_Cautela per esentar dallo spurgo varie robe. Provvisioni per
gli cani e gatti. Monete ed altri metalli se suggetti a portar
infezione. Regole per le robe ed animali. Luoghi eletti pel
commercio de’ commestibili, e maniera di farlo. Se si dia
contagio disseminato o dilatato dalla malizia. Riflessioni
intorno a’ mali effetti del terrore, e cautele._
Noteremo ora altri ricordi intorno all’infezione che può venir dalle
robe, e intorno allo spurgo delle medesime. E primieramente a fin di
salvarne molte dalla necessità dello spurgo, riuscirà di maggior quiete
e minore incomodo del pubblico, e di sommo vantaggio de’ particolari
prima che nella casa succeda accidente alcuno di peste, il levare
dalle guardarobe e stanze tutti i mobili, le scritture, pitture ed ogni
altra suppellettile che non servisse all’uso quotidiano o non potesse
bisognare in que’ pericolosi tempi, e far tutto rinchiudere in una o
più stanze con far sigillare le porte di essa o di esse camere per mano
di pubblico ministro, e con sigillo del pubblico o almeno con sigillo e
rogito di pubblico notaio, di maniera che nessuno possa entrarvi senza
rompere quel sigillo. Operando così, qualora dipoi avvenisse disgrazia
di peste in quella casa, le robe tutte ivi rinserrate s’intenderanno
non suggette all’incomodo degli spurghi. In Ferrara nel 1630 fu per
buona precauzione ordinato agli ufiziali del monte di pietà e a’
banchieri ebrei di mettere in luogo separato i pegni da loro presi per
l’addietro, e non di confonderli coi susseguenti, bollando le stanze
ove li riponevano, con sigillo e notizia del pubblico o in altra
maniera che assicurasse non aver eglino dipoi maneggiate più quelle
robe.
Gli animali irragionevoli possono ricevere nei loro peli o piume gli
spiriti pestilenziali e portarli seco e comunicarli a chi degli uomini
non si guarda, benchè eglino per l’ordinario nulla ne patiscano,
essendo cosa notissima che la peste d’una spezie d’animali non suol
ferire quei dell’altre spezie, ma sì ben dilatarsi e comunicarsi
per mezzo ancora di chi non ne resta internamente infetto. Così
all’incontro è avvenuto ed avviene nella terribil mortalità delle
bestie bovine, che da tre anni in qua va devastando senza rimedio
tanti territorj di Lombardia, ed entra, mentre sto scrivendo, anche
nel nostro paese, con far parimente una misera strage nel regno di
Napoli, nello Stato della chiesa romana, in Olanda e in altre parti
dell’Europa, mentre gli uomini praticando con buoi e vacche infette
senza provarne eglino danno alcuno nella persona portano via quegli
alimenti velenosi e infettano disavvedutamente le stalle, proprie o
d’altrui. Perciò in tempo di peste convien provvedere al pregiudizio
che possono recare i cani e gatti col portare nella lor pelle alle case
e persone sane l’infezione raccolta altrove, siccome ce ne assicurano
Marsilio Ficino, Guglielmo Grattarolo ed altri. Sogliono perciò le
ben regolate città allora far editto che si uccidano tali bestie, e
il pubblico d’alcune ha talvolta pagato sei o otto giulj per cadaun
cane ucciso, purchè fosse d’altri. Dovendosi nondimeno osservare che
nel 1630 per essere stati ammazzati tanti gatti in Padova, fu quella
città col suo territorio soggetta per gli due anni seguenti ad una
mirabil quantità di sorci; parrebbe più sicuro ripiego il solamente
ordinare che tutti custodissero con diligenza, anche per proprio bene,
i loro gatti e cani, con facoltà poi ed ordine di ammazzar quelli
che uscissero delle case e vagassero per le strade o per le case
altrui. Si può esser più rigido co’ cani cittadini, perchè la lor vita
regolarmente importa poco al pubblico, e sarebbe sciocchezza il volere
unicamente per lusso esporre a un gran pericolo la propria e l’altrui
vita.
Per poi regolarsi bene nel commercio o contatto degli altri animali
e delle altre robe, si osserveranno le seguenti regole tratte da’
migliori maestri. Alcuni (e fra essi l’Ingrascia, il Mercuriale e il
Diemerbrochio) tengono che l’oro, l’argento e gli altri metalli non
ricevano nè serbino contagio; e il suddetto Ingrascia fa sapere agli
altri medici che piglino pur le monete allegramente, mentre anch’egli
faceva lo stesso insino dagli appestati, e così caldi caldi se li
metteva in tasca, non avendo operato diversamente gli altri medici
e cerusici del suo paese, e tutti senza infezione e danno. Certo la
superficie de’ metalli per sè stessa, a cagione della lor densità
e freddezza, non par capace di ritener gli spiriti velenosi della
peste. Tuttavia perchè può essere attaccata qualche ruggine, feccia,
untume o altra materia impura o terrea ad essi metalli, e massimamente
a’ danari, e con ciò unirsi gli aliti pestilenziali, e possono i
medesimi essere stati toccati dal sudore d’un infetto: per ogni maggior
cautela si dee ritenere o non abbandonare la regola inveterata di
purgarli, mettendoli in aceto o in acqua ben calda. Le pietre preziose
anch’esse si porranno solamente in acqua, acciocchè non restino
offese dall’aceto. Da altri si crede che la carta e per conseguente le
lettere non contraggano nè ritengano l’infezione per cagione della lor
superficie consistente e liscia. Trattandosi nondimeno di risparmiare
i pericoli, s’ha da ritener la saggia cautela di profumare o bagnar
coll’aceto le carte sottili da scrivere o da stampare, e di profumare
i libri, ma con più diligenza; e non sarebbe se non bene il tenere,
dopo i profumi, la carta grossa e i cartoni e le pergamene all’aria per
molti giorni. Per conto poi delle lettere suddette, costume lodevole
si è il profumarle ben bene, bagnandole anche prima con aceto, e il
tagliare i pieghi affinchè entro vi penetri il profumo. Gli espurgatori
di esse lettere debbono contenersi come gente sospetta, e perciò
non trattar co’ sani, e hanno anch’essi da preservarsi con guanti,
incerate, profumi, ecc. Le lettere che vengono da paese infetto o non
si debbono ammettere, o convien aprirle e profumarle con più diligenza.
Che se ne’ pieghi delle lettere si chiudesse altro che carta, s’ha da
provvedervi con aprirle; avvertendo di deputare per sì geloso ufficio
persone timorate di Dio, ed anche religiose che prendano giuramento di
non rivelare i fatti altrui.
I vasi di vetro coperti di paglia o vimini si purghino col profumo;
se nudi, con acqua sola. Ogni sorta di panno, corde e tele, sì di seta
come di lino, canapa, bambagia, e massimamente di lana, si purghi per
due ore col profumo della sanità. Le piume, i peli e le pelli d’ogni
animale, quando non sieno salate di fresco ed umide, sono soggette a
ricevere e comunicar l’infezione; e però si debbono ben purgare o con
profumi o con esporle per molto tempo all’aria e al sole. I cavalli,
buoi, vitelli, muli ed altri giumenti e le capre, purchè si facciano
prima transitar per acqua ovvero sieno immersi più volte in essa o
lavati interamente due o tre volte con essa, potranno ammettersi,
avvertendo però che vengano nudi; perchè portando capezze, corde,
briglie o selle, si dovranno tali arnesi profumare o almeno lavar con
lisciva o con sapone. A’ castrati ed agnelli e alle pecore, se avranno
pelle, e molto più se questa sia ben lanuta, sarà necessaria maggior
diligenza, per essere certo che la lana riceve e nutrisce più delle
altre cose il veleno pestilenziale. I polli, i capponi, le galline
e gli uccellami tutti, quando abbiano le piume, insegnano alcuni che
non basti il tuffarli nell’acqua, ma che si ricerchi l’immergerli più
volte nell’aceto, ovvero per più sicurezza, spogliatili delle piume,
abbrostolirli; ma altri tengono che sia sufficiente una buona lavata
con acqua pura.
L’uova cavate dalle ceste e poste sulla nuda terra, si prenderanno
senz’altro con rimetterle in altre ceste; e lo stesso può farsi per
le erbe e frutta e per le carni fresche senza pelle. Andrà nulladimeno
più sicuro chi laverà con acqua robe tali. L’olio può prendersi colle
nude pelli senza altra diligenza, purchè non vi si lascino corde oltre
a quella che lega sufficientemente la bocca della pelle, la quale non è
capace d’infezione. Il pane, vino, zucchero, i limoni, cedri e aranci,
il mele, i salumi e formaggi, gli aromati, le robe medicinali, le cere
e le droghe d’ogni sorta si possono ricevere liberamente, avvertendo
solo di levare gli invogli, le corde, i secchi, le carte, le casse,
i vasi, i barili ove fossero tali robe. Così le farine, il frumento,
frumentone, o sia grano turco, e tutti gli altri grani e legumi si
possono liberamente prendere, a riserva sempre de’ sacchi e d’altri
simili invogli ed arnesi, che si debbono lasciare indietro o profumare
o lavar con acqua secondo la loro qualità.
Ed a fine di regolar bene colle maggiori cautele possibili il
commercio tra chi conduce o vende e chi ha da comperare grani, vino
ed altre grasce e commestibili che abbiano detto esenti dal portar
seco infezione, è da fuggirsi per quanto si può l’avvicinamento delle
persone e il contatto delle vesti, de’ sacchi e d’ogni altra roba che
possa, coll’aver seco la peste, pregiudicare a chi è sano. Per questo
ottima regola si è il deputar certi siti e luoghi aperti, fuori, se si
può mai, della città, con piantar ivi due file di cancelli o palizzate,
che impediscano dall’una parte e dall’altra il passaggio e contatto
de’ cittadini e paesani. Le robe vendute si depongono in terra, o
sopra lenzuoli o coperte stese in terra, quando si possa, e poi vanno
a prenderle i compratori. I vini ed altri liquori si vôtano da quei
di fuori ne’ vasi deposti in terra dai cittadini, senza toccar punto
essi vasi. Il danaro che si sborsa sarà purgato per ogni buon fine da
chi il riceve, bagnandolo in aceto. E perciocchè troppo è necessario
che vengano alla città le grasce o vettovaglie, e ciò dee anche farsi
senza pregiudizio della salute de’ condottieri; sarà libero a questi il
poter andare e venire colle loro fedi di sanità, purchè non si levino
dal diritto cammino e si guardino di praticar per viaggio con genti
sospette. A qualche osteria deputata in mezzo al cammino dovrà farsi
la posata dai vetturali. Fuori della città saranno deputate osterie
per loro soli; e si farà il commercio della roba da loro condotta ai
cancelli posti fuori d’essa città, in maniera che i sani esteri non
pratichino coi sospetti cittadini. Nulla si dovrà consegnare se non
alla presenza de’ commissari, che invigileranno all’esecuzione degli
ordini, affinchè non segua miscuglio nè contatto. I consoli o massari
delle arti si troveranno ad essi cancelli per istabilire i prezzi e far
tosto pagare e sbrigare i condottieri. Si vieterà ai commessari delle
porte il comperare e mercantar le vettovaglie portate ai cancelli,
per rivenderle poi ai bottegai, benchè per altro sia da procurare che,
mancando compratori, vi sia qualche deputato il quale comperi quelle
robe, affinchè si tenga viva ne’ rustici e in altre persone estere
la voglia di condurne e di accrescere il mercato, e a fine ancora di
spedire in breve i poverelli del contado, aspettati a man giunte dalla
misera lor famigliuola con qualche soccorso.
Con queste ed altre simili precauzioni un popolo sano può aver
commercio di vettovaglie con un altro infetto, senza contrarne la
stessa disgrazia. E perciò, posto ancora che l’uno bandisca l’altro,
si può ai confini fare una specie di mercato, quando vi sia bisogno
di ricevere o comperar grasce, obbligando però tutti a non far questo
commercio se non ne’ luoghi destinati e sotto gli occhi de’ deputati
da ambedue le parti. In Modena fu fatto editto che niuno potesse
toccar vettovaglie, frutti e simili commestibili prima d’averli
pagati. Nelle città, e massimamente in quelle di gran popolazione,
bisogna provvedere che tutta la gente non concorra ad un luogo solo per
comperar da vivere, perchè ci vuol poco ad intendere che mescolandosi
e fregandosi insieme moltissimi, alcuni pochi infetti, de’ quali ne
trapela sempre fuori qualcheduno, possono appestar gli altri; pericolo
a cui sono sottoposti tanto i poveri quanto i ricchi, quelli per
andarvi in persona, e questi pel commercio con la servitù. Tutte le
botteghe ove si vendono robe soggette a ricevere infezione e quelle
dei commestibili, e così le spezierie, dovranno tener chiuse le loro
porte o con rastrelli o in altra forma, di modo che niuno v’entri, ma
si eseguisca la consegna delle robe o per le finestre o pei cancelli;
nè si faccia adunanza entro o davanti bottega alcuna. Specialmente si
usino tali riguardi alle botteghe de’ fornai e a’ macelli, o sia alle
beccherie. Le stesse cautele possono proporzionatamente osservarsi
nel somministrar cibi ed altre robe agl’infetti o sospetti di mal
contagioso, potendosi ciò bene spesso fare senza accostarsi loro e
senza toccare i loro vasi e robe. Nella peste di Roma del 1656 furono
pubblicate sagge istruzioni, raccolte poi tutte dal cardinale Gastaldi
nel suo Trattato della Peste, con insegnar al popolo la maniera di
governarsi nel commercio delle robe e persone. Altre ne furono fatte
pei deputati ai quartieri ed ai mercati fuori della città; pei medici,
cerusici, speziali, osti, guardarobieri, soldati di guardia ed altri
ministri de’ lazzeretti; pei deputati all’espurgazione delle case e
robe infette o sospette, insegnando ancora la maniera di far tali
spurghi. Così nel 1680 furono stampati in Ferrara vari ordini da
osservarsi in sospetti e tempi di contagio da tutti gli uffiziali della
sanità, con un editto ancora del vescovo pei conventi delle monache,
mentre allora la peste di Vienna metteva molta apprensione all’Italia
tutta. È degna quell’opera di essere studiata e tenuta davanti agli
occhi dai maestrati delle altre città, alla prudenza de’ quali in tempo
di contagio apparterrà il vedere quali e quante istruzioni s’abbiano a
formare e pubblicare, secondo le forze e il sistema di ciascuna.
Hanno in oltre i maestrati da invigilare non solamente per impedire
che il morbo non si comunichi e dilati inavvertentemente per lo
commercio delle persone e robe infette o sospette, ma ancora per vedere
che non sia esso accresciuto dalla malizia e diabolica ingordigia
degli scellerati. È cosa che fa orrore, anzi può comparir tosto come
incredibile, cioè che si dieno delle pesti suscitate o dilatate per
via di veleni, polveri ed unzioni pestifere. Alcuni negano che ciò sia
avvenuto mai o possa avvenire; ma superiori in numero e più accreditati
sono quelli che l’asseriscono, e citano i casi. Raccontano essi che
nella peste di Casale del 1536 furono giustiziati molti i quali in
numero di 40 s’erano congiurati per moltiplicare la mortalità con
unguenti e polveri pestilenziali. Niccolò Polo scrive succeduto lo
stesso in Franchestein l’anno 1606. Ercole Sassonia e il celebre nostro
Falloppia attestano il medesimo della peste de’ loro tempi, ed altri
narrano fatta la medesima scelleraggine in diverse pesti di Ginevra,
Parma, Padova e d’altre città. Non importa che io citi gli autori.
Mattia Untzero nel lib. 1, cap. 17 del suo Trattato della Peste ne ha
raccolto molti. Ma nessun caso è più rinomato di quel di Milano, ove
nel contagio del 1630 furono prese parecchie persone che confessarono
un sì enorme delitto, e furono aspramente giustiziate. Ne esiste ivi
tuttavia (e l’ho veduta anch’io) la funesta memoria nella Colonna
infame posta ov’era la casa di quegli inumani carnefici. Il perchè
grande attenzione ci vuole affinchè non si rinnovassero più simili
esecrande scene.
Tuttavia avvertano i saggi maestrati e i lettori che una tal vigilanza
non degenerasse poi in superstizione e in timori ed in apprensioni
spropositate, dalle quali potrebbono poi nascere altri non meno
gravi disordini. Il punto è di particolare importanza, e però bisogna
pesar bene e tenersi a mente anche le seguenti riflessioni: Egli è
facilissimo, secondo me, che sia accaduto spesso ed accada spessissimo
anche di nuovo ne’ tempi di peste ciò che veggiamo tante volte accadere
nei mali straordinari o non molto usitati delle donne e de’ fanciulli
del volgo, mentre con gran leggerezza s’attribuiscono quasi tutti
a malie e stregherie e ad invasioni di spiriti cattivi, giungendosi
anche talvolta non solo a sospettare, ma a credere streghe certe povere
donne che altro delitto non hanno se non quello d’esser vecchie. Molto
più senza paragone possono occorrere tali sospetti nell’inusitato ed
orrendo spettacolo d’una pestilenza, al mirar tante morti, e tanti che,
di sani che erano, restano all’improvviso estinti. Basta che un solo
cominci a sparger voce, benchè dubbiosa e timida, che quella misera
e non mai più veduta carnificina proceda da stregherie, unguenti, o
polveri di veleno artefatto, affinchè tal voce prenda gambe e corpo, e
diventi una indubitatissima verità in mente dei più del popolo. Il solo
aver letto o inteso a dire che si danno e si sono date dilatazioni di
peste per empia e crudel manifattura d’alcuni, è bastante a cagionare
in molti una fiera apprensione dello stesso, e che l’apprensione
gagliarda ad ogni picciol rumore od osservazione passi in ferma
credenza. In que’ tempi sì calamitosi, nei quali, per attestato di
chi n’ha veduta la prova, non si può dire quanto sia il terrore del
popolo, passando esso insino a farne molti stolidi ed insensati, egli è
troppo facile il concepir simili spaventi, e che alla fantasia sembri
poi di trovar qua e là fattucchierie, e unti i martelli delle porte,
o le panche o i vasi dell’acqua santa nelle chiese, e sparse polveri
pestifere, e simili altre visioni.
Da questo stravolgimento di fantasmi nasce poi un’incredibil miseria
di molti che temono la morte anche dove non l’hanno da temere; e
alcuni si muoiono, anche senza peste, di pura apprensione e spavento.
Anzi si giunge ad imprigionar delle persone, e per forza di tormenti
a cavar loro di bocca la confessione di delitti ch’eglino forse non
avranno mai commesso, con far poi di loro un miserabile scempio sopra
i pubblici patiboli. Questa malattia dell’immaginazione è vecchia
in altri simili; ed è curioso quanto abbiamo dal famoso arcivescovo
e scrittore Agobardo, il quale nel libro _de Grandine et tonitruis_
al cap. XVI narra che, insorta a’ suoi tempi, cioè nell’anno 810, la
mortalità de’ buoi, quale ancor noi abbiamo provata, si ficcò nella
mente a molti che tale disavventura procedesse da Grimoaldo duca
di Benevento, il quale, per esser nemico di Carlo Magno imperadore,
avesse mandato in Francia persone a spargere polveri micidiali pe’
campi, monti e prati. Furono presi non pochi su questo sospetto, ed
alcuni ancora trucidati; e il mirabile era che taluno confessava questo
delitto, senza mai porsi mente come potesse formarsi una polvere sì
giudiziosa e discreta che desse morte ai soli buoi e non agli altri
animali. Così Agobardo. Ma i tormenti (torno a dirlo) hanno il segreto
di far confessare misfatti anche agl’innocenti. Ho trovato gente savia
in Milano che avea buone relazioni dai loro maggiori, e non era molto
persuasa che fosse vero il fatto di quegli unti velenosi, i quali si
dissero sparsi per quella città, e fecero tanto strepito nella peste
del 1630. Anzi ho osservato esserne stato in dubbio lo stesso cardinale
Federigo Borromeo, arcivescovo allora di Milano, personaggio di santa
ed immortale memoria e gran filosofo ancora, il quale fece insigni
azioni durante quella pestilenza, e potè parlarne con fondamento. Fu
anche più orrida la scena nella terribilissima peste del 1348, poichè,
sparsa la voce che alcuni, e specialmente i Giudei, fossero quegli
che con vari veleni e malie avessero introdotta e dilatata quella
incredibile mortalità, furono trucidati molti Cristiani, e moltissime
poi migliaia d’Ebrei per la Francia e per la Germania, di modo che lo
stesso papa Clemente VI fu mosso dalla carità cristiana a soccorrere
e proteggere con varie Bolle quella povera gente, al certo non rea di
questo delitto. Bisogna dunque andar adagio in profferir sentenze e in
avvalorar sospetti allorchè si spargono tali voci. Nel presente anno
1713 abbiamo co’ nostri occhi veduto nella nostra città che rumori,
che paure e cavate di sangue abbia cagionato la voce disseminata
che si mirasse di notte una fantasima per le contrade. Oh! molti la
videro; ma loro la fece vedere la sola precedente apprensione e paura,
la quale è un’industriosa dipintrice, massimamente in tempo di notte.
Quel solo che si può credere senza veruna difficoltà essere avvenuto
qualche volta e poter di nuovo avvenire, si è che qualche scellerato
possa in tali occasioni valersi di veleni o d’unguenti pestiferi per
incamminare all’altro mondo qualche particolare e determinata persona,
la quale non avesse gran fretta o voglia d’andarvi, per isperanza di
cogliere i loro danari, o saccheggiare le loro case: il che avrà anche
dato motivo a più larghi e generali sospetti, e al che si dee ben por
mente, invigilando specialmente alla condotta de’ beccamorti, gente
ingordissima, e di chi volesse fare il medico e il cerusico allora
senza le legittime licenze ed approvazioni della sua abilità e fedeltà.
Per altro, che si dieno congiure di gente la quale con simili unti e
veleni si metta a far morire il popolo alla rinfusa, io non m’indurrei
a crederlo se non dopo una grande evidenza. La peste sola ha troppa
possanza d’empiere una città di stragi, senza ricorrere ad altre
incerte e straordinarie cagioni, lasciata la visibile e certa. Che se
faransi ben eseguir le regole fin qui prescritte non sarà facile che
alcun particolare insidj alla vita altrui, perchè tolta la comodità di
poter rubare o trasportar le robe infette, sarà anche tolto il prurito
di rubar prima la vita alle persone comode con falsi medicamenti e
veri veleni. Dirò in fine ch’io concepisco per cosa possibile che
infuriando la peste in una città, naturalmente compariscano talvolta i
martelli delle porte ed altri corpi duri come unti, qualora sia umida
o sciroccale l’aria, poichè la gran dissipazione e svolazzamento che
allora si fa di spiriti e vapori sì da tanti infermi come da tanti
cadaveri, può esser cagione che si fermi sulla superficie di alcuni
corpi qualche untuosità, se pure il gran terrore non fa allora prendere
per untumi la sola umettazione dell’aria e dello scirocco.