Fino dal 1786, allo scopo di ripartire in modo equo e vantaggioso per

il servizio i beni ed i mali delle diverse guarnigioni d'Italia e

d'oltremare, il Senato aveva stabilito un _turno di generali_; ossia

un determinato ordine di successione dei generali medesimi al comando

dei quattro grandi _riparti militari_ in cui si suddivideva il

territorio della Repubblica[45].

Fu assegnato allora in Levante il sergente-generale Maroti, con i

sergenti maggiori di battaglia Bubich e Craina; in Dalmazia il

sergente generale Salimbeni--ricordato più sopra--con i sergenti

maggiori di battaglia Nonveller ed Arnerich; in Italia il tenente

generale Pasquali, con i sergenti maggiori di battaglia Stràtico e

Bado. Dopo quattro anni questi generali dovevano mutare residenza, ma

nel 1790--cioè allo spirare del primo quadriennio dacchè la

determinazione fu presa--il sergente maggiore di battaglia Arnerich

faceva sapere al Savio alla scrittura che egli non era più in grado di

muoversi dalla Dalmazia, perchè diventato più che nonagenario.

E non soltanto i generali erano incapaci di viaggiare dall'Italia,

oltremare e viceversa. Nello stesso anno 1790 anche i colonnelli

brigadieri Macedonia e Gazo si dovettero lasciare alle rispettive

guarnigioni, stante _la loro tarda vecchiezza._

La gerarchia generalizia era poi troppo ristretta in confronto degli

aspiranti. La piramide gerarchica nell'esercito Veneto si restringeva

talmente verso il vertice da rendere necessaria una longevità

pressochè biblica per raggiungerla. Nel 1781 i quadri dello _stato

generale_ erano: 1 tenente generale, 2 sergenti generali, 6 sergenti

maggiori di battaglia, oltre ai sopraintendenti del genio e della

cavalleria con il grado di colonnelli brigadieri. Il tenente generale

era Alvise Fracchia-Magagnini di 85 anni, di cui 68 di continuato

servizio; i sergenti generali erano Pasquali e Rade-Maina, vecchi

colonnelli dei _fanti oltramarini_; i sergenti maggiori di battaglia

Arnerich, Salimbeni, Maroli, Nonveller, Rado e Stràtico.

Non pochi di questi occupavano ancora le cariche generalizie nel 1796,

vale a dire che erano infeudati nell'ufficio da oltre tre lustri.

*

* *

Teoricamente i metodi per la elevazione degli ufficiali agli alti

gradi dell'esercito dovevano essere di garanzia sicura per la

bontà dei quadri. La procedura per la nomina delle cariche

generalizie--esclusivamente devolute alla scelta--era infatti

assai minuta, abbenchè non scevra di sospetti di favoritismo. A

tenore della così detta legge di _Ottazione_, cioè di avanzamento

[46], le vacanze nei gradi dovevano ripianarsi entro tre mesi

dacchè avvenivano; tempo più che necessario per una scrupolosa

valutazione dei titoli dei concorrenti, ma anche più che

sufficiente per dar modo alle consorterie di raggiungere i propri

fini.

I titoli presentati dai candidati formavano, nel loro assieme, i così

detti _piani di prova_. Vi figuravano i lunghi e buoni servigi

prestati sotto la vermiglia bandiera della Repubblica, le ferite, le

malattie sofferte a motivo del contagio, le azioni di merito e--ove ne

era il caso--anche le prigionie passate sotto i Turchi, i naufragi

patiti e la perdita degli averi. Gli ultimi tempi imbelli della

Serenissima avevano naturalmente assottigliato di molto il bagaglio

eroico di codesti titoli, surrogandoli con i più modesti e comuni

dell'anzianità e della età dei candidati, e su questi titoli si

esercitava la retorica degli ufficiali concorrenti.

Il sergente maggiore di battaglia Antonio Maroli così faceva, ad

esempio, nel 1782 l'apologia di sè medesimo, aspirando al grado del

valetudinario Rade-Maina collocato finalmente a riposo:

«Fino dai primi anni Antonio Maroli si incamminò alla professione

delle armi. Passato per la trafila dei vari gradi, con l'assiduità del

servizio e con la provata sua abilità giunse, nell'anno 1768, ad

occupare il grado di colonnello. Le attestazioni delle primarie

cariche da Mar e degli ufficiali dello Stato generale e di molti altri

graduati, rilevano di avere egli utilmente servito nel laborioso

carico di sergente maggiore nella importante piazza di Corfù,

impiegandosi pure, per varî anni, nella istruzione del reggimento,

negli esercizi e nella militare disciplina anche in pubblici

bastimenti in mar.

«Imbarcato sopra la nave _San Carlo_ che tradusse a Tenedo il fu

Ecc.mo Kav. Correr, _bailo_[47], si fermò sulla medesima in attenzione

dell'arrivo dell'altro Ecc.mo _bailo_ Francesco Foscari, ed in questo

frattempo attaccatasi grave epidemia nell'equipaggio di detta nave si

maneggiò egli presso i comandanti turchi per avere ricovero in

terra... Nel sostenere i governi delle armi (_comandi di presidio_) di

alcune città e fortezze nei differenti riparti di terra e di mar,

eguale fu la di lui attenzione ed attività, che gli conciliò

approvazione. Molto fu poi riconosciuta la di lui direzione nel

seguito ammutinamento di prigionieri di Brescia per metterli a dover,

nel quale malagevole incontro per 18 ore sostenne con coraggio il

fuoco degli ammutinati, e gli toccò vedere ai suoi piedi ucciso un

caporale e ferito un soldato»[48].

Le apologie più salienti dei _piani di prova_ erano pubblicate per le

stampe dai candidati più audaci o facoltosi, e diffuse per la

Dominante ad apparecchiare terreno per le deliberazioni finali del

Savio alla scrittura e del Senato. Era una specie di gara a foglietti,

dai tipi vistosi e dalla studiata mostra delle benemerenze personali;

una vera rassegna pubblica alla quale dovevano interessarsi non poco

gli spettatori dell'epoca ciarliera e spensierata dei _casini_, dei

_caffè_ e delle _gazzette_.

Per troncare gli effetti della mala pianta il Senato, nel 1783, volle

abolite codeste costumanze alquanto teatrali. Vietò ai candidati di

rimanere a Venezia durante le elezioni delle cariche generalizie, e

nel periodo di tempo immediatamente anteriore, ed in luogo dei _piani

di prova_ commise al Savio alla scrittura di compilare delle apposite

_note personali_, da produrre alla Consulta _al caso di ciascuna

vacanza_. La Consulta poi, avuto l'elenco dei migliori candidati,

votava o _ballottava_ su ciascuno di essi, in _Pien Collegio_, con

quattro quinti dei voti e l'elezione si confermava da ultimo in

Senato.

Eletto il nuovo generale, con le _ducali_ di nomina se ne fissava

anche lo stipendio.

*

* *

Scendiamo ora dal vertice della piramide gerarchica verso la grande e

massiccia sua base. Gli ufficiali veneti erano troppi per i soldati

che avevano da comandare e per le attribuzioni che dovevano compiere.

Nel 1776 si trovavano nei reggimenti attivi 33 colonnelli, altrettanti

tenenti colonnelli, 30 sergenti maggiori, 203 capitani, 31

capitani-tenenti, 184 tenenti, 237 alfieri o cornette per la

cavalleria e 163 cadetti. In totale, 964 officiali sull'effettivo di

10,605 _fazionieri_ o _comuni_ che contava l'esercito veneto di quel

tempo; e ciò senza tener conto degli ufficiali in servizio sedentario,

alle fortezze, al corpo del genio, all'Arsenale, ai governatorati

delle armi, alle scuole e di quelli infine con riserva di anzianità.

In sostanza, i quadri degli officiali della Serenissima avevano tutta

l'aria di un grande stato-maggiore a spasso.

Il grosso di questo stato-maggiore proveniva dalla _trafila_ della

troppa, come ne fa fede lo scarso numero dei cadetti presenti alle

armi nel 1776. Delle scuole militari esistenti a quell'epoca, il

collegio di Verona provvedeva al reclutamento dei corpi di artiglieria

e genio: quello di Zara, per la fanteria oltremarina, era ancora allo

stato rudimentale.

Riformatisi in appresso questi due istituti, quello di Verona nel 1764

e quello di Zara nel 1784, una nuova ondata, di formidabili

competitori venne ad affiancarsi alla vecchia corrente dei provenienti

dalla troppa nello aspirare ai gradi, di ufficiale[49].

Dal _Militar Collegio_ di Verona--come è noto--uscivano gli alfieri

dell'artiglieria e del genio ed, accessoriamente, anche quelli di

fanteria e di cavalleria. In queste ultime armi si transitavano però

quegli allievi che, al termine dei corsi, riportavano una

classificazione inferiore alla minima ritenuta necessaria per servire

nelle armi dotte, o coloro infine che--per mancanza di posti--non

trovavano più luogo nelle armi medesime. In questo caso i diseredati

dalla sorte potevano aspirare a far ritorno alle armi cui aspiravano,

concorrendo in turno ogni anno con i nuovi licenziati dall'istituto

veronese.

Dal collegio militare di Zara uscivano gli alfieri dei reggimenti

oltremarini e le cornette dei reggimenti di cavalleria. L'istituto

esisteva fin dal 1740, ma per difetto di concorrenti aveva vissuto una

vita stentata ed anemica fino al 1784, perchè la massa dei Dalmati

aspiranti ai gradi dell'esercito preferiva la via più lunga ma più

avventurosa del servizio anfibio sui pubblici legni e verso i confini

turcheschi, a quella più tediosa e nuova degli studî e dei riparti

d'istruzione.

Ma poiché--sotto l'impulso di Angelo Emo e del Savio Francesco

Vendramin--l'amministrazione veneta della guerra accennò a battere

nuove vie, ed il reclutamento degli ufficiali usciti dalle scuole

parve destinato a soppiantare ogni altra provenienza, il conflitto tra

il vecchio ed il nuovo, tra la pratica e la teoria, scoppiò clamoroso

ed inevitabile. Si accese allora la guerra tra i fautori del

tirocinio, dell'esperienza e dei titoli acquisiti, e quelli delle

accademie delle prove e degli esami. I tempi grigi e fiacchi non

offrendo verun'altra distrazione, fecero sì che gli ufficiali

dell'epoca si ingolfassero in queste lotte sterili ed acerbe con

l'ardore che proviene dall'ozio.

Mèta del tirocinio nei gradi di truppa era l'_alfierato_. Ad esso si

perveniva pel tramite dei cadetti, da parte dei giovani provenienti

dalle scuole, o per quello dei sergenti per parte dei borghesi e dei

gregari di truppa. Gli aspiranti alla carriera delle armi usciti dalle

buone famiglie veneziane, per essere ammessi nelle file dell'esercito

quale cadetti dovevano contare almeno 14 anni di età. Per raggiungere

lo stesso grado nella truppa occorrevano invece dai sei agli otto

anni.

Dopo tre anni di _buon servizio_ come cadetto, questi era promosso

alfiere, se di fanteria e cornetta se di cavalleria; e con l'alfiere,

detto per antonomasia il _primo grado di goletta_, cominciava il lungo

e faticoso calvario dell'ascesa ai gradi di ufficiale[50].

Questi si conferivano nell'interno del reggimento fino al grado di

sergente-maggiore. Ed i gradi erano quelli di tenente, di

capitano-tenente, o comandante della _compagnia del colonnello_, di

capitano, di sergente-maggiore, o comandante di battaglione: i gradi

di tenente colonnello e di colonnello si conferivano a ruolo unico

sulla totalità della rispettiva arma o riparto[51].

Per progredire nella carriera si doveva tenere conto delle prove

comparative, dell'_abilità_, del _merito_ e della _anzianità_ dei

singoli concorrenti [52]; requisiti tutti codesti domandati sia dalle

anteriori leggi di _ottazione_, compilate da Francesco Morosini, sia

da quelle redatte dal generale Molin (1695).

Nella pratica delle cose però l'anzianità ed il merito avevano la

preminenza, comprendendosi sotto questo ultimo titolo le campagne di

guerra, le ferite e le «occasioni vive», come dicevasi a quel tempo

con vocabolo comprensivo per dinotare tutte le benemerenze dei

candidati dovute comunque al rischio personale.

Ma cresciuto il favore delle scuole professionali, il merito e

l'anzianità dovettero cedere di fronte all'abilità comprovata dagli

esami, e con questi e per questi il Savio si proponeva di svecchiare i

quadri dell'esercito.

L'alfiere doveva dar saggio di comandare in modo inappuntabile tutti

gli esercizi della compagnia, in presenza del sergente maggiore, del

colonnello e del tenente colonnello del reggimento. Egli doveva

inoltre rispondere a tutte le interrogazioni che i detti ufficiali

avessero creduto di rivolgergli sul _Libretto Militar_, ossia

catechismo degli esercizi, e sul servizio in campagna compilato dal

maresciallo Schoulemburg. Infine doveva rivelarsi provetto nel

maneggio delle armi, della picca e della _sargentina_, conoscere la

suddivisione del reggimento in _plotoni, divisioni, ali, centro_, dare

ragione di tutti i _tocchi_ di tamburo e superare alcune prove sulle

matematiche elementari e sul disegno. Il tenente--oltre che

dimostrarsi come l'alfiere idoneo nel maneggio del fucile e della

picca--doveva saper compilare _polizze di scansi_, ossia liste di

deconto individuale, redigere quietanze dei depositi di danaro che,

eventualmente, i soldati gli avessero confidato, tenere al corrente la

_vacchetta_, o giornale di presenza della compagnia, infine comprovare

un'abilità professionale pari alla richiesta nelle prove degli

alfieri.

In questi semplici esperimenti s'accanì quindi la lotta tra

conservatori e novatori in materia di avanzamento, quando i programmi

furono rimaneggiati con criteri restrittivi, specie per i gradi

superiori. Nel giugno 1785, rendendosi vacante il posto di

sergente-maggiore nel reggimento di fanti italiani _Marin Conti_,

aspirarono ad esso tre capitani del corpo medesimo. Il verbale

_giurato_ di idoneità a sostenere le prove di uno dei candidati così

si esprimeva:

«Facciamo fede, con nostro giuramento et vincolo di onore, noi qui

sottoscritti graduati nel reggimento _colonnello Marin Conti_, dei

fanti italiani, come il capitanio Michiel Antonio Gosetti ha sempre

adempiuto alle parti tutte del suo dovere, con puntualità ed abilità

in tutto quello che appartiene al pubblico servizio. Come anche nella

subordinazione et obbedienza con i suoi superiori e con nostra intera

soddisfazione egli non è mai incorso in verun militar castigo, nè si

abusò di licenze per stare lontano dal proprio reggimento, adornato

essendo di onorati costumi, degno adunque delle nostre veridiche

attestazioni, per cui gli rilasciamo la presente perchè possa

valersene»[53].

*

* *

Gli esami da capitano a sergente-maggiore erano insieme pratici e

teorici. Nei primi il candidato doveva sottoporsi alle prove seguenti:

«1°) Riconoscerà il battaglione in tutte le sue parti e lo ripartirà

con i bassi uffiziali--2°) Farà la disposizione degli uffiziali e li

manderà in parata--3°) Farà passare ufficiali e sottufficiali in coda

per il maneggio delle armi--4°) Ordinerà e comanderà il maneggio delle

armi, con li necessari avvertimenti--5°) Ordinerà due raddoppi di

file, uno sulla sinistra in avanti, per mezzo-battaglione, l'altro che

le divisioni delle ali raddoppino quelle del centro--6°) Si ridurrà in

istato di battaglia--7°) Farà fuoco con quattro plotoni, principiando

dalli quattro plotoni del centro--8°) Farà fuoco con due mezze

divisioni dalle ali al centro--9°) Staccherà la marcia per

mezze-divisioni in fianco, e si ridurrà in divisioni con passo

francese (accelerato)--10°) Formerà il quadrato in marcia--11°) Farà

una scarica generale--12°) Disfarà il quadrato e ridurrà il

battaglione in istato di parata»[54].

Gli esami teorici comprendevano i doveri degli ufficiali di ogni

grado, cominciando da quelli dell'alfiere e terminando con quelli del

sergente maggiore, tanto nel reggimento che nella brigata. Le tesi

trattavano del giornaliero servizio di piazza, del modo di accampare

ed acquartierare il reggimento, di marciare con il reggimento da un

luogo ad un altro, di imbarcarlo e di sbarcarlo in buon ordine, della

maniera di tenere disciplinati gli ufficiali, i sottufficiali e la

truppa, dei sistemi di redigere _piedilista, dettagli_, di _passar

rassegne_, di distribuire infine i riparti nei quartieri e di

raccoglierli nelle piazze d'armi[55].

Più caratteristiche erano le prove per l'arma di cavalleria, in quanto

quest'arma poteva considerarsi esotica in un esercito a base

marinaresca come era quello della Serenissima, anche nei tempi dello

splendore. Così, nel marzo del 1795, rendendosi vacante in Verona il

posto di sergente-maggiore[56] nel reggimento dei dragoni _Colonnello

Giovanni Antonio Soffietti_, si presentarono candidati alle prescritte

prove sei degli otto capitani comandanti di compagnia, e ad essi

furono proposti i seguenti quesiti, da estrarsi a sorte in numero di

quattro per ogni esaminando:

«1°) Data una distanza di 100 miglia, data la premura del comandante

che il nostro squadrone arrivi quanto più presto possibile ad unirsi

ad un'altra cavalleria colà esistente, e data infine la qualità del

cammino, si ricerca in quanti giorni, _senza troppo disagio_, sarà

compiuta la marcia e di quali avvertenze abbia a far uso durante il

viaggio--2°) Acquartierata la cavalleria in una grossa terra in

prossimità del nemico, quali saranno le precauzioni contro le

sorprese--3°) Con quali avvertenze si custodiscono i prigionieri di

guerra mentre si conducono al luogo loro assegnato--4°) In qual modo

si scorta un convoglio di vittuarie passando per i luoghi

sospetti--5°) Come si marcia alla _sordina_--6°) Contromarce per

righe--7°) Come si mettono in contribuzione i villaggi nemici, vigente

sempre il timore che il nemico ci sia alle spalle--8°) Se lo squadrone

arrivasse ad un fiume inguadabile, che ripieghi si farebbero--9°) Lo

squadrone, in colonna di divisioni, si trova su di una strada dove i

cavalli non possono che marciare di passo: esso è forzato a ritirarsi

facendo fuoco. Si effettui la relativa ritirata--10°) Modo di caricare

contemporaneamente il nemico sulla fronte e sulle ali: la parte più

forte sulla fronte, due parti minori sulle ali--11°) Attacco di

cavalleria in un bosco--12°) Come si fa a foraggiare--13°) Cammin

facendo, se si trovasse uno staccamento (_distaccamento_) nemico

trincerato che ci impedisse di marciare, quale sia il partito

migliore»[57].

Esaminiamo da ultimo le prove prescritte per l'artiglieria, allo scopo

di formarci un giudizio esatto sull'entità degli esperimenti e sul

grado, di istruzione degli ufficiali Veneti del tempo. Nel 1782, per

gli aspiranti al posto vacante di capitano-tenente nel _Reggimento

Artiglieria_ si richiedevano le prove seguenti:

«1°) Le quattro prime operazioni aritmetiche, frazioni, radici

quadrate e cubiche, regola del tre diretta ed inversa--2°) Sui primi

sei libri della geometria--3°) Sulla trigonometria piana--4°) Sull'uso

delle tavole balistiche per i tiri orizzontali ed obliqui--5°) Sopra

la proprietà della parabola relativamente ai tiri di bomba--6°)

Sull'uso della tavoletta pretoriana--7°) Sopra i vari generi di

calibri dell'artiglieria--8°) Come si prendono le misure di un pezzo

di artiglieria per farvi un letto (_affusto_)--9°) Quali sono gli

apprestamenti usati nell'artiglieria veneta per il servizio delle

artiglierie navali, murali e campali--10°) Quale è il modo di numerare

le palle, bombe, granate, unite in piramide o in altra figura--11°)

Come disporre le cose spettanti all'artiglieria sopra i legni armati

al caso di combattere--12°) Come si forniscono le racchette ad uso di

segnali e le candele ardenti ad uso delle minute artiglierie, le

spolette e le bombe ad uso dei cannoni, mortai ed obusieri--13°) Come

si misura il tempo in cui una bomba percorre un dato spazio--14°)

Esercizi campali ed evoluzioni del _Reggimento Artiglieria_, giusta le

istruzioni del brigadiere conte Stràtico» [58].

Per gli aspiranti al grado di sergente-maggiore nell'arma[59] alle

menzionate prove si aggiungevano esami di meccanica, di stàtica, di

resistenza delle bocche da fuoco, di potenza degli esplosivi, oltre ad

esperimenti sulle manopere di forza e relativi comandi, sulle opere

difensive e di fortificazione.[60]

*

* *

Si spiega adunque come col crescere di tale florilegio scientifico,

sbocciato come un'oasi nel campo uniforme degli umili fiori campestri

dell'anzianità e delle _occasioni vive_, i giovani ufficiali usciti

dalle scuole venete del tempo si trovassero in condizioni

spiccatamente favorevoli in paragone dei canuti colleghi passati per i

gradi inferiori di truppa. Molti di questi erano invecchiati nelle

scolte sui diruti rampari della Repubblica, a Corfù, a Parga, a Zante

ed a Cefalonia, si erano temprati ai miasmi mortiferi dì Prevesa, di

Vonizza e di Butrinto, avevano scritto infine l'ultimo capitolo--per

quanto assai mutato nel decoro guerresco--dell'epica lotta accesasi

tra la Cristianità ed il Turco, dalle crociate a Lepanto e da Candia

in Morea, vigilando come sentinelle perdute verso i confini musulmani

sui lontani castelli di Dernis, di Clissa e di Knin.

Ed il bilancio del servizio di queste scolte fedeli--quasi fatte

simbolo di una potenza della quale più non rimaneva che il nome--era

solenne come un piccolo monumento di storia individuale. Storia dei

tempi, fatta non già di novità sibbene di lunga e paziente attesa.

Sfogliamo un poco tra le pagine di codesti titoli vetusti. Dagli

stati di servizio prodotti dai capitani Zorzi Rizzardi e Donà

Dobrilovich al Senato per ottenere la loro giubilazione, risulta

che il primo di questi era soldato dal 1734, cadetto nel 1740,

alfiere nel 1753, tenente nel 1766, capitano-tenente nel 1778,

capitano nell'anno medesimo; vale a dire che aveva impiegato ben

51 anni di servizio per ottenere quest'ultimo grado, dei 68 di età

che contava il postulante. Il collega Dobrilovich era soldato dal

1733, caporale nel 1739, sergente nel 1742, alfiere nel 1745,

tenente nel 1766, capitano-tenente nel 1773 e capitano pure nello

stesso anno: gli erano quindi occorsi 51 anni per raggiungere la

desiderata mèta di comandante di compagnia, accumulando per via il

fardello di ben 68 anni di età.

Nè gli _accademici_, per dir così, erano i soli a far concorrenza ai

vecchi soldati della Repubblica. Oltre ad essi si dovevano contare gli

ufficiali _sopranumerari_, cioè quelli il cui _rollo_ di anzianità era

per un motivo qualsivoglia sospeso, i provenienti dai nobili e dai

figli degli ufficiali, ed infine i _titolati_, cioè coloro che in

virtù di una grazia sovrana, per benemerenze personali o di famiglia,

ricevevano un grado ed i relativi emolumenti senza però disimpegnarne

gli uffici.

Ingrossata così la schiera dei competitori--talchè i cadetti nel 1781

erano cresciuti a 605, laddove nel 1776 toccavano il centinaio e mezzo

appena--il malcontento dei vecchi ufficiali non ebbe più ritegno.

«Quando--dice un'istanza avanzata al Senato dal tenente Teodoro

Psalidi, del Reggimento di Artiglieria--dovetti fare le prove anche

nelle scienze matematiche, volendo aspirare al grado di

capitano-tenente, e mi venne imposto di prestarmi in tali studi che

non mi erano mai stati prescritti, mai insegnati dai miei superiori,

cui infine non ebbi mai il tempo di applicarmi, mi cadde l'animo.

Pensi dunque l'E. V. quanto inaspettato mi giungesse il nuovo

precetto, grave e difficile, di immergermi in quei ardui studi nel

periodo ristretto di 18 mesi, termine alle prove assegnato, e quanto

fosse il mio svantaggio rimpetto ai giovani tenenti di me meno

anziani, che tratti recentemente dal Militar Collegio di Verona

avevano avuta la fortuna di essere da valenti maestri istrutti con

ottima disciplina in quelle scienze»[61].

Nelle armi di linea, si impugnava in luogo delle tesi scientifiche il

valore delle prescritte prove, per quanto si riferivano alla parte

teorica del regolamento di esercizi e di quello sul servizio delle

truppe in campagna. Il Senato ed il Savio, imbarazzati di fronte a

questa selva di proteste che rimpinzavano di suppliche e di lagni le

voluminose filze del carteggio, ordinarono infine alle commissioni

reggimentali di rassegnare i titoli dei candidati e le prove di esame

al Savio stesso, acciocchè questi potesse giudicare con uniformità, di

criteri, come in ultimo appello. Ma non per questo i lagni cessarono:

occorreva un rinnovamento profondo di uomini e di principi per porre

rimedio al male, e questo rimedio non poteva essere nelle mani della

vetusta Serenissima.

La Campagna del 1796 nel Veneto Parte prima: La decadenza militare della serenissima uomini ed armi · 第 2 / 11 段