CAPO II.

_Quanto sia necessario il coraggio ne’ tempi della pestilenza_.

_Fede e speranza, virtù divine e fonti d’intrepidezza e di

giubilo. Bontà e misericordia di Dio ricordate ai peccatori.

Rassegnazione a Dio, e darsi tutti a lui._

Allorchè la peste entra in qualche città per la prima volta e già

si scorge cominciare, vittoriosa d’ogni ostacolo, a mieter le vite

del popolo, pochi son quelli che spettatori di sì orribile, non mai

veduto e tanto pericoloso spettacolo, non s’empiano di terrore,

di costernazione ed anche di viltà. E benchè non pochi ripiglino

animo coll’andar più innanzi, simili a certi soldati, timorosi nella

prima battaglia, ma che poi vanno a poco a poco formando il coraggio

nell’avvezzarsi al fuoco; pure più son quelli che durante il contagio

pusillanimi sempre, sempre conservano il primiero orrore, temendo di

tutto, e da per tutto mirando dipinta nelle morti altrui la propria

morte. Ma se c’è tempo in cui sia necessaria la costanza dell’animo,

l’intrepidezza e il coraggio, quel della peste è sicuramente, e

più degli altri, tale. L’ho detto e il torno a ripetere: secondo la

conclusione di tutti i più saggi medici e di qualunque pratico di

sì funeste occasioni, uno dei gran preservativi della peste si è il

non aver paura della peste. Il coraggio, l’allegria, la tranquillità

dell’anima tenendo in un sano equilibrio e senza alterazione, gli

spiriti ed umori del corpo, tengono serrato in qualche guisa il passo

anche al veleno esterno della pestilenza. Non s’hanno a trascurare gli

altri mezzi e i rimedj per preservarsi; ma questo ha da essere uno

dei primi. L’apprensione, il terrore e la malinconia sono anch’essi

una peste ne’ tempi di peste, disordinando la fantasia e disponendo

la massa degli umori a facilmente ricevere e in certa guisa chiamar da

lontano il veleno regnante, siccome con infiniti casi ha fatto vedere

la sperienza. Necessarïssima dunque si è allora la fortezza e costanza

dell’animo per benefizio di cadauno in particolare; ma spezialmente ve

n’è estrema necessità, per benefizio del pubblico, nei maestrati, nei

sacerdoti e in qualunque altra persona, a cui sia appoggiato il governo

o spirituale o temporale del popolo in mezzo a sì fiera calamità.

Se questi son dominati dalla paura, se questi fuggono, lasciando di

regolare e di soccorrere con opportune provvisioni e colla lor presenza

il povero popolo, immenso è il disordine, somma la disperazione,

infinita la strage. Ma se questi, fortificato il lor cuore da un nobile

e savio coraggio, accenderanno in esso anche il fuoco della carità,

viscere d’amore paterno e cristiano, e nulla ommettendo per salute

della lor patria, non si può dire quanti metteranno in salvo, loro

mercè, la vita dell’anima, e quanti ancora quella del corpo.

Abbiamo altrove accennato alcune ragioni umane da far coraggio ne’

contagi; abbiam di più riferito que’ preservativi che giustamente

accrescono la speranza di esentarsi dal morbo in mezzo al morbo. Ora

aggiungiamo che nulla più può inspirare e rassodare negli uomini la

tranquillità e fortezza, quanto le massime della legge cristiana, cioè

la scuola del santo Vangelo. Allora dunque convien mettersi davanti

agli occhi la brevità e miseria di questa vita, la speranza della beata

eternità e la sommessione che dobbiam tutti al sommo nostro padrone

Iddio. Brevi sono i giorni dell’uomo: chi nol vede? e volere o non

volere, tutti andiamo a gran passi verso il nostro fine. Quand’anche

menassimo sino all’estrema vecchiaia i nostri giorni, pochissimo

sarebbe ancora questo tempo. Ora speriamo noi forse la nostra felicità

da pochi momenti di vita temporale? Troppo è caduca, troppo incerta,

piena troppo d’angustie e d’afflizioni si è questa misera terra; ognuno

il sa per prova. Il nostro Dio anche per questo ordinò che i mali

abitassero nel mondo, acciocchè ci andassimo ricordando che questa

non è la patria nostra, ma un esilio, ed esilio penoso, e qui non

abbiamo una città, in cui si possa fare lunga permanenza, ma cercarne

noi un’altra che ha da venire. Animo dunque: se si avrà a sloggiare,

facciamolo con franchezza, perchè già si ha a fare o presto o tardi,

e sempre si farà da un paese di miserie. Il rattristarsi, il darsi in

preda all’apprensione, al dolore sarebbe un dolore e un male di più,

e non già una via di fuggire la morte. Facciamo intrepidamente di

necessità virtù, e senza fermare il pensiero in que’ pochi beni, o veri

o apparenti, che ci dà questa vita terrena, pensiam più tosto a quei

tanti veri mali, onde essa abbonda, avendone noi provato in sì gran

copia finora o nell’animo o nel corpo nostro; e perciò prepariamci,

se così sarà volere dell’Altissimo, ad uscirne fuori con coraggio, con

rassegnazione e con giubilo.

E giubilo appunto proveremo, se ravvivando in noi la virtù della

fede per credere fermissimamente il regno dell’eternità e le sublimi

promesse lasciate a noi dal veracissimo e onnipotentissimo Dio, si

ecciterà in nostro cuore la speranza di que’ sommi ed infiniti beni

che non avranno mai fine. Speranza dolcissima, speranza confortatrice,

alla cui voce si rallegra tutto l’interno de’ veri fedeli, e il timore

di più non dover vivere si cangia in un vivo desiderio o almeno in

un saggio sprezzo di morire quaggiù per avere a regnare eternamente

con Dio. Ma perchè si oppone per lo più a così nobile speranza la

memoria de’ molti e moltissimi peccati nostri, dobbiamo allora di

nuovo rivolgerci a Dio con un forte e vero pentimento delle colpe

nostre, considerando più che mai, quanto grande, quanto costante sia

la sua divina misericordia. Non c’è alcuna sua dote, di cui ci abbia

egli dato più spesso, nè più ampiamente, idea e sicurezza, quanto

della sua immensa bontà e clemenza. Egli la replica, e tante volte

la replica nelle sacre carte, quasi questo buon Dio temesse che ce ne

dimenticassimo qualche volta o che ne avessimo da dubitare un giorno.

Egli sempre fa e sempre si ricorda che noi siam polvere, che noi siam

facili a cadere, e purchè ci vegga pentiti di cuore delle offese a lui

fatte e veracemente determinati a servirlo e a non offenderlo, ci corre

questo buon Padre incontro, ci cade sul collo con tenerezza inudita e

mette tutta in festa la sua real corte per la gioia d’aver ricuperato i

figliuoli che s’erano perduti. Adunque possiamo sperar tutto del nostro

benignissimo Dio, purchè ci presentiamo a lui con vero abborrimento

al peccato, e con filiale amore verso di lui che è il Dio della

misericordia. Ma che dissi possiamo? Anzi dobbiamo sperar tutto di

lui, perchè egli stesso ci comanda che speriamo, e c’inculca nelle sue

divine Scritture la celeste virtù della speranza; nè si dee mai partire

dal nostro cuore e dalla nostra bocca quella tanto vera e tanto dolce

sentenza: _Chi spera in lui non sarà confuso in eterno._

Finalmente si dee allora di continuo considerare l’obbligazione che

tutti abbiamo di fare la volontà di Dio. Siamo sue creature, suoi

servi, suoi figliuoli: adunque se il Creatore, se il Padrone, se il

Padre ci chiamerà a sè, dobbiamo ubbidirgli con tutta sommessione

e rassegnazione, e di buona voglia. Diciamo tuttodì nell’orazione

insegnataci dal suo divin Figliuolo che _venga il regno suo, che sia

fatta la volontà sua._ Non la vorremo noi fare allora? o pur la faremo

con ripugnanza ribelle e con un timore e dispetto a lui ingiurioso?

Ad ogni modo si ha da eseguire il volere santissimo di Dio: sarà una

deforme debolezza e una spezie di stoltizia il non far volentieri ciò

che per necessità si ha da fare. È amara la morte a quei soli che

han riposta ogni lor felicità in questa per altro fallace e misera

vita terrena, e non amano di sottomettere la propria volontà a quella

dell’amantissimo nostro padre Iddio. Tolga egli per la sua infinita

clemenza e colla sua potentissima grazia che noi siam di questi.

Se ci rifletteremo bene e non saremo accecati dalla passione, ci

apparirà chiaro che se mancheremo di vita in un contagio, mancheremo

in un tempo in cui più che in altri è facile alle anime cristiane il

passare da questa valle di miserie e di peccati, al beatissimo regno

del nostro gran Dio e Salvatore Gesù. In altri tempi suole arrivarci

addosso la morte all’improvviso, con trovarci mal preparati al viaggio

dell’eternità; ovvero, assalendoci le febbri ed altri mali, non ci

lasciano l’uso della ragione e dei sensi per poter saldare i conti

con Dio e col mondo, prima di metterci in cammino. Ma infierendo la

pestilenza, l’aspetto ed esempio altrui grida a gran voce che la morte

viene, e che ci convertiamo a Dio, potendosi perciò colla mente sana

disporre ciascuno ad agevolmente conseguire la gloria che ci aspetta

nell’altra vita. Oltre di che, la peste è un gran campo da esercitar le

virtù, e a darsi un ampio capitale di merito appresso il Padron della

morte e della vita. Lo stesso sofferir la morte di buon grado, con

intenzione d’ubbidire allora a Dio, sarà di un merito immenso presso

Dio. _Questa peste_, così diceva S. Cipriano di quella de’ suoi giorni

nel sermone della mortalità, _questo morbo che si mostra sì spaventoso

e mortifero, va investigando chi sia o non sia dabbene, ed esamina le

menti del genere umano; se i sani servano agl’infermi; se i parenti con

carità si amino insieme; se i padroni abbiano compassione de’ servitori

che languiscono; se i medici non abbandonino gl’infermi; se i crudeli

raffrenino la loro violenza; se i rapaci, almeno per paura della morte,

estinguano il continuo ed insaziabile ardore della furiosa avarizia; se

i superbi pieghino il collo; se gli scellerati depongano l’audacia; se

i ricchi, almeno dappoichè muoiono i lor cari e restano senza eredi, e

sono anch’essi vicini alla morte, donino alcuna cosa. Queste non sono

per noi disgrazie funeste, ma esercizi che porgono all’animo la gloria

della fortezza, e col dispregio della morte ci preparano alla corona._

Adunque il miglior partito in sì fatti tempi sarà il prepararsi, come

se si avesse infallibilmente a morire, e poi gittarsi tutto in braccio

alla Provvidenza divina; e, ciò fatto, attendere coraggiosamente a’

suoi affari, senza però trascurar le diligenze e cautele umane. Quindi

verrà confidenza ed allegria, quindi coraggio e costanza di cuore. Se

così piacerà a Dio, resteremo qui suoi; se no moriremo parimente suoi,

e con isperanza anche più grande che in altri tempi di passar tosto

o in breve all’immortalità beata. Eroico poi e degno d’invidia sarà

il coraggio di chi allora si sacrificherà tutto agli esercizj della

carità cristiana nella cura e nel soccorso del povero popolo. Ma di

questo a suo luogo. Chiudiamo il presente argomento con un ricordo

a coloro che non solamente ripongono allora tutta la speranza di

schivar l’infezione nelle sole diligenze umane, senza curar molto la

grazia e la protezione di Dio, ma ancora cercano più che mai lo sfogo

dei loro appetiti, nulla movendosi ad una delle maggiori prediche

che loro si possano fare nel mondo, cioè al terribilissimo aspetto

d’una peste. Sappiano essi avere eglino allora da temer più degli

altri che il potente braccio di quello stesso Dio gli arrivi. Non

mancheranno mezzi allo sdegno divino di deludere i loro aerei scampi

e consigli, e di colpirli quando meno sel penseranno. Durante la peste

di Milano del 1586, siccome narra il Giussano nella vita di S. Carlo,

s’erano ritirati alcuni nobili cittadini in un castello, per fuggire

il pericolo del contagio, e dandosi eglino falsamente a credere che

ottimo rimedio, per non prendere il mal della peste, fosse lo stare in

qualunque maniera allegri e il darsi di buon tempo, concertarono certi

trattenimenti profani ad imitazion del Boccaccio, formando una raunanza

con titolo di _Accademia d’amore_; ed ivi consumando tutto il giorno in

giuochi, novelle e trastulli, quasi affatto se ne stavano dimentichi di

Dio e della loro eterna salute. Ma mentre in questi spassi e diletti

pensavano d’essere sicuri da ogni pericolo di male per le diligenze

che usavano in guardare quel castello, ecco che tutto in un tratto si

scoprì loro addosso lo sdegno di Dio, entrando colà la pestilenza e

facendovi più strage che altrove. Un’allegria, ma cristiana, ma santa,

cioè fondata sopra una coraggiosa rassegnazione a Dio e sopra un vero

desiderio di piacere in tutto a lui, e nutrita dall’orazione e da altri

onesti esercizi, con pregar anche l’Altissimo che ci mantenga liberi

dall’apprensione e dal timore dei mali temporali e senza voler punto

scrutiniare i suoi profondi giudizj; quella sarà la vera allegria che

dee accompagnarsi con esso noi, e che principalmente contribuirà a

tenerci lontana la peste, ministra fedele dell’ira e provvidenza di

Dio.

Del governo della peste e della maniera di guardarsene · 第 42 / 55 题