_Uffizio de’ vescovi venuto il contagio. Provvisione di ministri
e d’altri soccorsi temporali e spirituali. Lazzeretto per gli
ecclesiastici. Consolare e animare il popolo colla presenza e con
altri aiuti. Varie licenze da concedersi dal prelato. Messe ove
da dirsi. Prediche e processioni come da farsi. Quali regole in
tempo di generale quarantena._
Felici que’ popoli a’ quali il cielo comparte e principi, e maestrati,
e vescovi pieni in tutti i tempi d’amore paterno verso i sudditi, e
di nobilissimo zelo pel pubblico bene. Ma non mai si prova cotanto
che bel regalo del cielo sia questo come nella disgrazia d’una peste.
Sogliono allora i buoni pastori ecclesiastici fare un’offerta a Dio
di tutti sè stessi, promovendo poscia con vigilanza continua non meno
la felicità spirituale, che la politica delle loro pecorelle, con
aiutare il governo secolare a difenderle, per quanto mai si può, dalla
peste insieme e dalla fame, e con accudire a far curare gl’infermi,
e a consolare e rincorare il popolo afflitto. Sarà pertanto cura del
prelato, entrata che sia la peste, l’assistere ai maestrati, acciocchè
senza dilazione sieno messi in ordine, o fondati, se la possibilità
il permette, lazzeretti ben capaci per gl’infetti e sospetti, e
affinchè vengano essi ben provveduti di medici, cerusici, medicamenti,
serventi, balie, levatrici, capre, beccamorti, ed altri ministri, colla
distinzione degli uomini dalle donne, anzi con procurare eziandio,
se si potrà, che le maritate stieno segregate dalle fanciulle, il che
per vari riguardi vien consigliato dai saggi; e che non si permettano
visite, passaggi e colloqui sotto pretesto alcuno di parentela,
amicizia, o d’altro. Veglierà il vescovo, acciocchè ivi non abbia luogo
alcun altro scandalo, ma vi si eserciti la carità con esattezza, e
vi si promuova la pazienza e la divozione. Metterà ogni applicazione
per adunar sacerdoti, confessori, visitatori, ed altre persone tanto
ecclesiastiche quanto secolari, che assistano ai lazzeretti, ai
monasteri delle monache, e alla cura d’alcuni degl’infetti, ed altri
dei sani, e specialmente in sussidio dei parochi, pensando a tutto
quello che possa occorrere per l’amministrazione de’ sacramenti. A
questo fine sul principio convocherà gli ecclesiastici della città
e i capi degli ordini religiosi, e insinuerà, o farà loro insinuare,
quello essere il tempo da far conoscere a Dio e al mondo lo spirito
della loro pietà, carità e santa vocazione, coll’impiegarsi in servigio
specialmente spirituale del prossimo e de’ loro fratelli in Cristo. E
qui proseguirà adducendo i motivi più forti per esortarli ed animarli
a non mancare d’aiuto in sì estremo bisogno al popolo di Dio, ciascuno
secondo le sue forze, abilità ed inclinazioni, per farsi del merito
in cielo, e beneficare la patria. Per mezzo ancora de’ parochi, o de’
predicatori, o di qualche editto, o in altra guisa che si trovi più
praticabile, farà esporre questo medesimo invito ai secolari maschi
e femmine. Tutti quegli, sì laici, come ecclesiastici, che accesi del
fuoco dell’amore di Dio si offeriranno al servigio o dei lazzeretti, o
degl’infermi, o per altri ministerj caritativi, col nome di _oblati_,
si daranno in nota al vescovo, che ne terrà buon conto per distribuirli
a suo tempo, e secondo il bisogno, ne’ vari impieghi della carità
cristiana, avvertendoli poi di non ricevere cosa alcuna dalla gente
infetta o sospetta, affinchè non pregiudichino al proprio corpo, e
all’anima ancora, coll’esporsi all’evidente pericolo di contrarre
l’infezione anch’essi.
Fu praticato in Milano (e sarebbe desiderabile che potessero far lo
stesso altre città) di non mandare gli ecclesiastici al lazzeretto
comune degl’infetti; ma erettone un altro a posta per i medesimi, si
liberò il pubblico da questa cura, e si provvide con più comodità e
decenza al bisogno dei ministri di Dio, con obbligare l’università
degli ecclesiastici medesimi a somministrare quanto occorreva. In
questo luogo verranno ricoverati gl’infermi dell’uno e dell’altro
clero, con questa differenza nondimeno, cioè che per carità e senza
spesa alcuna saranno ivi accolti e mantenuti quegli ecclesiastici
tanto secolari quanto regolari che avessero preso il male nell’attuale
servigio dei lazzeretti o degl’infermi, o pure per la loro povertà non
potessero spendere; resteranno obbligati a pagare gli altri che non
faticano e possono pagare.
Quindi rivolga il prelato il suo studio a levare dagli animi del popolo
la costernazione e la stupidezza, che spesso allora assalisce quasi
tutti, ed impedisce non solamente l’esercizio de’ vari uffizi, ma
eziandio la buona cura di sè stesso, non che degli altri. Anch’egli
esorterà ciascuno alla costanza e al coraggio, dandone prima, per
quanto potrà, egli medesimo esempio a tutti. A ciò contribuirebbe
assaissimo s’egli potesse di quando in quando lasciarsi vedere per
le contrade e piazze della città a cavallo, come hanno costumato in
simili occasioni i cardinali S. Carlo e Federigo Borromei, arcivescovi
di Milano d’immortale memoria, Gianfrancesco di Sales vescovo di
Ginevra, successore e fratello degnissimo di S. Francesco, e tanti
altri cardinali, vescovi e principi. Non si può dire che consolazione e
che gioia inspiri ne’ cuori o mesti o abbattuti della gente, il poter
mirare allora dalle porte o dalle finestre, o pure a cielo aperto il
volto del loro sacro pastore, o di chi li governa. Quell’osservare
che personaggi tanto loro superiori non paventano la peste, è una
grande scuola di non paventare anche agli altri; e quel chiarirsi
che i governatori dati loro da Dio si prendono in persona tanta cura
d’essi, e si sforzano di rimediare alle loro miserie e pericoli,
accresce a tutti il conforto e il coraggio per non disperar da lì
innanzi, e per sopportare con più tolleranza gli incomodi di quella
misera congiuntura. Utilissimo pertanto al popolo e glorioso ai vescovi
e ad altri superiori sarebbe allora il portarsi sino alle porte dei
lazzeretti e il passeggiar talvolta per le contrade, informandosi
eglino stessi dello stato degli infermi e di qualunque altro bisognoso,
con ascoltarli o dalle finestre o in una convenevole lontananza,
tenendo poi registro di tutto per soccorrere, come si potrà il meglio,
alle necessità di cadauno. A questo atto d’eroica fortezza e d’insigne
carità cristiana, certo è che terranno dietro le benedizioni non
meno di tutto il popolo, che di Dio. Qualora non sia loro possibile
il farlo, almeno mandino i loro primari ministri o altre accreditate
persone, che in loro nome s’informino, e confortino, e rincorino chi ne
ha bisogno, soccorrendo poi con gli effetti alle indigenze altrui.
Parimente dovrà il vescovo concedere a tutti i confessori da sè
approvati, e specialmente ai parochi, e in caso di necessità anche ai
sacerdoti semplici (che si riputeranno approvati senza esame in caso
di necessità) la facoltà di assolvere non solamente gli appestati, ma
eziandio tutto il resto del popolo dai casi e dalle censure riservate
a loro, ed anche riservate al sommo pontefice, avendone prima ottenuta
la licenza dalla S. Sede. E perciocchè può accadere che in que’ sì
sconcertati tempi non possano i parochi, confessori e vicari foranei
facilmente ricorrere al prelato, concederà loro in tal caso le più
ampie facoltà, come sarebbe di potere, occorrendo il bisogno, ascoltare
le confessioni senza tutti i sacri riti esteriori che si usano in altri
tempi, purchè il facciano con pia decenza; e di sottoporre le parti
delle parrocchie di villa alle più comode ed intatte, qualora per i
passi levati non potessero accorrere alla propria parrocchiale, o l’una
parte fosse infetta e l’altra illesa; e di ommettere le denunzie per
contrarre matrimonio fra persone che in pericolo di morte volessero
appagar la loro coscienza e legittimare la prole. Darà ancora licenza
di poter celebrare messa in ogni chiesa, ed anche con altare di legno
fuori di chiesa, o nelle piazze e vie; e di poter soddisfare in essi
altari all’obbligazione di celebrare in altri; e di poter costituire
ed approvare confessori secondo il bisogno. Il Diana mette in dubbio
se il vescovo possa anche dar licenza di celebrare il santo sacrifizio
nelle case private. Dicono di sì il Marchino e il Pasqualigo; e alla
loro sentenza si può saggiamente aderire. Imperocchè non essendoci
più salutevol mezzo umano per isfuggire o non comunicare ad altrui la
peste, quanto lo star ritirato e consolato, non pare conveniente il
costringere le persone, e massimamente le nobili, ad uscir di casa, e
a portarsi con tanto loro ed altrui pericolo alle chiese o ai pubblici
luoghi per ascoltare la messa, quando si possa in altra più comoda
e sicura forma soddisfare alla loro divozione e pietà. Cessano qui i
motivi per cui non si concede tal grazia in altri tempi; e vi entra
il motivo di concederla pel pubblico e privato bene; anzi vi ha luogo
il riflesso della necessità, che, considerato dalla Chiesa, fa in
altri tempi accordare la licenza medesima. E quantunque non vi sia,
rigorosamente parlando, questa necessità, perchè allora non corre il
precetto di uscire di casa per portarsi ad udite la messa, tuttavia si
può chiamare in certa guisa necessario il consolare; per quanto si può,
la gente ivi ristretta, alla quale è fuor di dubbio che riesce allora
di una somma consolazione il poter assistere al divino sacrifizio
senza pericolo alcuno. E giacchè ai pastori ordinari non è vietato da
alcuna precisa legge il dare questa facoltà nei pericolosissimi casi
della peste, e la Chiesa tacitamente concede ai vescovi il provvedere
e dispensare in casi tali secondo il bisogno e l’utilità della loro
greggia, perciò è da preferire la sentenza dei teologi suddetti. Lo
stesso credo io che si possa tenere intorno al dar licenza di mangiar
carne per alcuni giorni di quaresima, cioè tre o quattro per settimana,
con ritener però l’obbligo del digiuno. Alcuni teologi l’insegnano.
Sarà eziandio cura dei vescovi il proibire anch’eglino allora, caso che
i magistrati ne facessero istanza, la pompa e ogni altra formalità di
funerali; e l’ordinare che niuno sia seppellito entro le chiese e ne’
cimiteri soliti, quantunque nè pur fosse stata la sua morte di peste,
a fine d’evitare ogni pericolo ed inganno, potendosi solo esentare
da tal divieto qualche persona di molta distinzione con permetterle
sepolcro solitario e in casse impiombate. Ordineranno ancora i vescovi
che la notte di Natale si canti la messa, ma a porte chiuse, e senza
ammettervi il popolo, con proibir parimente certi presepi o sepolcri,
ai quali si potesse fare un imprudente concorso di gente. Ho udito dire
che nella peste di Genova del 1656 l’essere corso il popolo ad un luogo
da dove si facevano sperar miracoli per preservarsi dal morbo, costò la
vita a molte migliaia di persone, che s’infettarono in pochi giorni.
Di troppa importanza si è il non permettere allora le grandi raunanze
in luogo alcuno, e per conseguente si dovrà andare con gran riguardo a
permetterle anche nelle stesse chiese, perciocchè sarebbe facilissimo
l’attaccare l’uno all’altro il contagio. Non si dee tentar Dio che
faccia dei miracoli per preservarci ne’ luoghi sacri dagli effetti
naturali di quel morbo. Il perchè è stato in uso in altre pesti, e
viene ancora approvato dal consiglio de’ teologi, il dirizzare altari
nelle piazze e in capo alle contrade, e far ivi celebrare la santa
messa, acciocchè le genti preventivamente avvisate dal suono delle
campane, e a certe ore determinate, possano assistervi, o stando alle
finestre e porte, o pure all’aperto, ma colla dovuta distanza fra loro.
Regolerà il prelato questa faccenda, e concederà le facoltà necessarie.
L’arcivescovo di Firenze nella peste del 1630 proibì il suonar campane
o campanelli per invitar gente all’accompagnamento del sacro Viatico,
essendosi provato molto nocivo un tale concorso. Così nella peste che
afflisse la città di Palermo negli anni 1624, 1625 e 1626 si lasciò
di mettere l’acqua santa nelle chiese, perchè si riconobbe pigliarsi
facilmente per mezzo d’essa il morbo. Altrettanto gioverà fare in
simili congiunture. Il levare poi affatto le prediche in tempi tali
non sembra conveniente, siccome soccorso che allora è più che mai
utile o necessario al popolo per far coraggio e concepire sentimenti
di vera penitenza e divozione, e prepararsi per tutti gli avvenimenti.
Osservisi dunque se si potesse predicare in diversi luoghi spaziosi
della città, e con dividere e diradare quanto più fosse possibile
gli uditori. In Firenze l’anno 1630 furono sospese le prediche,
giudicandosi questo il partito più sicuro.
Prima della peste lodano tutti l’implorare il soccorso divino
con pubbliche numerose processioni, avuto riguardo però che non
v’intervengano o concorrano persone le quali potessero portar seco
il malore. Venuta poi la peste, suole disputarsi se convenga fare
lo stesso. Certo ci assicurano le storie essersi osservata in varie
città e terre, anche anticamente, la diminuzione o cessazione della
pestilenza dopo sì fatte processioni, e il P. Teofilo Rinaldo ne
reca vari esempi. Ma, secondo altri, meglio sarà l’astenersene per
la ragione suddetta di non doversi esigere da Dio degli evidenti
miracoli, e per altri motivi che tralascio. Noi sappiamo che dappoichè
in Milano nel 1576 ne fu fatta una solennissima da S. Carlo, e
un’altra addì 13 giugno 1630 dal cardinale Federigo Borromeo, si
vide immediatamente aumentarsi il furore della pestilenza. Così per
attestato del P. Marchino addì 28 giugno del 1630 furono da Nonantola
con solenne processione portati a Modena i corpi de’ SS. Sinesio e
Teopompo (siccome per relazione del Sigonio fu anche fatto nell’anno
1006), ed esposti per due giorni nel duomo con gran concorso di popolo,
vennero finalmente ricondotti a Nonantola. Io non leggo che prima di
quel dì la peste fosse entrata nella nostra città; leggo bensì che da
lì a pochi giorni essa cominciò a farci strage. Perciò in Roma, cioè
in quella città che fu regolata con mirabile saviezza nel contagio
del 1656, non fu, per quanto io sappia, ordinata alcuna di queste sì
strepitose processioni nel bollor della peste. All’incontro in Firenze
nell’anno 1630 ne furono fatte alcune, ma dal solo arcivescovo e da
alcuni ecclesiastici secolari e regolari diradati, stando intanto
il popolo alle finestre, o pure in orazione entro le loro case,
avvertito dall’invito generato delle campane. E questa appunto è una
via di mezzo che sembra la più lodevole e la più da praticarsi in
altre simili occasioni. In tal guisa potrebbero anche portarsi per
la città i sacri corpi de’ santi protettori, o altre insigni e più
venerate reliquie; e specialmente sarebbe da farsi qualche volta la
processione del santissimo Sacramento, conducendola ora per queste
ed ora per quelle contrade: il che tutto riuscirebbe d’incredibile
consolazione ed utilità al popolo in que’ miseri tempi. Il mandare
ancora sacerdoti, o secolari o religiosi, qualche volta a benedire
i cibi de’ poveri infermi o altre cose, calate giù dalle finestre
o esposte alle porte, è riuscito di gran conforto, ed ha inspirato
coraggio, allegria e divozione alla viva fede dei medesimi. Anzi
per tenere santamente allegra la gente, ottimo consiglio allora sarà
rinviare per ogni parocchia a certi tempi, e massimamente alle prime
ore della notte, senza bisogno che gli abitanti aprano allora le
finestre, un determinato numero di soli ecclesiastici, o secolari
o regolari, i quali per le strade cantino con voce divota le laudi
del Signore, o altre preghiere e componimenti di divozione in lingua
volgare, il più che si può intelligibili da tutti, ed approvate prima
dal vescovo, le quali inanimiscano il popolo, consolino ed inspirino
l’amore di Dio, la speranza in lui, la pazienza, e lo sprezzo del
mondo. Ma ci vuole il giudizio d’astenersi allora da quelle espressioni
che possono accrescere il terrore o la mestizia. Di queste due
micidiali passioni non v’è inopia in que’ tempi: v’è bensì penuria
di coraggio e d’ilarità, che pure sono potenti rimedi, non tanto per
preservarsi, quanto per risanare dall’infezione. A questo fine potrebbe
ancora giovare l’aver pronte e il far cantare in qualche divoto tuono
dal popolo certe preghiere a Gesù, prima d’ora stampate, potendo esse
servire di gran conforto nei continui bisogni, e massimamente nel
gravissimo della pestilenza. Così gioverà il prescrivere orazioni
da recitarsi privatamente, o pure da cantarsi pubblicamente circa
l’un’ora, o la mezz’ora di notte alle finestre pel popolo, invitato a
ciò dalla campana d’ogni parrocchiale.
E perciocchè può darsi il caso che s’abbia a mettere in quarantena
tutto il popolo, sequestrando, fuorchè le persone necessarie, tutti
gli altri nelle loro case per 40 giorni, il che fu fatto in Milano
dell’anno 1576, essendosi trovato questo ripiego veramente utile, da
che si vide che il morbo non cessava; e potendo essere il medesimo
utilissimo anche nei principj dell’altre pestilenze, gioverà a tutti
il sapere quali ordini prescrivesse allora S. Carlo, acciocchè in così
lungo ozio d’un popolo numeroso tutti santamente s’impiegassero nel
bene e schivassero il male, e fosse servito, non offeso Iddio. Pregò
egli i laici di confessarsi e comunicarsi tutti il giorno avanti che
entrassero in quarantena. Per gli esercizi spirituali di quel tempo,
ordinò prima che ciascuno sentisse messa divotamente ogni dì, al
qual fine fece ergere molti altari ai capi delle strade e a’ luoghi
cospicui della città, per dar comodità a tutti di assistere al santo
sacrifizio stando in casa propria, e trovò sacerdoti che vi celebravano
ogni giorno. Così provvide di confessori, i quali andavano con un
treppiede in braccio per sedervi sopra di porta in porta, confessando
tutto il popolo. Stava il penitente dentro, e il confessore sedeva di
fuori, servendo la porta chiusa per confessionale. La domenica poi si
comunicavano nel medesimo luogo con molta riverenza, perchè veniva il
curato col santissimo Sacramento, accompagnato da alcune persone pie
con lumi accesi, e da un cherico che il serviva, comunicando cadauno
alla porta della loro casa. Di maniera che quasi tutto il popolo facea
la sacra comunione ogni domenica a guisa di tante persone claustrali,
non potendosi spiegare la tenerezza con cui i buoni ricevevano in
quella forma il vero conforto dei tribolati. Ordinò che ogni vicinanza
facesse orazione sette volte tra il giorno e la notte a due cori, come
se fossero stati collegi di canonici. Cantavano salmi, litanie, laudi
ed altre orazioni accomodate ai bisogni di quel tempo; e l’ore erano
distribuite ordinatamente, dandosi il segno di ciascuna d’esse col
suono della campana più grossa del Duomo. Allora tutte le famiglie
andavano alle finestre, e un sacerdote o altra persona deputata dava
principio all’orazione, e tutti gli altri genuflessi rispondevano,
e seguitavano sino al fine, avendo ognuno il suo libro in mano,
stampato per tal effetto, come fanno i canonici in coro. Perciò era
cosa di stupore e che faceva intenerire ognuno il vedere o udire
quella gran città, numerosa di circa 200 mila persone, lodar Dio in un
tempo medesimo da ogni parte, e sentire un rimbombo d’infinite voci,
che chiamavano aiuto da tutto il cielo in quella pubblica calamità.
Certamente pareva allora Milano non solamente un miracoloso monistero
di claustrali dell’uno e del l’altro sesso, che servissero a Dio
rinchiusi nelle proprie celle, ma quasi un’altra Gerusalemme santa,
piena di gerarchie celesti. Pubblicò ancora il piissimo arcivescovo
una lettera pastorale, in cui insegnava ed esortava a fare certe altre
orazioni vocali e mentali, e leggere libri spirituali; ed egli stesso
mostrava i punti che s’aveano a meditare ogni giorno, stampati in essa
lettera; e in fine concedeva varie indulgenze per la facoltà apostolica
ch’egli aveva a tutti quelli che si esercitavano in queste pie
divozioni e pregavano Dio per gli appestati. Ed ecco un vivo esempio
e modello su cui si potranno regolare i vescovi in simili congiunture,
per promuovere allora più che mai l’unione delle anime a Dio, a cui dee
rassegnarsi totalmente ogni fedele per sua maggior quiete e conforto,
e in cui solo si dee sperare e confidare per preservarsi in mezzo ai
pericoli e alla confusione del contagio. A tal fine ancora dovranno
i vescovi in occasione di qualche editto proibire l’uso ingiurioso
a Dio e stolto di tutti i bullettini, anelli, ecc. e d’altri simili
preservativi superstiziosi che allora facilmente si mettono in campo o
dall’ignoranza, o dalla malizia.