_Quanto sia necessario il coraggio ne’ tempi della pestilenza_.
_Fede e speranza, virtù divine e fonti d’intrepidezza e di
giubilo. Bontà e misericordia di Dio ricordate ai peccatori.
Rassegnazione a Dio, e darsi tutti a lui._
Allorchè la peste entra in qualche città per la prima volta e già
si scorge cominciare, vittoriosa d’ogni ostacolo, a mieter le vite
del popolo, pochi son quelli che spettatori di sì orribile, non mai
veduto e tanto pericoloso spettacolo, non s’empiano di terrore,
di costernazione ed anche di viltà. E benchè non pochi ripiglino
animo coll’andar più innanzi, simili a certi soldati, timorosi nella
prima battaglia, ma che poi vanno a poco a poco formando il coraggio
nell’avvezzarsi al fuoco; pure più son quelli che durante il contagio
pusillanimi sempre, sempre conservano il primiero orrore, temendo di
tutto, e da per tutto mirando dipinta nelle morti altrui la propria
morte. Ma se c’è tempo in cui sia necessaria la costanza dell’animo,
l’intrepidezza e il coraggio, quel della peste è sicuramente, e
più degli altri, tale. L’ho detto e il torno a ripetere: secondo la
conclusione di tutti i più saggi medici e di qualunque pratico di
sì funeste occasioni, uno dei gran preservativi della peste si è il
non aver paura della peste. Il coraggio, l’allegria, la tranquillità
dell’anima tenendo in un sano equilibrio e senza alterazione, gli
spiriti ed umori del corpo, tengono serrato in qualche guisa il passo
anche al veleno esterno della pestilenza. Non s’hanno a trascurare gli
altri mezzi e i rimedj per preservarsi; ma questo ha da essere uno
dei primi. L’apprensione, il terrore e la malinconia sono anch’essi
una peste ne’ tempi di peste, disordinando la fantasia e disponendo
la massa degli umori a facilmente ricevere e in certa guisa chiamar da
lontano il veleno regnante, siccome con infiniti casi ha fatto vedere
la sperienza. Necessarïssima dunque si è allora la fortezza e costanza
dell’animo per benefizio di cadauno in particolare; ma spezialmente ve
n’è estrema necessità, per benefizio del pubblico, nei maestrati, nei
sacerdoti e in qualunque altra persona, a cui sia appoggiato il governo
o spirituale o temporale del popolo in mezzo a sì fiera calamità.
Se questi son dominati dalla paura, se questi fuggono, lasciando di
regolare e di soccorrere con opportune provvisioni e colla lor presenza
il povero popolo, immenso è il disordine, somma la disperazione,
infinita la strage. Ma se questi, fortificato il lor cuore da un nobile
e savio coraggio, accenderanno in esso anche il fuoco della carità,
viscere d’amore paterno e cristiano, e nulla ommettendo per salute
della lor patria, non si può dire quanti metteranno in salvo, loro
mercè, la vita dell’anima, e quanti ancora quella del corpo.
Abbiamo altrove accennato alcune ragioni umane da far coraggio ne’
contagi; abbiam di più riferito que’ preservativi che giustamente
accrescono la speranza di esentarsi dal morbo in mezzo al morbo. Ora
aggiungiamo che nulla più può inspirare e rassodare negli uomini la
tranquillità e fortezza, quanto le massime della legge cristiana, cioè
la scuola del santo Vangelo. Allora dunque convien mettersi davanti
agli occhi la brevità e miseria di questa vita, la speranza della beata
eternità e la sommessione che dobbiam tutti al sommo nostro padrone
Iddio. Brevi sono i giorni dell’uomo: chi nol vede? e volere o non
volere, tutti andiamo a gran passi verso il nostro fine. Quand’anche
menassimo sino all’estrema vecchiaia i nostri giorni, pochissimo
sarebbe ancora questo tempo. Ora speriamo noi forse la nostra felicità
da pochi momenti di vita temporale? Troppo è caduca, troppo incerta,
piena troppo d’angustie e d’afflizioni si è questa misera terra; ognuno
il sa per prova. Il nostro Dio anche per questo ordinò che i mali
abitassero nel mondo, acciocchè ci andassimo ricordando che questa
non è la patria nostra, ma un esilio, ed esilio penoso, e qui non
abbiamo una città, in cui si possa fare lunga permanenza, ma cercarne
noi un’altra che ha da venire. Animo dunque: se si avrà a sloggiare,
facciamolo con franchezza, perchè già si ha a fare o presto o tardi,
e sempre si farà da un paese di miserie. Il rattristarsi, il darsi in
preda all’apprensione, al dolore sarebbe un dolore e un male di più,
e non già una via di fuggire la morte. Facciamo intrepidamente di
necessità virtù, e senza fermare il pensiero in que’ pochi beni, o veri
o apparenti, che ci dà questa vita terrena, pensiam più tosto a quei
tanti veri mali, onde essa abbonda, avendone noi provato in sì gran
copia finora o nell’animo o nel corpo nostro; e perciò prepariamci,
se così sarà volere dell’Altissimo, ad uscirne fuori con coraggio, con
rassegnazione e con giubilo.
E giubilo appunto proveremo, se ravvivando in noi la virtù della
fede per credere fermissimamente il regno dell’eternità e le sublimi
promesse lasciate a noi dal veracissimo e onnipotentissimo Dio, si
ecciterà in nostro cuore la speranza di que’ sommi ed infiniti beni
che non avranno mai fine. Speranza dolcissima, speranza confortatrice,
alla cui voce si rallegra tutto l’interno de’ veri fedeli, e il timore
di più non dover vivere si cangia in un vivo desiderio o almeno in
un saggio sprezzo di morire quaggiù per avere a regnare eternamente
con Dio. Ma perchè si oppone per lo più a così nobile speranza la
memoria de’ molti e moltissimi peccati nostri, dobbiamo allora di
nuovo rivolgerci a Dio con un forte e vero pentimento delle colpe
nostre, considerando più che mai, quanto grande, quanto costante sia
la sua divina misericordia. Non c’è alcuna sua dote, di cui ci abbia
egli dato più spesso, nè più ampiamente, idea e sicurezza, quanto
della sua immensa bontà e clemenza. Egli la replica, e tante volte
la replica nelle sacre carte, quasi questo buon Dio temesse che ce ne
dimenticassimo qualche volta o che ne avessimo da dubitare un giorno.
Egli sempre fa e sempre si ricorda che noi siam polvere, che noi siam
facili a cadere, e purchè ci vegga pentiti di cuore delle offese a lui
fatte e veracemente determinati a servirlo e a non offenderlo, ci corre
questo buon Padre incontro, ci cade sul collo con tenerezza inudita e
mette tutta in festa la sua real corte per la gioia d’aver ricuperato i
figliuoli che s’erano perduti. Adunque possiamo sperar tutto del nostro
benignissimo Dio, purchè ci presentiamo a lui con vero abborrimento
al peccato, e con filiale amore verso di lui che è il Dio della
misericordia. Ma che dissi possiamo? Anzi dobbiamo sperar tutto di
lui, perchè egli stesso ci comanda che speriamo, e c’inculca nelle sue
divine Scritture la celeste virtù della speranza; nè si dee mai partire
dal nostro cuore e dalla nostra bocca quella tanto vera e tanto dolce
sentenza: _Chi spera in lui non sarà confuso in eterno._
Finalmente si dee allora di continuo considerare l’obbligazione che
tutti abbiamo di fare la volontà di Dio. Siamo sue creature, suoi
servi, suoi figliuoli: adunque se il Creatore, se il Padrone, se il
Padre ci chiamerà a sè, dobbiamo ubbidirgli con tutta sommessione
e rassegnazione, e di buona voglia. Diciamo tuttodì nell’orazione
insegnataci dal suo divin Figliuolo che _venga il regno suo, che sia
fatta la volontà sua._ Non la vorremo noi fare allora? o pur la faremo
con ripugnanza ribelle e con un timore e dispetto a lui ingiurioso?
Ad ogni modo si ha da eseguire il volere santissimo di Dio: sarà una
deforme debolezza e una spezie di stoltizia il non far volentieri ciò
che per necessità si ha da fare. È amara la morte a quei soli che
han riposta ogni lor felicità in questa per altro fallace e misera
vita terrena, e non amano di sottomettere la propria volontà a quella
dell’amantissimo nostro padre Iddio. Tolga egli per la sua infinita
clemenza e colla sua potentissima grazia che noi siam di questi.
Se ci rifletteremo bene e non saremo accecati dalla passione, ci
apparirà chiaro che se mancheremo di vita in un contagio, mancheremo
in un tempo in cui più che in altri è facile alle anime cristiane il
passare da questa valle di miserie e di peccati, al beatissimo regno
del nostro gran Dio e Salvatore Gesù. In altri tempi suole arrivarci
addosso la morte all’improvviso, con trovarci mal preparati al viaggio
dell’eternità; ovvero, assalendoci le febbri ed altri mali, non ci
lasciano l’uso della ragione e dei sensi per poter saldare i conti
con Dio e col mondo, prima di metterci in cammino. Ma infierendo la
pestilenza, l’aspetto ed esempio altrui grida a gran voce che la morte
viene, e che ci convertiamo a Dio, potendosi perciò colla mente sana
disporre ciascuno ad agevolmente conseguire la gloria che ci aspetta
nell’altra vita. Oltre di che, la peste è un gran campo da esercitar le
virtù, e a darsi un ampio capitale di merito appresso il Padron della
morte e della vita. Lo stesso sofferir la morte di buon grado, con
intenzione d’ubbidire allora a Dio, sarà di un merito immenso presso
Dio. _Questa peste_, così diceva S. Cipriano di quella de’ suoi giorni
nel sermone della mortalità, _questo morbo che si mostra sì spaventoso
e mortifero, va investigando chi sia o non sia dabbene, ed esamina le
menti del genere umano; se i sani servano agl’infermi; se i parenti con
carità si amino insieme; se i padroni abbiano compassione de’ servitori
che languiscono; se i medici non abbandonino gl’infermi; se i crudeli
raffrenino la loro violenza; se i rapaci, almeno per paura della morte,
estinguano il continuo ed insaziabile ardore della furiosa avarizia; se
i superbi pieghino il collo; se gli scellerati depongano l’audacia; se
i ricchi, almeno dappoichè muoiono i lor cari e restano senza eredi, e
sono anch’essi vicini alla morte, donino alcuna cosa. Queste non sono
per noi disgrazie funeste, ma esercizi che porgono all’animo la gloria
della fortezza, e col dispregio della morte ci preparano alla corona._
Adunque il miglior partito in sì fatti tempi sarà il prepararsi, come
se si avesse infallibilmente a morire, e poi gittarsi tutto in braccio
alla Provvidenza divina; e, ciò fatto, attendere coraggiosamente a’
suoi affari, senza però trascurar le diligenze e cautele umane. Quindi
verrà confidenza ed allegria, quindi coraggio e costanza di cuore. Se
così piacerà a Dio, resteremo qui suoi; se no moriremo parimente suoi,
e con isperanza anche più grande che in altri tempi di passar tosto
o in breve all’immortalità beata. Eroico poi e degno d’invidia sarà
il coraggio di chi allora si sacrificherà tutto agli esercizj della
carità cristiana nella cura e nel soccorso del povero popolo. Ma di
questo a suo luogo. Chiudiamo il presente argomento con un ricordo
a coloro che non solamente ripongono allora tutta la speranza di
schivar l’infezione nelle sole diligenze umane, senza curar molto la
grazia e la protezione di Dio, ma ancora cercano più che mai lo sfogo
dei loro appetiti, nulla movendosi ad una delle maggiori prediche
che loro si possano fare nel mondo, cioè al terribilissimo aspetto
d’una peste. Sappiano essi avere eglino allora da temer più degli
altri che il potente braccio di quello stesso Dio gli arrivi. Non
mancheranno mezzi allo sdegno divino di deludere i loro aerei scampi
e consigli, e di colpirli quando meno sel penseranno. Durante la peste
di Milano del 1586, siccome narra il Giussano nella vita di S. Carlo,
s’erano ritirati alcuni nobili cittadini in un castello, per fuggire
il pericolo del contagio, e dandosi eglino falsamente a credere che
ottimo rimedio, per non prendere il mal della peste, fosse lo stare in
qualunque maniera allegri e il darsi di buon tempo, concertarono certi
trattenimenti profani ad imitazion del Boccaccio, formando una raunanza
con titolo di _Accademia d’amore_; ed ivi consumando tutto il giorno in
giuochi, novelle e trastulli, quasi affatto se ne stavano dimentichi di
Dio e della loro eterna salute. Ma mentre in questi spassi e diletti
pensavano d’essere sicuri da ogni pericolo di male per le diligenze
che usavano in guardare quel castello, ecco che tutto in un tratto si
scoprì loro addosso lo sdegno di Dio, entrando colà la pestilenza e
facendovi più strage che altrove. Un’allegria, ma cristiana, ma santa,
cioè fondata sopra una coraggiosa rassegnazione a Dio e sopra un vero
desiderio di piacere in tutto a lui, e nutrita dall’orazione e da altri
onesti esercizi, con pregar anche l’Altissimo che ci mantenga liberi
dall’apprensione e dal timore dei mali temporali e senza voler punto
scrutiniare i suoi profondi giudizj; quella sarà la vera allegria che
dee accompagnarsi con esso noi, e che principalmente contribuirà a
tenerci lontana la peste, ministra fedele dell’ira e provvidenza di
Dio.