L'espressione della volontà del vincitore era chiara e precisa e non

ammetteva replica. Essa si fondava per di più sulla presunzione che il

contingente illirico stanziato a Verona fosse di molto superiore al

mezzo migliaio di dalmati che vi teneva effettivamente guarnigione sui

primi di luglio. Epperciò ogni tentativo per far recedere Buonaparte

dalla determinazione presa riuscì vano, ad onta che il provveditore

Foscarini, col collega Battagia, si fossero adoperati coi modi più

soavi ed insinuanti a produrre l'effetto bramato. «Ciò però non servì

ad altro--aggiungevano i provveditori--che a far prendere a Buonaparte

un tuono ancora più deciso, sicchè abbandonando quelle maniere

piacevoli colle quali ci aveva in prima accolti, disse che era tempo

oramai che cessassero tutti gli scandali, e che fosse tolta

radicalmente l'occasione a querele... e che senza dilazione di sorta

gli Schiavoni si rimpiazzassero con Italiani, in quel numero che fosse

piaciuto. Che egli poi (Buonaparte) non si curava di esaminare chi tra

gli Schiavoni o Francesi avesse ragione o torto, che non dovevamo però

ignorare che scambievole era tra queste due nazioni il livore e lo

spirito di vendetta. E facendoci intendere che era necessitato di

occuparsi di altri affari, ci obbligò subito a congedarci»[88].

Ai due rappresentanti di un potere oramai morituro messi così

duramente alla porta, tra la vergogna del sottomettersi e l'incertezza

dell'esito in una reazione improvvisata senza la ferma volontà di

rinsanguarla con il braccio e con la fede, il primo partito parve più

prudente e conforme alle necessità dell'ora. E gli _Schiavoni_,

all'alba del 9 di luglio--come Buonaparte aveva voluto--uscirono da

Verona di soppiatto, come fuggiaschi di fronte alla fatalità di un

destino che incombeva sul loro capo come su quello dei governanti

della Serenissima. Le casacche cremisi, che mai avevano indietreggiato

per lungo volgere di anni di fronte alla furia turchesca, cedevano ora

misteriosamente terreno come pressati dall'avvento delle nuove età.

Sotto questa oscura minaccia il passato, quasi fatto persona in quegli

ultimi soldati fedeli della Signoria, pareva ripiegarsi su sè

medesimo, come dentro le pieghe della vermiglia bandiera della

Repubblica.

Tre compagnie del reggimento oltremarino _Medin_ si trasferirono a

Vicenza e quattro a Padova, «_attendendo in quelle città gli ultimi

ordini dell'Ecc.mo Senato_». Lo stesso giorno 9 di luglio 1796, le

artiglierie del generale francese Rampon salivano indisturbate sui

rampari della fortezza di Verona e, con gesto violento, si surrogavano

alle armi paesane che vergognosamente si erano date alla latitanza.

Così uscirono gli _Schiavoni_ da Verona. Vi dovevano però ritornare

quasi un anno appresso, nel crepuscolo sanguinoso delle _Pasque

Veronesi_, per tingere di rosso quella scena drammatica con cui la

Serenissima doveva chiudere il suo lungo e glorioso dominio in

terraferma [89].

*

* *

Gli _oltremarini_ costituivano le milizie assoldate per eccellenza

della Repubblica. Corrispondevano un poco agli Svizzeri, con i quali

quei soldati di mestiere avevano comuni lo spirito di ventura, la

tenacia delle tradizioni militari e la religione della fede giurata;

sentimenti tutti che, saldamente ed atavisticamente, si trasmettevano

tra le milizie dalmate come un vero e proprio culto per la Signoria. E

la Signoria--quella dello splendore del Cinquecento--ben sicura di

questo lealismo e di questa fede, il cui eco non è ancora del tutto

spento sull'altra riva dell'Adriatico, aveva confidato agli

oltremarini la custodia e la difesa delle fonti della sua ricchezza e

della sua gloria: il presidio de' propri navigli quale fanteria di

marina, la guardia delle stazioni commerciali più esposte alle

incursioni musulmane, la difesa delle teste di tappa sulle strade

commerciali più sensibili e rimunerative per i traffici veneziani,

infine il servizio da scolta più disagioso e pericoloso sui castelli

sperduti in mezzo all'aridità delle Alpi Dinariche.

Gli oltremarini si distinguevano tra la milizia veneta per il loro

armamento pesante da arrembaggio, costituito da una grave e lunga

spada detta _palosso_--corruzione della _pallasch_ degli

Imperiali--munita di un'impugnatura a più else, e per la loro vistosa

assisa di panno _cremisino_, ornamento delle navi parate a festa nelle

solennità del _Bucintoro_ e segno da raccolta nelle mischie navali più

aspre e serrate. Si ingaggiavano, come tutti i soldati mercenari della

Repubblica, esclusivamente nei domini di oltremare, d'onde traevano il

loro nome da battaglia: illirico era il loro linguaggio ed i comandi

militari.

I _capi-leva_ si occupavano del loro reclutamento--edizione senza

confronto migliore e corretta dei _racoleurs_ dell'antico

regime--anzitutto perchè questo ufficio era disimpegnato da ufficiali,

in secondo luogo perchè era espressamente vietato nello ingaggiare le

reclute di usare lusinghe per indurle più facilmente ad imprendere il

pubblico servizio.

«Tutte le reclute--dicevano infatti le capitolazioni dei

capi-leva--dovranno essere volontarie e non ingaggiate con frode o con

ubbriacarle, sotto pena a chi avesse ingaggiato con frode alcuna

recluta, di essere casso immediatamente dal rollo della compagnia (di

leva) e spedito in Levanto per anni sei in figura di soldato; ed

essendo incapace del servizio, di essere condannato in prigione ad

arbitrio di S. E. il Savio alla Scrittura, dovendo i soldati

rimettersi ad incontrare il pubblico servizio di buon genio e di tutta

loro buona volontà»[90].

D'altronde le tradizioni militari dei Dalmati ed il prestigio che

aveva presso di loro il veneto governo, disimpegnavano ampiamente gli

ingaggiatori dal ricorrere a queste arti subdole. Tra i capi leva in

Dalmazia godeva anzi di bella fama, ai tempi di Angelo Emo, il tenente

colonnello Carlo Marchiondi[91].

I capi-leva si aggiravano per le borgate e le campagne di oltremare a

far l'incetta d'uomini, coadiuvati da provetti subalterni esperti

nella lingua illirica, e l'attività loro si esplicava rispetto allo

Stato pressochè nell'orbita di un vero e proprio appalto da

privative[92].

La levata regolavasi mediante apposite _capitolazioni_ accettate dalle

due parti contraenti, l'ingaggiatore a nome del governo e

l'ingaggiato. Le reclute dovevano contare «almeno 4 piedi ed 8 oncie

di statura, (metri 1,622216)[93] avere un'età compresa tra i 16 ed i

40 anni, essere sani, senza alcuna imperfezione di corpo, parlare

l'illirico, non essere disertori dalle pubbliche insegne, non avere

infine esercitato mai alcun mestiere infame[94]».

All'atto dell'ingaggio e dopo la visita «di un chirurgo stipendiato

dal pubblico o dalla comunità, il quale era tenuto inoltre a risarcire

in ogni caso la Signoria col suo stipendio di qualunque frode», la

recluta contraeva la. ferma di sei anni di servizio continuo sotto le

bandiere.

Ammassati--come si diceva allora--i nuovi oltremarini, si

suddividevano nei diversi riparti territoriali della Serenissima.

Quelli destinati alla Dalmazia erano nuovamente visitati dal

provveditore della provincia residente a Zara, quelli assegnati a

prestare servizio sulla squadra dal _Capitanio del golfo_, quelli

infine destinati alla Terraferma dal Savio alla Scrittura, al Lido di

Venezia. Non appena le anzidette autorità avevano riconosciuta la

piena attitudine al servizio de' nuovi inscritti, questi si

_descrivevano_ sui pubblici _rolli_, d'accordo con gli inquisitori

competenti, e da quel punto cominciavano a decorrere gli assegni in

conto della forza bilanciata della Repubblica. Con queste pratiche di

accentramento amministrativo e di controllo, l'esercito veneto andava

sicuramente esente dalla piaga dei _passavolanti_.

Gli assegni dei nuovi soldati erano di doppio ordine, verso i medesimi

e verso i loro _impresari_. Ogni ufficiale ingaggiatore riceveva

infatti per ciascuna recluta riconosciuta idonea 22 ducati, se

destinata alla Terraferma e 20 ducati se assegnata alla Dalmazia o al

Golfo.

Su questo premio poi si dovevano prelevare 12 ducati per l'uniforme

ordinaria la quale, in omaggio alla vecchia tradizione feudale

dalmata--che ancora sussisteva tra le sopravvivenze formali--doveva

essere fornita insieme al nuovo soldato dall'ufficiale capo-leva,

laddove l'uniforme cremisi di parata era somministrata dal rispettivo

comandante di compagnia.

Rimanevano così in attivo ai capo-leva dagli 8 ai 10 ducati di

guadagno per ciascuna recluta, vale a dire dalle 32 alle 40 lire, a

secondo del corso della moneta; ciò che costituiva il lucro di tali

operazioni.

*

* *

Seguiamo ora la nuova recluta oltremarina nelle sue peregrinazioni e

tra le strettoie della fiscalità amministrativa del tempo. I trasporti

a Venezia si eseguivano con le cosidette _manzere_, barche onerarie

della specie dei _trabaccoli_ e generalmente usate dai beccaj di

Venezia per trasportare colà i buoi da macello (_manzi_) dalle

province d'oltremare. Ordinariamente i trasporti si effettuavano dagli

scali di Spalato, di Traù, di Sebenico e di Zara.

Sul littorale del Lido--vera e propria caserma di passaggio dei

soldati della Serenissima [95]--i nuovi _Schiavoni_ ricevevano,

nell'attesa di essere _sbandati_ o assegnati ai corpi, un'istruzione

sommaria. Poi, per via d'acqua, si trasferivano a Fusina e Padova,

d'onde si iniziava il loro faticoso pellegrinaggio per raggiungere i

corpi cui erano stati destinati, nel Veronese, nel Bresciano e sui

lontani confini del Bergamasco.

La paga mensile era di 31 lire venete [96]--oltre il _biscotto per uso

di barca_ che gli Schiavoni ricevevano sempre in omaggio alle loro

tradizioni originali di servizio sulle pubbliche navi--laddove i fanti

italiani, ossia gli ingaggiati nei paesi di Terraferma, avevano il

pane. Con questa somma, pari a circa 16 lire odierne, [97] lo

_Schiavone_ doveva soddisfare le voraci brame del fisco, del proprio

comandante di compagnia, e provvedere infine al proprio vitto durante

il mese. Egli doveva cioè lasciare 8 lire venete per la massa

vestiario, 2 e mezza al comandante di compagnia che lo riforniva

dell'abito cremisi di parata, sborsare oltre a ciò l'importo dell'olio

per l'illuminazione delle camerate, della terrabianca (_bianchetto_)

per tenere monde e pulite le buffetterie e le parti bianche

dell'uniforme, comperare il grasso, il lucido per le scarpe e perfino

i piccoli oggetti di pulizia personale. Restavano così allo

_Schiavone_ poco più di 15 lire venete al mese per sfamarsi, eguali a

7 e mezzo delle attuali.

I compensi dei soldati veneziani non erano quindi molto lauti. Invano

i Savi alla Scrittura avevano rappresentato al Senato la necessità di

aumentare l'assegno della truppa, ma le strettezze finanziarie lo

avevano vietato sempre.

Ed i comandanti di compagnia--tra l'incudine delle masse vestiario

oberate ed il martello delle cariche superiori che esigevano negli

_Schiavoni «velade»_ sempre fiammanti--picchiavano sul grigio del

ferro che tenevano tra le mani, cioè sulle masse dei loro dipendenti,

il cui peculio castrense di 7 lire e mezzo si assottigliava allora

ancora di più. Il Senato in molte di queste circostanze soleva venire

in soccorso, ma a beneficio dei comandanti di compagnia piuttosto che

dei soldati, specie al caso di _mostre straordinarie, di passaggi di

principi e di visite_. Così essendo di passaggio per Udine nel gennaio

del 1782 i principi imperiali di Russia, sotto il nome di principi del

Nord, e volendosi in quella circostanza che la compagnia del capitano

Borissevich, dei fanti oltremarini _Cernizza_, destinata loro per

scorta d'onore si presentasse _nella maggiore militare decenza_, il

Senato trovò giusto di compensare quel capitano delle maggiori spese

incontrate _nella circostanza_ per il corredo della truppa con 120

ducati di valuta corrente[98].

In queste strettezze, diventate sempre più acute verso la caduta della

Repubblica per l'abbandono deplorevole delle cose della guerra, la

merce uomo scadeva quindi sempre più sul mercato dei soldati di

mestiere. Così convenne transigere con le prescrizioni delle

_capitolazioni_ ed ammettere nella truppa schiavona «li vagabondi e li

malviventi, nonchè i banditi che disturbano ed infestano la Dalmazia,

provvedimento suggerito dell'attual Provveditore Generale con

plausibili argomenti di carità verso i sudditi e di sicurezza di

transito sulle pubbliche strade di quella provincia, ed in vista di

rendere utile in qualche modo allo Stato tale sorta di gente scorretta

ed indisciplinata»[99].

Il corpo dei _Travagliatori_--o compagnie di disciplina istituite nel

1785 per sfollare i riparti dai più torbidi elementi raccolti dai

capi-leva--alleviò alcun poco l'esercito della Serenissima da questo

còmpito d'istituto di correzione[100]

Ma il male aveva troppo salde e profonde radici perchè questo

provvedimento, escogitato dal Savio alla Scrittura Francesco

Vendramin, potesse sortire a buon esito. Anzitutto il male travagliava

le milizie prezzolate con il tarlo roditore delle diserzioni. Dal 1°

settembre 1780 al 1° febbraio 1784, abbandonarono le insegne nei

reggimenti oltremarini ben 662 soldati: dal 1° marzo 1785 al 1°

settembre 1789 ne disertarono altri 1129; e ciò sopra una media di

3500 uomini presenti in quel torno di tempo nei reggimenti

oltremarini[101].

Con queste cifre significative alla mano, si spiega il grido d'allarme

gittato non molto prima dell'arrivo dei Francesi nel Veneto dal

generale Salimbeni; grido che se parve a taluno troppo pessimista a

tal'altro sembrò perfino sospetto di fellonia. Ed i bossoli del

Maggior Consiglio e del Senato, come si è detto più sopra, ne sanno

qualche cosa.

«I nostri vecchi soldati--scriveva il Salimbeni al Savio alla

Scrittura Iseppo Priuli--sono oramai diventati sentina d'ogni vizio.

Bisogna separarli nelle fazioni della piazza (di Verona) dalle

cernide, ma non è possibile di separarli anche nei quartieri dove

hanno alloggio in comune»[102]. Ed il Salimbeni proponeva

sommessamente al Savio di allontanare gli _Schiavoni_ più facinorosi

da Verona, e più specialmente le compagnie dei capitani Missevich e

Valerio, «le quali venute dalla Dalmazia sono da sostituirsi con

altre... per preservare le cernide dal contagio dei vizi».

Il Savio Iseppo Priuli non ascoltò la proposta ed il destino serbava a

Buonaparte di farla accogliere con la forza.

*

* *

Gli Oltremarini erano ordinati in 11 reggimenti contrassegnati dal

nome del rispettivo comandante oppure da quello del circolo di

reclutamento più cospicuo. Nel _piedilista_ del 1° settembre 1776 quei

corpi erano descritti come segue: [103]

Reggimento Bubich, Selich, _Scutari,_ _Sinj,_ Matutinovich, Craina,

Minotto, Rado, Macedonia, Dandria e Bua. Ciascun reggimento contava di

regola 9 compagnie, o raccolte per intero in uno dei grandi riparti

territoriali della Serenissima, o suddivise tra i riparti medesimi e

le navi armate. Faceva però eccezione da questa regola il reggimento

degli oltremarini del circondario di Sinj, il quale contava 11

compagnie ripartite nelle province d'Italia e di Dalmazia. La maggior

forza di questo corpo era dovuta all'importanza militare del

territorio nel quale esso si levava, ed al valore e numero dei

castelli di frontiera che in esso esistevano (Spalato, Salona, Clissa,

Sinj ecc.).

Secondo le tabelle organiche di formazione, approvate dal Senato, il

reggimento di oltremarini non doveva superare la forza di 432 uomini,

ciò che stabiliva l'effettivo delle compagnie in una media di 54

presenti ognuna. Tale forza non era però mai effettiva, neppure nei

periodi di neutralità o durante i mesi del completo armamento delle

due squadre, _grossa_ e _sottile_, quando trattavasi cioè di

spedizioni marittime o di crociere di maggiore rilievo. Così nel 1787,

al tempo delle imprese di Angelo Emo, presero imbarco il 1° marzo del

detto anno sulle navi armate in guerra ben 19 compagnie di fanti

oltremarini, ma essendo tale contingente troppo scarso nella sua forza

complessiva di un migliaio di uomini appena, convenne ricorrere al

complemento dei reggimenti italiani, i quali fornirono altre 12

compagnie alla squadra, oltre alle 19 fornite dagli _Schiavoni_.

Alla vigilia dell'arrivo dei Francesi nel Veneto gli oltremarini

avevano 24 delle loro compagnie dislocate in Terraferma, con una forza

complessiva di 1648 uomini compresi i rinforzi dovuti alle _craine_

[104].

Tutte queste compagnie erano ripartite come segue: A Verona, Legnago e

Peschiera 9, a Brescia con il castello di Orzinovi 4 1/2, [105] a

Bergamo e contado 3, a Crema mezza compagnia, al Lido, con Chioggia e

Capo d'Istria 7 compagnie.

*

* *

I soldati del tempo oziavano molto, e nell'ozio sfibrante e prolungato

che li logorava gli elementi più torbidi degli ingaggiati avevano modo

di compiere un vero e proprio corso di perfezionamento. L'azione degli

ufficiali non rappresentava di certo alcun freno in questi moti,

perchè essa si limitava al controllo delle cifre sui registri, alla

sorveglianza del maneggio d'armi nei cortili delle caserme e dei

castelli, e si arrestava alla soglia delle camerate che perciò

restavano abbandonate a sè medesime ed ai propri inquilini in un vero

stato di abbiezione morale e di miseria materiale.

Al tocco del tamburo, che batteva la _diana_ ogni mattina all'alba,

cominciava il giornaliero servizio sulle navi armate e nelle caserme.

I soldati si levavano dai loro giacigli, composti di regola della

semplice _schiavina_, o rozza, coperta da letto gittata semplicemente

sulle nude tavole, o più spesso sul terreno sul quale essi dormivano

quasi sempre vestiti.

I _paglioni_, o pagliericci, vennero a mitigare la durezza di queste

vita dei soldati della Serenissima soltanto verso la sua fine, e più

precisamente a principiare dall'anno 1781; e furono limitati dapprima

ai presidi delle più notevoli fortezze ed in particolari circostanze

di servizio[106].

Le guardie rappresentavano il pensiero dominante della vita di

guarnigione, epperciò il soldato semplice era anche denominato con

l'appellativo di _fazioniere_, come che quello fosse il suo ufficio

esclusivo. Nel servizio territoriale era impiegato ordinariamente un

terzo della forza, del qual costume è rimasta traccia fino ai giorni

nostri nella norma regolamentare la quale prescrive che il soldato

debba avere almeno due notti libere per una passata in sentinella. Le

esigenze della società del tempo, il grande numero delle magistrature

militari e la frequenza delle risse tra i soldati moltiplicavano a

dismisura i posti di guardia. Così vi erano gran-guardie nelle

principali piazze delle città fortificate, guardie d'onore alle

primarie cariche militari del luogo, agli ufficiali superiori del

reggimento, e così via. Valga ad esempio il seguente specchio delle

guardie della città di Verona, nell'anno 1794 [107]:

MUTE GUARDIE E PORTE

Capitani

Subalterni

Sergenti

Caporali

Tamburi e pifferi

Fazionieri

Totale

_Artiglieri_

Guardia di S. E.

il capitano e podestà [108] -- 2 1 2 2 37 44

_Croati_

Guardia detta di

_cavalieri_

al medesimo. -- -- -- 1 -- 11 12

_Italiani_

Guardia di S. E.

il tenente generale

comandante [109] 1 2 1 1 2 24 31

Guardia alle bandiere

dei reggimenti -- -- -- 7 -- 35 42

Picchetti dei reggimenti -- 5 -- 6 -- 36 47

Gran Guardia 1 1 1 2 2 24 32

Porta Nuova -- 1 1 1 1 20 24

Porta San Zeno -- 1 1 1 1 20 24

Porta Vescovo -- 1 1 1 1 20 24

_Oltramarini_

Porta San Giorgio -- 1 1 1 1 16 20

N. 2 pattuglie -- -- 2 2 2 16 22

Castello San Felice -- -- 1 1 -- 8 10

Id. San Pietro -- -- -- 1 -- 6 7

Ospedale delle Milizie -- -- -- 2 -- 8 10

Guardia in _Ghetto_ -- -- -- 1 -- 5 6

________________________________

2 14 10 30 12 279 355

Nè è forse fuori luogo ricordare a questo punto anche il servizio di

guardia che le truppe prestavano nelle isole e nell'estuario di

Venezia, nel 1792 [110].

Guardia al Lido, 44 uomini; appostamenti e feluche di sanità al Lido,

24; feluca S. Erasmo, 8; feluca Tre Porti, 8; Falconera, 8; Carvale,

8; Porto Quieto, 8; sciabecco del canale dei Marani, 12; feluca del

canale dei Marani, 12; due feluche a Poveglia, 16; feluca S. Pietro in

Volta, 8; feluca di Fisolo, 8; feluca _delle urgenze_ 8; fusta, 24;

sciabecco Po di Goro, 48; feluca Po di Goro, 8; feluca Malamocco, 8;

seconda feluca di Malamocco, 8; servizi vari di guardia alle reclute,

alle caserme ecc., 60. Totale, 308 uomini comandati a Venezia e

nell'estuario in giornaliero servizio da «fazionieri».

*

* *

Al distacco della guardia, fatto con solennità intorno al mezzodì,

tutta la truppa prendeva le armi. Si faceva l'appello per segnalare i

disertori, si leggevano gli ordini, si dava una sommaria occhiata alle

armi ed agli abiti, dopo la quale funzione la vita militare formale

cessava di regola per riprendersi l'indomani alla medesima ora.

Restava la grigia monotonia della vita di caserma. Con quei pochi

soldi che rimanevano ancora nelle mani dell'oltremarino, dopo il

passaggio sotto le forche caudine del fisco e del comandante di

compagnia, egli doveva rifocillarsi. E disinteressandosi ancora lo

Stato dal fornire il vitto ai propri soldati--all'infuori del biscotto

agli oltremarini e del pane agli altri--v'era taluno che lo surrogava

in quest'opera con ingordigia ed esosità, di guisa che il misero

peculio castrense dei soldati di mestiere veniva ad assoggettarsi per

questo ad una nuova ed estrema decimazione.

Esistevano all'uopo sulle navi armate e nelle caserme i così detti

_bettolini_, specie di vivanderie esercitate assai spesso da loschi

personaggi, nelle quali i soldati si provvedevano dei generi di prima

necessità ed anche delle vivande confezionate. A coloro poi cui le

strettezze non consentivano di procurarsi le vivande confezionate, i

bettolieri fornivano gli arnesi di cucina per apparecchiare di solito

la classica polenta ed un misero intingolo per companatico, e ciò

previo un piccolo compenso che lo scarso nucleo degli utenti

corrispondeva a titolo di noleggio degli arnesi stessi all'esercente

del _bettolino_.

Delle norme--ossia _terminazioni_--regolavano il servizio di queste

vivanderie, specie sulle pubbliche navi, ma l'ingordigia dei

bettolieri era assai spesso più forte anche delle _terminazioni_. Lo

sconcio era anzi giunto a tal segno, poco avanti alla caduta della

Repubblica, da indurre il generale Salimbeni a proporre al Savio alla

Scrittura dei provvedimenti radicali in materia:

«Bisognerebbe--egli diceva--assegnare ad ogni camerata di 10 soldati

almeno una caldaia da polenta, una secchia di larice cerchiata ed una

tavola per rovesciarvi di sopra la polenta stessa... Sarebbe inoltre

desiderabile, per liberare il soldato dall'obbligo che ora ha di

spendere la mòdica sua paga in una bettola, o _bettolino_, con grave

danno della disciplina e peso della sua sussistenza, di fornire anche

la legna necessaria per cucinare il cibo. Con questi mezzi si

potrebbero tener uniti i soldati, lontani dalle osterie, dove è forza

che dimentichino la loro nativa semplicità e contraggano il mal

costume»[111].

Il governo disciplinare risentiva fortemente degli effetti di questo

colpevole regime di abbandono e di trascuranza, acuito dalla

fiacchezza dei tempi. Abolita virtualmente la bastonatura sull'ultimo

quarto del secolo XVIII, restava la prigionia e la condanna al remo,

la punizione classica delle milizie della Repubblica marinara la quale

ne usava sempre con molta larghezza. La pena della _galera_ o del

_remo_ era solitamente inflitta ai disertori, ma anch'essa aveva

perduto sulla fine della Repubblica molta parte del suo prestigio, per

essersi assottigliato il numero delle navi armate e ridotta a poca

cosa la loro navigazione. La punizione alla galera era così diventata

un succedaneo della prigione ordinaria.

Circa questa bancarotta del governo disciplinare e dei suoi freni,

basti dire che molti disertori preferivano la condanna al remo al

servizio militare, triste preferenza che illumina l'ambiente

dell'epoca. «Considerano infatti i soldati--dice un documento--una

breve condanna al remo assai meno pesante della vita militare,

stentata, faticosa e prolungata per un più lungo periodo di

tempo»[112].

La Campagna del 1796 nel Veneto Parte prima: La decadenza militare della serenissima uomini ed armi · 第 4 / 11 段