il servizio i beni ed i mali delle diverse guarnigioni d'Italia e
d'oltremare, il Senato aveva stabilito un _turno di generali_; ossia
un determinato ordine di successione dei generali medesimi al comando
dei quattro grandi _riparti militari_ in cui si suddivideva il
territorio della Repubblica[45].
Fu assegnato allora in Levante il sergente-generale Maroti, con i
sergenti maggiori di battaglia Bubich e Craina; in Dalmazia il
sergente generale Salimbeni--ricordato più sopra--con i sergenti
maggiori di battaglia Nonveller ed Arnerich; in Italia il tenente
generale Pasquali, con i sergenti maggiori di battaglia Stràtico e
Bado. Dopo quattro anni questi generali dovevano mutare residenza, ma
nel 1790--cioè allo spirare del primo quadriennio dacchè la
determinazione fu presa--il sergente maggiore di battaglia Arnerich
faceva sapere al Savio alla scrittura che egli non era più in grado di
muoversi dalla Dalmazia, perchè diventato più che nonagenario.
E non soltanto i generali erano incapaci di viaggiare dall'Italia,
oltremare e viceversa. Nello stesso anno 1790 anche i colonnelli
brigadieri Macedonia e Gazo si dovettero lasciare alle rispettive
guarnigioni, stante _la loro tarda vecchiezza._
La gerarchia generalizia era poi troppo ristretta in confronto degli
aspiranti. La piramide gerarchica nell'esercito Veneto si restringeva
talmente verso il vertice da rendere necessaria una longevità
pressochè biblica per raggiungerla. Nel 1781 i quadri dello _stato
generale_ erano: 1 tenente generale, 2 sergenti generali, 6 sergenti
maggiori di battaglia, oltre ai sopraintendenti del genio e della
cavalleria con il grado di colonnelli brigadieri. Il tenente generale
era Alvise Fracchia-Magagnini di 85 anni, di cui 68 di continuato
servizio; i sergenti generali erano Pasquali e Rade-Maina, vecchi
colonnelli dei _fanti oltramarini_; i sergenti maggiori di battaglia
Arnerich, Salimbeni, Maroli, Nonveller, Rado e Stràtico.
Non pochi di questi occupavano ancora le cariche generalizie nel 1796,
vale a dire che erano infeudati nell'ufficio da oltre tre lustri.
*
* *
Teoricamente i metodi per la elevazione degli ufficiali agli alti
gradi dell'esercito dovevano essere di garanzia sicura per la
bontà dei quadri. La procedura per la nomina delle cariche
generalizie--esclusivamente devolute alla scelta--era infatti
assai minuta, abbenchè non scevra di sospetti di favoritismo. A
tenore della così detta legge di _Ottazione_, cioè di avanzamento
[46], le vacanze nei gradi dovevano ripianarsi entro tre mesi
dacchè avvenivano; tempo più che necessario per una scrupolosa
valutazione dei titoli dei concorrenti, ma anche più che
sufficiente per dar modo alle consorterie di raggiungere i propri
fini.
I titoli presentati dai candidati formavano, nel loro assieme, i così
detti _piani di prova_. Vi figuravano i lunghi e buoni servigi
prestati sotto la vermiglia bandiera della Repubblica, le ferite, le
malattie sofferte a motivo del contagio, le azioni di merito e--ove ne
era il caso--anche le prigionie passate sotto i Turchi, i naufragi
patiti e la perdita degli averi. Gli ultimi tempi imbelli della
Serenissima avevano naturalmente assottigliato di molto il bagaglio
eroico di codesti titoli, surrogandoli con i più modesti e comuni
dell'anzianità e della età dei candidati, e su questi titoli si
esercitava la retorica degli ufficiali concorrenti.
Il sergente maggiore di battaglia Antonio Maroli così faceva, ad
esempio, nel 1782 l'apologia di sè medesimo, aspirando al grado del
valetudinario Rade-Maina collocato finalmente a riposo:
«Fino dai primi anni Antonio Maroli si incamminò alla professione
delle armi. Passato per la trafila dei vari gradi, con l'assiduità del
servizio e con la provata sua abilità giunse, nell'anno 1768, ad
occupare il grado di colonnello. Le attestazioni delle primarie
cariche da Mar e degli ufficiali dello Stato generale e di molti altri
graduati, rilevano di avere egli utilmente servito nel laborioso
carico di sergente maggiore nella importante piazza di Corfù,
impiegandosi pure, per varî anni, nella istruzione del reggimento,
negli esercizi e nella militare disciplina anche in pubblici
bastimenti in mar.
«Imbarcato sopra la nave _San Carlo_ che tradusse a Tenedo il fu
Ecc.mo Kav. Correr, _bailo_[47], si fermò sulla medesima in attenzione
dell'arrivo dell'altro Ecc.mo _bailo_ Francesco Foscari, ed in questo
frattempo attaccatasi grave epidemia nell'equipaggio di detta nave si
maneggiò egli presso i comandanti turchi per avere ricovero in
terra... Nel sostenere i governi delle armi (_comandi di presidio_) di
alcune città e fortezze nei differenti riparti di terra e di mar,
eguale fu la di lui attenzione ed attività, che gli conciliò
approvazione. Molto fu poi riconosciuta la di lui direzione nel
seguito ammutinamento di prigionieri di Brescia per metterli a dover,
nel quale malagevole incontro per 18 ore sostenne con coraggio il
fuoco degli ammutinati, e gli toccò vedere ai suoi piedi ucciso un
caporale e ferito un soldato»[48].
Le apologie più salienti dei _piani di prova_ erano pubblicate per le
stampe dai candidati più audaci o facoltosi, e diffuse per la
Dominante ad apparecchiare terreno per le deliberazioni finali del
Savio alla scrittura e del Senato. Era una specie di gara a foglietti,
dai tipi vistosi e dalla studiata mostra delle benemerenze personali;
una vera rassegna pubblica alla quale dovevano interessarsi non poco
gli spettatori dell'epoca ciarliera e spensierata dei _casini_, dei
_caffè_ e delle _gazzette_.
Per troncare gli effetti della mala pianta il Senato, nel 1783, volle
abolite codeste costumanze alquanto teatrali. Vietò ai candidati di
rimanere a Venezia durante le elezioni delle cariche generalizie, e
nel periodo di tempo immediatamente anteriore, ed in luogo dei _piani
di prova_ commise al Savio alla scrittura di compilare delle apposite
_note personali_, da produrre alla Consulta _al caso di ciascuna
vacanza_. La Consulta poi, avuto l'elenco dei migliori candidati,
votava o _ballottava_ su ciascuno di essi, in _Pien Collegio_, con
quattro quinti dei voti e l'elezione si confermava da ultimo in
Senato.
Eletto il nuovo generale, con le _ducali_ di nomina se ne fissava
anche lo stipendio.
*
* *
Scendiamo ora dal vertice della piramide gerarchica verso la grande e
massiccia sua base. Gli ufficiali veneti erano troppi per i soldati
che avevano da comandare e per le attribuzioni che dovevano compiere.
Nel 1776 si trovavano nei reggimenti attivi 33 colonnelli, altrettanti
tenenti colonnelli, 30 sergenti maggiori, 203 capitani, 31
capitani-tenenti, 184 tenenti, 237 alfieri o cornette per la
cavalleria e 163 cadetti. In totale, 964 officiali sull'effettivo di
10,605 _fazionieri_ o _comuni_ che contava l'esercito veneto di quel
tempo; e ciò senza tener conto degli ufficiali in servizio sedentario,
alle fortezze, al corpo del genio, all'Arsenale, ai governatorati
delle armi, alle scuole e di quelli infine con riserva di anzianità.
In sostanza, i quadri degli officiali della Serenissima avevano tutta
l'aria di un grande stato-maggiore a spasso.
Il grosso di questo stato-maggiore proveniva dalla _trafila_ della
troppa, come ne fa fede lo scarso numero dei cadetti presenti alle
armi nel 1776. Delle scuole militari esistenti a quell'epoca, il
collegio di Verona provvedeva al reclutamento dei corpi di artiglieria
e genio: quello di Zara, per la fanteria oltremarina, era ancora allo
stato rudimentale.
Riformatisi in appresso questi due istituti, quello di Verona nel 1764
e quello di Zara nel 1784, una nuova ondata, di formidabili
competitori venne ad affiancarsi alla vecchia corrente dei provenienti
dalla troppa nello aspirare ai gradi, di ufficiale[49].
Dal _Militar Collegio_ di Verona--come è noto--uscivano gli alfieri
dell'artiglieria e del genio ed, accessoriamente, anche quelli di
fanteria e di cavalleria. In queste ultime armi si transitavano però
quegli allievi che, al termine dei corsi, riportavano una
classificazione inferiore alla minima ritenuta necessaria per servire
nelle armi dotte, o coloro infine che--per mancanza di posti--non
trovavano più luogo nelle armi medesime. In questo caso i diseredati
dalla sorte potevano aspirare a far ritorno alle armi cui aspiravano,
concorrendo in turno ogni anno con i nuovi licenziati dall'istituto
veronese.
Dal collegio militare di Zara uscivano gli alfieri dei reggimenti
oltremarini e le cornette dei reggimenti di cavalleria. L'istituto
esisteva fin dal 1740, ma per difetto di concorrenti aveva vissuto una
vita stentata ed anemica fino al 1784, perchè la massa dei Dalmati
aspiranti ai gradi dell'esercito preferiva la via più lunga ma più
avventurosa del servizio anfibio sui pubblici legni e verso i confini
turcheschi, a quella più tediosa e nuova degli studî e dei riparti
d'istruzione.
Ma poiché--sotto l'impulso di Angelo Emo e del Savio Francesco
Vendramin--l'amministrazione veneta della guerra accennò a battere
nuove vie, ed il reclutamento degli ufficiali usciti dalle scuole
parve destinato a soppiantare ogni altra provenienza, il conflitto tra
il vecchio ed il nuovo, tra la pratica e la teoria, scoppiò clamoroso
ed inevitabile. Si accese allora la guerra tra i fautori del
tirocinio, dell'esperienza e dei titoli acquisiti, e quelli delle
accademie delle prove e degli esami. I tempi grigi e fiacchi non
offrendo verun'altra distrazione, fecero sì che gli ufficiali
dell'epoca si ingolfassero in queste lotte sterili ed acerbe con
l'ardore che proviene dall'ozio.
Mèta del tirocinio nei gradi di truppa era l'_alfierato_. Ad esso si
perveniva pel tramite dei cadetti, da parte dei giovani provenienti
dalle scuole, o per quello dei sergenti per parte dei borghesi e dei
gregari di truppa. Gli aspiranti alla carriera delle armi usciti dalle
buone famiglie veneziane, per essere ammessi nelle file dell'esercito
quale cadetti dovevano contare almeno 14 anni di età. Per raggiungere
lo stesso grado nella truppa occorrevano invece dai sei agli otto
anni.
Dopo tre anni di _buon servizio_ come cadetto, questi era promosso
alfiere, se di fanteria e cornetta se di cavalleria; e con l'alfiere,
detto per antonomasia il _primo grado di goletta_, cominciava il lungo
e faticoso calvario dell'ascesa ai gradi di ufficiale[50].
Questi si conferivano nell'interno del reggimento fino al grado di
sergente-maggiore. Ed i gradi erano quelli di tenente, di
capitano-tenente, o comandante della _compagnia del colonnello_, di
capitano, di sergente-maggiore, o comandante di battaglione: i gradi
di tenente colonnello e di colonnello si conferivano a ruolo unico
sulla totalità della rispettiva arma o riparto[51].
Per progredire nella carriera si doveva tenere conto delle prove
comparative, dell'_abilità_, del _merito_ e della _anzianità_ dei
singoli concorrenti [52]; requisiti tutti codesti domandati sia dalle
anteriori leggi di _ottazione_, compilate da Francesco Morosini, sia
da quelle redatte dal generale Molin (1695).
Nella pratica delle cose però l'anzianità ed il merito avevano la
preminenza, comprendendosi sotto questo ultimo titolo le campagne di
guerra, le ferite e le «occasioni vive», come dicevasi a quel tempo
con vocabolo comprensivo per dinotare tutte le benemerenze dei
candidati dovute comunque al rischio personale.
Ma cresciuto il favore delle scuole professionali, il merito e
l'anzianità dovettero cedere di fronte all'abilità comprovata dagli
esami, e con questi e per questi il Savio si proponeva di svecchiare i
quadri dell'esercito.
L'alfiere doveva dar saggio di comandare in modo inappuntabile tutti
gli esercizi della compagnia, in presenza del sergente maggiore, del
colonnello e del tenente colonnello del reggimento. Egli doveva
inoltre rispondere a tutte le interrogazioni che i detti ufficiali
avessero creduto di rivolgergli sul _Libretto Militar_, ossia
catechismo degli esercizi, e sul servizio in campagna compilato dal
maresciallo Schoulemburg. Infine doveva rivelarsi provetto nel
maneggio delle armi, della picca e della _sargentina_, conoscere la
suddivisione del reggimento in _plotoni, divisioni, ali, centro_, dare
ragione di tutti i _tocchi_ di tamburo e superare alcune prove sulle
matematiche elementari e sul disegno. Il tenente--oltre che
dimostrarsi come l'alfiere idoneo nel maneggio del fucile e della
picca--doveva saper compilare _polizze di scansi_, ossia liste di
deconto individuale, redigere quietanze dei depositi di danaro che,
eventualmente, i soldati gli avessero confidato, tenere al corrente la
_vacchetta_, o giornale di presenza della compagnia, infine comprovare
un'abilità professionale pari alla richiesta nelle prove degli
alfieri.
In questi semplici esperimenti s'accanì quindi la lotta tra
conservatori e novatori in materia di avanzamento, quando i programmi
furono rimaneggiati con criteri restrittivi, specie per i gradi
superiori. Nel giugno 1785, rendendosi vacante il posto di
sergente-maggiore nel reggimento di fanti italiani _Marin Conti_,
aspirarono ad esso tre capitani del corpo medesimo. Il verbale
_giurato_ di idoneità a sostenere le prove di uno dei candidati così
si esprimeva:
«Facciamo fede, con nostro giuramento et vincolo di onore, noi qui
sottoscritti graduati nel reggimento _colonnello Marin Conti_, dei
fanti italiani, come il capitanio Michiel Antonio Gosetti ha sempre
adempiuto alle parti tutte del suo dovere, con puntualità ed abilità
in tutto quello che appartiene al pubblico servizio. Come anche nella
subordinazione et obbedienza con i suoi superiori e con nostra intera
soddisfazione egli non è mai incorso in verun militar castigo, nè si
abusò di licenze per stare lontano dal proprio reggimento, adornato
essendo di onorati costumi, degno adunque delle nostre veridiche
attestazioni, per cui gli rilasciamo la presente perchè possa
valersene»[53].
*
* *
Gli esami da capitano a sergente-maggiore erano insieme pratici e
teorici. Nei primi il candidato doveva sottoporsi alle prove seguenti:
«1°) Riconoscerà il battaglione in tutte le sue parti e lo ripartirà
con i bassi uffiziali--2°) Farà la disposizione degli uffiziali e li
manderà in parata--3°) Farà passare ufficiali e sottufficiali in coda
per il maneggio delle armi--4°) Ordinerà e comanderà il maneggio delle
armi, con li necessari avvertimenti--5°) Ordinerà due raddoppi di
file, uno sulla sinistra in avanti, per mezzo-battaglione, l'altro che
le divisioni delle ali raddoppino quelle del centro--6°) Si ridurrà in
istato di battaglia--7°) Farà fuoco con quattro plotoni, principiando
dalli quattro plotoni del centro--8°) Farà fuoco con due mezze
divisioni dalle ali al centro--9°) Staccherà la marcia per
mezze-divisioni in fianco, e si ridurrà in divisioni con passo
francese (accelerato)--10°) Formerà il quadrato in marcia--11°) Farà
una scarica generale--12°) Disfarà il quadrato e ridurrà il
battaglione in istato di parata»[54].
Gli esami teorici comprendevano i doveri degli ufficiali di ogni
grado, cominciando da quelli dell'alfiere e terminando con quelli del
sergente maggiore, tanto nel reggimento che nella brigata. Le tesi
trattavano del giornaliero servizio di piazza, del modo di accampare
ed acquartierare il reggimento, di marciare con il reggimento da un
luogo ad un altro, di imbarcarlo e di sbarcarlo in buon ordine, della
maniera di tenere disciplinati gli ufficiali, i sottufficiali e la
truppa, dei sistemi di redigere _piedilista, dettagli_, di _passar
rassegne_, di distribuire infine i riparti nei quartieri e di
raccoglierli nelle piazze d'armi[55].
Più caratteristiche erano le prove per l'arma di cavalleria, in quanto
quest'arma poteva considerarsi esotica in un esercito a base
marinaresca come era quello della Serenissima, anche nei tempi dello
splendore. Così, nel marzo del 1795, rendendosi vacante in Verona il
posto di sergente-maggiore[56] nel reggimento dei dragoni _Colonnello
Giovanni Antonio Soffietti_, si presentarono candidati alle prescritte
prove sei degli otto capitani comandanti di compagnia, e ad essi
furono proposti i seguenti quesiti, da estrarsi a sorte in numero di
quattro per ogni esaminando:
«1°) Data una distanza di 100 miglia, data la premura del comandante
che il nostro squadrone arrivi quanto più presto possibile ad unirsi
ad un'altra cavalleria colà esistente, e data infine la qualità del
cammino, si ricerca in quanti giorni, _senza troppo disagio_, sarà
compiuta la marcia e di quali avvertenze abbia a far uso durante il
viaggio--2°) Acquartierata la cavalleria in una grossa terra in
prossimità del nemico, quali saranno le precauzioni contro le
sorprese--3°) Con quali avvertenze si custodiscono i prigionieri di
guerra mentre si conducono al luogo loro assegnato--4°) In qual modo
si scorta un convoglio di vittuarie passando per i luoghi
sospetti--5°) Come si marcia alla _sordina_--6°) Contromarce per
righe--7°) Come si mettono in contribuzione i villaggi nemici, vigente
sempre il timore che il nemico ci sia alle spalle--8°) Se lo squadrone
arrivasse ad un fiume inguadabile, che ripieghi si farebbero--9°) Lo
squadrone, in colonna di divisioni, si trova su di una strada dove i
cavalli non possono che marciare di passo: esso è forzato a ritirarsi
facendo fuoco. Si effettui la relativa ritirata--10°) Modo di caricare
contemporaneamente il nemico sulla fronte e sulle ali: la parte più
forte sulla fronte, due parti minori sulle ali--11°) Attacco di
cavalleria in un bosco--12°) Come si fa a foraggiare--13°) Cammin
facendo, se si trovasse uno staccamento (_distaccamento_) nemico
trincerato che ci impedisse di marciare, quale sia il partito
migliore»[57].
Esaminiamo da ultimo le prove prescritte per l'artiglieria, allo scopo
di formarci un giudizio esatto sull'entità degli esperimenti e sul
grado, di istruzione degli ufficiali Veneti del tempo. Nel 1782, per
gli aspiranti al posto vacante di capitano-tenente nel _Reggimento
Artiglieria_ si richiedevano le prove seguenti:
«1°) Le quattro prime operazioni aritmetiche, frazioni, radici
quadrate e cubiche, regola del tre diretta ed inversa--2°) Sui primi
sei libri della geometria--3°) Sulla trigonometria piana--4°) Sull'uso
delle tavole balistiche per i tiri orizzontali ed obliqui--5°) Sopra
la proprietà della parabola relativamente ai tiri di bomba--6°)
Sull'uso della tavoletta pretoriana--7°) Sopra i vari generi di
calibri dell'artiglieria--8°) Come si prendono le misure di un pezzo
di artiglieria per farvi un letto (_affusto_)--9°) Quali sono gli
apprestamenti usati nell'artiglieria veneta per il servizio delle
artiglierie navali, murali e campali--10°) Quale è il modo di numerare
le palle, bombe, granate, unite in piramide o in altra figura--11°)
Come disporre le cose spettanti all'artiglieria sopra i legni armati
al caso di combattere--12°) Come si forniscono le racchette ad uso di
segnali e le candele ardenti ad uso delle minute artiglierie, le
spolette e le bombe ad uso dei cannoni, mortai ed obusieri--13°) Come
si misura il tempo in cui una bomba percorre un dato spazio--14°)
Esercizi campali ed evoluzioni del _Reggimento Artiglieria_, giusta le
istruzioni del brigadiere conte Stràtico» [58].
Per gli aspiranti al grado di sergente-maggiore nell'arma[59] alle
menzionate prove si aggiungevano esami di meccanica, di stàtica, di
resistenza delle bocche da fuoco, di potenza degli esplosivi, oltre ad
esperimenti sulle manopere di forza e relativi comandi, sulle opere
difensive e di fortificazione.[60]
*
* *
Si spiega adunque come col crescere di tale florilegio scientifico,
sbocciato come un'oasi nel campo uniforme degli umili fiori campestri
dell'anzianità e delle _occasioni vive_, i giovani ufficiali usciti
dalle scuole venete del tempo si trovassero in condizioni
spiccatamente favorevoli in paragone dei canuti colleghi passati per i
gradi inferiori di truppa. Molti di questi erano invecchiati nelle
scolte sui diruti rampari della Repubblica, a Corfù, a Parga, a Zante
ed a Cefalonia, si erano temprati ai miasmi mortiferi dì Prevesa, di
Vonizza e di Butrinto, avevano scritto infine l'ultimo capitolo--per
quanto assai mutato nel decoro guerresco--dell'epica lotta accesasi
tra la Cristianità ed il Turco, dalle crociate a Lepanto e da Candia
in Morea, vigilando come sentinelle perdute verso i confini musulmani
sui lontani castelli di Dernis, di Clissa e di Knin.
Ed il bilancio del servizio di queste scolte fedeli--quasi fatte
simbolo di una potenza della quale più non rimaneva che il nome--era
solenne come un piccolo monumento di storia individuale. Storia dei
tempi, fatta non già di novità sibbene di lunga e paziente attesa.
Sfogliamo un poco tra le pagine di codesti titoli vetusti. Dagli
stati di servizio prodotti dai capitani Zorzi Rizzardi e Donà
Dobrilovich al Senato per ottenere la loro giubilazione, risulta
che il primo di questi era soldato dal 1734, cadetto nel 1740,
alfiere nel 1753, tenente nel 1766, capitano-tenente nel 1778,
capitano nell'anno medesimo; vale a dire che aveva impiegato ben
51 anni di servizio per ottenere quest'ultimo grado, dei 68 di età
che contava il postulante. Il collega Dobrilovich era soldato dal
1733, caporale nel 1739, sergente nel 1742, alfiere nel 1745,
tenente nel 1766, capitano-tenente nel 1773 e capitano pure nello
stesso anno: gli erano quindi occorsi 51 anni per raggiungere la
desiderata mèta di comandante di compagnia, accumulando per via il
fardello di ben 68 anni di età.
Nè gli _accademici_, per dir così, erano i soli a far concorrenza ai
vecchi soldati della Repubblica. Oltre ad essi si dovevano contare gli
ufficiali _sopranumerari_, cioè quelli il cui _rollo_ di anzianità era
per un motivo qualsivoglia sospeso, i provenienti dai nobili e dai
figli degli ufficiali, ed infine i _titolati_, cioè coloro che in
virtù di una grazia sovrana, per benemerenze personali o di famiglia,
ricevevano un grado ed i relativi emolumenti senza però disimpegnarne
gli uffici.
Ingrossata così la schiera dei competitori--talchè i cadetti nel 1781
erano cresciuti a 605, laddove nel 1776 toccavano il centinaio e mezzo
appena--il malcontento dei vecchi ufficiali non ebbe più ritegno.
«Quando--dice un'istanza avanzata al Senato dal tenente Teodoro
Psalidi, del Reggimento di Artiglieria--dovetti fare le prove anche
nelle scienze matematiche, volendo aspirare al grado di
capitano-tenente, e mi venne imposto di prestarmi in tali studi che
non mi erano mai stati prescritti, mai insegnati dai miei superiori,
cui infine non ebbi mai il tempo di applicarmi, mi cadde l'animo.
Pensi dunque l'E. V. quanto inaspettato mi giungesse il nuovo
precetto, grave e difficile, di immergermi in quei ardui studi nel
periodo ristretto di 18 mesi, termine alle prove assegnato, e quanto
fosse il mio svantaggio rimpetto ai giovani tenenti di me meno
anziani, che tratti recentemente dal Militar Collegio di Verona
avevano avuta la fortuna di essere da valenti maestri istrutti con
ottima disciplina in quelle scienze»[61].
Nelle armi di linea, si impugnava in luogo delle tesi scientifiche il
valore delle prescritte prove, per quanto si riferivano alla parte
teorica del regolamento di esercizi e di quello sul servizio delle
truppe in campagna. Il Senato ed il Savio, imbarazzati di fronte a
questa selva di proteste che rimpinzavano di suppliche e di lagni le
voluminose filze del carteggio, ordinarono infine alle commissioni
reggimentali di rassegnare i titoli dei candidati e le prove di esame
al Savio stesso, acciocchè questi potesse giudicare con uniformità, di
criteri, come in ultimo appello. Ma non per questo i lagni cessarono:
occorreva un rinnovamento profondo di uomini e di principi per porre
rimedio al male, e questo rimedio non poteva essere nelle mani della
vetusta Serenissima.