Era l'estate del 1796, quando il Savio alla Scrittura Leonardo

Zustinian--già denominato in alcuni reclami con il vocabolo giacobino

di _cittadino_--si risolse di proporre al Senato uno schema di

svecchiamento dell'esercito, mercè una larga applicazione del sistema

dei limiti di età, visto che quello degli esami aveva ormai dichiarato

la sua bancarotta.

«Occorre--diceva il Savio Zustinian al Principe--purgare una buona

volta la milizia dagli ufficiali inetti, di età troppo avanzata,

ovvero affetti da mali incurabili... prescrivendo la giubilazione di

questi con intera paga del rispettivo grado, a moneta di ogni riparto.

E le norme che sembrano da stabilirsi, sono quelle di 70 anni di età

per i _graduati_ (ufficiali superiori), di 60 anni per i capitani,

capitani-tenenti ed alfieri»[62].

Ma era troppo tardi. L'esercito Veneto cadeva giusto allora sotto la

rovina della Repubblica, ed i provvedimenti escogitati dal Savio alla

Scrittura Leonardo Zustinian non servirono ad altro che a formare

argomento di curiosità nella storia della vecchia organica militare

dei Veneziani, ed a fornire oltre a ciò un buon esempio atto a

comprovare come talvolta ad eguali difficoltà, o molto simili, ad onta

dei mutati tempi, si procura di far fronte con espedienti assai

affini.

*

* *

Sparpagliati nei diversi presidi d'Italia e d'oltremare, gli ufficiali

della Serenissima non erano tra loro in eguali condizioni d'istruzione

e di addestramento professionale. Quelli poi che soggiornavano nella

Dominante, per le loro occupazioni da guardia oligarchica e per i loro

contatti con le primarie cariche dello Stato, godevano di un prestigio

che non aveva riscontro con gli altri colleghi dell'esercito.

Lo stesso carattere della milizia veneta--prevalentemente levata per

ingaggio--contribuiva oltre a ciò a creare attorno agli ufficiali

stessi un ambiente molto affine a quello in cui trascorrono oggigiorno

la loro esistenza gli ufficiali di taluni eserciti delle libere

repubbliche d'America.

Nullameno, ad onta di queste circostanze poco favorevoli

dell'ambiente--cristallizzato nelle vecchie pratiche e nei vetusti

pregiudizi, sopravvissuti ancora dal tempo delle compagnie di ventura

e del Quattrocento--la decadenza militare della Serenissima brilla

ancora per il nome di qualche ufficiale, salito in fama unicamente per

virtù propria; ciò che è garanzia del suo merito indiscusso. E sono

nomi cari non soltanto nel ristretto cerchio della Repubblica oramai

moritura, ma eziandio in quello più vasto e luminoso della storia

militare italiana.

Tra essi primeggia il brigadiere del genio militare Anton Mario

Lorgna, da Cerea, fondatore di quel corpo; architetto, idraulico,

topografo e matematico di gran fama, il cui nome va indivisibilmente

congiunto alla riputazione del Collegio Militare di Verona, già grande

prima della caduta di Venezia, talchè non pochi eserciti stranieri

facevano a gara nel richiederne gli allievi al Senato[63] ed egregia

anche dopo la caduta, talchè non sdegnò di occuparsene il Foscolo.

Meritevoli di nota in questo periodo di tempo sono pure i nomi del

maggiore di artiglieria Domenico Gasparoni, veneziano, ordinatore del

Museo dell'Arsenale ed autore di una pregevole opera sull'artiglieria

veneta dedicata al doge Paolo Senior[64]; del sergente maggiore di

battaglia Stràtico, introduttore di considerevoli riforme nei

regolamenti militari Veneti, ed infine di Giacomo Nani, per quanto

quest'ultimo appartenga per provenienza alla marina, ma per anima e

per circostanze della gloriosa sua camera delle armi all'esercito,

intorno al quale scrisse il volume inedito dal titolo _Della Milizia

Veneta_[65] e l'opera perduta relativa alla difesa di Venezia[66].

Gli stimoli per suscitare una nobile gara di emulazione e di

benemerenze tra gli ufficiali Veneti erano ben pochi. Le stesse

ristrettezze del bilancio impedivano perfino di assolvere il

sacrosanto obbligo contratto dalla Serenissima verso i prodi

combattenti sotto le bandiere di Angelo Emo, assegnando loro quel

grado e quello stipendio che erano stati decretati dal Senato per

merito di guerra[67]. Per questo titolo--abbenchè con molta minor

frequenza--si assegnavano agli ufficiali anche delle medaglie d'oro,

con l'impronta del leone di San Marco, del valore medio di 30

zecchini[68].

Ma per l'assenza di clamorose imprese, verso la fine della Repubblica

anche questa costumanza, derivata dai tempi eroici, cadde in disuso,

sicchè se ne ricorda a mala pena qualche raro caso. Tale è quello del

capitano Gregorio Franinovich, del _Reggimento Cernizza_, decorato per

speciali benemerenze ed atti di valore compiuti dal detto ufficiale in

Levante[69].

E passiamo al rovescio della medaglia. Le punizioni degli ufficiali

Veneti avevano, in prevalenza, il carattere di coercizione morale.

Così l'_ammonizione_, l'_arresto semplice_, l'_arresto più lungo_, la

_sospensione dal grado_, la _notazione_ speciale sul libro-registro

del servizio--della quale si teneva conto a suo tempo per la

compilazione dei titoli di esame--infine l'esclusione o la sospensione

temporanea _dalle adunanze, o circoli di persone per grado e per

nobiltà distinte_[70].

*

* *

L'antica foggia di vestire degli ufficiali era stata riformata nel

1789 sull'esempio degli Austriaci e dei Prussiani. In seguito a questa

riforma introdotta dallo Stràtico, che compilò la relativa «_Ordinanza

contenente la prammatica e la disciplina relativa all'uniforme della

fanteria italiana_», tutti gli ufficiali veneti, dall'alfiere al

colonnello, dovevano indossare la nuova divisa, non soltanto in

servizio ma anche nelle presentazioni, negli spettacoli e nelle

pubbliche solennità. Erano comminate punizioni a chi non ottemperasse

a questi precetti o alterasse la foggia del vestire. E che tali

mancanze non fossero rare, lo attestano le minuziose cure con cui

l'_Ordinanza_ sopra citata prevedeva i relativi casi.

«Tutti--soggiungeva l'_Ordinanza_--dentro un triennio dovranno avere

la nuova uniforme, pena la sospensione dal servizio e la sottomissione

a _ritenute_, finchè la nuova uniforme non sia fatta, oltre le

notazioni da farsi sul _Libro Registro_, a pregiudizio dello

avanzamento».

La pettinatura degli ufficiali veneti era liscia, con due _bucali_

(riccioli), uno per parte delle tempia, sostenuti dalle forchette che

giungevano fino a mezza orecchia: i capelli dovevano essere bene

incipriati (_polverizzati_) e la chioma raccolta in una rete

(_fodero_) di pelle nera.

Il principale capo di vestiario della fanteria italiana era la

_velada_, o abito a coda di rondine di panno _blò_, foderato di _roè

bianco_,[71] guarnito di un _collarino_ e di _balzanelle_, o manopole,

pure di panno bianco, adorno di grossi bottoni di metallo dorato con

impresso, in cifre romane, il numero del corpo cui gli ufficiali

appartenevano[72]. Gli ufficiali dei fanti _oltramarini_ avevano

l'abito di panno cremisi, come i soldati, e quelli di artiglieria di

panno _gris di ferro_.

Nella stagione fredda si indossava da tutti un cappotto di panno

bianco, della stoffa di quello usato per il bavero della _velada_,

guernito di bottoni pure di metallo dorato e foderato assai spesso di

una buona pelliccia. I calzoni d'inverno erano di panno _blò_ e nella

stagione calda di _rigadino bianco_ forte.

L'abbigliamento degli ufficiali veneti era completato dal colletto di

pelle nera lucida, dai _manichini_ di buona tela _batista_, dai guanti

di pelle gialla _lavabile_, dagli stivali di _bulgaro cerato_, dagli

stivaletti di pelle nera da usarsi in estate, allacciati _dalle

cordelle_, e dal cappello a tricorno.

I distintivi di grado si portavano sul cappello. L'alfiere non recava

sopra di esso alcuna distinzione, i tenenti ed i capitani-tenenti si

riconoscevano invece per una _rosetta_, o coccarda, mista d'oro e di

seta azzurra, assicurata sull'ala sinistra del tricorno mediante un

bottone ed un'_asola_ (laccio) di seta nera. I capitani si

distinguevano per due rosette simili alle anzi descritte, assicurate

sopra ciascun'ala del copricapo: i sergenti maggiori, i tenenti

colonnelli ed i colonnelli infine recavano tutti, senza distinzione

alcuna, due rosette come i capitani, intessute però per intero _di

solo filo d'oro_. Oltre a ciò il bavero degli abiti degli ufficiali

superiori era ornato di un largo gallone d'oro mentre quello degli

ufficiali inferiori ne era sprovvisto.

Anche i _fiocchi delle spade e dei bastoni_ erano differenti per ogni

grado. I bastoni dei subalterni erano guerniti di un _pomo_ d'avorio,

quelli dei capitani di un _pomo_ di metallo liscio dorato: i bastoni

degli ufficiali superiori non avevano altro distintivo che un risalto

anulare disposto verso l'attacco del pomo alla canna. Le _cinture_ ed

i _pendoni_ (tracolle) delle spade erano di pelle bianca lucida, con

scudetti di metallo recanti in rilievo l'emblema del leone di San

Marco: gli scudetti degli ufficiali subalterni erano semplicemente

inargentati, quelli dei capitani inquartati dentro un ribordo dorato,

quelli degli ufficiali superiori infine erano tutti dorati [73].

Quanto alle armi, abolita definitivamente la picca nel 1790, le lame

delle spade, le fasce ed i puntali dei foderi dovettero, _in tutto e

per tutto_, uniformarsi al modello prescritto dall'_Ordinanza_ dello

Stràtico.

*

* *

Prima di lasciare l'argomento degli ufficiali veneti, occorre

aggiungere ancora qualche cenno che valga a lumeggiare la loro

posizione interiormente ed esteriormente all'ambiente militare del

tempo.

I sistemi di ingaggio delle truppe--sopravvissuti a Venezia per lunga

tradizione fino dall'epoca delle compagnie di ventura--riflettevano di

necessità sugli ufficiali la fisionomia particolare di comandanti non

tanto d'uomini, quanto di custodi di merce acquistata a suon di

quattrini dalla Serenissima sul mercato dei soldati di mestiere.

Si spiega quindi come, dato tale ambiente, le occupazioni

dell'ufficiale fossero in prevalenza amministrative, anzichè tecniche,

educative e morali. Le tradizioni del reggimento, i ricordi dei

principali fatti di guerra--che solevano tramandarsi egregiamente in

Piemonte tra le milizie paesane--non avevano quindi un equivalente

riscontro morale tra i Veneti, neppure tra le cerne dei migliori tempi

della Serenissima. I soldati di mestiere avevano anzi smarrite tutte

queste tradizioni, a motivo dell'avvicendarsi dei nuovi ingaggiati nei

corpi, del frantumarsi dei riparti nelle varie guarnigioni e degli

atteggiamenti diversi assunti dalle milizie venete della decadenza,

divise di continuo tra il servizio di sentinella, quello ai daziere,

di guardia confinaria e campestre, oppure di rincalzo ai satelliti

degli _Inquisitori_ di Stato.

Epperciò, all'infuori del comandante di compagnia, il cui compito era

quello di amministrare il mezzo centinaio di uomini che la Repubblica

gli confidava, per essere equipaggiato, armato e nutrito, nessun altro

ufficiale aveva attributi speciali nell'ordine dell'educazione e dello

apparecchio morale dei propri dipendenti. Neppure il colonnello aveva

sotto questo riguardo particolari incarichi; che anzi, per l'uniforme

costume di ridurre tutto quanto aveva attinenza al soldato al

denominatore comune dell'amministrazione, seguendo la moda del tempo

anche nell'esercito veneto sopravviveva la _compagnia colonnella_,

alle cui funzioni contabilesche non potendo accudire di persona il

capo del reggimento venivano da lui delegate ad un tenente anziano,

detto perciò _capitano-tenente_. In analogia si regolava il tenente

colonnello ed il sergente maggiore, che avevano pure essi la

rispettiva compagnia, confidata figuratamente al governo di un

capitano che ne faceva in realtà le veci amministrative in tutto e per

tutto.

Dal capitano, comechè si trattasse di un vero e proprio possesso

individuale, prendevano poi nome le altre compagnie, la cui anzianità

e disposizione nelle manovra era fissata dall'anzianità del rispettivo

comandante, dopo la compagnia del colonnello e degli altri ufficiali

superiori del reggimento.

Il prevalente carattere mercenario delle milizie venete aveva inoltre,

da tempo, avvezzi i governanti a considerarle quale strumento ligio

all'oligarchia che le manteneva in vita; e tale modo di

essere--contrario ad ogni libero svolgersi delle attività morali--si

rifletteva necessariamente anche sul carattere degli ufficiali.

Valgano a questo proposito due ordini di concetti: quello di servirsi

degli ufficiali nelle operazioni poliziesche di maggior

rilievo,--quale l'arresto fatto dal colonnello Craina, dei fanti

oltremarini, del noto patrizio liberale Zorzi Pisani--e della

fiscalità continua esercitata sopra di essi--specie sui comandanti di

compagnia--in tutte le manifestazioni amministrative; ciò che

contribuiva a far ritenere gli ufficiali medesimi come asserviti di

continuo ad una specie di stato di tutela da parte delle maggiori

autorità e magistrature competenti.

Ma, ad onore degli ufficiali Veneti, conviene pure soggiungere a

questo punto che mai, nelle voluminose filze del carteggio militare

della decadenza, si trova citato un caso che giustifichi codesta

diffidenza fiscale, la quale d'altronde era connaturata nei tempi ed

in molti eserciti d'allora, e che si è tramandata per qualche traccia

perfino a giorni non lontani dai nostri [74].

*

* *

Se la grande massa degli ufficiali adunque--quelli di Linea--

trascorreva l'esistenza morale ed intellettuale in tale angusto

cerchio di attribuzioni e di consuetudini, fatto ancora più

uniforme dal grigio dell'inoperosità della decadenza repubblicana,

ciò non toglie che qualche altro corpo di ufficiali stessi--a base

più ristretta ed a reclutamento più omogeneo,--non intravedesse

degli spiragli verso orizzonti più audaci o verso aspirazioni che

precorrevano il futuro.

Il Collegio Militare di Verona, per le sue relazioni scientifiche con

l'Università di Padova, per l'indole e la nazionalità di taluni suoi

insegnanti, si prestava anzitutto da buon crogiuolo delle nuove idee

ed a propalarle nell'esercito. Fino dal 1764 si lamentava infatti dal

Savio alla Scrittura, che tra i giovani dell'istituto serpeggiassero

«_dei mali principi, pregiudicievoli alla buona morale, molto più

ancora contaminata dalle massime di libertà che vien fatto di credere

che si siano nel Collegio disseminate_».

Tale sospetto motivò un'inchiesta, eseguita dal Savio alla Scrittura

Marco Antonio Priuli, la quale accertò che tre ufficiali capisquadra

del Collegio, «consumavano il loro tempo con la lettura di romanzi e

di libri oltramontani, dei quali contribuiscono pure i giovani,

avendosi giurata deposizione che si fossero vedute nelle mani di

qualche alunno le opere di _Volter_ (_sic_), e venendo perfino

introdotto il sospetto che si leggessero quelle ancora di Niccolò

Macchiavello».[75]

Gli ufficiali modernisti vennero sfrattati dal Collegio di Verona, e

la mala pianta delle idee novatrici pareva del tutto spenta quando,

nella primavera del 1785, vi si scoperse una loggia di _Liberi

Muratori_, fondata da Giovambattista Joure, maestro di lingua francese

nell'istituto, allo scopo di diffondere tra i futuri ufficiali veneti

i principi delle nuove dottrine liberali, e «di restituire alfine

l'uomo alla prisca libertà naturale, da cui la teocrazia ed il

principato lo avevano allontanato».[76] A questa loggia «_muratoria_»

militare deve avere partecipato molto probabilmente anche il

colonnello Lorgna--poichè le adunanze degli affigliati si tenevano in

certe camere dal medesimo occupate in Castel Vecchio--e, certamente,

non pochi ufficiali della guarnigione di Verona appartenenti al corpo

di artiglieria, come risulta dagli interrogatori del processo, nei

quali sono spesso citati il maggiore alle fortezze Solidi e l'alfiere

conte Rambaldo, da Legnago.[77]

Scoperta l'associazione, gli Inquisitori[78] sfrattarono subito il

maestro Joure dagli Stati Veneti e sbandarono gli ufficiali ascritti

alla loggia di Verona in diverse guarnigioni di terraferma ed

oltremare. Nullameno, i germi diffusi dal Joure nel maggior istituto

militare della Repubblica lasciarono traccia oltre al rogo dei libri e

dei registri della loggia ordinato dagli Inquisitorì, ed essa traspare

nel continuo fermento cui andò soggetto il collegio, da quell'epoca

fino alla violenta sua soppressione accaduta per opera del generale

Rampon, a metà luglio del 1796. Il desiderio di riforme era dunque la

spinta principale di quei moti, intesi «_a sovvertire l'attuale

spirito di concordia, di pace e le leggi della sottomissione e del

buon ordine che furono naturalmente stabilite_» e di realizzare infine

«_delle novità nei metodi nello insegnare... non volendo ufficiali ed

alunni più vivere soggetti_».[79]

Pure anche questi germogli di giacobinismo, cresciuti come pianta

sporadica all'ombra delle torri merlate del castello Scaligero di

Verona, dovevano un giorno tornare utili alla Repubblica[80]. E ciò

avvenne quando si trattò di spedire i primi messaggeri di pace al

generale Buonaparte, sotto Brescia; messaggeri che il Senato volle

servilmente prescelti fra gli antichi allievi del Collegio Militare

veronese, nella speranza che il ricordo delle relazioni «_muratorie_»,

perseguitate un tempo e ritornate in onore per la circostanza, valesse

a propiziare loro ed alla Repubblica l'animo del conquistatore.[81] E

questi ufficiali furono il colonnello Giovanni Francesco Avesani ed il

capitano Leonardo Salimbeni, inviati il 27 maggio 1796 a Brescia con

il mandato di implorare grazia da Buonaparte per l'avvenuta

occupazione di Peschiera, fatta pochi giorni avanti di sorpresa dagli

Austriaci.

Di ufficiali inferiori dell'esercito infine, coimplicati in movimenti

politici, non si trova traccia nel carteggio della decadenza militare

veneta. E questo serve da conferma, tanto del carattere di guardia

oligarchica--conservato dall'esercito stesso fino alla rovina del

governo della Serenissima--quanto della infondatezza del timore da

alcuni nutrito che esso avesse potuto tralignare in mano di audaci e

di novatori.

L'espressione di questo sospetto di tradimento--naturale d'altronde in

ogni organismo inesorabilmente votato alla rovina--si trova in talune

«polizze» anonime trovate nei bossoli del Maggior Consiglio e del

Senato durante l'anno 1796[82]. Queste «polizze» insinuavano di

diffidare dell'ottuagenario tenente generale Salimbeni, comandante in

capo delle milizie venete raccolte sotto la piazza di Verona e dei

suoi figliuoli, tra i quali era il capitano Leonardo citato più sopra.

Uno di questi foglietti così diceva:

«Non prestar fede al generale Salimbeni».

Un altro ancora proclamava:

«Governo, nò ve fidè del generale Salimbeni, Recordève del

Carmagnola».

Un terzo riproduceva il rozzo disegno di una forca, con la scritta:

«_Per il general Salimbeni_».

Un ultimo infine insinuava:

«_Il tenente generale Salimbeni è giacobino coi figli ed adora solo

l'oro,

Governo, guardatevi che non vi tradisca essendo più francese che

suddito_».

CAPO IV.

Le truppe assoldate.

Tra il principio dell'assedio di Mantova e le giornate di Lonato e

Castiglione i fanti oltremarini, per comando espresso dal generale

Buonaparte, furono clamorosamente allontanati da Verona. Questi

soldati--denominati volgarmente _Schiavoni_--raccolti in buon numero

in quella città[83] andavano di certo a contraggenio al giovane

generale francese. Forse egli li riteneva una specie di guardia

pretoriana, ed imbevuto di studi e di prevenzioni sul governo

dispotico degli antichi Stati d'Italia, ne deve avere desiderato lo

scioglimento come un impegno civico commesso alla sua opera ed a

quella del Direttorio di Francia. Rispondendo ad analogo concetto il

generale Schèrer, sul finire del 1795, aveva imposto lo scioglimento

dei corpi còrsi alla Repubblica di Genova[84].

L'indisciplina degli _Schiavoni_ era d'altronde grande, documentata

perfino dalle attestazioni del generale Salimbeni. Essa poteva

prorompere ogni momento ad eccessi e costituire il focolare dei mal

repressi spiriti di malcontento che serpeggiavano tra le popolazioni

veronesi, taglieggiate, angariate, violentate nelle persone e negli

averi. Certo, sotto questi riflessi, Buonaparte divinava in qualche

misura l'esplosione cittadina delle _Pasque Veronesi_.

Anche le esigenze militari imponevano urgentemente ai Francesi di

premunirsi da tale minaccia. La fortezza di Verona era diventata, ai

primi di luglio del 1796, la loro principale base d'operazione contro

l'esercito mobile degli Austriaci e contro la piazza di Mantova, il

punto d'appoggio contro gli sbocchi dal Tirolo e dalla Val Sugana, la

tappa intermedia dal Milanese e dal Bresciano nella vagheggiata marcia

dei Francesi alla volta di Venezia, del Friuli e dei confini

occidentali dell'Impero[85].

Occorreva perciò rompere subito gli indugi ed in quest'arte Buonaparte

era maestro insuperabile. Il caso di un ufficiale francese ucciso per

le campagne di Villafranca, qualche borseggio, qualche rissa accaduta

fra gli oltremarini mal compresi dai soldati di Francia non famigliari

con l'idioma illirico, porsero l'occasione propizia per imporre al

Senato di sfrattare da Verona le casacche cremisine dei fidi dalmati.

Al generale Massena toccò di apparecchiare l'animo dei Veneti alla

grave rinunzia. «Il est temps enfin, monsieur le provvediteur»--così

scriveva quel generale a Nicolò Foscarini, il 4 luglio 1796--que les

assassinats que vos soldats ne cessent de commettre envers les miens,

finissent. Le général Rampon, commandant à Veronne, m'a dejà rendu

compte que plusieurs de nos volontaires avoient été assassinés a coups

de stilet, ou de sabre, par vos _Esclavons_»[86]. Tre giorni dopo

Massena ribadiva ancora la sua tesi con cresciuta insistenza e

protervia: «Par les piéces ci jontes Vous verrez que les assassinats

continuent, et que les ordres que je presume que Vous avez donné pour

les reprimer ne sont nullement suivis. Je Vous previens que si ces

horreurs ne finissent pas, je ne pourrai plus Vous répondre des suites

funestes q'elles causeront infalliblement»[86].

Infine, dopo il cupo rombo della tempesta lontana, venne il guizzo

della folgore.

L'8 di luglio Buonaparte indirizzava al provveditore Foscarini la

lettera che segue: «Il y a entre la troupe française et les

_Esclavons_ une animosité que des malveillaux, sans doute, se plaisent

à cimenter. Il est indispensable, Monsieur, pour eviter des plus

grands malheurs, ainsi facheux que contraires aux intéréts des deux

Republiques, que Vous fassiez sortir demain de Veronne, sous les

pretexes les plus specieux, les _bataillons_ d'Esclavons que Vous avez

dans la ville de Veronne»[87].

La Campagna del 1796 nel Veneto Parte prima: La decadenza militare della serenissima uomini ed armi · 第 3 / 11 段