_Ricorso all’intercessione de’ santi; ma spezialmente ricorso a
Dio. Sua immensa bontà, e meriti di Gesù che ci fanno coraggio.
Amore e divozione verso Gesù e speranza in lui; utili e necessarj
soccorsi in ogni tempo, ma in quei massimamente delle calamità._
Sarà ancora utile il ricorrere nei calamitosi tempi della pestilenza
alla protezion de’ santi, nel che è da desiderare, che siccome noi
certo possiamo sperar molto dalla loro intercessione, così ancora si
potesse in ciò ben regolare il corso d’alcune persone o rozze o non
abbastanza istrutte. Sarà cura dei vescovi, e degli altri uomini dotti
e pii l’osservare che l’interesse umano non entri a persuadere certe
divozioni troppo superficiali e molto meno a contaminare le pratiche
pie, e che l’ignoranza non giunga ad abusarne con dispiacere della
chiesa santa. Gioverà principalmente il ricorrere all’intercessione
della purissima e santissima Madre di Dio e de’ santi protettori
della città e di quelli spezialmente dei quali si conserva il sacro
deposito, al qual fine serviranno quelle che appelliamo Litanie della
Vergine e dei Santi. Ma la vera maniera d’impegnare i beati del cielo
alla nostra tutela, si è quella di pentirsi daddovero, e di lasciar le
offese di Dio, e di praticar le virtù che piacciono a Dio, e piacquero
tanto anche agli stessi buoni servi di lui. La divozione verso i santi,
consistente in una sola esteriorità o di orazioni vocali, o di voti,
o di offerte, ma scompagnata dall’interiore e vero amore di Dio e
del prossimo, contuttochè possa essere anche lodevole, pure non dee
e non può promettersi molto da que’ fortunati cittadini del cielo,
amanti troppo dell’onore e della gloria del nostro e loro Dio. Allora
sì potremo confidare assai nel patrocinio loro ed anche per ottener
grazie temporali, quando li pregheremo del pari che interpongano le lor
preghiere appresso l’Altissimo, acciocchè per sua clemenza, e colla sua
potente grazia di cattivi ci faccia buoni.
Ma s’egli è utile e lodevole sempre, e molto più ne’ pericoli e guai
della pestilenza, il fare ricorso ai santi nostri avvocati, egli è più
poi necessario il farlo ancora, e principalmente e con più attenzione a
Dio, cioè all’Onnipotente e comune padrone di tutti e del tutto. Questo
ricorso ha da consistere in un verace pentimento delle nostre colpe,
e in una risoluzione ferma di volerlo amare, ubbidire e servire sempre
sempre. Dopo ciò esporremo a lui le nostre miserie, e i bisogni nostri
anche temporali, e la nostra debolezza, con supplicarlo di pietà,
d’aiuto e di conforto. Io non so se ci sia, o ci possa essere alcuno,
il quale metta tutto il suo studio e la sua speranza nell’amicizia e
nel culto dei santi, servi del Signore, quasi non osando presentarsi
egli giammai a dirittura al soglio di Dio, per pregarlo di soccorso
e di grazie. Ma se mai ci fosse, sappia ch’egli fa torto a quello
stesso Dio, a cui non ricorre e non può piacere ai santi medesimi,
e si allontana dai dogmi della chiesa cattolica romana. Sarebbe un
gravissimo errore il figurarsi in Dio i difetti degli uomini e dei
principi della terra. Nulla più egli desidera, quanto che tutti a lui
ricorrano di buon cuore e il preghino; anzi esige da noi questi atti
d’ossequio, d’umiliazione, d’amore e di confidenza, non tanto come
nostro adorabil sovrano, quanto ancora come padre di tutti. Che se mai
taluno rispondesse di non avere merito, anzi di scorgere in sè dei gran
demeriti e mancandogli ragion di sperare beneficenza dal suo diritto
ricorso a Dio, rivolgersi perciò egli all’intercessione dei servi di
Dio che hanno tanto merito presso di lui; oda egli per suo disinganno
e conforto ciò che c’insegna colle scritture sante la chiesa di Dio:
Buono è sempre di raccomandarsi anche ai buoni della terra, non che
ai santi e beati del cielo che preghino e intercedano per noi; ma
non dee tralasciarsi mai di sempre ricorrere al supremo loro e nostro
Padrone. Imperocchè ognuno è a ciò tenuto per debito di suggezione; e
ognun di noi, per gran peccatore ch’egli sia stato, o sia, ha poi due
potentissime ragioni di sperar da Dio un favorevol rescritto di quanto
non disconvenga a Dio il concedere, e sia utile alle anime nostre
l’ottenerlo.
La prima si è l’immensa bontà, benignità e clemenza dello stesso Dio.
Giustissimo, egli è vero, e terribile si fa sentire Iddio contra de’
peccatori ostinati, e massimamente contra chi si abusa delle grazie
e della misericordia di lui, e non curando le sue divine chiamate gli
vuol pure mantener viva la guerra. Ma per chi fedelmente l’ascolta e
umilmente a lui ricorre, e con amore e confidenza da figlio chiede
a lui pietà e soccorso, non si dimentica mai il buon Dio della sua
misericordia infinita, nè d’essere nostro Padre. E Padre appunto ci
ha insegnato a chiamarlo il suo unigenito Figliuolo nella celeste
orazione del _Pater noster_, dettataci da lui stesso e a questo
medesimo oggetto, affinchè noi misere creature avessimo ogni giorno
un mezzo fortissimo per placare il suo divin Padre, e impetrarne con
questo dolcissimo esordio le grazie che ci bisognano. Anzi sull’immensa
bontà di questo comun Padre è principalmente fondata e dee fondarsi
la speranza, cioè una delle virtù soprannaturali che esso Dio concede
al suo popolo fedele, giungendo egli a prometterci tutto in bene delle
anime nostre, se con fede ed amore ricorrendo a lui, in lui riporremo
ogni nostra speranza e fiducia. L’altra stabilissima ragione di potere
e dovere sperare ogni grazia spirituale e soccorso ne’ travagli dal
nostro celeste Padre, viene dai meriti infiniti del suo dilettissimo
Figliuolo e Signor nostro, Cristo Gesù. Apposta per nostro amore,
apposta per giovare a noi tutti, e per unirci tutti all’eterno suo
Padre, è venuto dal cielo, ed è morto sopra la croce questo benedetto
divino Salvatore. Ed egli con quell’augusto sacrifizio della sua
gran carità divenne per sempre la nostra redenzione e la nostra
propiziazione, di maniera che basta che il peccatore, per iniquissimo
che egli sia, o sia stato, mostri a Dio le piaghe del di lui dolcissimo
Figliuolo, e di vero cuore chiegga pietà e si emendi, per disarmar
subito tutto lo sdegno divino, e per impetrar da lì innanzi ogni favore
ed aiuto. Se dunque non abbiam merito noi, anzi se proviamo in noi
tanti demeriti, ha bene il nostro Gesù un merito infinito e l’ha tutto
per noi; perciocchè non per bisogno ch’egli ne avesse per sè, ma solo
pel bisogno che n’aveano, ed erano per avere gli uomini, sparse questo
amoroso Dio fatto uomo tutto il suo sangue, sangue di prezzo immenso,
e che noi possiamo offerire come cosa nostra al suo celeste Genitore,
per iscontare i nostri peccati, ed impetrar tutto ciò che è per nostro
bene, e ci può condurre a lui. E però finchè abbiamo Cristo Gesù dalla
nostra (e il non averlo può solo venire da mancamento nostro) noi
possiamo e dobbiamo sperar tutto dall’eterno suo Padre.
Queste son verità di fede, e che debbono consolarci tutti; ma quello
che importa più, sono verità che dovrebbono farci tutti innamorare,
e senza misura, del nostro amantissimo Redentore Gesù, via, verità e
vita di tutti gli uomini, il quale tanto ha amato ed ama noi altri,
che per un eccesso del suo amore e per cibarci, aiutarci, e farci
suoi e del suo divin Padre, vuol sempre ancora starsi in persona
fra noi, rinchiuso nell’ineffabile Sacramento dell’altare. E giacchè
noi trattiamo della pestilenza, ora debbo soggiungere che in tutti i
tempi, ma spezialmente in quei delle terribili calamità, non ci ha
da essere divozione a noi più cara di quella del nostro Gesù che è
la divozion delle divozioni. Le altre possono esser buone ed utili;
ma questa sarà sempre e senza paragone più utile dell’altre; anzi
è la necessaria ad ogni cristiano, mentre c’insegnano gli apostoli
e la Chiesa, che nell’onorare, amare ed imitare per quanto si può;
massimamente nell’esercizio della carità, la sacrosanta persona di
Gesù Cristo, consiste l’essenziale e più sodo impiego che s’abbia
d’avere la vita del cristiano. Oltre di che nulla possiamo sperare
noi peccatori da Dio, se non per mezzo del santo de’ santi, cioè di
Gesù, mediatore di Dio e degli uomini, terminando appunto per questa
ragione la Chiesa, custode della verità, tutte le orazioni e preghiere
sue con quelle parole: _per Dominum nostrum Jesum Christum, etc. Nulla
possiam fare senza Gesù_: l’ha detto egli di sua bocca in S. Giovanni;
tutto possiamo e potremo con Gesù e colla sua potentissima protezione
e grazia. Il perchè non ha molto, il P. Nepueu della compagnia di
Gesù in un suo libro (tradotto, accresciuto e ristampato dal P. Paolo
Segneri juniore, insigne missionario della stessa compagnia, le cui
incomparabili virtù abbiam noi pure ammirato in Modena, e la cui morte,
ah troppo immatura! accaduta in Sinigaglia nel presente anno 1713, ha
riempiuto di dolore noi tutti) deplorava l’uso di molte persone nel
cristianesimo, anche delle più pie, le quali s’occupano in tante altre
divozioni non comandate, non necessarie e parte ancora superficiali,
trascurando poi la divozion di Gesù che è d’obbligo, e che sopra ogni
altra dee abbracciarsi, e dee consigliarsi dai predicatori e direttori
d’anime siccome la più propria, sicura e facile per condurci tutti alla
perfezione e ad ogni vera felicità di spirito.
Adunque convien seriamente applicarsi in questa misera nostra vita
a contemplare la vita di Gesù, esempio a noi di tutte le virtù e
motivo di tutte le consolazioni. Bisogna impiegar quanto possiamo
per intendere le obbligazioni che gli abbiamo, per dargli l’onore
ch’egli merita, per conformarci a lui per amarlo. L’Apostolo delle
genti, innamoratissimo di questo amabil Redentore, non potè ritenersi
nell’epist. 1 a quei di Corinto d’intimare una grave scomunica a chi
non ama il nostro Signor Gesù Cristo._ Si quis non amat Dominum nostrum
Jesum Christum, sit anathema_. E lo stesso Signore ci ha detto egli
di sua bocca appresso S. Giovanni che se ameremo lui saremo amati
dall’eterno suo Padre. _Qui diligit me, diligetur a Patre meo, et ego
diligam eum._ Che pretendiamo di più? Che se c’incontreremo nelle
tribolazioni, nessuno maggior conforto e vigore potremo ritrarre,
che dal considerare che Gesù ci va avanti condottiere amoroso colla
sua passione e croce; e che questa medesima croce e i travagli, e non
già le terrene felicità sono la via che conduce sicuramente al cielo;
e che nel patir volentieri per amor di Gesù, le persone buone e pie
trovano (e questa è una verità certissima: così avessimo la fortuna
d’intenderla ancor noi) più consolazione e godimento, che i tepidi e i
cattivi in tutti i loro sognati o veri piaceri dal mondo. In oltre se
avremo bisogno di grazie e d’aiuti, anche per questa vita temporale,
o per noi stessi, o pel popolo e prossimo nostro, a chi meglio ci
potremo rivolgere che a Cristo Gesù, e in chi più confidare che in
lui? Egli ci ama, e svisceratamente ci ama: basta mirarlo sulla croce
per noi e nell’augustissimo Sacramento dell’altare per nostro amore;
e basta ricordarsi di quelle tenere parole che lasciò scritto, non
un uomo volgare, ma il suo diletto apostolo Giovanni nell’epist. 1,
cap. 2. _Filioli mei, hæc scribo vobis, ut non peccetis. Sed et si
quis peccaverit, advocatum habemus apud patrem Jesum Christum Justum;
et ipse est propitiatio pro peccatis nostris; non pro nostris autem
tantum, sed etiam pro totius mundi._ Cioè: _Figliolini miei cari, vi
scrivo queste cose, affinchè non pecchiate. Che se pure alcuno per
sua miseria avrà peccato, noi abbiamo appresso il padre per avvocato
nostro Gesù Cristo, giusto ed innocente. Egli è quello che il placa, e
il rende propizio ai peccati nostri, e non solo ai nostri, ma a quelli
ancora di tutto il mondo._ Adunque egli (non ce n’ha da esser dubbio)
vorrà aiutarci. Di più egli può tutto non solo come Dio, ma ancora come
uomo, non essendo già questa un’esagerazione divota, ma un indubitato
articolo di fede, avendo detto egli stesso appresso S. Matteo nel cap.
28, che lo stesso suo divin Padre ha dato a lui ogni potere in cielo e
in terra: _Data est mihi omnis potestas in cœlo et in terra._ Adunque
non solo egli vorrà, ma potrà aiutarci in ogni nostra angustia e ne’
tempi massimamente della pestilenza, se a lui ci rivolgerem daddovero,
e se ameremo di cuore questo benedetto ed amatissimo Dio e confideremo
in lui.
Ora per quante divozioni io ed altri sapessimo consigliare ne’ fieri
pericoli e bisogni d’un contagio, anzi in tutti i tempi, niuna mai
ne troveremo che uguagli la divozione verso la sacratissima persona
del nostro Gesù. Divozione pertanto alla sua croce e passione
dolorosissima, divozione al divino Sacramento dell’altare, divozione
al suo dolcissimo e santissimo nome. Ed appunto il solo suo nome è
bastante a riempierci di consolazione e di tenerezza, perchè ci ricorda
ch’egli ci ha salvati, e se noi ricorreremo fedelmente a lui ci salverà
dall’ira ventura. Anzi, cosa non possiamo noi sperare dal suo Padre
Iddio e da lui medesimo, nominandogli con viva fede questo amoroso
nome, e pregandolo per gli suoi meriti infiniti? Tutto potremo sperare,
da che egli stesso, che non può mentire, ce ne ha espressamente
assicurati in S. Giovanni al cap. XIV con dire: _Quodcumque petieritis
Patrem in nomine meo, hoc faciam. Si quid petieritis me in nomine
meo, hoc faciam._ Animo dunque ne’ pericoli, nelle infermità, nelle
pestilenze. Ricorriamo a Gesù che potremo sperar tutto. E sappiasi a
questo proposito che S. Bernardino, uno dei santi più innamorati di
Gesù, predicando un quaresimale in Padova, ed esponendo nel Sermone
XLI i raggi co’ quali egli faceva scolpire questo santo nome, scrisse
che il terzo d’essi raggi era detto _remedium infirmitatum_, perchè
il Signor nostro in S. Marco al cap. XVI, promise che i fedeli nel suo
nome scaccerebbono i demonj, guarirebbono gl’infermi e farebbono altre
maraviglie. Soggiugne poscia che vedendo le pesti, elle cederanno alla
forza del nome santissimo di Gesù, citando appunto ciò che era avvenuto
in Ferrara sotto i suoi occhi, mentre quel popolo, mercè d’esso nome
posto sopra le porte delle case, si vide in breve libero dalla peste,
quand’ella dovea naturalmente aumentarsi. Ecco le sue parole: _Sequitur
pestilentia in aliqua terra, vel regione, et talis pestilentia cum
nomine Jesu auferetur. Illud expertus sum, quod me prædicante tempore
vigentis pestis Ferrariæ de nomine Jesu, ad tantam fidem illius nominis
fuerunt accensi et devoti, ut quasi totus ille Ferrariensis populus,
mediante nomine Jesu, quod superliminari cujuscumque domus apposuerat,
remedium illius pestiferi morbi senserit, nam illa pestis cessavit,
quando secundum naturalem rationem debebat accrescere._ Non c’è già
necessità di tenere scolpito in marmo sopra le porte delle case il
nome del Salvatore. Basta averlo, ed è necessario l’averlo scolpito nel
cuore da un tenero amore e da una viva fede.