità in armi si

rivestiva in circostanze ben diverse da quelle degli anni precedenti.

La Serenissima era minacciata questa volta da un lato dalla nuova

Francia nelle basi del suo reggimento politico e fors'anco nei suoi

domini, e dall'altro dall'Impero che, per ragioni di frontiere e di

militari interessi, poteva violare la proclamata neutralità ad ogni

occasione propizia. La Serenissima doveva quindi essere pronta a

tutelare un bene senza disporre della necessaria forza per allontanare

il male.

In questi frangenti l'unica forza e speranza erano le cerne. Per

rimetterle in valore si presentavano due partiti: l'uno derivato dalla

consorteria conservatrice militare veneta, l'altro dal piccolo nucleo

dei riformatori. Il primo caldeggiava un largo e fecondo innesto delle

cerne nelle truppe prezzolate, per scansarle dalla prossima morte

mediante una trasfusione di sangue rigoglioso in un corpo infermo, e

proponeva quindi un _amalgama_; il secondo partito mirava invece

decisamente a soppiantare i _regolati_ ed a surrogarli senza

compromessi di sorta con le milizie paesane.

Vinse il partito dell'amalgama, dopo molte discussioni accademiche sui

pregi di un metodo e sugli svantaggi dell'altro, mentre il vento di

fronda che veniva dalla Francia si era oramai tramutato in procella.

Fino dalla primavera del 1791, il Savio aveva esortato le primarie

cariche militari a riunirsi per concretare i provvedimenti più adatti

a riordinare le cerne.

Per questi studi mancavano però i dati di fatto, poichè la costumanza

delle _mostre generali_ e dei _mostrini_ era passata in dissuetudine

come un'anticaglia, sicchè convenne attendere ancora un'altra

primavera per riordinare i ruoli e raggranellare gli inscritti,

«essendo questi quasi tutti ammogliati, laonde si credono dispensati,

quantunque non cassi, oltrechè non sono poche le emigrazioni nel

territorio e le morti avvenute da tempo»[123].

Finalmente, nella primavera del 1794, le cerne riapparvero alla luce

in uno degli ultimi tramonti della Serenissima. La fusione di esse con

i _regolati_ era allora al sommo dei pensieri del Senato, «che si

proponeva, non già di ripetere da questo corpo una truppa agguerrita,

capace di marciar subito tutta unita e direttamente contro il nemico,

ma bensì un corpo da potersi, tutto o in porzione, prontamente unire

alle altre truppe... disposto ad essere in assai più breve tempo delle

reclute comuni istruito nelle militari evoluzioni, reso capace a

presidî, difese e battaglie. Tale essendo il servizio che da esso

corpo si propone di ritrarre il Senato, basterà disporre quello che

può essere atto a preparare ed ottenere dalle cerne subito

l'occorrente da poter divenire, con poche istruzioni, un ottimo

soldato»[124].

Ma per questo amalgama--compiuto per di più in evidente condizione di

inferiorità delle cerne rispetto ai _regolati_--occorreva una certa

misura tra gli elementi da fondersi, affinchè riuscisse una forte e

vigorosa combinazione non già un miscuglio instabile. Si addivenne

così al partito del sorteggio, ossia all'_estrazione_ tra le cerne, ed

all'adozione di una ferma biennale da attribuirsi a quei _descritti_

cui sarebbe toccato in sorte di amalgamarsi con _i regolati_.

La costumanza d'altronde aveva qualche precedente nei periodi delle

neutralità anteriori, specie nel 1703 e nel 1709[125], sicchè fu

accolta dalle masse campagnuole con uno spirito di rassegnazione che

parve superare le aspettative. L'esempio del piccolo ma forte

Piemonte--rievocato a proposito dal Fontana ambasciatore Veneto a

Torino--aveva persuaso alla fine anche i più scettici in materia di

cerne[126]. Quivi i reggimenti stanziali erano assai di frequente

rincalzati con uomini tratti dai reggimenti _provinciali_, cioè dalle

milizie paesane piemontesi, e mercè tale incorporamento periodico,

replicato a più riprese e quindi numeroso di elementi scelti del paese

obbligati temporariamente alle armi, ben sicuri di far ritorno alle

case al termine della ferma, il sistema di reclutamento dell'esercito

subalpino aveva fatto un grande passo verso i metodi in fiore ai

nostri giorni[127].

In queste buone predisposizioni ed in queste analogie organiche, i

novatori di cui sopra scorgevano da ultimo un indizio benaugurante per

la propria tesi.

*

* *

Adunque, nel maggio dell'anno 1794, dietro istanza del brigadiere

Stràtico--il miglior campione del partito conservatore militare veneto

del tempo--il Savio di Terraferma alla Scrittura Antonio Zen emanò un

decreto con il quale si prescriveva, «di effettuare l'_estrazione_ tra

le cerne dell'Istria e la _coscrizione tra le craine della Dalmazia,

di un competente numero di individui per essere imbarcati ed inoltrati

al Lido _per rinforzo occorrente ai soldati di Terraferma_»[128].

L'obbligo alle armi dei sorteggiati doveva essere di un _biennio_, i

compensi di 2 ducati a titolo di _donativo_ da corrispondersi all'atto

del loro _innesto_ nella milizia regolata, la paga eguale in tutto e

per tutto a quella dei soldati di mestiere, cioè a 31 lire venete

nominali.

In questo modo, nel maggio dell'anno sopra ricordato, si ingaggiarono

sull'altra sponda dell'Adriatico 500 reclute, e cioè 125 nell'Istria

Veneta e 375 nella Dalmazia, sorteggiate rispettivamente e

proporzionatamente sopra un contingente di 525 uomini atti alle armi

della prima provincia e 1375 nella seconda. Il mese successivo si

levarono altre 450 reclute tra le cerne di Terraferma e nell'agosto

altrettante in Dalmazia: in complesso 1400 uomini in 4 mesi. Erano

esenti da questa prestazione i comuni della Bresciana, per l'antico

privilegio loro di servire con la gente solo nell'interno della terra,

sicchè quelle cerne si incorporarono nei presidi della provincia e più

precisamente nelle due compagnie dei fanti italiani di presidio in

Orzinovi.

Ma, più che altrove, questi primi saggi di coscrizione avevano

incontrato grande favore sull'altra riva dell'Adriatico. «L'estensione

della Dalmazia--diceva la relazione di un piedilista dall'epoca--la

sua aperta e moltiplicata confinazione esigendo talora per l'indole

dei finitimi uno straordinario aggregato di individui, anche per una

sola occasione al servizio, così si arrolano ivi le _colletizie_, le

quali sono più adatte di ogni altro per la loro nascita ed educazione

a difendere i focolari ed il pubblico suolo. Armigeri per istituto,

essi non hanno bisogno di annui esercizî che li addestrino come i

sudditi della Terraferma e dell'Istria, ma cadono ben volentieri in

stipendio per il solo tempo del servizio che fanno nel corpo delle

_colletizie_ sotto i loro ufficiali che, stipendiati con costanti

tenuissime paghe, tengono una certa sopravveglianza sull'andamento dei

sudditi della _Sardarìa_ (o rispettivo contado), sono come accreditati

e riveriti dalla popolazione e preposti al caso a dirigerla con paghe

in tal caso corrispondenti al grado che dalla pratica è loro accordato

per rientrare, tosto che cada la ragion dell'armo, nel consueto

metodico loro piede»[129].

In quell'anno 1794 si ristabilirono pure le _mostre generali,_ si

completarono i ruoli sotto la responsabilità dei singoli

rappresentanti e capi di provincia nonchè di 2 _colonnelli_ delle

cernide oltre Mincio ed in Terraferma e di 4 ufficiali dello _Stato

Generale_ all'uopo prescelti dal _Savio alle Ordinanze_, pure _due per

di qua e due per di là del Mincio_; infine si ristamparono le norme

della «_Elementar istruzione ad uso delle cernide_» edite nel

1763[130].

Sempre però ligio al concetto fondamentale dell'amalgama--da attuarsi

cautamente e circospettamente--il Senato aveva prescritto di escludere

al possibile i _volontari_ dalle nuove coscrizioni, sia perchè il

vocabolo aveva troppo sapore di giacobinismo, sia perchè ammettendo i

volontari medesimi quella suprema magistratura temeva che l'istituto

tradizionale delle cerne tralignasse con troppo rapida vicenda nel

campo dei fautori delle nuove milizie.

Intanto su questo terreno delle mezze misure il tempo passava veloce.

Scoccati due anni dalla coscrizione delle prime cerne con ferma

biennale, nella primavera del 1796 convenne provvedere ad altre levate

in Terraferma ed Oltremare[131]. I ruoli _ben preparati dai merighi_,

o capi plotoni delle cerne, dovevano rimanere esposti nelle chiese per

8 giorni almeno prima della rassegna e del sorteggio, _onde aprire

l'adito ad ognuno di produrre i propri gravami_, o titoli di

esenzione. Per coloro che comunque avessero beneficiato di questi

ultimi, il Savio aveva in animo di adottare una speciale _tansa_, o

tassa militare alle ordinanze, sicchè riducendo i _gravami_ personali

allo stretto indispensabile, o magari sopprimendoli, il passo verso

una coscrizione regolare e perfino verso una leva in massa sarebbe

riuscito semplice ed agevole[132]. Ma il tempo per attuare tali

riforme mancò.

La Campagna del 1796 nel Veneto Parte prima: La decadenza militare della serenissima uomini ed armi · 第 5 / 11 段