CAPO I.

_Necessità di ricorrere a Dio e di placarlo, massimamente in tempo

di peste. Quali in pericolo di contagio abbiano da essere le

incumbenze de’ vescovi e degli altri ecclesiastici per tener

lungi il morbo; e quali i preparamenti prima ch’esso venga._

Spediti dalla cura politica e medica del morbo pestilenziale, passiamo

alla terza, che è la più importante di tutte, cioè alla cura dell’anime

in tempi di peste e a ciò che riguarda Dio; il che vien compreso nel

Governo ecclesiastico. E primieramente chiara cosa è che in forma

distinta convien ricorrere al possente aiuto di Dio, allorchè s’ode

fischiare in qualche vicinanza il terribil flagello della peste. Per

comando o permissione di lui vengono le calamità, ma spezialmente si

conosce che vengono quelle più strepitose che affliggono i popoli

interi, o per castigo de’ peccati o per ispurgo dei malviventi, o

affinchè la gente, che facilmente si addormenta sopra la terra, quasi

incantata da questi pochi beni transitorj, si risvegli, e conosca

che c’è Dio padrone delle robe e delle vite, e a lui si converta.

Perciò la peste vien bizzarramente chiamata da Tertulliano, _Tonsura

lascivientis ac silvescentis generis humani._ Ora se questo gran Dio

vuol punire o purgare la terra secondo i decreti della sua infinita

giustizia e della sua sapientissima provvidenza, chi ci sarà che possa

resistere alla sua volontà? Indarno si oppongono al supremo suo volere

le prevenzioni e diligenze umane; e indarno veglia chi fa la guardia

alla città, se non la custodisce colla sua invisibile parzialità ed

assistenza l’Onnipotente e saggio Regolatore del tutto. Certo non

si vede mai così bene, come sia corta e fallace l’umana prudenza, e

come Dio sappia confondere la sapienza del secolo, quanto nei tempi

di peste. Dopo tutte le cautele e le precauzioni usate, si trova bene

spesso passato il contagio per dove meno s’aspettava, entro un paese

e nelle città. Non bastano le guardie; anzi le guardie son quelle

talvolta che l’introducono. O pure permette il Signore Iddio che i

principi o i maestrati, dimentichi del debito loro, anzi di sè stessi,

o cadano in una supina negligenza, o trascurino allora alcune opportune

diligenze, col non ascoltare o non curare il consiglio de’ migliori,

lasciando con ciò aperta la via al morbo desolatore. All’incontro si

veggono preservati altri paesi, e con diligenze molto minori; essendo

stato anche osservato che mentre la peste facea nell’anno 1630 strage

sì grande nello stato di Milano, l’armata spagnuola che trattenevasi

a Casale di Monferrato, e tuttodì ricevea vettovaglie dai Milanesi,

pure si mantenne sempre intatta ed esente dall’infezion dominante.

Abbiam anche detto altrove che la città di Faenza si preservò nel fiero

contagio dell’anno suddetto, e il fermò a’ suoi confini; e pure si sa

che segretamente ne uscivano e vi tornavano non pochi, a’ quali premeva

più il proprio guadagno col trasporto delle grasce verso Bologna, che

la salute del pubblico suo.

Adunque la più ferma speranza di tener lontana la peste dee riporsi

nella misericordia del nostro Dio; e per rendersi capace di questa,

egli è necessario il fare per tempo un fedele e non finto ricorso a

lui con pubbliche orazioni e con una seria emendazion della vita,

acciocchè liberi il suo popolo dal pericolo che sovrasta. Siccome

abbiamo dal lib. 3, cap. 8 dei Re, e dal lib. 2 dei Paralipom., cap. 6,

la maggior fiducia del popolo Ebreo in tempi di calamità veniva riposta

nell’umiliarsi colle preghiere a Dio; altrettanto e più dovrà fare

e sperare il suo eletto e diletto popolo della legge nuova, per cui

la somma sua clemenza non ha risparmiato il sangue e la vita del suo

Unigenito, e a cui questo medesimo suo benedetto Figliuolo ha promesso

tante cose, e tante volte, nel suo santo infallibile Vangelo. Pertanto

correndo sì gran pericolo, dovrà il vescovo, secondo le istruzioni di

S. Carlo, ordinare processioni per tre giorni, come ancora digiuni ed

altre opere di penitenza e di pietà per placar Dio e implorare la sua

gran benignità, con ordinare ancora una comunion generale in qualche

giorno di festa. Disporrà il giro delle quaranta ore per l’esposizion

del Venerabile, acciocchè in nessun’ora manchino le preghiere e

il culto a chi ha da essere la nostra maggiore speranza. In oltre

prescriverà un giorno o due di digiuno per ogni settimana; e in una

festa determinata darà le ceneri benedette a tutto il popolo, come se

fosse il principio della quaresima. Così fece ancora S. Carlo. Quindi

tanto esso vescovo, quanto i parochi e i predicatori e i direttori e

capi de’ monisteri rivolgeranno lo studio loro a levar via e sradicare

quelle corruttele e que’ peccati pubblici che più irritano lo sdegno di

Dio, come sono gli adulterj, i concubinati, le usure, le ingiustizie,

i contratti illeciti, le oppressioni dei poveri, le usurpazioni della

roba altrui, le nemicizie, l’irriverenza a sacri templi e simili altre

offese del Creatore. Qui più che mai ha da accendersi e da sfavillare

lo zelo de’ ministri di Dio senza però mai dimenticare le leggi e i

consigli della prudenza, fedele compagna d’ogni operazione e virtù.

Oltre a ciò se l’intenderà il vescovo co’ principi e magistrati

secolari per levar via dal paese gli scandali, i pubblici giuochi e

balli, le bestemmie, le ubbriachezze, i banchetti, certe conversazioni

ed altre somiglianti azioni o pubblicamente peccaminose, o almen tali

che da loro non va bene spesso disgiunto il peccato. Medesimamente

esorterà egli co’ suoi editti e per mezzo ancora dei parochi e

predicatori, tutto il popolo alla pace e concordia, a compor le liti,

gli odj e le fazioni, a perdonar le ingiurie, a lasciare il lusso,

a restituire il mal tolto, e, in una parola, a mutare e migliorar la

vita e far penitenza, unico mezzo per mitigar l’ira di Dio ed ottenere

la protezion del suo braccio nelle calamità imminenti. Chiunque ben

rifletterà all’orribilità, alla prontezza, alla crudeltà e desolazion

d’una peste, e al pericolo che sta tutto giorno davanti agli occhi, di

chi la sente vicina o la rimira presente, se non è un pazzo o un empio,

non tarderà punto a convertirsi. Appresso dovrà inculcarsi a tutti il

tenersi ben lungi, massimamente allora, da ogni offesa di Dio, e se

mai cadessero, il confessarne subito e il farne ancora, occorrendo,

un’intera purga con una confession generale, e in somma lo star ben

preparati. Il terribil rendimento de’ conti forse non è lontano, e però

si dee far loro considerare che venendo la peste, essa o non lascia

tempo da confessarsi, o non permette facilmente comodità di confessori

e di altri aiuti spirituali. Del pari s’avrà da persuadere la frequente

comunione, almeno una volta per settimana, e l’impiegarsi allora più

che mai in orazioni, digiuni, limosine ed altre opere di pietà e di

carità. E perciocchè niuno potrebbe promettersi nel fiero scompiglio

d’una pestilenza tempo ed agio di ben disporre gli affari suoi e

della sua famiglia, convien ricordarsi e far ricordare agli altri che

dichiarino i lor debiti e crediti, che facciano testamento, se ne han

bisogno, che paghino, per quanto sia in loro potere, i debiti contratti

senza lasciarne la cura agli eredi. Può essere vicina la partenza: chi

ha tempo, non aspetti tempo.

In questo mentre non si dovrà ommettere alcuna delle diligenze

pubbliche e private che si credono proprie per tener lontano il

contagio. Non è questo un temerario opporsi alle risoluzioni divine.

Sarebbe anzi una temerità e un tentare Iddio il tralasciar simili

diligenze; imperocchè quantunque non in esse, ma nella clemenza e

nell’aiuto dell’Altissimo, s’abbia a confidare, tuttavia essendo

solito il Signor Iddio di operare i suoi voleri per mezzo delle

seconde cagioni e giusta le leggi ordinarie della natura, sarebbe un

obbligarlo a fare un miracolo, anzi infiniti miracoli, quell’esigere

ch’egli allora preservasse chi senza necessità non volesse guardarsi

dal commercio delle persone e robe appestate o sospette. Il perchè,

qualora occorresse, contribuirà anche il vescovo co’ suoi editti alla

difesa della pubblica salute, ordinando quelle cose che inviolabilmente

si debbono osservare dai sudditi suoi ecclesiastici e ne’ luoghi

ecclesiastici, e accordandosi col maestrato secolare, nel promuovere

il bene della repubblica, con dar anche facilità ai vicarj foranei e ai

parochi di ordinar lo stesso secondo i bisogni. Può essere che ciò non

sia necessario; ma certo sarà ben poi indispensabil cura de’ parochi,

predicatori, confessori, ecc., l’istruire il popolo che tutti sono

obbligati in coscienza ad ubbidire ed osservare esattamente in casi di

sì terribil conseguenza gli editti e le regole de’ principi e maestrati

secolari, sì per non coprire il suo o l’altrui male, come ancora per

non maneggiare, vendere o trasportar robe infette conosciute tali. Per

parere di tutti i teologi, anzi per dettame della stessa natura e della

retta ragione, non può alcuno senza peccato gravissimo tirar addosso a

sè stesso colla trasgression delle leggi un malore cotanto micidiale,

nè introdurlo in paese sano, nè comunicarlo a chi ne è libero. Davanti

a Dio e davanti agli uomini sarà sempre reo d’una gran colpa e degno

di gravissime pene chi non volendo eseguire le provvisioni e leggi dei

principi (le quali certo è che in questi casi obbligano sotto pena

di peccato mortale, e ciò quando anche l’ubbidienza dovesse costare

un danno grave di roba) cooperasse all’esterminio suo e del prossimo

e della patria sua. In Roma nella peste del 1656 erano non men dei

secolari sottoposti gli ecclesiastici di qualsivoglia fatta ai gastighi

temporali intimati contra simili trasgressori. Così è stato fatto e

dee farsi in altre simili congiunture. Questa legge vien dalla natura;

e oltre a ciò non lasciando gli ecclesiastici d’essere parte della

repubblica, son perciò tenuti anch’essi, almeno al pari degli altri,

se non anche più di molti altri, alla conservazione, quiete e felicità

d’essa, e a preservarla, per quanto possono, dalla rovina.

I maestrati secolari, non già per titolo di giurisdizione, ma per

titolo di natural difesa possono impedir l’ingresso o prescrivere

sequestri alle persone ecclesiastiche sospette di pestilenza,

acciocchè non infettino i sani, siccome ancora opporsi, affinchè nè

pur gli ecclesiastici morti di peste vengano seppelliti in chiesa.

Nulladimeno affinchè i vescovi conservino quelle prerogative che

hanno debbono in tempo di peste delegare la loro autorità sopra gli

ecclesiastici al magistrato secolare, per tutto quello che possa

bisognare a tener lontano il contagio e a mantenere la sanità, l’annona

e l’altre leggi stabilite allora pel pubblico bene. O pure hanno

essi da unire un loro deputato ecclesiastico per assessore ad esso

maestrato secolare, dandogli facoltà di esercitare la giurisdizione

sopra i chierici sì coattiva, come punitiva, riservando a sè la

sola pena della morte. Tanto si ha dal Diana. Ricorderò anch’io qui

ciò che prima di me consigliò il P. Filiberto Marchino ch. reg.

barnabita nel suo utilissimo libro intitolato, _Bellum divinum,_

cioè che il vescovo _pestis tempore de ecclesiastica jurisdictione

admodum ne sit sollicitus, nam inde scandala multa orientur; caveat ab

excommunicatione; comiter et suaviter facultatem suam aliis deleget;

ipseque ad spiritualem curam animarum studium omne convertat. Tunc non

est de jurisdictione altercandum._ Finalmente sarà cura del prelato

e de’ ministri di Dio il raccomandare che il popolo sia divoto verso

Dio, e nello stesso tempo sia rassegnato e ubbidiente ai maestrati.

Che non fugga l’andare ai posti, alle porte e agli uffizi destinati.

Che accuratamente assista, acciocchè nulla entri o passi che non sia

ben riveduto o purgato dal suddetto anche menomo d’infezione. Che

niuno tradisca la fede che si ha in lui con parzialità, negligenza o

interesse. Non si creda di farsi poco merito presso chi ha da giudicare

i vivi e i morti quel cittadino che s’applichi a servire con tutta

fedeltà ed attenzione in sì gran pericolo alla patria sua. Purchè

intenda di servire a Dio, nel servire al prossimo suo, questo sarà un

atto di nobilissima carità, talvolta più meritevole di mercede in cielo

che non sono moltissimi altri atti di divozione.

Prima poi che s’interrompa affatto il commercio, e allorchè s’avrà

giusto sospetto di dover soggiacere al flagello che gira nelle

vicinanze, cerchi il vescovo dal sommo pontefice facoltà di dispensare

indulgenza plenaria agli appestati che si confesseranno o mostreranno

segni degni di contrizione. Come ancora altre indulgenze per chi

ogni giorno reciterà le orazioni o farà altre azioni pie che saranno

prescritte dal vescovo stesso. E a fine di maggiormente accendere le

persone all’esercizio della carità cristiana, cotanto necessaria e

meritoria in que’ tempi, chiederà delle altre indulgenze per i parochi

ed altri ecclesiastici sì secolari, come regolari che assisteranno

agli appestati. Altre ne dimanderà per i medici e chirurghi, per

le nutrici e levatrici, per gli altri ministri nobili o ignobili,

facchini e beccamorti, sì dei lazzeretti, come fuori dei lazzeretti

che piamente attenderanno alla cura e al governo del popolo infetto.

Altre per chi farà limosine o con altre azioni caritative soccorrerà

allora agl’infermi ed anche i sani bisognosi. In oltre chiederà facoltà

di assolvere di qualunque censura e caso riservato al papa nella bolla

_in cœna Domini_ e in tutte l’altre bolle, specificando per maggior

sicurezza il delitto dell’eresia, e di poter delegare ad altri tal

facoltà e di poter liberare i sacerdoti da alcune irregolarità incorse,

ancorchè per morte involontariamente accaduta e di assolvere dalle

censure suddette anche nel fôro esterno. Non intendo io qui di derogare

alla facoltà oggidì disputata d’assolvere da tutte le irregolarità e

sospensioni, nate da delitto occulto, fuorchè dall’omicidio volontario

e da tutti i casi occulti riservati alla S. Sede, che nel concilio

di Trento sess. 24, cap. 6, fu conceduta o conservata ai vescovi

e anche di delegarla ad altri. Chieda ancora per chi farà opere di

carità la licenza di eleggersi un confessore, benchè regolare, il

quale assolva da ogni caso e censura riservata. Di più procurerà

l’autorità di permutare l’uno d’alcuni legati pii in sollievo de’

poveri, potendo ciò essere necessario o utilissimo in quelle misere

contingenze e gratissimo a Dio, che che potesse parere ad alcuni, i

quali talvolta non sanno assai bene estimare le intenzioni pie dei

testatori e i privilegi della carità e necessità. Chieda eziandio di

poter adoperare, anche senza la permissione de’ loro superiori, que’

religiosi che volessero santamente dedicarsi al servigio de’ lazzeretti

e degli appestati; siccome ancora di poter costringere le persone

religiose ed altri ecclesiastici, o luoghi, esenti dalla giurisdizione

episcopale, a far ciò che richiederà la pubblica utilità durante il

tempo della peste. Di tutto poi si varrà il vescovo, caso che ne venga

il bisogno, secondo la sua prudenza. Finalmente egli è da sperare che

se si avvicinassero le minacce d’una pestilenza, si moverà di buon’ora

il piissimo zelo de’ sommi pontefici a concedere un Giubileo che potrà

essere efficacissimo mezzo a placare lo sdegno divino o ad incitar

maggiormente i popoli al timore di Dio, alla divozione e alle opere

sante.

Del governo della peste e della maniera di guardarsene · 第 41 / 55 题