_Pietà e divozione quanto necessarie in tempo di pestilenza.
Malvagità d’alcuni, che diventano allora peggiori. Quali prediche
si convengano per costoro. Esercizi per accrescere e nutrire
la pietà. Lezione spirituale, orazioni vocali, meditazioni e
giaculatorie._
Sempre dovrebbe la pietà, o sia la divozione, essere il mestiere de’
cristiani, ma specialmente ha da essere nelle influenze pestilenziali.
Ognuno allora ha più che mai bisogno del potente soccorso di Dio
per preservarsi in vita. L’offenderlo, o l’essere in disgrazia
di lui, certo non è un mezzo proprio per prometterlo a sè stesso.
Ognuno conosce che stando allora la morte ai fianchi di tutti, v’ha
bisogno di sempre andar preparato pel gran viaggio dell’eternità,
e per conseguente d’intendersela bene con chi ha in suo pugno di
farci eternamente felici, o eternamente miseri. E pure, di che non è
capace la corrotta ed infelice natura degli uomini? Ho gran pena ad
accennarlo, ma pur si dee accennarlo per istruzione nostra. In quei
miserabili tempi, la sola relazione de’ quali, non che l’aspetto
effettivo, dovrebbe pur bastare per santamente atterrirci tutti e
condurci totalmente a Dio, in que’ tempi, dissi, non mancano persone
che non solo non diventano migliori, ma più che mai s’immergono ne’
peccati con temerario sprezzo di Dio, giudice onnipotentissimo, e con
pazza dimenticanza del grande interesse dell’anima loro. Alcuni pur
troppo intuonano il _Mangiamo e beviamo, che domani morremo_; ed altri
già descritti dalla divina Sapienza si fanno animo l’uno all’altro con
dire: _Godiamo dei beni finchè li abbiamo; coroniamoci di rose prima
che marciscano; nè ci sia prato per cui non passi la nostra lussuria_.
Peggio fanno altri, i quali, figurandosi di portar seco un’infallibile
salvaguardia, non credono che la peste abbia veleni per loro, e però
si danno a ladrerie e ad ogni altra sorta d’iniquità ed eccesso. Non
si crederebbono cose tanto stravaganti se la sperienza non le avesse
più volte fatto vedere, e non fosse ancora per rinnovarne gli esempi.
In somma è pur troppo vero ciò che anche il grande arcivescovo S.
Carlo diceva d’aver conosciuto per prova nella peste de’ suoi tempi,
cioè: _Che il buono si emenda sotto il flagello, e il cattivo sempre
peggiora_.
Ora contro tali pazzi ed empj egli è necessario che vegli e s’armi in
primo luogo la giustizia dei principi, gastigando immediatamente e con
qualche rigore certi delitti enormi, o pure pubblicamente scandalosi,
ove sia con loro mischiata la disubbidienza agli editti allora
pubblicati dal buon governo; e ciò per salutevol terrore ed esempio
degli altri. Benchè non sarà tanto facile il commetterne di questi,
ove si proceda con quelle provisioni e leggi che si sono proposte in
trattando del governo politico. Contro certi altri delitti che non
appartengono alla giustizia punitiva del fôro o per la loro qualità, o
per la loro segretezza, ma che senza fallo non fuggiranno gli occhi di
Dio, dee in quei tempi sfavillare più che mai lo zelo e l’eloquenza de’
predicatori e confessori, inculcando a questa gente cieca e dimentica
di sè stessa, ora con aspri ed ora con piacevoli modi, ma sempre con
paterna censura, il tremendo giudizio di Dio, la sua gran giustizia,
la sua immensa potenza in gastigare i figliuoli ribelli ed ostinati.
E conciossiachè a certe persone di scorza dura, e tali ordinariamente
non per altro se non perchè credono poco, essendo la divina virtù
della fede troppo languida in esse, non fanno gran forza, nè mettono
terrore certi esempi ed insegnamenti delle sacre Scritture, appunto
perch’esse credono poco, bisogna dar di piglio anche alle ragioni umane
e filosofiche, per levar loro di mente, se fia possibile, gl’incanti
delle loro passioni e la sciocchezza de’ loro consigli e raziocini.
Gioverà per tanto dilucidar loro questi inganni, e mettere in mostra
tutto il pericolo e l’orror della morte imminente che quegli infelici
mirano ben allora con gli occhi del corpo, ma non già con quei
dell’anima, e quindi passare a far conoscere quanto sia folle e nemico
di sè stesso chi in tempi tali va sì malamente spendendo i forse pochi
momenti che gli restano di vita e quanto sia terribile il cadere nelle
mani di Dio vivo e vero, giustissimo punitore delle offese e degli
strapazzi contro di lui usati, e usati con tanto sprezzo di lui, perchè
in tempi sì fatti; e quanto in fine sia necessaria a tutti la penitenza
e la divozione e pietà, per preservarsi allora dalla morte temporale, e
molto più dall’eterna. S. Gregorio il Grande, scrivendo appunto della
pestilenza a Domenico vescovo di Cartagine, nell’epist. 41 del lib. 8
già ci avvertì che _Inter flagella positos, flagellis digna committere,
contra ferientem est specialiter superbire, et sævientis acrius
iracundiam irritare_.
Ma per tali miscredenti ed iniqui, che finalmente poi, allorchè il
flagello di Dio fa una lesione cotanto sensibile ai peccatori, si
riducono a poco numero, pongasi mente di non atterrire la maggior parte
del popolo che o è buona da lungo tempo, o certo allora si dà di vero
cuore al pentimento de’ suoi peccati. A questi si ha da dire che non
si parla, ma sì bene a certi ostinati, per i quali hanno anzi tutti
gli altri veramente pentiti e compunti e tutti i buoni da implorar con
preghiere la divina misericordia che li muova e converta. Colla gente
già buona, o divenuta buona nelle calamità, io torno a ripeterlo, non
si ha allora da metter mano al terrore, ma sì bene alle consolazioni,
parlando della infinita clemenza di Dio verso chi daddovero ricorre a
lui, e inanimendo, e confortando chi fa profitto dei gastighi di lui.
Corrono bene; non bisogna avvilirli nel corso, servendo già loro di
sprone la terribil faccia della stessa pestilenza.
Appresso è da promuovere la pietà nel popolo, in guisa però che non
si contravvenga alle sagge regole del governo politico con adunanze
pericolose, o pure con disubbidienze che dispiacerebbono al medesimo
Dio. Prescriverà dunque il vescovo certe regole di vita cristiana,
orazioni vocali, meditazioni, ed altri simili esercizi di vera
pietà; o pure, non facendolo il vescovo, ognuno si aiuterà da sè
stesso, e potrà essere aiutato dai confessori e predicatori. Gioverà
pertanto leggere allora più che mai libri divoti che trattino delle
tribolazioni, per imparare da essi la maniera cristiana di tollerarle;
ed altri che insegnino la vita divota e la perfezione, per unirsi
bene a Dio, e rassegnarsi al suo santo volere. Alcuni consigliano il
leggere, oltre ad alcune omilie da me accennate di sopra, l’operetta di
Tertulliano intorno alla pazienza, il Trattato del Disprezzo del Mondo
d’Innocenzo III, il Tesoro della Misericordia di Gabriello del Toro, il
Cacciaguerra della Tribolazione, il Conforto degli Afflitti di Gasparo
Loarte, alcuni Sermoni di Gabriello Biele e del Busto in materia di
peste, le Opere del P. Bartolomeo da Saluzzo, il Conforto degl’Infermi
del P. Stefano Binetti. Io per me consiglierei tutti a leggere allora
in primo luogo, per chi può, i divini libri, specialmente del nuovo
Testamento; e secondariamente le vite dei santi o beati, scegliendo
anche i più caritativi, sieno martiri, sieno confessori e vergini,
purchè scritte da autori approvati, e con semplicità di stile, e
con verità di storia. Quelle dei santi e beati degli ultimi secoli,
siccome più diffuse, e per lo più composte o tradotte in volgare,
riusciranno maggiormente comode ed utili al popolo. S. Filippo
Neri, gran maestro di spirito, raccomandava più che gli altri libri
di divozione la lettura di queste vite, perchè sapeva che ivi nel
medesimo tempo s’imparano le massime della santità, e si mira la
santità posta in esercizio, restando chi legge egualmente istruito e
spronato dall’esempio altrui. In terzo luogo essendo facilissimo l’aver
seco o il trovare l’aureo libro dell’Imitazione di Cristo di Tommaso
da Kempis, o sia dell’abate Giovanni Gersen, e tutte le sugose ed
eccellenti opere del P. Luigi Granata e di S. Teresa, e quelle ancora
di S. Francesco di Sales, io persuaderei tutti ad attenersi ben forte
più alla loro lettura piena di santa unzione, che a quella d’alcuni
altri libri, i quali non toccano bene spesso il cuore, benchè parlino
o insegnino tanto. Chi potesse anche leggere il Trattato dei Travagli
di Gesù del P. Tommaso di Gesù agostiniano, e l’Erario della Vita
Cristiana del P. Giambatista Sangiurè della compagnia di Gesù, e le
Opere Ascetiche del piissimo cardinale Giovanni Bona, e del P. Lorenzo
Scupoli, cherico regolare teatino, per tacer d’altri autori, ne speri
gran soccorso e consolazione spirituale.
Quindi si potrà e dovrà esercitare la divozione in orazioni vocali e
mentali, che ognuno sceglierà secondo la capacità sua, o pure secondo
la direzione del vescovo o del confessore. Il basso popolo, che non
sa leggere, ha le sue orazioni, che basteranno purchè accompagnate
dal buon cuore e dall’intenzione pura di pregare o lodar Dio. Quei
di sfera un poco superiore ne aggiungeranno dell’altre conformi alla
necessità di que’ tempi, con ricordarsi principalmente di recitare
almeno una volta il giorno, più col cuore che con la bocca, gli Atti
di fede, di speranza, d’amore di Dio e di contrizione, siccome le
più sode orazioni che dopo la dominicale e il simbolo della fede,
dovrebbono praticarsi nella nostra santa religione. Ma non si può
dire che utilità e divozione, e qual soave conforto possano recare
in ogni tempo, e specialmente in quello della calamità, alcuni salmi
della divina Scrittura. D’ordinario non se ne sente il mele e non se
ne cava gran profitto anche recitandoli, perchè o non s’intende la
lingua in cui si recitano, o non si ferma l’attenzione, nè fa posata
la mente sopra i loro santissimi sensi e mirabili affetti. Sarà
pertanto allora di un sommo vantaggio e conforto alla gente pia il
parlare attentamente con Dio mercè d’alquanti salmi, scelti apposta per
cura del prelato, ed anche volgarizzati, con lasciar da parte tutti
que’ versetti che non si adattano al bisogno d’allora, ovvero che
esigono troppo comento per capirne gli alti loro sensi e misteri. Gli
abbiamo tradotti in volgare per opera di Pellegrino degli Erri, nostro
Modenese, e stampati in Venezia l’anno 1573. Anzi perchè i più del
popolo, a cagione del non intendere il latino, non sono atti a trarne
tutto quel frutto che possono gl’intendenti, sarebbe da desiderarsi
che venisse composta una selva di varie orazioni e di affetti, tutta di
versetti de’ salmi, per quanto si può continuati, e talvolta ancora di
salmi interi, con aggiugnere in un’altra colonna la loro traduzione, e
con ridurre essi sotto diverse categorie, come sarebbe di pentimento,
di speranza, di coraggio pio, di preghiere nelle tribolazioni,
di risoluzione per eseguire la santa legge, di consolazione per i
giusti, di confidenza de’ buoni in Dio, di ringraziamento, di lodi
del Signore, e simili. Certo è che quelle parole, per esser dettate
dallo Spirito Santo, purchè intese e recitate con attento e divoto
cuore, più di qualunque altra orazione formata dagli uomini, ci possono
riempiere di tenerissimi e santi affetti. Sarebbe propria di qualche
anima innamorata di Dio, e insieme molto giudiziosa e intendente,
l’esecuzione di un tal disegno; ma quando niuna di queste vi si
applicasse, bramerei di poter io un giorno tentare, se mai ciò mi
riuscisse, in una forma tollerabile.
Chi poi ha il costume e la grazia da Dio di potere e saper meditare,
più allora che mai si dovrà esercitare in questo efficacissimo pascolo
della vera divozione, ricordandosi però che il profitto dell’anima
non consiste in pensar molto, ma in amar molto Dio, e in determinarsi
a conformare in tutto e per tutto la nostra volontà a quella di Dio,
e ad operare e patire assaissimo per amore di lui, e in farlo poi
quando se ne offra l’occasione. Ancor qui potrà il vescovo suggerire,
o pure cadauno consigliandosi col suo direttore, o coll’intendimento
suo, eleggerà i punti che principalmente sono da meditare ne’ tempi di
gran calamità, mettendo in primo luogo la Passione del nostro divino
Redentore per addestrarci coll’esempio del nostro divino Duce a patire,
e a patir coraggiosamente e volentieri, per dar gusto a lui e per
fare il suo santissimo volere. Lo sprezzo del mondo, la rassegnazione
che dobbiamo a Dio, la grandezza dei beni ch’egli ci riserva nel
suo regno, la misericordia sua, l’utilità delle tribolazioni, i
mirabili insegnamenti di carità dati a noi da esso Dio, sopra tutto
coll’esempio e colla voce del suo divino Figliuolo, ed altri simili
argomenti saranno a proposito per eccitar allora maggiormente le anime
a pensieri ed opere sante, e all’effettivo loro esercizio. S’hanno in
fine da scegliere varie giaculatorie ben vivaci e pie, essendo queste
per consiglio de’ maestri un cammino de’ più corti e de’ migliori per
unirsi e per istare continuamente unito a Dio.