CAPO III.

_Uffizio de’ vescovi venuto il contagio. Provvisione di ministri

e d’altri soccorsi temporali e spirituali. Lazzeretto per gli

ecclesiastici. Consolare e animare il popolo colla presenza e con

altri aiuti. Varie licenze da concedersi dal prelato. Messe ove

da dirsi. Prediche e processioni come da farsi. Quali regole in

tempo di generale quarantena._

Felici que’ popoli a’ quali il cielo comparte e principi, e maestrati,

e vescovi pieni in tutti i tempi d’amore paterno verso i sudditi, e

di nobilissimo zelo pel pubblico bene. Ma non mai si prova cotanto

che bel regalo del cielo sia questo come nella disgrazia d’una peste.

Sogliono allora i buoni pastori ecclesiastici fare un’offerta a Dio

di tutti sè stessi, promovendo poscia con vigilanza continua non meno

la felicità spirituale, che la politica delle loro pecorelle, con

aiutare il governo secolare a difenderle, per quanto mai si può, dalla

peste insieme e dalla fame, e con accudire a far curare gl’infermi,

e a consolare e rincorare il popolo afflitto. Sarà pertanto cura del

prelato, entrata che sia la peste, l’assistere ai maestrati, acciocchè

senza dilazione sieno messi in ordine, o fondati, se la possibilità

il permette, lazzeretti ben capaci per gl’infetti e sospetti, e

affinchè vengano essi ben provveduti di medici, cerusici, medicamenti,

serventi, balie, levatrici, capre, beccamorti, ed altri ministri, colla

distinzione degli uomini dalle donne, anzi con procurare eziandio,

se si potrà, che le maritate stieno segregate dalle fanciulle, il che

per vari riguardi vien consigliato dai saggi; e che non si permettano

visite, passaggi e colloqui sotto pretesto alcuno di parentela,

amicizia, o d’altro. Veglierà il vescovo, acciocchè ivi non abbia luogo

alcun altro scandalo, ma vi si eserciti la carità con esattezza, e

vi si promuova la pazienza e la divozione. Metterà ogni applicazione

per adunar sacerdoti, confessori, visitatori, ed altre persone tanto

ecclesiastiche quanto secolari, che assistano ai lazzeretti, ai

monasteri delle monache, e alla cura d’alcuni degl’infetti, ed altri

dei sani, e specialmente in sussidio dei parochi, pensando a tutto

quello che possa occorrere per l’amministrazione de’ sacramenti. A

questo fine sul principio convocherà gli ecclesiastici della città

e i capi degli ordini religiosi, e insinuerà, o farà loro insinuare,

quello essere il tempo da far conoscere a Dio e al mondo lo spirito

della loro pietà, carità e santa vocazione, coll’impiegarsi in servigio

specialmente spirituale del prossimo e de’ loro fratelli in Cristo. E

qui proseguirà adducendo i motivi più forti per esortarli ed animarli

a non mancare d’aiuto in sì estremo bisogno al popolo di Dio, ciascuno

secondo le sue forze, abilità ed inclinazioni, per farsi del merito

in cielo, e beneficare la patria. Per mezzo ancora de’ parochi, o de’

predicatori, o di qualche editto, o in altra guisa che si trovi più

praticabile, farà esporre questo medesimo invito ai secolari maschi

e femmine. Tutti quegli, sì laici, come ecclesiastici, che accesi del

fuoco dell’amore di Dio si offeriranno al servigio o dei lazzeretti, o

degl’infermi, o per altri ministerj caritativi, col nome di _oblati_,

si daranno in nota al vescovo, che ne terrà buon conto per distribuirli

a suo tempo, e secondo il bisogno, ne’ vari impieghi della carità

cristiana, avvertendoli poi di non ricevere cosa alcuna dalla gente

infetta o sospetta, affinchè non pregiudichino al proprio corpo, e

all’anima ancora, coll’esporsi all’evidente pericolo di contrarre

l’infezione anch’essi.

Fu praticato in Milano (e sarebbe desiderabile che potessero far lo

stesso altre città) di non mandare gli ecclesiastici al lazzeretto

comune degl’infetti; ma erettone un altro a posta per i medesimi, si

liberò il pubblico da questa cura, e si provvide con più comodità e

decenza al bisogno dei ministri di Dio, con obbligare l’università

degli ecclesiastici medesimi a somministrare quanto occorreva. In

questo luogo verranno ricoverati gl’infermi dell’uno e dell’altro

clero, con questa differenza nondimeno, cioè che per carità e senza

spesa alcuna saranno ivi accolti e mantenuti quegli ecclesiastici

tanto secolari quanto regolari che avessero preso il male nell’attuale

servigio dei lazzeretti o degl’infermi, o pure per la loro povertà non

potessero spendere; resteranno obbligati a pagare gli altri che non

faticano e possono pagare.

Quindi rivolga il prelato il suo studio a levare dagli animi del popolo

la costernazione e la stupidezza, che spesso allora assalisce quasi

tutti, ed impedisce non solamente l’esercizio de’ vari uffizi, ma

eziandio la buona cura di sè stesso, non che degli altri. Anch’egli

esorterà ciascuno alla costanza e al coraggio, dandone prima, per

quanto potrà, egli medesimo esempio a tutti. A ciò contribuirebbe

assaissimo s’egli potesse di quando in quando lasciarsi vedere per

le contrade e piazze della città a cavallo, come hanno costumato in

simili occasioni i cardinali S. Carlo e Federigo Borromei, arcivescovi

di Milano d’immortale memoria, Gianfrancesco di Sales vescovo di

Ginevra, successore e fratello degnissimo di S. Francesco, e tanti

altri cardinali, vescovi e principi. Non si può dire che consolazione e

che gioia inspiri ne’ cuori o mesti o abbattuti della gente, il poter

mirare allora dalle porte o dalle finestre, o pure a cielo aperto il

volto del loro sacro pastore, o di chi li governa. Quell’osservare

che personaggi tanto loro superiori non paventano la peste, è una

grande scuola di non paventare anche agli altri; e quel chiarirsi

che i governatori dati loro da Dio si prendono in persona tanta cura

d’essi, e si sforzano di rimediare alle loro miserie e pericoli,

accresce a tutti il conforto e il coraggio per non disperar da lì

innanzi, e per sopportare con più tolleranza gli incomodi di quella

misera congiuntura. Utilissimo pertanto al popolo e glorioso ai vescovi

e ad altri superiori sarebbe allora il portarsi sino alle porte dei

lazzeretti e il passeggiar talvolta per le contrade, informandosi

eglino stessi dello stato degli infermi e di qualunque altro bisognoso,

con ascoltarli o dalle finestre o in una convenevole lontananza,

tenendo poi registro di tutto per soccorrere, come si potrà il meglio,

alle necessità di cadauno. A questo atto d’eroica fortezza e d’insigne

carità cristiana, certo è che terranno dietro le benedizioni non

meno di tutto il popolo, che di Dio. Qualora non sia loro possibile

il farlo, almeno mandino i loro primari ministri o altre accreditate

persone, che in loro nome s’informino, e confortino, e rincorino chi ne

ha bisogno, soccorrendo poi con gli effetti alle indigenze altrui.

Parimente dovrà il vescovo concedere a tutti i confessori da sè

approvati, e specialmente ai parochi, e in caso di necessità anche ai

sacerdoti semplici (che si riputeranno approvati senza esame in caso

di necessità) la facoltà di assolvere non solamente gli appestati, ma

eziandio tutto il resto del popolo dai casi e dalle censure riservate

a loro, ed anche riservate al sommo pontefice, avendone prima ottenuta

la licenza dalla S. Sede. E perciocchè può accadere che in que’ sì

sconcertati tempi non possano i parochi, confessori e vicari foranei

facilmente ricorrere al prelato, concederà loro in tal caso le più

ampie facoltà, come sarebbe di potere, occorrendo il bisogno, ascoltare

le confessioni senza tutti i sacri riti esteriori che si usano in altri

tempi, purchè il facciano con pia decenza; e di sottoporre le parti

delle parrocchie di villa alle più comode ed intatte, qualora per i

passi levati non potessero accorrere alla propria parrocchiale, o l’una

parte fosse infetta e l’altra illesa; e di ommettere le denunzie per

contrarre matrimonio fra persone che in pericolo di morte volessero

appagar la loro coscienza e legittimare la prole. Darà ancora licenza

di poter celebrare messa in ogni chiesa, ed anche con altare di legno

fuori di chiesa, o nelle piazze e vie; e di poter soddisfare in essi

altari all’obbligazione di celebrare in altri; e di poter costituire

ed approvare confessori secondo il bisogno. Il Diana mette in dubbio

se il vescovo possa anche dar licenza di celebrare il santo sacrifizio

nelle case private. Dicono di sì il Marchino e il Pasqualigo; e alla

loro sentenza si può saggiamente aderire. Imperocchè non essendoci

più salutevol mezzo umano per isfuggire o non comunicare ad altrui la

peste, quanto lo star ritirato e consolato, non pare conveniente il

costringere le persone, e massimamente le nobili, ad uscir di casa, e

a portarsi con tanto loro ed altrui pericolo alle chiese o ai pubblici

luoghi per ascoltare la messa, quando si possa in altra più comoda

e sicura forma soddisfare alla loro divozione e pietà. Cessano qui i

motivi per cui non si concede tal grazia in altri tempi; e vi entra

il motivo di concederla pel pubblico e privato bene; anzi vi ha luogo

il riflesso della necessità, che, considerato dalla Chiesa, fa in

altri tempi accordare la licenza medesima. E quantunque non vi sia,

rigorosamente parlando, questa necessità, perchè allora non corre il

precetto di uscire di casa per portarsi ad udite la messa, tuttavia si

può chiamare in certa guisa necessario il consolare; per quanto si può,

la gente ivi ristretta, alla quale è fuor di dubbio che riesce allora

di una somma consolazione il poter assistere al divino sacrifizio

senza pericolo alcuno. E giacchè ai pastori ordinari non è vietato da

alcuna precisa legge il dare questa facoltà nei pericolosissimi casi

della peste, e la Chiesa tacitamente concede ai vescovi il provvedere

e dispensare in casi tali secondo il bisogno e l’utilità della loro

greggia, perciò è da preferire la sentenza dei teologi suddetti. Lo

stesso credo io che si possa tenere intorno al dar licenza di mangiar

carne per alcuni giorni di quaresima, cioè tre o quattro per settimana,

con ritener però l’obbligo del digiuno. Alcuni teologi l’insegnano.

Sarà eziandio cura dei vescovi il proibire anch’eglino allora, caso che

i magistrati ne facessero istanza, la pompa e ogni altra formalità di

funerali; e l’ordinare che niuno sia seppellito entro le chiese e ne’

cimiteri soliti, quantunque nè pur fosse stata la sua morte di peste,

a fine d’evitare ogni pericolo ed inganno, potendosi solo esentare

da tal divieto qualche persona di molta distinzione con permetterle

sepolcro solitario e in casse impiombate. Ordineranno ancora i vescovi

che la notte di Natale si canti la messa, ma a porte chiuse, e senza

ammettervi il popolo, con proibir parimente certi presepi o sepolcri,

ai quali si potesse fare un imprudente concorso di gente. Ho udito dire

che nella peste di Genova del 1656 l’essere corso il popolo ad un luogo

da dove si facevano sperar miracoli per preservarsi dal morbo, costò la

vita a molte migliaia di persone, che s’infettarono in pochi giorni.

Di troppa importanza si è il non permettere allora le grandi raunanze

in luogo alcuno, e per conseguente si dovrà andare con gran riguardo a

permetterle anche nelle stesse chiese, perciocchè sarebbe facilissimo

l’attaccare l’uno all’altro il contagio. Non si dee tentar Dio che

faccia dei miracoli per preservarci ne’ luoghi sacri dagli effetti

naturali di quel morbo. Il perchè è stato in uso in altre pesti, e

viene ancora approvato dal consiglio de’ teologi, il dirizzare altari

nelle piazze e in capo alle contrade, e far ivi celebrare la santa

messa, acciocchè le genti preventivamente avvisate dal suono delle

campane, e a certe ore determinate, possano assistervi, o stando alle

finestre e porte, o pure all’aperto, ma colla dovuta distanza fra loro.

Regolerà il prelato questa faccenda, e concederà le facoltà necessarie.

L’arcivescovo di Firenze nella peste del 1630 proibì il suonar campane

o campanelli per invitar gente all’accompagnamento del sacro Viatico,

essendosi provato molto nocivo un tale concorso. Così nella peste che

afflisse la città di Palermo negli anni 1624, 1625 e 1626 si lasciò

di mettere l’acqua santa nelle chiese, perchè si riconobbe pigliarsi

facilmente per mezzo d’essa il morbo. Altrettanto gioverà fare in

simili congiunture. Il levare poi affatto le prediche in tempi tali

non sembra conveniente, siccome soccorso che allora è più che mai

utile o necessario al popolo per far coraggio e concepire sentimenti

di vera penitenza e divozione, e prepararsi per tutti gli avvenimenti.

Osservisi dunque se si potesse predicare in diversi luoghi spaziosi

della città, e con dividere e diradare quanto più fosse possibile

gli uditori. In Firenze l’anno 1630 furono sospese le prediche,

giudicandosi questo il partito più sicuro.

Prima della peste lodano tutti l’implorare il soccorso divino

con pubbliche numerose processioni, avuto riguardo però che non

v’intervengano o concorrano persone le quali potessero portar seco

il malore. Venuta poi la peste, suole disputarsi se convenga fare

lo stesso. Certo ci assicurano le storie essersi osservata in varie

città e terre, anche anticamente, la diminuzione o cessazione della

pestilenza dopo sì fatte processioni, e il P. Teofilo Rinaldo ne

reca vari esempi. Ma, secondo altri, meglio sarà l’astenersene per

la ragione suddetta di non doversi esigere da Dio degli evidenti

miracoli, e per altri motivi che tralascio. Noi sappiamo che dappoichè

in Milano nel 1576 ne fu fatta una solennissima da S. Carlo, e

un’altra addì 13 giugno 1630 dal cardinale Federigo Borromeo, si

vide immediatamente aumentarsi il furore della pestilenza. Così per

attestato del P. Marchino addì 28 giugno del 1630 furono da Nonantola

con solenne processione portati a Modena i corpi de’ SS. Sinesio e

Teopompo (siccome per relazione del Sigonio fu anche fatto nell’anno

1006), ed esposti per due giorni nel duomo con gran concorso di popolo,

vennero finalmente ricondotti a Nonantola. Io non leggo che prima di

quel dì la peste fosse entrata nella nostra città; leggo bensì che da

lì a pochi giorni essa cominciò a farci strage. Perciò in Roma, cioè

in quella città che fu regolata con mirabile saviezza nel contagio

del 1656, non fu, per quanto io sappia, ordinata alcuna di queste sì

strepitose processioni nel bollor della peste. All’incontro in Firenze

nell’anno 1630 ne furono fatte alcune, ma dal solo arcivescovo e da

alcuni ecclesiastici secolari e regolari diradati, stando intanto

il popolo alle finestre, o pure in orazione entro le loro case,

avvertito dall’invito generato delle campane. E questa appunto è una

via di mezzo che sembra la più lodevole e la più da praticarsi in

altre simili occasioni. In tal guisa potrebbero anche portarsi per

la città i sacri corpi de’ santi protettori, o altre insigni e più

venerate reliquie; e specialmente sarebbe da farsi qualche volta la

processione del santissimo Sacramento, conducendola ora per queste

ed ora per quelle contrade: il che tutto riuscirebbe d’incredibile

consolazione ed utilità al popolo in que’ miseri tempi. Il mandare

ancora sacerdoti, o secolari o religiosi, qualche volta a benedire

i cibi de’ poveri infermi o altre cose, calate giù dalle finestre

o esposte alle porte, è riuscito di gran conforto, ed ha inspirato

coraggio, allegria e divozione alla viva fede dei medesimi. Anzi

per tenere santamente allegra la gente, ottimo consiglio allora sarà

rinviare per ogni parocchia a certi tempi, e massimamente alle prime

ore della notte, senza bisogno che gli abitanti aprano allora le

finestre, un determinato numero di soli ecclesiastici, o secolari

o regolari, i quali per le strade cantino con voce divota le laudi

del Signore, o altre preghiere e componimenti di divozione in lingua

volgare, il più che si può intelligibili da tutti, ed approvate prima

dal vescovo, le quali inanimiscano il popolo, consolino ed inspirino

l’amore di Dio, la speranza in lui, la pazienza, e lo sprezzo del

mondo. Ma ci vuole il giudizio d’astenersi allora da quelle espressioni

che possono accrescere il terrore o la mestizia. Di queste due

micidiali passioni non v’è inopia in que’ tempi: v’è bensì penuria

di coraggio e d’ilarità, che pure sono potenti rimedi, non tanto per

preservarsi, quanto per risanare dall’infezione. A questo fine potrebbe

ancora giovare l’aver pronte e il far cantare in qualche divoto tuono

dal popolo certe preghiere a Gesù, prima d’ora stampate, potendo esse

servire di gran conforto nei continui bisogni, e massimamente nel

gravissimo della pestilenza. Così gioverà il prescrivere orazioni

da recitarsi privatamente, o pure da cantarsi pubblicamente circa

l’un’ora, o la mezz’ora di notte alle finestre pel popolo, invitato a

ciò dalla campana d’ogni parrocchiale.

E perciocchè può darsi il caso che s’abbia a mettere in quarantena

tutto il popolo, sequestrando, fuorchè le persone necessarie, tutti

gli altri nelle loro case per 40 giorni, il che fu fatto in Milano

dell’anno 1576, essendosi trovato questo ripiego veramente utile, da

che si vide che il morbo non cessava; e potendo essere il medesimo

utilissimo anche nei principj dell’altre pestilenze, gioverà a tutti

il sapere quali ordini prescrivesse allora S. Carlo, acciocchè in così

lungo ozio d’un popolo numeroso tutti santamente s’impiegassero nel

bene e schivassero il male, e fosse servito, non offeso Iddio. Pregò

egli i laici di confessarsi e comunicarsi tutti il giorno avanti che

entrassero in quarantena. Per gli esercizi spirituali di quel tempo,

ordinò prima che ciascuno sentisse messa divotamente ogni dì, al

qual fine fece ergere molti altari ai capi delle strade e a’ luoghi

cospicui della città, per dar comodità a tutti di assistere al santo

sacrifizio stando in casa propria, e trovò sacerdoti che vi celebravano

ogni giorno. Così provvide di confessori, i quali andavano con un

treppiede in braccio per sedervi sopra di porta in porta, confessando

tutto il popolo. Stava il penitente dentro, e il confessore sedeva di

fuori, servendo la porta chiusa per confessionale. La domenica poi si

comunicavano nel medesimo luogo con molta riverenza, perchè veniva il

curato col santissimo Sacramento, accompagnato da alcune persone pie

con lumi accesi, e da un cherico che il serviva, comunicando cadauno

alla porta della loro casa. Di maniera che quasi tutto il popolo facea

la sacra comunione ogni domenica a guisa di tante persone claustrali,

non potendosi spiegare la tenerezza con cui i buoni ricevevano in

quella forma il vero conforto dei tribolati. Ordinò che ogni vicinanza

facesse orazione sette volte tra il giorno e la notte a due cori, come

se fossero stati collegi di canonici. Cantavano salmi, litanie, laudi

ed altre orazioni accomodate ai bisogni di quel tempo; e l’ore erano

distribuite ordinatamente, dandosi il segno di ciascuna d’esse col

suono della campana più grossa del Duomo. Allora tutte le famiglie

andavano alle finestre, e un sacerdote o altra persona deputata dava

principio all’orazione, e tutti gli altri genuflessi rispondevano,

e seguitavano sino al fine, avendo ognuno il suo libro in mano,

stampato per tal effetto, come fanno i canonici in coro. Perciò era

cosa di stupore e che faceva intenerire ognuno il vedere o udire

quella gran città, numerosa di circa 200 mila persone, lodar Dio in un

tempo medesimo da ogni parte, e sentire un rimbombo d’infinite voci,

che chiamavano aiuto da tutto il cielo in quella pubblica calamità.

Certamente pareva allora Milano non solamente un miracoloso monistero

di claustrali dell’uno e del l’altro sesso, che servissero a Dio

rinchiusi nelle proprie celle, ma quasi un’altra Gerusalemme santa,

piena di gerarchie celesti. Pubblicò ancora il piissimo arcivescovo

una lettera pastorale, in cui insegnava ed esortava a fare certe altre

orazioni vocali e mentali, e leggere libri spirituali; ed egli stesso

mostrava i punti che s’aveano a meditare ogni giorno, stampati in essa

lettera; e in fine concedeva varie indulgenze per la facoltà apostolica

ch’egli aveva a tutti quelli che si esercitavano in queste pie

divozioni e pregavano Dio per gli appestati. Ed ecco un vivo esempio

e modello su cui si potranno regolare i vescovi in simili congiunture,

per promuovere allora più che mai l’unione delle anime a Dio, a cui dee

rassegnarsi totalmente ogni fedele per sua maggior quiete e conforto,

e in cui solo si dee sperare e confidare per preservarsi in mezzo ai

pericoli e alla confusione del contagio. A tal fine ancora dovranno

i vescovi in occasione di qualche editto proibire l’uso ingiurioso

a Dio e stolto di tutti i bullettini, anelli, ecc. e d’altri simili

preservativi superstiziosi che allora facilmente si mettono in campo o

dall’ignoranza, o dalla malizia.

Del governo della peste e della maniera di guardarsene · 第 43 / 55 题