Di prossima pubblicazione:[1]
La Campagna del 1796 nel Veneto.
PARTE II.--Dal ponte di Lodi alla manovra
di Lonato e Castiglione.
EUGENIO BARBARICH
Capitano di stato maggiore
----
LA CAMPAGNA DEL 1796
NEL VENETO
----
PARTE PRIMA
LA DECADENZA MILITARE DELLA SERENISSIMA
UOMINI ED ARMI
ROMA ENRICO VOGHERA, EDITORE
----
1910
Roma, 1909.--Tip. E. Voghera
INDICE
I.--Le fonti della milizia veneta
II.--L'amministrazione centrale della guerra.
Savio di terraferma alla scrittura e le magistrature
militari
III.--Ufficiali grandi e piccini
IV.--Le truppe assoldate
V.--Le milizie paesane
VI.--L'artiglieria veneziana
VII.--Il corpo degli ingegneri militari
VIII.--La cavalleria veneta. Le armi nel loro complesso, il governo ed
il riparto difensivo e territoriale. I veterani
IX.--L'addestramento della truppa veneta
X.--Dei bilanci militari
XI.--Conclusione
IN MEMORIA
DI
FRANCESCO PESARO
TENACE PROPUGNATORE NEL VENETO SENATO
D'UNA VENEZIA FORTE.
PREMESSA
Ayez les choses de première main;
puisez à la source!....
(LA BRUYÈRE.--_Maximes_)
Il presente studio non vuol essere che una prefazione intesa a far
conoscere l'ambiente militare ed i personaggi che accompagnarono la
_Serenissima_ al sepolcro. Perchè, se esiste qualche opera di indubbio
valore intorno all'armata della Veneta Repubblica, poco o nulla di
edito si trova relativamente al suo esercito, quasi che fosse
argomento trascurabile nella vasta trama delle politiche vicende dello
Stato nato sul mare e per il mare.
Ora questa presunzione non è equa. Qualunque ramo dell'attività
pubblica merita riguardo e considerazione, e soltanto il giudizio
particolare sopra ciascun ramo dell'attività medesima può mettere capo
ad una sintesi illuminata e completa.
Al caso concreto poi dell'attività militare veneta, cimentata nei
tempi dello splendore alle tenaci e vittoriose lotte contro i Turchi
in difesa della Cristianità, dei commerci e dell'incivilimento contro
la barbarie, sembra argomento cospicuo di studio l'esame
dell'evoluzione di questa attività giunta al termine del suo ciclo ed
il coglierla quando sta per accasciarsi sopra sè stessa come una
persona fatta decrepita, pavida ed intransigente.
Questo dal lato puramente soggettivo della speculazione storica. Ma
v'ha ancora un altro argomento di peculiare interesse che può spingere
all'indagine intorno alla decadenza militare della Veneta Repubblica.
L'ambiente della storia presenta ricorsi di singolare rilievo,
suggestioni forti e spontanee sulle quali, a determinati periodi di
tempo, non sembra nè vano nè inutile riportare il contributo positivo
degli studi e della meditazione, affinchè traccino a loro volta norma
ad un nuovo ricorso di fatti.
E Venezia, con gli svariati suoi atteggiamenti della politica, dei
commerci, dell'arte, dell'incremento economico e marinaro, è soggetto
che volentieri s'impone oggigiorno allo spirito ed alla fantasia e li
occupa con l'inesauribile fascino di una figura dalle perfezioni
classiche. L'opera del Molmenti sulla storia di Venezia nella vita
privata simboleggia l'espressione più bella ed alta di questi sensi.
Per le cose della decadenza e della rovina militare della
_Serenissima_ i documenti non scarseggiano. V'ha anzi plètora, come
per solito accade dei periodi storici e sociali di debolezza e di
dissolvimento, i quali sono pur sempre anche i più loquaci e
papirofili, perchè appunto sono i meno attivi e materiati di fatti.
E questi documenti assai numerosi e del tutto inesplorati nelle grosse
filze del _Senato militar_ e dei provveditori Foscarini e Battagia
all'Archivio di Stato dei Frari in Venezia, oltre che illustrare il
periodo storico singolarmente considerato, gittano per riverbero nuova
luce sulle operazioni dell'esercito francese e del generale
Buonaparte, da Lodi a Leoben.
Sicchè studiando questo brano di storia militare inedita nel campo
pratico delle vicende storiche e militari nostrane, si stende la mano
a quella meravigliosa messe di studi e di documentazione delle guerre
napoleoniche che ci viene d'oltre Alpe, e che con i volumi del
capitano Fabry spinge innanzi la bella marcia delle indagini fin sulla
soglia degli Stati Veneti, all'Adda ed all'Oglio nella primavera
dell'anno 1796[2].
Roma, dicembre 1909.
E.B.
NOTA BIBLIOGRAFICA
Non può essere copiosa, una nota bibliografica quando gli argomenti
dell'indagine si riferiscono pressocchè esclusivamente all'inedito.
Nondimeno occorre citare a questo punto qualche opera di interesse
generale utile per inquadrare la materia particolare dello studio
presente.
La documentazione inedita, riferita più specialmente alla raccolta
«_Deliberazioni Senato Militar_» e «_Deliberazioni Senato Militar in
Terraferma_», si trova singolarmente descritta per ogni argomento di
trattazione.
L. CELLI.--_Le ordinanze militari della Repubblica Veneta nel secolo
XVI_.--Nuova Antologia--Vol. LIII--Serie III--Fascicoli del 1
settembre e 1 ottobre 1894.
F. NANI MOCENICO--_Giacomo Nani--Memorie e documenti_--Venezia, Tip.
dell'_Ancora_, 1893:
V. MARCHESI.--_Tunisi e la Repubblica di Venezia_.--Torino, Roux edit.
A. MENEGHELLI.--_Vita di Angelo Emo_.--Padova, 1836.
M. FERRO.--_Dizionario del Diritto comune e Veneto_.--Venezia, Santini
Edit. 1845.
S. ROMANIN.--_Storia documentata di Venezia_--Vol. IX, Venezia, 1850.
8. ROMANIN.--_Lezioni di storia veneta_.--Firenze, Le Monnier, 1876.
P. MOLMENTI.--_Storia di Venezia nella vita privata_--Parte Terza--Il
decadimento.--Bergamo, Istituto Italiano di Arti Grafiche, 1908,
CASONI.--_Forze militari_ (in _Venezia e le sue lagune_, Vol I).
A. RIGHI.--_Il conte di Lilla e l'emigrazione francese a Verona_.
(1794-1796)--Perugia, Bertelli edit., 1909.
E. PESENTI.--_Angelo Emo e la Marina Veneta del suo tempo_.--Venezia.
Naratovich, 1899.
LA CAMPAGNA DEL 1796 NEL VENETO
PARTE PRIMA
LA DECADENZA MILITARE DELLA SERENISSIMA [Blank page]
CAPO I.
Le fonti della milizia veneta.
La sera del 2 giugno 1796 deve essere stata assai tragica per i
senatori veneziani convenuti al casino del _procuratore_ Pesaro, alla
Canonica[3], per deliberare intorno a gravi oggetti concernenti la
Repubblica. Il _provveditore generale in Terra Ferma_, Nicolò
Foscarini, aveva avuto il dì avanti, sotto Peschiera, un colloquio
burrascoso con il generale Buonaparte, nè gli era riuscito a
rabbonirlo che a prezzo di dolorose abdicazioni per la dignità della
vetusta Serenissima. E l'uomo nuovo, con la visione dinanzi agli occhi
di sconfinati orizzonti di gloria, si era trovato di fronte all'uomo
del passato, che vedeva chiudersi per la sua patria quegli orizzonti
medesimi sotto il velo grigio e melanconico del tramonto.
Il generale Buonaparte aveva accusato il Senato Veneto di tradimento
per avere permesso giorni avanti agli Austriaci di occupare Peschiera,
di slealtà per avere dato asilo in Verona al conte di Lilla, di
parzialità colpevole--come egli diceva--per male corrispondere alle
pressanti esigenze di vettovaglie e di carriaggi da parte
dell'esercito francese, di neutralità violata infine in vantaggio dei
nemici suoi, gli Austriaci.
Ora, di tutto questo, Buonaparte aveva dichiarato al vecchio Foscarini
di doverne trarre aspra vendetta per ordine del Direttorio,
incendiando Verona e marciando contro Venezia. Il rappresentante
Veneto, atterrito, era riuscito alla fine a indurre il focoso generale
a più umani consigli ed a salvare Verona, ma più con l'aspetto della
sua desolata canizie che con la virtù della parola, a condizione però
«che le truppe «del generale Massona fossero ammesse in città,
occupassero «i tre ponti sull'Adige, avvertendo che le minime
rimostranze «che si imaginassero di fare i veneti riuscirebbero il
segnale «dell'attacco[4]».
Tra l'incendio e l'occupazione militare non era dubbia la scelta, ed
al Foscarini fu giocoforza di cedere. Duramente Buonaparte aveva
rifiutato al vecchio provveditore perfino il tempo necessario, per
prendere gli ordini dal Senato e lo aveva accomiatato «con i modi che
il vincitore detta leggi al vinto[5]».
Era il principio della fine della Serenissima. All'udire i dolenti
messaggi del Foscarini, l'accolta dei senatori veneti alla _Canonica_,
pavida, discorde, sfiaccolata, non trovò altro rimedio al male che
spacciare due Savi del Collegio a Verona per assistere il provveditore
in altri colloqui con il generale Buonaparte, quasi che il loro
mandato fosse quello di sorreggere con le dande gli estremi passi del
valetudinario diplomatico e della agonizzante Repubblica.
La fiducia nelle arti della parola e del protocollo rappresentava
ancora, agli occhi dei contemporanei, l'ultima àncora di salvezza,
perchè i tempi di Sebastiano Verniero e di Francesco Morosini erano
trascorsi da un pezzo. Ed i due nuovi eletti in quella tumultuaria
adunanza notturna per implorare mercè al vincitore di Dego, di
Millesimo e del ponte di Lodi, furono Francesco Battagia e Nicolò
Erizzo I. Essi partirono sùbito alla volta del campo francese sotto
Verona, recando seco «40 risme di carta di buona qualità, 12 risme di
carta piccola da lettere _lattesina_, 2000 penne, 3000 bolini grandi
ed altrettanti piccioli, 36 libbre di cera Spagna, un barilotto di
inchiostro, 6000 fogli di carta imperiale, registri, spaghi e
spaghetti in grande quantità».[6] La burocrazia aulica della
Serenissima, in difetto di soldati e di armi, così provvedeva alla
difesa delle sue città murate e del suo territorio.
A quel tempo, l'esercito veneto si era oramai consunto per vecchiezza.
I lunghi e sfibranti periodi di pace e di neutralità in cui l'inazione
suonava colpa e l'assenteismo politico della Repubblica, prolungata
offesa alla dignità del vecchio e glorioso Stato italico, l'abbandono,
lo scadimento d'ogni istituto, lo scetticismo e l'indifferenza,
avevano siffattamente prostrata la milizia veneziana da imprimere sul
suo volto, un tempo già gagliardo e raggiante per le vittorie d'Italia
e d'Oriente, le rughe più squallide della decrepitezza ed il marchio
più profondo della dissoluzione.
La bella e radiosa visione del monumento a Bartolomeo Colleoni, fiera
ed energica come il suggello di una volontà prepotente, stupenda come
l'annunzio di una vittoria pressochè astratta dall'ordine dei tempi,
grado a grado si era dileguata nell'esercito della Serenissima, come
svanisce un sogno carezzato alla luce di una triste realtà.
*
* *
Il nerbo degli armati della Serenissima traeva origine da due
provenienze distinte: i _mercenari_ e le _cerne_. E queste e quelli,
per la comunanza del servizio sul mare, ritraevano un tal carattere
anfibio che imprimeva alla milizia veneta fisionomia ed atteggiamenti
del tutto diversi dalle altre milizie contemporanee.
Queste due fonti si erano nel passato così bene intrecciate assieme,
da dar vita ad un fiume ricco d'acque e poderoso nel quale, in
determinati e non infrequenti periodi della storia, si erano come
trasfuse tutte le tradizioni militari dei Comuni e degli Stati
dell'Italia.
Il _mercenarismo_ rampollava dalle antiche compagnie di ventura e ne
aveva dapprincipio tutto il sapore e tutto lo spirito, considerate le
forme repubblicane della Serenissima e le tendenze della sua società
aristocratica e marinara. Questo spirito, a grado a grado, si era
modificato e quasi plasmato sotto il ferreo stampo fortemente unitario
degli istituti veneziani del Rinascimento; sicchè il mercenarismo,
tratto fuori dal martellare delle passioni partigiane e dall'angusta
cerchia delle passioni cittadine, aveva alla fine assunto in Venezia
una individualità più piena, lineamenti più decisi e sicuri da
organismo di Stato.
Infine la medesima stabilità ed unità degli ordini oligarchici veneti,
l'èsca dei largheggiati premi, il miraggio delle accumulate ricchezze,
il cemento glorioso del sangue prodigato per un vincolo mistico e
positivo insieme--quello della fede e della pubblica economia
rivendicate sotto i fieri colpi del Turco--avevano contribuito ad
imprimere a quel vecchio istituto militare del _Trecento_ una
fisionomia veneta. schiettamente originale, che sembrava quasi fusa
dentro l'orma formidabile del leone di San Marco.
Nel frattempo il periodo eroico della guerra di Cambrai, delle lotte
di Candia e delle campagne del Morosini erano volti al tramonto.[7] La
Serenissima divenuta più sollecita di conservare che di conquistare,
aveva stimato savio consiglio quello di fare più largamente partecipi
de' suoi beni i propri soldati, specie i mercenari dalmati, allo scopo
di meglio stringerseli dattorno con i vincoli della gratitudine e
dell'interesse, con quei legami di amorevolezza che suscitano il
reggimento paterno e la coscienza della solidarietà delle fonti del
comune benessere.
Questo cammino, che sapeva del romano antico, pareva bello e fiorito
ma celava non pochi rovi e non poche spine. La Serenissima, fatta
vegliarda, largheggiò per troppa debolezza in autonomie, in franchigie
e donativi a benefizio de' suoi soldati di mestiere, ed apparecchiò
fatalmente a sè medesima ed alle istituzioni militari quella rovina
che, in altri tempi, aveva annientato il vigore delle colonie
legionarie di Roma. Anzitutto, quella continua e gagliarda corrente di
forze fresche e nuove che, dal littorale dalmata, rifluiva ai dominî
di Terraferma e di Levante per rinsanguare le schiere dei così detti
reggimenti di _Oltremarini_--levati in origine per servire sulle
navi--cominciò ad inaridire pel tralignare degli ordini feudali in
Dalmazia e pel diffondersi del benessere nelle repubbliche marinare e
nei municipi liberi. Infine, il difetto di stimolo alle audaci
imprese--primo incentivo allo spirito di ventura--e le lunghe paci, lo
asfissiarono e l'uccisero come sotto le distrette di una enorme
camicia da Nesso. Le angustie finanziarie compirono l'opera.
Così le truppe levate per ingaggio tanto Oltremare che in Italia
principiarono a morire a sè medesime. Francesco Morosini già da tempo
aveva avvisata questa lenta ruina, quando per mantenere a numero il
suo esercito del Peloponneso aveva dovuto ricorrere ai rifiuti di
pressocchè tutti i mercati d'uomini d'armi d'Europa ed incettare, coi
Toscani e Lombardi, anche gli Svizzeri, gli Olandesi, i Luneburghesi
ed i Francesi; di guisa che con cosiffatta _genia_--come egli
disse--corse rischio non già di dettare legge al nemico bensì di
riceverla dai suoi soldati medesimi[8].
Nel 1781, come risulta dai _piedilista_, ruoli organici e stanza dei
corpi insieme delle milizie venete redatti dall'_inquisitore ai
pubblici rolli_, mancavano 654 _oltremarini_ nei presidi di Levante,
353 in quelli di Dalmazia, 263 in quelli del Golfo e 42 infine in
quelli d'Italia. In totale 1312 soldati oltremarini mancanti, su 3449
che dovevano essere presenti alle armi in quell'anno, suddivisi in 99
compagnie ed 11 reggimenti.[9]
In questo intervallo i nobili dalmati--feudatari un tempo, poi
condottieri eroici e devoti delle milizie venete di ventura,
modificate e migliorate nel senso di cui sopra è cenno--si erano
venuti imborghesendo grado a grado [10]. L'antico privilegio loro di
levare e di vestire i propri fanti con le vistose casacche cremisine e
di donarli poscia, come in simbolo di fede ardente e di accesa
devozione alla Serenissima, era degenerato col tempo e diventato un
mercimonio tra le mani venali degli ingaggiatori, dei capi-leva e
degli ingordi _racoleurs_.
La Serenissima tentò dapprima di ravvivare i sopiti spiriti bellicosi
di quella nobiltà, un po' distratta dalle fortune commerciali della
Repubblica ragusèa, dalle libertà comunali di Spàlato e di Zara e
dalle autonomie di Poglizza, col largire nuovi privilegi, decime,
concessioni e _bacili di formento_. Ma la prodigalità attizzò alla
fine l'avarizia e non accese i desiderati spiriti di patriottismo,
talchè i _deputati et aggionti alla provvigion del dinaro_ nell'agosto
del 1745 si videro obbligati a porre un freno alla disastrosa ed
infruttuosa corrività della Repubblica verso la nobiltà dalmata;
corrività che minacciava, di rovinare le «camere (_tesorerie_) di
quelle province, costringendo per questo oggetto a farsi più
abbondanti et frequenti le missioni di pubblico danaro per le esigenze
di quelle parti» [11].
Nè più valeva a risollevare l'intisichito spirito di ventura tra i
Dalmati--i mercenari per eccellenza--l'imagine della forza e della
potenza guerriera della Serenissima. Le parvenze esterne dell'imperio,
alle quali si affidava buona parte del suo prestigio presso le
popolazioni soggette, erano precipitate a quel tempo in uno stato di
abbandono colpevole. «Le fortificazioni di Levante, della Dalmazia e
dell'Albania--scriveva nel 1782 il brigadiere degli ingegneri Moser de
Filseck al Doge--sono in uno stato di desolazione tale da commuovere a
riguardarle... A Zara, ogni parte delle opere componenti i recinti e
le fortificazioni è in rovina... Spàlato è in decadimento, ed un
nemico può eseguirvi un colpo di mano, a suo talento... Lo stato
infine del forte S. Francesco a Cerigo fa rabbrividire pel decoro del
Principato»[12].
Le armi vecchie e rugginose avevano dunque disamorato i venturieri a
detergerle in Italia, ed Oltremare. Restava soltanto qua e là per la
Dalmazia ed in Levante qualche guizzo del fulgore antico, raccomandato
ad un sentimento di gratitudine giammai sopito nel cuore delle genti
d'altra riva dell'Adriatico verso la Veneta Repubblica, che le aveva
raccolte sotto le proprie ali nei tempi più travagliati della
Cristianità e difesi contro il Turco. Ed a questi sentimenti, le
ultime compagnie di ventura italiane avevano raccomandato i loro
estremi giorni di vita a Venezia.
*
* *
L'altra fonte delle milizie venete era rappresentata dalle _cerne _,
che fornivano soldati dei luoghi ordinati con previdenze territoriali,
specie di _Landwehr_ che si levava in tempo di guerra o di neutralità
a rincalzo dei mercenari, cioè dei _provvisionati_. Le _cerne_ venete,
o soldati d'_ordinanza_, emanavano adunque direttamente dal pensiero
politico e militare di Nicolò Macchiavelli, che volle l'istituto delle
milizie nazionali tratto dal popolo pedestremente armato[13].
Costituiva il nerbo delle cerne l'elemento rurale dei domini di
Terraferma e d'Oltremare, cui la Serenissima aveva fatto larghe
concessioni per rinfrancarlo nel suo innato spirito conservatore ed
adescarlo a servire, lietamente ed in buon numero, nella milizia
regionale. Di queste prime pratiche conservò memoria il Bembo.
«Deliberò il Senato--egli scrisse--che, nel Veronese, l'anno 1507, un
certo numero di contadini che potessero armi portare, si scegliesse e
descrivesse; i quali all'arte militare si avvezzassero, e costoro
liberi da tutte gravezze fossero, acciò più pronti alle cose della
guerra essere potessero, e chiamati alle loro insegne incontanente
v'andassero. Il qual raccoglimento di soldati di contado agli altri
fini della Repubblica (come suole l'uso essere di tutte le cose
maestro) in breve passò e si diffuse. Il perchè ora le ville ed i
ragunamenti degli uomini del contado di ogni città, parte de' suoi
hanno che a questa cosa intendono, di essere armati ed apparecchiati
di maniera che, senza spazio, alla guerra subitamente gire e trovarsi
e servire alla Repubblica e per lei adoperare si possono. E queste
genti tutte _soldati di ordinanza_, o _cernite_, si chiamarono»[14].
La guerra della lega di Cambrai, combattuta per l'integrità dei domini
della Signoria, consolidò questa milizia paesana e la fece popolare,
ad onta dei tentativi fatti per denigrarla--più che tutto dopo lo
sbaraglio di Vailate--per opera dei troppo interessati fautori delle
milizie assoldate, gli industriali della guerra d'allora. In sostanza,
si voleva rovesciare sopra i soldati di _ordinanza_ un po' di quel
discredito e di quella noncuranza di cui gli eserciti regolari furono
sempre prodighi verso le «guardie nazionali».
Il grande vantaggio delle cerne consisteva, anzitutto, nel loro costo
sensibilmente minore in confronto del necessario per mantenere un
eguale numero di soldati di mestiere. Toccava infatti al comune di
descriverle, di armarle e d'inquadrarle in centurie; laddove questo
còmpito, per i soldati di mestiere, toccava ai capi-leva che ne
ritraevano un utile per sè e per la compagnia. Anche i gradi delle
cerne, fino a quello dei _capi di cento_ incluso, si attribuivano di
massima per elezione nei villaggi che contavano il maggior numero di
_descritti_.
Gli obblighi di questi ultimi erano limitati a cinque mostre o
rassegne annuali (_mostrini_), oltre a talune riviste straordinarie
(_generali_) in luoghi designati, con il comune consenso dei soldati
medesimi, escluse però le fortezze, le terre murate, i castelli ed i
grossi villaggi. Epperciò le rassegne si compievano d'ordinario in
rasa campagna.
Le cerne dovevano presentarsi alle rassegne con le armi che avevano
personalmente in consegna dai comuni, come si pratica per lunga
tradizione nella Svizzera: le assenze erano punite con la _descrizione
a galeotto_, oppure con la multa di 5 ducati[15]. In queste rassegne
le cerne ricevevano la polvere da moschetto, il piombo e la corda
occorrenti per confezionare _li scartocci_, i quali erano poi
verificati dai capitani alla presenza dei _capi di cento_.
Con queste munizioni i soldati si esercitavano al _palio_, vale a dire
al tiro a segno nei campi appositamente stabiliti.
Dal lato economico adunque le cerne rappresentavano un notevole
vantaggio per le finanze della Signoria, una vàlvola di sicurezza
all'aprirsi delle guerre, perchè esse esimevano lo Stato dal
ricorrere--sotto la pressione del bisogno e sotto il giogo della
domanda--al mercato sempre sostenuto dei soldati di mestiere.
*
* *
Ma il vantaggio delle milizie paesane non era solo d'indole
economica--cosa per certo non disprezzabile tenuto conto delle
angustie finanziarie in cui versava la Serenissima verso la sua
fine--ma anche di natura morale. Lo schietto spirito di regionalità di
cui erano come impregnate le cerne, il quale traeva origine dai sani e
vigorosi succhi della terra, conferiva loro molto prestigio e dava
affidamento di moralità grande, laddove i soldati di mestiere, rifiuto
della società del tempo, erano rappresentati dal generale veneto
Salimbeni come «_sentina d'ogni vizio_».
Dalle cerne infatti erano esenti i capi di famiglia, per un
patriarcale riguardo riferito alle cose della guerra e nelle famiglie
stesse non si _descriveva_ più di un soldato per ognuna, tenendo fermo
il concetto di non ammettere in questa milizia che sudditi genuini
della Repubblica. Dalle cerne erano inoltre esclusi i servitori, i
girovaghi, i condannati ed i galeotti, sicchè l'elemento di esse era
incomparabilmente migliore di quello dei soldati di mestiere, tra i
quali si accoglievano «tutti gli oziosi ed i vagabondi che dalla
Terraferma si spediscono in castigo nelle province di Oltremare, per
cui cresce la massa dei vizi e delle corruttele nella truppa, e sono
cagione della poca disciplina e del fisico deperimento di essa»[16].
Passate quindi le guerre unicamente ispirate al concetto della difesa
dei dominî italici, prese il sopravvento la presunzione dei riguardi
dovuti in uno Stato marinaresco e repubblicano alla libertà
individuale dei propri sudditi, che si voleva completamente arbitra di
esplicarsi, senza restrizione alcuna, secondo il miglior rendimento
delle energie di ciascuno di essi. La tolleranza dei pubblici uffizi,
il benessere diffuso, il vezzo delle neutralità ripetute
invariabilmente allo aprirsi di ciascuna campagna, a partire dalla
sciagurata pace di Bologna (1530), invogliarono le genti già
disamorate delle armi a colorire codeste teorie di liberismo militare
con le tinte più accese dell'arte tizianesca. E la presunzione, oppure
la consuetudine, per l'ignavia degli uomini e per la debolezza dei
tempi acquistò alla fine vigore di legge. La Repubblica, ricca ed
imbelle, poteva ben concedersi anche il lusso di comperare i soldati
di cui abbisognava per la difesa de' propri domini.
Principiò così a diffondersi la costumanza delle tasse militari, o
_tanse_, cioè del prezzo di riscatto dal servizio dovuto nelle cerne,
con il cui prodotto componevasi un fondo destinato ad assoldare
altrettanti mercenari. Gli artieri ne approfittarono subito, poi i
barcaiuoli veneziani e gli ascritti alle scuole di Santa Barbara, da
cui levavansi i cannonieri dell'esercito della Serenissima. E le
_tanse_ acquistarono fin d'allora la denominazione di _insensibili_,
perchè essendo ripartite per _arte_ su tutte le persona che le
componevano, ne venivano a risultare delle quote d'affrancazione
individuale dal servizio molto tenui; vale a dire quasi insensibili.
Cresciuto il favore delle tanse, crebbe in parallelo la corrività
delle _cassazioni_, cioè delle esonerazioni tra le cerne, e divenne
facile l'esimersi dal servizio facendosi sostituire per denaro da un
altro soldato tratto dalla medesima milizia. Le rassegne caddero col
tempo in dissuetudine, si trascurò la vigilanza da parte dei comuni, e
questo primo e magnifico esempio di _landwehr_ veneta principiò a
languire ed a morire[17].
Nella Dalmazia le cerne furono introdotte da Valerio Chierigato
intorno all'anno 1570, e si denominarono _craine_ o _craicinich_. Ma
per gli stessi motivi dianzi esposti, esse erano scadute sul finire
della Repubblica anche da quelle parti e le loro sorti si erano già
accomunate con quelle dei soldati _oltremarini_ o di mestiere.
Così delle due fonti essenziali della milizia veneta--eredità
dell'arte italica del Cinquecento--i soldati prezzolati e le cerne,
gli uni sopravvivevano ancora alle ingiurie dei tempi ma tutti
squassati e ridotti come una larva di sè medesimi, le altre erano
pressochè scomparse dalla scena della vita militare veneziana, o si
consideravano tutto al più come un rudere di un vetusto edifizio
abbandonato da gran tempo. In questa guisa delle due grandi correnti
che alimentavano le vecchie armi della Serenissima e formavano,
insieme commiste, un fiume regale gonfio d'acque e fecondo d'energie,
non era rimasto che l'ampio alveo, tutto pantani ed acquitrini dai
quali emanavano miasmi e malaria.
CAPO II.
L'amministrazione centrale della guerra. Il Savio di terraferma alla
scrittura e le magistrature militari.
Come il rendimento di una macchina ottimamente costituita si commisura
dalla somma di attriti che riesce a vincere, sicchè il suo lavoro
procede rapido, silenzioso e produttivo, così l'opera proficua di uno
Stato si arguisce dall'armonia degli sforzi de' suoi organi direttivi
e dal loro coordinamento, in modo che tutte le energie abbiano impiego
e non si smarriscano in sterili conati, o per superfluità di uffizi o
per contraddizione di còmpiti.
Ora la macchina statale veneta della decadenza era complicata e
rugginosa, epperciò assai pigra e poco produttiva. Aveva addentellati
con molteplici sopravvivenze feudali, intrecci con privilegi
oligarchici, vincoli con un proteiforme organismo amministrativo
burocratico e cancelleresco onusto d'impiegati; sì che tutto
impaludava nello apparecchio e nelle forme e poco o nulla rendeva
nella sostanza[18]. L'amministrazione della guerra poi--che per il suo
istituto più risentiva delle sopravvivenze del passato--era così
multiforme e farraginosa da incontrare attriti ed intoppi ad ogni
passo.
Le cose della guerra mettevano capo al _Collegio_, ossia al Consiglio
dei ministri della Repubblica, composto di 16 membri, o _Savi_[19].Di
questo Collegio facevano parte il _Savio di terraferma alla scrittura_
ed il _Savio di terraferma alle ordinanze_; i due centri esecutivi
dell'amministrazione delle milizie di mestiere e delle milizie
paesane, cioè delle cerne.
Il Savio alla scrittura era preposto, oltre che all'ordinamento delle
milizie stanziali, anche a quello delle fortificazioni, delle
artiglierie e delle scuole militari, e traeva il nome dall'antico suo
ufficio di tenere cioè al corrente i ruoli dei soldati ingaggiati.
Era, in sostanza, il ministro della guerra della Serenissima.
Il Savio alle ordinanze sopravvegliava invece al governo delle cerne e
corrispondeva ad un vero e proprio ministro alle _Landwehr_, cioè ad
un centro organatore della difesa territoriale.
Queste supreme magistrature militari, come le altre del Collegio,
erano elettive. Più antica--per ragione di precedenza storica delle
milizie prezzolate sulle paesane--era la carica di Savio di terraferma
alla scrittura, il cui istituto venne riordinato al principio del XVI
secolo, quando cioè le armi della Serenissima più sfolgoravano per i
domini d'Italia ed oltremare[20]. Più recente era invece il _saviato_
alle ordinanze, largamente citato nella riforma di quelle milizie
dettata da Giovanni Battista Del Monte (1592).
Il Savio alla scrittura (come gli altri membri del Collegio) durava in
carica un semestre, ma poteva essere rieletto quando fosse spirato un
intervallo di sei mesi almeno dal decadimento dell'ultimo mandato. Ne
derivava perciò una specie di oligarchia politico-amministrativa,
vincolata o ad una determinata consorteria oppure ad un monopolio nei
pubblici affari. La molteplicità degli uffici burocratici accentuando
i danni di tale esclusivismo rendeva la macchina statale rigida, lenta
ed improduttiva.
Per le cose della milizia questo monopolio politico ed amministrativo
doveva essere temperato, in origine, dalla carica del generale in
capo. Straniero, di regola, esso era destinato ad impiegare le truppe
in guerra--sotto la responsabilità dei provveditori del Senato
incaricati di sorvegliarlo a mo' dei commissari della Repubblica di
Francia--ed in pace a suffragare della sua autorevole esperienza
l'apparecchio delle armi e degli armati.[21] Il generale in capo
doveva essere infatti una specie di responsabile tecnico, mentre il
Savio alla scrittura non era altro che un semplice amministratore dei
fondi destinati dalla Serenissima al mantenimento ed all'armamento dei
propri soldati. Ed essendo la carica di generale in capo vitalizia,
non pareva gran male che gli uffizi amministrativi si alternassero
attorno ad essa, con vicenda più o meno frequente, emanando da una
ristretta base nella scelta delle persone a ciò deputate.
Ma poichè si resero sempre più rare le guerre ed il vezzo delle
neutralità le confinarono alla fine tra i ferrivecchi, la benefica
influenza moderatrice del generale in capo sulle magistrature
militari, politiche e burocratiche, cominciò a scadere, fintantochè
scomparve del tutto. Rimasero i danni ed i pericoli delle consorterie,
senza argine e senza riparo.
Dopo lo Schoulemburg, distinto generale sàssone cui la Signoria aveva
conferito il titolo di maresciallo e l'incarico della difesa di Corfù,
nel 1716; dopo i generali Greem e Witzbourg--tutti stranieri ed eletti
generali in capo delle forze venete--per amore di economia[22] o per
mal concepite diffidenze verso una carica che sembrava oramai
destituita di ogni significato pratico, essa passò in dissuetudine con
il tacito consenso del Collegio, del Senato e del Doge. Da quel punto,
il Savio alla scrittura si rinchiuse senza controllo nelle sue
funzioni burocratiche e cancelleresche e diventò, alternatamente, o
una carica monopolizzata dalle medesime persone---salvo l'intervallo
legale nella rielezione--quando si trovavano coloro che volentieri la
disimpegnassero; oppure un caleidoscopio di persone diverse prive di
competenza e di pratica[23]--
Sulla cooperazione del collega alle _ordinanze_ non v'era oramai più
da contare alla fine della Serenissima, perchè questa magistratura si
era completamente atrofizzata. Per formarsi un'idea circa l'attività e
l'importanza di quel Savio, basta citare alcune cifre relative al
maneggio che esso faceva del pubblico denaro per l'amministrazione
dipendente. Nel bilancio _pel militar_ dell'anno 1737, solo 9511
ducati e _grossi_ 21 erano assegnati al Savio alle ordinanze per le
cerne, e ducati 309 e _grossi_ 17 per le loro _mostre_ e _mostrini_; e
ciò sopra una spesa totale di 2,060,965 ducati e _grossi_ 11
effettivamente fatta in quell'anno dalla Signoria per le cose della
milizia [24].
I migliori Savi avvicendatisi nell'amministrazione veneta della
guerra, non mancarono di levare la loro voce contro la soppressione
della carica di comandante in capo; mancanza che abbandonava quei
magistrati a sè medesimi senza l'appoggio di spiccate capacità
militari che rappresentassero la continuità nello apparecchio degli
uomini e delle armi; e più che tutti, Francesco Vendramin, il miglior
Savio alla scrittura della decadenza della Repubblica. Questi nel 1785
dichiarava infatti al Doge che il malessere dell'esercito dipendeva
dalla rinunzia, fatta da tempo, «di eleggersi un commandante supremo,
dalla cui sapienza e virtù si possano ritrarre quei lumi e direzioni
che valghino a sistemare in buon modo le truppe» [25].
Ma, ad onta di queste franche parole--come sempre le usava il Savio
Vendramin--il generalissimo tanto invocato non venne a rialzare i
depressi spiriti militari dei Veneti, e rimase la burocrazia che non
passa [26]. Questa intensificò anzi l'opera sua, così da avvolgere il
Savio alla scrittura in una rete inestricabile di intralci e di
formalità innumerevoli.
Esaminiamo in particolare codesto viluppo, congegnato a bella posta
per troncare i nervi ad ogni energia. Il Savio alla scrittura
nell'esercizio delle sue funzioni aveva rapporti con tutte le
magistrature politiche, marinare e civili d'Italia e d'oltremare.
Quanto al reclutamento ed agli assegni in ordine alla forza
bilanciata, egli aveva relazioni con l'_Inquisitore ai rolli_, con il
_Savio Cassier_ e con i _magistrati sopra camere_, o tesorerie
provinciali: quanto al reclutamento ed all'ordinamento delle cerne,
egli doveva accordarsi con il collega deputato ad esse. Per le cose
attinenti il servizio anfibio dell'esercito sulle navi armate, egli
doveva intendersi con i _Savi agli ordini per le milizie_, con i
_Provveditori generali da Mar_, con quelli in _Dalmazia ed Albania_,
con i _Provveditori att'Arsenale_ ed, infine, con il _Capitanio del
Golfo_ (contado delle Bocche di Cattaro).
Per il riparto ed il servizio territoriale delle truppe, il Savio alla
scrittura doveva prendere accordi con i _capitani e podestà_ delle
province, con il _magistrato_ e con il _sopraintendente
all'artiglieria_, con il _provveditore alla cavalleria_, con il
_sopraintendente del genio_ e con i _provveditori alle fortezze._
Lo. sfruttamento dell'industria privata--usato sempre in buona misura
dalla Serenissima per le cose della guerra--obbligava inoltre il Savio
competente ad una continua vigilanza sui _deputati alle miniere_, per
quanto si riferiva l'industria metallurgica della Bresciana e del
Bergamasco, e sui capi delle maestranze per le industrie estrattive
dell'alto Cadore.[27]
Oltre a ciò, per quanto riguardava il servizio sanitario,
l'amministrazione della guerra era in rapporti continui con i
_provveditori_ agli ospedali e con i capi religiosi di talune
confraternite incaricate dell'assistenza degli infermi[28]; per quanto
concerneva il servizio di commissariato, con i _magistrati sopra biade
e frumento_, con i _Savi alla mercanzia_ e con i _provveditori
all'agricoltura_; per quanto rifletteva infine l'amministrazione della
giustizia, con il _missier grande_, o capo della polizia esecutiva, e
con i _governatori alle galere dei condannati_.
Nè si arrestava a questo il frantumamento delle autorità militari
venete, spesso discoste l'un l'altra ed animate da interessi
contradditori, e l'intralcio con le magistrature civili. Nei rapporti
aulici e cancellereschi, era deputato ogni settimana un Savio
designato a turno nel Collegio--epperciò detto _Savio di
settimana_--per esporre al Senato le proposizioni ed i decreti
deliberati dal Consiglio. Tale costumanza, per certo assai comoda, non
era però in pratica molto giovevole per la trattazione degli
affari--specie dei militari--rimettendo il patrocinio di essi a mani
del tutto inesperte o ignare.
*
* *
Consideriamo ora un poco questa mastodontica macchina burocratica in
azione. Nel 1784, solo per riformare alcune parti del vestiario e
dell'equipaggiamento della fanteria veneta, riputate o troppo incomode
o troppo costose, convennero assieme in più conferenze il Savio alla
scrittura _attuale ed uscito_ [29], i Savi alla mercanzia in numero di
cinque ed il magistrato _sopra camere_. Ciò nondimeno, dodici anni
dopo, la riforma non era ancora del tutto attuata tra le file
dell'esercito veneto.
Fino dal 1775 il Savio alla scrittura e l'Inquisitore ai _rolli_,
concordi, deploravano in Collegio e presso il Principe le tristissime
condizioni in cui versavano le artiglierie e le armi portatili, alle
cui deficienze non era più in grado di porre rimedio il vetusto
Arsenale di Venezia. Soltanto sette anni dopo il grido d'allarme venne
raccolto da Francesco Vendramin, in una delle sue riconferme al
Saviato alla scrittura, e la questione venne finalmente da lui posta
dinanzi al Doge con criteri da industria di Stato meglio che moderni.
L'industria militare privata aveva tenaci e floridissime radici a
Venezia, e le armi bianche venete, assai pregiate nella tempra e nel
lavoro del cesello, [30] avevano una fama incomparabile. Cresciuto poi
il favore delle armi da fuoco, degli archibugi e delle artiglierie
navali e terrestri, le fucine della Bresciana vennero procacciandosi
nell'industria manifatturiera quel nome che si è tramandato fino ai
giorni nostri.
La trasformazione decisa e cosciente dell'industria militare privata
in industria di Stato, avrebbe quindi corrisposto in modo mirabile
alle esigenze economiche e tecniche della Serenissima, poichè avrebbe
consentito di ridurre con immenso vantaggio economico l'improduttivo
organismo dell'Arsenale e di sostituire al suo lavoro, o lento o
negativo, quello più proficuo delle maestranze dei metallurgi e degli
artieri, organizzati e disciplinati in forme corporative tradizionali,
vigilate per di più di continuo dalle magistrature apposite.
Così fu concluso, nel 1782, un contratto con la _Società mercantile_
di Girolamo Spazziani, mediante il quale essa si assumeva
l'obbligo--usufruendo delle due migliori fonderie e miniere dal
Bergamasco--[31] di fornire alla Serenissima entro 14 anni, in lotti
proporzionali, le artiglierie di cui abbisognava; e cioè 35 cannoni da
30 libbre,[32] 52 da 14, 24 da 12, oltre le munizioni, gli attrezzi e
gli armamenti necessari. Lo Stato si sarebbe garantito della buona
qualità delle forniture, obbligando la ditta Spazziani ad uniformarsi
strettamente nella fondita dei pezzi alle regole all'uopo prescritte
dal maresciallo Schoulemburg, e con l'assoggettare le bocche da fuoco
a speciali prove _forzate_ da compiersi al Lido, a spese esclusive
della società assuntrice ed alla presenza del magistrato
all'artiglieria.
Queste prove dovevano essere da due a quattro per ogni pezzo da
collaudarsi, ed i pezzi rifiutati si dovevano restituire alla ditta
per essere rifusi e nuovamente esperimentati. Nel contratto infine
erano comminate penalità e multe alla ditta Spazziani, al caso di
inosservanza di impegni da parte della medesima.[33]
L'artiglieria veneta, con il concorso dell'industria privata, poteva e
doveva quindi rinnovarsi tra il 1782 ed il 1796. In questo periodi di
tempo dovevano inoltre rifondersi o ristaurarsi le bocche da fuoco
dichiarate inservibili, e non erano poche in quel tempo: 82 cannoni di
diverso calibro, 85 colubrine, 63 sacri e passavolanti, 180 petrieri,
5 mortai, 9 trabucchi ed 1 bastardo.[34]
Se così fosse stato, la Serenissima all'aprirsi della campagna del
1796 avrebbe avuto 536 bocche da fuoco disponibili, nuove del tutto o
riparate; e non si sarebbero visti sui rampari di Verona «i pezzi così
malandati, i _letti_ (affusti) così rôsi dal tempo... che se fosse
occorso di maneggiarne taluno non si saprebbe come eseguire
l'ordine».[35]
*
* *
Ma per assicurare tali vantaggi all'esercito sarebbero occorsi
continuità di vedute nell'amministrazione della guerra, preparazione,
vigore di energie da parte delle persone elevate all'ufficio di Savio
alla scrittura, accordo infine deciso e cosciente di tutti
nell'attuare una riforma finanziaria ed industriale che avrebbe legato
il nome della Serenissima ad un grande e razionale progresso nella
pubblica economia.
Ora la vecchia e già tanto sapiente Repubblica, ridotta a lottare
indarno contro la morte vicina, non poteva più trovare nel consunto
organismo lo rinnovate energie capaci di redimerla dalla triste
eredità del passato. Fino al 1786, cioè durante il periodi delle
riconferme al Saviato di Francesco Vendramin--il ministro riformatore
della decadenza militare veneta--le consegne della ditta Spazziani
procedettero con ordine e regolarità, ma da quell'anno in avanti gli
impegni cominciarono ad allentarsi finchè non ne rimase più traccia.
Ai lagni in materia delle pubbliche cariche militari si rispondeva
invariabilmente con delle buone promesse, con _caute direzioni_, con
voti e parole, mentre i mali reclamavano urgentemente fatti, mentre
gli ufficiali attestavano «che in Dalmazia ed in Levante vi sono
ancora compagnie di fanti armate ancora dei fucili dell'ultima
campagna[36]... si che il solo smontarli e rimontarli, ogni volta che
pulir si debbono, basta a renderne un gran numero fuori di
servizio».[37]
Vero è che per i fatti, oltre che alla ferma e cosciente volontà dei
deputati a compierli, occorre anche il danaro; e questo, come succede
del sangue in ogni organismo indebolito, è il primo a scarseggiare nei
governi travagliati dalla decadenza. Alla fine della seconda
neutralità d'Italia--cioè subito dopo la guerra per la successione di
Polonia--lo _sbilanzo, o deficit_ delle finanze veneziane, era infatti
salito a 770-784 ducati all'anno, ed all'amministrazione della guerra
toccò di scontare queste falle con sacrifizi e con lesinerie le quali
finirono per annientare del tutto la compagine materiale e morale
dell'esercito.
«Con queste riduzioni--diceva un rapporto al Principe--il corpo
delle truppe non può oramai più supplire con la propria forza agli
essenziali bisogni dello Stato... e quindi occorre sia tolto da
quel languore e miseria in cui presentemente esso si trova,
somministrandogli i mezzi di cui ha bisogno»[38].
Ma anche sa questo punto la voce del Savio Vendramin predicò invano,
ed i denari non vennero--ironia del caso--se non quando si trattò non
già di apparecchiare armi ed armati in difesa della Repubblica, ma di
mantenere lautamente due eserciti sul suo suolo, nemici l'uno
dell'altro, della Serenissima, ed entrambi emuli nell'opera triste di
taglieggiarla e di calpestarla.
Ma ritorniamo al Savio alla scrittura ed alla sua fisionomia
burocratica.
Quale magistrato supremo alla milizia esso, di regola, non abbandonava
la _Dominante_--cioè Venezia--se non per compiere l'annuale visita al
Collegio militare di Verona, in Castelvecchio, dal quale uscivano i
giovani ufficiali di artiglieria e genio della Repubblica. Era questa
una comparsa periodica all'epoca degli esami finali, che circondavasi
a bella posta di solennità, sia nell'intento di lasciar traccia
nell'animo dei futuri ufficiali delle milizie venete, sia in quello di
ravvivare, a scadenza fissa, il prestigio ed il nome del Savio alla
scrittura nella principale fortezza dei domini d'Italia. Ma le
apparizioni erano troppo rapide e, sovratutto, affogate sotto il
cumulo delle formalità proprie del manierismo incipriato del tempo.
Di una di queste visite si conserva traccia nel diario del Collegio
militare di Verona. «Il Savio Alvise Quirini--dice il diario--partì da
Venezia un mercoledì dopo pranzo del luglio 1787, alle ore 20, per
Mestre. Aveva seco due staffieri ed un _furier_. Il legno era pronto a
Marghera, con quattro cavalli ed il _furier_ davanti, pure a cavallo.
Al Dolo si cambiarono i cavalli: a Padova il Savio pernottò nel
palazzo Quirini ed il provveditor straordinario di colà, Zorzi
Contarini, gli diede scorta di due soldati a cavallo. Il giorno
appresso (giovedì), alle ore 22 suonate, il Savio arrivò a
Verona»[39].
In quella città un ufficiale della guarnigione venne subito comandato
a disimpegnare la carica di _aiutante_ presso il Savio Alvise Quirini,
ed un'ora dopo l'arrivo di questi il tenente Zulatti, _ufficiale di
guardia alla piazza_, venne a felicitarsi seco lui per l'ottimo
viaggio compiuto e ad esibirsi, cioè a profferire servigi. Ma il Savio
alla scrittura, congedati bellamente gli ufficiali venuti per fargli
onore, andò ad alloggiare in casa del cugino Marin Zorzi, e la «tavola
fu servita per quella sera dal locandier alle _Due Torri_[40], essendo
stato convenuto il prezzo di tutto dal brigadier Mario Lorgna,
governatore militare del Collegio. La sera stessa venne il brigadiere
Lorgna a fare ossequio al Savio alla scrittura, e si combinò subito
per verificare la scuola ed incominciare gli esami lo stesso giorno
seguente. La sera poi il Savio andò alla comedia al _Nobile Teatro_ ed
il vescovo mandò il suo _nome_ a casa Zorzi».[41]
CAPO III.
Ufficiali grandi e piccini.
Perduto è quell'organismo il cui cuore si attarda di spingere il
sangue nelle vene. Ed il cuore ed il cervello si erano da tempo
intorpiditi nell'esercito della Serenissima nelle persone de' suoi
generali.
Quando il brigadiere Fiorella[42] nella notte dell'8 agosto 1796,
all'avanguardia della divisione Serurier, reduce dalla vittoria di
Castiglione si riaffacciava a Verona abbandonata giusto una settimana
innanzi per rioccuparla d'ordine di Buonaparte, il generale Salimbeni
comandante di quella piazza indugiò alquanto nel riaprire ai Francesi
la porta di San Zeno. Il brigadiere Fiorella l'abbattè allora con
alcune volate di mitraglia, e si trovò comoda scusa per il ritardo dei
Veneti di rovesciare la colpa sulla tarda vecchiaia del Salimbeni.
Questo generale--si disse--oramai ottuagenario, incapace di montare a
cavallo, costretto a servirsi di un _carrozzino_[43], non poteva
trovarsi ovunque in quel trambusto della notte dell'8 agosto. E
Buonaparte lieto delle riportate vittorie e del riacquisto di Verona,
non fece gran caso di questi fiacche scuse dei Veneti, ondeggianti tra
gli Austriaci padroni dell'interno della città ed i Francesi padroni
delle campagne, oscitanti tra i vincitori ed i vinti.
La vecchiaia dei generali veneti esisteva nondimeno, e grave. Il Savio
alla scrittura Francesco Vendramin l'aveva denunciata al Principe come
il male precipuo che rodeva l'esercito, e scongiurava di provvedervi
in tempo:
«Di eguale impedimento--egli così scriveva nel 1785--alle buone
disposizioni della milizia in genere si è pure l'impotenza di non
pochi ufficiali, specie delle cariche generalizie, che giunti alla più
fredda vecchiaia, ritenuti dalle viste del proprio vantaggio, vogliono
ancora continuare nel servizio sino alla fine della vita.....Sicchè,
malgrado quella riverenza che si conviene alle pubbliche
deliberazioni, mi è forza dire che, spesse volte, questo Augusto
Governo è più commosso dalla pietà che dal proprio interesse, cui
talvolta antepone le convenienze particolari di coloro che godono la
distinta fortuna di essergli soggetti» [44].
Non si pensò però con questo a svecchiare gli alti gradi dell'esercito
Veneto.