_Preparamento di lazzeretti per gl’infetti e pei sospetti.
Regole per luoghi tali. Danni che provengono dai lazzeretti;
sequestri ed altri rigori. Precauzioni necessarie. A chi si possa
permettere il sequestro. Attenzione sopra i beccamorti._
Un’altra gran cura de’ maestrati della sanità in tempo di peste ha
da esser quella de’ lazzeretti, per prepararli sul principio, se già
sieno fatti, o pure per costruirli, se mancassero, con provvederli di
tutto il bisognevole, cioè di ministri, letti, mobili, medicamenti,
vettovaglie, ecc. Sieno questi separati, se si può, dal corpo della
città, ma non molto lontani, in sito d’aria buona, ed abbiano le
stanze che non comunichino l’una con l’altra, acciocchè sia diviso chi
abita, e ricevano aria più tosto dalla tramontana che dal mezzogiorno,
dovendosi tener chiuse le finestre allorchè spirano dalle parti
meridionali venti caldi, sempre mal sani, ma specialmente in tempo
di peste. Abbiano fosse e mura d’intorno che impediscano ai sani il
commerciare e l’accostarsi, e agl’infermi il fuggire; con due sole
porte ben custodite dalle guardie, per l’una delle quali entrino
gl’infermi ed escano i cadaveri, e per l’altra passino gli uffiziali e
le vettovaglie. Il cimitero sia per un gran tratto distante da essi,
acciocchè i suoi vapori non arrivino ad accrescer l’infezione di chi
sta ne’ lazzeretti. Le case o camere degli uffiziali sieno segregate
anch’esse in buona forma dalle camere degl’infetti; anzi, se mai si
può, la loro abitazione sia separata affatto dallo stesso spedale,
poichè, per attestato de’ saggi, ciò ajuta di molto per conservar
quelli che operano in servigio degli appestati. Si provvederà d’uno
o più sacerdoti che ministrino i sacramenti e celebrino la messa
nella cappellina aperta da tutti i lati, la quale sarà situata in
mezzo al cortile, onde gl’infermi tutti dalle loro camere possano
vedere il santo sacrifizio. S’abbia ivi, se si può, un medico; ed
è indispensabile l’avervi uno o più cerusici, speziale, cuochi,
vivandieri, o sia provveditori del vitto, beccamorti, oste, o sia
dispensiere de’ cibi, con un direttore supremo ed altri uffiziali
subalterni e serventi, tanto uomini quanto donne per servigio dell’uno
e dell’altro sesso, che ivi ha da essere segregato. Tali basse persone
sogliono allora non difficilmente trovarsi, avvertendo eziandio che ai
disubbidienti del popolo si cambia talvolta la pena da loro meritata
nell’aggravio di servire ai lazzeretti: nel che però si dee camminare
con pesatezza, perchè la forza è un duro maestro al ben fare. Si
tenga nota del nome, cognome e parrocchia di chi vi entra e della sua
morte, occorrendo, per avvisarne poi il paroco o altri uffizi, cosa
da ricordarsi anche pel resto della città. Si faccia anche provvisione
di molte donne lattanti, avendole pronte pei fanciulli sani, ma rimasi
orfani e abbandonati per la morte de’ suoi. E in difetto di nutrici, si
procurino per tempo molte capre, le quali sono ottime balie in caso di
necessità, come s’è tante volte provato. Alle donne che lattano bisogna
levare, immediatamente che s’ha indizio del loro male, i fanciulli,
con poscia provveder cagnoline che tirino il latte loro, quando ve ne
sia bisogno. Si terranno rinchiuse tali bestie come se fossero persone
sospette; e infettandosi esse (il che succede) debbono tosto ammazzarsi
e prontamente seppellirsi in fosse profonde.
Due lazzeretti indispensabilmente convien costituire. Il primo per
gl’infetti, ove debbono condursi senza dilazione coloro che si scoprono
aver segni o infermità pestilenziale; e l’altro per gli sospetti,
cioè per condurvi coloro che non sono già infetti, ma hanno praticato
con infetti o robe infette. Egli è una crudeltà somma l’obbligare
quest’ultima sorta di persone ai lazzeretti degli appestati, perchè
potendo facilmente essere elle con tutto il sospetto ben sane, la
carità e giustizia esige che non si espongano al gravissimo pericolo
di divenir veramente infette nel coabitar con tanti altri appestati. Se
in questo secondo lazzeretto alcuno si scoprirà ferito dalla peste, si
trasferisca subito all’altro degl’infetti, acciocchè non si ammorbino
gli altri; e si profumi la stanza sua per renderla abitabile ad altri
che sopravvengano. Chi dei sospetti dopo 20 giorni resta sano, si
licenzj; e può in questo lazzeretto tenersi unita cadauna famiglia, con
che però, se venisse ad ammalarsi alcuno in essa con segni d’infezione,
e perciò s’avesse immediatamente da trasferire all’altro lazzeretto,
debba il resto della famiglia cominciar da capo la contumacia de’
sospetti. Ma avvertasi che prima di licenziare alcuno tanto da questo
quanto dall’altro lazzeretto, s’hanno di nuovo da purgare le vesti e
il corpo di lui. Cioè nel lazzeretto degl’infetti, risanato che uno
sia ben bene, v’ha da essere una gran caldaia d’acqua bollente in cui
si purgheranno le lenzuola, i panni e le vesti che servono o hanno
servito a lui, purchè sieno robe che soffrano tal purga; e si useranno
i profumi coll’altre robe incapaci di sofferir la caldaia. Intanto
il guarito, trattenendosi nudo in una stanza per un quarto d’ora, si
laverà o lascerà lavarsi il corpo con una buona lavanda d’aceto. A
chi dovrà licenziarsi dal lazzeretto de’ sospetti, basterà fare sì a
lui come a’ suoi panni un leggier profumo per lo spazio di mezz’ora.
Consigliano alcuni che i liberati dal male e dal chiostro degl’infetti
si facciano passare per alquanti giorni a quello dei sospetti. In tutti
e due i lazzeretti si faranno giornalmente dei profumi. Veggasi che
anche i poveri Ebrei costituiscano per lazzeretti della lor nazione
alcune case del loro ghetto colle necessarie provvisioni, ed abbiano
carretta a posta che in sito determinato fuori della città conduca i
loro cadaveri ad essere seppelliti. In difetto di fabbriche di pietra
pei lazzaretti, si sono talvolta fatte gran file di capanne alla
campagna aperta con tavole e travicelli a guisa de’ lazzeretti formali,
e tutto alle spese del pubblico. Dee anche avvertirsi che i condottieri
degl’infetti, siccome gente sospetta, debbono regolarsi come tutti
gli altri uffiziali e serventi de’ lazzeretti nell’abitare e vestire,
acciocchè ognuno fugga il commercio loro; ed essendo costoro per lo più
di genio ed impiego poco diversi da’ beccamorti, sarà necessario aver
sopra di loro una somma attenzione, perchè nel trasporto degl’infermi
non nascano que’ disordini, che non sono rari, di violenze, di ruberie
o di strapazzi a quei miseri pazienti. Chi poi potesse costituire un
terzo lazzeretto per i convalescenti a fine di condurvi i risanati
dalla peste, per assicurarsi meglio, farebbe un’utilissima provvisione.
Ciò si è praticato e si pratica dalle città doviziose. Ma le altre
appena han forza da reggere agli altri più necessari lazzeretti. Almeno
si noti ciò che scrive il P. Maurizio cappuccino colle seguenti parole:
Gli ammalati attuali s’hanno a separare dai convalescenti, perchè
questi sono molto più facili ad infettarsi dei primi, come in Genova,
Marsiglia e Tolone ed altrove ho diligentemente notato.
Null’altro dirò io intorno al governo de’ lazzeretti per non ingrossar
di troppo quest’opera. La prudenza de’ maestrati supplirà facilmente
a ciò ch’io tralascio; e il volume del cardinale Gastaldi risparmierà
loro la fatica di pensarvi molto. Più tosto mi preme di esporre qui
alcuni dei mali effetti e disordini che nascono dall’introduzione ed
uso tanto dei lazzeretti quanto dei sequestri degli infetti o sospetti
nelle loro case, in difetto di lazzeretti. Certo la sperienza ha
fatto vedere che tali ritrovamenti, utilissimi senza fallo, quando se
ne fa buon uso, accrescono, non diminuiscono i malori della peste,
se sono male usati. Il perchè presso alcuni scrittori è un punto
disputato forte, se talvolta sia maggiore l’utilità o il danno dei
lazzeretti, sequestri ed altri simili rigorosi rimedi politici. Se
crediamo a Lorenzo Candio e ad altri, nel 1478, essendo fiera la peste,
furono introdotti rigori inusitati, e cominciarono circa que’ tempi a
dirizzarsi lazzeretti (forse prima si mandavano gl’infetti alle sole
capanne, praticate anche dipoi in alcune città), e a mettersi pena la
vita per ogni minima cosa. La misera plebe spaventata e dal male e dai
rimedi del male, cadeva morta per tal timore impresso vivamente nella
loro immaginazione, massimamente al mirar tante morti ogni giorno. Si
facevano tutto dì ripari nuovi e consigli di medici, ma senza frutto e
sempre peggio. Finalmente aperti gli occhi, fu risoluto generosamente
di rallentare l’austerità; laonde cominciò a declinare il male, e in
breve cessò. Perciò non par buon consiglio l’usar talvolta eccessivi
rigori, sostenendo alcuni essere alle volte stati più quelli che in
tempi tali sono morti d’inopia e terrore senza peste, che gli altri
estinti di peste vera.
L’invenzione de’ lazzeretti e sequestri, soggiungono essi, apre l’adito
a mille ingiustizie, oppressioni e rubamenti, mentre quando non si
possa convenevolmente provvedere al bisogno degl’infermi e sequestrati,
è cagione che molti periscano di fame, di fetore, di doglia di cuore
e disperazione, essendo i lazzeretti d’ordinario mal tenuti e mal
provvisionati, e bene spesso serviti da gente empia e ladra. Il solo
timore d’essere condotto colà o di essere sequestrato, fa che molti
ascondano il male e conversino con gli altri; e senza medicarsi, e,
quel che è peggio, senza sacramenti, se ne muoiano e facciano morir
altri che alla buona hanno praticato con esso loro. Certo è che la
maggior parte naturalmente abborrisce l’essere strascinato sul carro
e il venir consegnato a gente non conosciuta e inumana, fra i puzzori
e le schifezze di tanti ammorbati. Che se vengono nelle lor case
sequestrati, niuno talora ardisce di dar loro mangiare e di medicarli,
morendo perciò alcuni abbandonati e disperati, anche per mali non
pestilenti, perchè nè pure i parenti osano entrare in casa di que’
meschini, per non esser poi anch’eglino sequestrati o condotti al
lazzeretto. E poi, chi è d’animo sì forte che non si atterrisse e non
cadesse in qualche o disperazione o passione straordinaria d’animo al
vedersi per ogni picciolo motivo di male, che talvolta nè pure è di
peste, levato e rapito improvvisamente, e con rigori e violenze, dal
proprio letto e casa, o dalle braccia de’ suoi più cari, con pericolo
ancora o perdita di tutte le robe sue (come tuttavia succede in qualche
paese d’Europa), e al mirarsi portato in massa con altri ammorbati in
que’ lazzeretti, che pur sono come tante beccherie, e luoghi regolati e
serviti per lo più da gente di poca o niuna carità, la quale non aiuta
nè consola, e se pur si risolve a soccorrere, il fa colla punta d’una
lunga picca, e con roba che non sollieva, ma accresce la miseria?
E per conto degli altri usi e rigori, egli è troppo facile l’avvilirsi
e il morire di spavento al vedere o sentire i ministri de’ lazzeretti
e i beccamorti andare attorno con facce orribili, abiti stravaganti e
voci spaventevoli, e portar via infermi e sani, vivi e morti, purchè
vi sia da rubacchiare. Nè si può dire che orrore spiri il frequente
suono di que’ loro campanelli. Certo si sa per relazione di persone
accreditate che molti da questi e simili spaventi oppressi, senza
essere appestati, vi lasciarono la vita. Perciò anche Livio narra
essersi in una peste mossi i Romani a rallentar tanti rigori; il che
fe’ in breve cessare la mortalità. Narrano parimente che ne’ contagi di
Firenze del 1325 e 1340 fu provveduto che si levassero via certi segni
funebri, certi suoni di campanelli per le strade, i quali aumentavano
la mestizia e il terrore ai poveri infermi, e che si rammentassero
loro i vivi e non mai i morti, con assicurarli di non muoverli dalle
loro case. In Bologna nella peste del 1527 fu ritrovato in fine per
miglior rimedio il levare i sequestri, e, lasciata la libertà e rimesso
il commercio, permettere che tutti comprassero e vendessero: con che,
tolta la strettezza, slargossi il cuore al popolo, e molti camparono
che sarebbono morti. Così in Venezia una volta e in alcune terre grosse
di Lombardia nel 1630 e 1631, dove moriva in quantità la povera gente,
nè si sapeva più che rimedio prendere, ho letto che furono levati i
sequestri, e subito que’ miseri tanto si rallegrarono, che uscendo
tutti all’aria libera e andando a procacciarsi le cose necessarie,
cominciarono a risanarsi la maggior parte, e cessò la mortalità.
Tali sono i sentimenti d’alcuni scrittori, ed io n’ho fatta menzione
non perchè s’abbia a mutare alcuna delle regole prescritte da
tanti saggi e praticate da loro, ma perchè questi disordini e
danni facciano ben tenere aperti gli occhi a’ maestrati, affinchè
i rimedi non diventino mali intollerabili anch’essi. Vero è che la
costituzione dei lazzeretti e il rigore dei sequestri soggiacciono a
diversi abusi; ma così è di tanti altri savi ritrovamenti e costumi
politici, il bene de’ quali non si ha da dismettere, perchè esso
non vada disgiunto per l’ordinario da molti pericoli e mali. Sicchè
considerino seriamente i maestrati di prevenire e rimediare, per
quanto si può, agli accennati abusi. Quando non possano provvedere
di tutto il bisognevole i lazzeretti, si contentino de’ sequestri.
Men male sarà, o almeno men crudeltà, il lasciare in mano alla divina
Provvidenza i poveri infermi nelle case loro e fra i loro parenti,
che trascinarli a morire di disperazione e di stento in lazzeretti
informi e senza misericordia. Che se mancassero anche le forze per
mantenere i sequestrati bisognosi, meno male sarà il permettere a tutti
qualche forma di libertà, attendendo allora a regolar solamente il
commercio, affinchè si distinguano e si fuggano dai sani gl’infetti e i
sospetti, con obbligar questi a non camminare senza certi convenienti
segnali, e coll’impedire il più e il meglio che si potrà i concorsi
e miscugli delle persone; ricordandosi che è un gran vantaggio nella
state e nell’autunno il guadagnar tempo con salvare la gente, poichè
d’ordinario il freddo del verno suol metter fine a tante miserie. Non
si nieghi ai sequestrati l’ingresso de’ medici, cerusici e sacerdoti;
o pure sieno essi dalle finestre o porte ascoltati e consigliati da
essi medici. Chi può curarsi in sua casa nelle debite forme, o essere
inviati a’ suoi poderi, sarebbe da esaudire. Coi poverelli abbandonati
e privi di scampo, e con chi sarebbe troppo di danno agli altri,
e massimamente per chi abita case anguste, si venga al ripiego del
lazzeretto, ma con tutti i buoni termini e carità cristiana. S’abbia
cura delle loro vesti, esponendole all’aria e purgandole, e salvando
loro quel che lasciano in casa e quel che vogliono portar seco, giacchè
non dee essere interdetto a chi è condotto ai lazzeretti il menar
seco quelle comodità o robe che a lui saranno più in grado, e di cui
egli sia padrone. Si procuri di non accrescere il terrore al popolo,
ma di sminuirlo per quanto sia possibile. E per questo non si suonino
allora campane a morto, nè si lascino mirare ai fanciulli, alle donne,
ai melanconici le carrette dei cadaveri, nè altri funesti spettacoli.
Consentono tutti i medici che sia di un singolar pregiudizio alla
sanità in tempi sì fatti il timore e lo spavento. Una divota allegria
può recare allora un giovamento incredibile. Del pari si procurerà,
per quanto si può, di destinar ministri fedeli e serventi caritativi
e timorati di Dio alla cura degli infermi ne’ lazzeretti ed altrove; e
vi sia soprintendente il quale ogni dì faccia la visita con informarsi
dalla bocca propria di ognuno se hanno avuto i medicamenti destinati,
e come si portino gli astanti messi per loro servizio, i quali non
saranno allora presenti, per correggerli o scacciarli occorrendo. E
torno a dire che si abbia una rigorosa avvertenza sopra gli andamenti
de’ beccamorti e de’ condottieri degl’infermi, nè mai si permetta
che chi è solamente sospetto sia condotto ai lazzeretti degl’infetti,
quando non meritasse, per essere caduto in pena, d’essere forzato a
fermarsi colà per servire agl’infermi. Non si portino sullo stesso
carro infetti e sospetti ai lazzeretti; non insieme morti e semivivi
alla sepoltura: queste sono crudeltà indegne d’uomini, non che di
cristiani. Nella peste di Milano del 1576, cioè a’ tempi di S. Carlo,
accadde questo caso. Fu portato dallo spedale, o sia lazzeretto
di S. Gregorio un uomo non peranche morto di peste alla sepoltura,
confuso con gli altri. Stette egli tutta la notte in una massa di
que’ cadaveri. Passando la mattina per quelle bande il sacerdote che
portava il viatico agli appestati, il povero uomo per gran desiderio
di quel divino cibo, si alzò in ginocchioni tutto pieno d’allegrezza
e d’ansietà, e con quella voce che potè, siccome spirante, chiese la
santa comunione. Avendogliela volontieri data il sacerdote, ed avendola
egli ricevuta con somma venerazione e tenerezza, da lì a poco in quel
luogo tutto consolato se ne morì. Alessandro Benedetto racconta d’una
nobil matrona portata inavvertentemente alla fossa, creduta già morta.
Licostene, l’Ildano, il Crafizio, il Diemerbrochio riferiscono altri
simili casi accaduti nelle pesti de’ loro tempi. Adunque raccomandare
e invigilare, affinchè non si commettano somiglianti errori o
barbarie dai beccamorti, soliti in qualche luogo a portar via i poveri
agonizzanti, o tuttavia spiranti, con quell’indegno pretesto che tal
gente si può contare per morta. Alcuni già tenuti per estinti, si sono
riavuti ed hanno ricuperata la vita e la salute. E perciocchè talvolta
accade che alcuni cerusici o per ignoranza o per poca diligenza
mandano al lazzeretto persone inferme, ma non di contagio, perciò
fatti depositare gl’infermi in un lettuccio prima d’introdurli, e ben
visitati da’ cerusici del lazzeretto alla presenza del religioso, se vi
troverà che sieno appestati, loro si dieno ivi i sacramenti, e poscia
entrino; o pure, scoperti infermi d’altro male, si mandino al luogo de’
sospetti.
Nelle città opulente e capaci di far grossissime spese per la salute
del popolo suo, tutto può venir ben fatto, e non seguiranno tanti
disordini, cagionati per lo più dal voler certi buoni fini senza
aver anche buoni mezzi per arrivarvi. Ed eseguendosi le leggi fin qui
accennate, i lazzeretti, sequestri ed altri rigori torneranno tutti
in vantaggio del popolo. L’altre città o terre debbono regolarsi come
possono il meglio. Almeno procurino di formare un lazzeretto per gli
appestati, poichè alle persone solamente sospette si può provvedere in
caso di bisogno con ben regolati sequestri, e senza lazzeretto a posta.
Nella nostra città l’anno 1630 tre erano gli spedali degl’infermi,
cioè uno a S. Lazzaro, un altro nelle Sgarzerie e il terzo nelle
Stimmate, tutti e tre mantenuti alle spese del pubblico. Si lasciavano
nelle loro abitazioni le persone comode, e molte altre che aveano
case capaci per separar gl’infermi e i sospetti dai sani, restando
proibito che nè essi infetti o sospetti, nè chi loro serviva potessero
praticar con altri, e venendo obbligato al sequestro medesimo chiunque
avesse conversato con esso loro. I poveri e alcuni altri, secondo la
prudenza dei conservatori e deputati, si mandavano ai lazzeretti. Nella
peste di Roma sul principio si camminò con gran rigore; e il condurre
irremissibilmente ai lazzeretti anche i cittadini più comodi, fece che
gli altri furono più ritirati dal conversare e più cauti dal contagio.
Ma non istettero molto ivi a permettere che restassero in casa propria,
per far ivi la contumacia, le persone civili o agiate, purchè con
rigorosa separazione dai sani. Altrettanto è da fare in altre simili
funeste congiunture, asserendo ancora accreditati scrittori che basta
rinserrare i sospetti nelle loro case, con profumar bene le medesime
e le robe loro, e con visita giornaliera dei medesimi rinchiusi,
facendoli venire alle porte o finestre, per chiarirsi se alcuno si
fosse di nuovo ammalato. Dopo quindici dì trovandosi eglino tutti sani,
si può dar loro la libertà. Certo i profumi serviranno di gran rimedio
e di risparmio di molte altre spese ed incomodi. Morto che sia di peste
alcuno, profumandosi la sua stanza colle robe ivi poste o che abbiano
servito a lui, possono ivi abitar fra non molti giorni altre persone;
e potendo i sospetti sequestrati in essa casa abitar altre stanze,
non c’è necessità precisa di forzarli ad uscire, giacchè il soccorso
dei profumi può liberar quelle stanze e le robe loro dai vapori
pestilenziali che per disavventura vi fossero penetrati. Vero è che in
Firenze nel 1630, essendosi osservato che il lasciar fare la quarantena
nelle case ove era morto alcuno di peste, riusciva di gran nocumento ai
sani, perciò fu risoluto da lì innanzi di condurli tutti al lazzeretto
de’ sospetti; ma il danno procedeva dalle anguste e pestilenti stanze:
al che ci è rimedio, come s’è detto, e massimamente per chi ha case
larghe e abbonda di comodità. Ivi medesimamente ripullulato il contagio
nel 1633, vinse il parere di chi consigliava il contentarsi dei soli
sequestri nelle case proprie degl’infetti; ma conosciuto da lì a non
so quanti giorni che si andava di male in peggio, si aprì di nuovo il
lazzeretto, non ostante l’abborrimento che vi aveva il povero volgo, e
se ne provò in breve buono effetto. In Ferrara nel 1630 fu preparato
per lazzeretto il monistero di S. Giorgio degli Olivetani, ed altre
città si sono pure servite d’altri conventi in sì estremo bisogno.