CAPO IX.

_Commercio di robe infette proibito. Necessità di prima espurgarle.

Tre maniere di spurgo. Più utile e più facile quello dei profumi.

Dose e metodo per profumar robe, case ed altri luoghi. Ordini

rigorosi per lo spurgo, e necessità di questo rimedio._

Per l’ordinario le pesti hanno l’origine o la loro dilatazione dalle

robe, cioè dalle suppellettili, panni o merci procedenti da luogo

infetto o maneggiate da persone contaminate da esso morbo. Certo

nessuna cosa più spaventosamente fomenta in tempi tali la carnificina

degli uomini, quanto la diabolica ingordigia di tanti, che entrando

nelle case derelitte per la morte de’ padroni, quindi furtivamente

asportano robe infette, contaminando con ciò sè stessi, altre famiglie

e talora altri dopo molto tempo. Il perchè una delle più importanti

cure del governo della sanità ha da esser quella d’impedire il

commercio delle merci o robe infette e sospette. Per questo, su i primi

timori d’una pestilenza vicina, si proibisce l’ingresso a qualsiasi

roba de’ paesi infetti, e non si ammettono le procedenti da luoghi

sospetti se non dopo la quarantena, e dopo una leggittima espurgazion

delle medesime, che si dee fare prima d’introdurle in città, cioè

in qualche luogo eletto a questo fine fuori della città e lungi

dall’abitato. E notino i magistrati, essersi più d’una volta alle porte

della città sotto carra di fassine o di fieno o di paglia, trovate

robe, delle quali non era permesso l’ingresso. La confiscazion d’esse e

delle carra servì a benefizio de’ lazzeretti, e il gastigo per esempio

degli altri. Di più convien avere particolarmente l’occhio sopra gli

Ebrei, siccome gente che fa uno de’ suoi maggiori capitali il traffico

e trasporto di tali robe. In Germania alcune città nè pure concedono

a tal gente le fedi della sanità, perchè vogliono interdetto ogni loro

commercio.

Penetrato il male nella terra o città, allora si volgerà tutto lo

studio a trattenere i sani dal toccar le robe toccate dagl’infetti

o sospetti. Per attestato del Rondinelli, che parla con la sperienza

alla mano, siccome quello che ci ha lasciata un’utile relazione del

contagio di Firenze dell’anno 1630 e 1633, _se fosse possibile spuntar

questa cosa, in qualunque città agevolmente si sbarberebbe il contagio;

e se rimedio alcuno ci ha, è solo uno, cioè straordinario rigore

contro chi nasconde i panni infetti o li vende, li compra o in altro

modo li semina_. Ordinare pertanto con pene rigorosissime, siccome fu

fatto in Roma, ed anche nella nostra e in altre città, che nessuno

senza licenza del deputato ardisca levare o far levare qualsivoglia

roba da alcuna casa, monistero o altro luogo ove sia stato alcun

malato o morto, ancorchè non infetto di mal contagioso. Che a niuno

sia permesso l’introdurre lettere o altre robe, fuorchè per le porte

aperte della città e con participazione de’ deputati, sotto pena della

galera ed anche della vita, al qual castigo furono sottoposte per

ordine espresso del papa ancora le persone ecclesiastiche, secolari e

regolari e costituite in dignità. Che i confessori, medici, cerusici,

barbieri, mammane, sospetti o esposti, e i lor servitori, i beccamorti

e ogni altra persona non possano estrarre senza licenza del deputato

roba di qualunque sorta dalle case o luoghi segnati per cagione di

sanità, ancorchè la levassero per pagamento de’ lor crediti o per loro

mercede o per limosina o per convertirla in suffragio delle anime o per

iscarico della coscienza de’ padroni o per espressa commessione de’

medesimi. E qualora ne sieno state asportate, tutti, sì asportatori,

come complici e consapevoli, debbano in termine di tre giorni sotto

pena della vita e confiscazione, a cui sieno sottoposte d’ordine

del vescovo anche le persone ecclesiastiche, darne esatta notizia al

tribunal destinato, stante il troppo danno che nasce dal commercio,

maneggio e traffico di robe non espurgate; con promettere l’impunità

ai denunzianti, purchè non sieno già carcerati o inquisiti per tal

fatto. Si dee aggiungere una proibizion rigorosa di non poter vendere,

comperare, prestare e permutare senza licenza sì fatti mobili, panni e

vesti usate di qualsivoglia sorta; e per ogni maggior cautela proibir

l’introduzione in città di mobili e suppellettili, a riserva delle

biancherie di bucato, degli arnesi di cantina, rami o altri metalli,

vietando nella stessa guisa, se sarà creduto bene, il poter dare a

tingere o a lavare ad altri senza licenza le suppellettili, lasciando

solo che ognuno possa lavar le sue in sua casa o all’acqua corrente.

Essendo poi stato conosciuto anche dagli antichi che il maggior male

vien dal contatto di robe e mobili infetti, una volta si bruciava

una gran quantità d’esse, a fin di levar l’occasione alla gente

inavvertita o maliziosa ed avara di tirar addosso a sè stessi la morte

e di parteciparla ad altri. Ma perciocchè il ripiego di bruciar tante

robe, oltre che riusciva di non poca afflizione e danno ai padroni e

di pregiudizio ancora al pubblico, e tanto più se l’incendio si faceva

entro la città per cagion degli aliti pestiferi che ne esalano, era

anche cagione che tutti s’ingegnassero di nascondere e trafugar le robe

infette senza espurgarle, del che non può darsi uno sproposito più

pregiudiziale: furono dunque inventate espurgazioni regolate, mercè

delle quali si possono conservar quasi tutte le masserizie, vesti e

mobili delle case infette e sospette. Basta oggidì solamente consegnare

al fuoco i pagliacci o pur le sole paglie, i guanciali, i cuscini,

i cenci o sia gli stracci ed altre robe di minor conto che abbiano

immediatamente servito agli appestati, siccome ancora le piume dei

materassi, poichè si possono molto bene espurgar le lane e le fodere

d’essi.

In tre maniere pertanto può farsi l’espurgazion delle robe. La prima

si è d’esporle all’aria aperta, spiegandole e aprendole ben bene,

affinchè possano giocar in esse e in tutte le lor parti per molto tempo

il sole e l’aria, e battendole di quando in quando con bacchette. Ciò

si dimanda sciorinare, e col Ficino e col Mercuriale credo anch’io

che possano bastare venti giorni a tal sorta di spurgo; con avvertenza

però, che se fosse tal tempo solamente umido o spirassero scirocchi,

non sarebbe tolto ogni pericolo. La seconda è di mettere in una

caldaia d’acqua bollente, e di far bollire le robe capaci, e di lavar

le altre che possono sofferirlo, nell’acqua corrente, e di bagnare

e pulire la superficie degli altri mobili con aceto o simili potenti

antipestilenziali liquori. In Roma trovarono la forma di valersi a tal

effetto di folli che nell’acqua di canale andavano coi loro martelli

movendo e purgando le robe. Alle merci nuove, come lane, bombaci,

sete, lini e simili, che non possono senza gran discapito bagnarsi,

basterà la sciorinatura. La terza maniera è quella de’ profumi, cioè di

accender materie odorose, al fumo delle quali esposte le robe infette

o sospette, perdono qualunque spirito velenoso da loro contratto.

Ancor questo è un costume antico, e si praticavano profumi anche nelle

antiche pesti; ma se n’è fatto conoscere dipoi maggiormente l’utilità

del P. Maurizio da Tolone cappuccino, che gli adoperò con grande

utilità del pubblico in varie città, e massimamente in Genova nella

peste del 1656 siccome abbiamo dal suo Trattato politico. Esporrò

io qui il metodo suo, siccome quello che a me sembra il più facile,

plausibile ed utile.

Prescrive egli tre sorte di profumi, de’ quali ecco la composizione:

_Profumo per espurgare le case ed altre suppellettili grosse; e dose

per comporne cento libbre._

_Solfo lib._ 5.

_Rasa di pino lib._ 5.

_Antimonio crudo lib._ 3.

_Orpimento lib._ 3.

_Mirra lib. 3._

_Incenso comune lib._ 3.

_Ladano lib._ 2.

_Cubebe lib._ 2.

_Grani di ginebro lib._ 2.

_Pepe lib._ 4.

_Zenzero lib._ 4.

_Cumino lib._ 4.

_Cipero rotondo lib._ 2.

_Calamo aromat. lib._ 2.

_Aristolochia lib._ 2.

_Euforbio lib._ 4

_Crusca o sia remolo e breno lib._ 50.

_Profumo più violento; e dose di cento libbre per purgare i lazzeretti,

le sepolture, ed altre robe bisognose di maggior purgazione che le

case._

_Solfo lib._ 6.

_Rasa di pino lib._ 6.

_Orpimento lib._ 4.

_Antimonio lib._ 4.

_Arsenico lib._ 1.

_Assa fetida lib._ 3.

_Cinabro lib._ 3.

_Sale armoniaco lib._ 3

_Litargirio lib._ 4.

_Cumino lib._ 4.

_Euforbio lib._ 4.

_Pepe lib._ 4.

_Zenzero lib._ 4.

_Crusca lib._ 50.

_Profumo più soave, appellato della sanità; e dose di cento libbre._

_Incenso lib._ 5.

_Gomma lib._ 3.

_Storace lib._ 4.

_Mirra lib._ 5.

_Cannella lib._ 4.

_Noci moscate lib._ 2.

_Anisi lib._ 6.

_Iride di Firenze lib._ 6.

_Ladano lib._ 5.

_Pepe lib._ 8.

_Solfo lib._ 4.

_Crusca lib._ 46.

Tanta quantità d’ingredienti spaventerà forse alcuni e rincrescerà ad

altri; ma io per me tengo essere bensì utili, ma non essere necessari

molti d’essi, e bastare per li primi due profumi i principali d’essi

ingredienti che sono presso a poco i sei primi. E per conto dell’ultimo

profumo della sanità, dovrebbono bastarne alcuni altri, fra’ quali

non si dee mai tralasciare il solfo, la cui virtù contra gli spiriti

pestilenziali è di troppo momento, anzi sola basterebbe allo spurgo

delle case e delle robe. Che se ancora tali aromati mancassero alla

povera gente, procuri essa almeno di prendere legno o foglie e grani di

cipresso e di ginepro, rosmarino, timo, lavanda, salvia, maggiorana,

absintio o sia medichetto, o sia assenzio, melissa ed altre erbe

simili di sano e potente odore, e ben secche le riduca in polvere,

e mescolatele con un poco di solfo, ne faccia profumo. Le ragioni

fisico-mediche comprovano il valor di tali profumi; e Francesco

Ranchino con altri stima essere maggior l’efficacia di quei che son

fetenti o velenosi; ma io lasciando tali ricerche, mi ristringo alla

sperienza e all’uso, per quanto c’insegna il mentovato cappuccino.

Il profumo, dice egli, della sanità è un preservativo mirabile; e

se dall’uomo, cui convenga trattar con altri ed esporsi ad evidente

pericolo di restar ferito, sarà applicato a sè e alle vesti prima

di partirsi di casa, non si contrarrà il veleno pestilenziale, mercè

della qualità contraria impressa avanti da quel fumo, la cui virtù da

me scoperta (dovea dire, ancora da me conosciuta alle prove, perchè

ancora i vecchi usarono tali profumi, e il suddetto Ranchino, medico

di Mompeliere ne avea fatto molto prima un Trattato a posta per lo

spurgo della peste) la provarono i maestrati di Genova, i quali,

benchè più fiera che mai incrudelisse la peste, ad ogni modo, uscendo

per soddisfare nella città alle obbligazioni delle cariche loro, mai

più per divin favore non s’infettarono. Impedirono cotali profumi

che non si dessero alle fiamme tante robe, come si faceva prima con

danno incredibile de’ particolari, e pericolo della stessa città per

altri conti. Per mezzo d’essi non si smarrisce cosa alcuna, nè meno

abbandonandosi dagli abitanti le lor case, e si toglie a’ ladri la

comodità di rubare.

Questi profumi mutano l’aria delle case. Giovano, è vero, ancora i

gran fuochi ne’ cortili e innanzi alle finestre; ma non s’hanno a

tralasciare gl’interni delle medesime. Vero è che le robe sospette o

infette, purchè possa in tutte le lor parti giocar l’aria e il sole, se

vi stiano esposte per lungo tempo, si purgano abbastanza. Senza questo

si coverà quel veleno e potrà far gran danno anche molti anni dopo. Più

sono stimabili i profumi perchè in termine di ventiquattro ore restano

purgatissime le case e i lazzeretti medesimi e insino i letti degli

appestati; laddove le robe esposte all’aria han bisogno di quaranta

giorni, tempo molto lungo per una purga, e sono sottoposte a vari

accidenti di pioggia e ladri, e ad altri incomodi.

I profumi si fanno così. Bisogna chiuder porte, finestre e cammino;

e sopra una corda distribuire e collocar le vesti infette, lenzuola,

coperte, ecc., scucendole prima. Poi prese quattro o cinque libbre

di fieno molto secco, e compresso ben questo fieno vi si ponga sopra

tanto profumo, quanto capirà in ambe le mani unite insieme per due

volte; e poscia ricoprir questo con altro poco fieno spruzzato d’aceto,

acciocchè quella materia non si consumi se non a poco a poco. Si

attacchi il fuoco dalla parte di sotto in due o tre luoghi del fieno,

sostenendolo con bacchetta; e non si parta il profumatore, se nol vedrà

ben acceso. Dopo di che si ritiri ognuno, e si chiudano le porte molto

bene. Alcuni persuadono l’esporre anche dipoi le robe all’aria libera,

e il maneggiarle e batterle con verghe. Sarà utile, ma non è forse

necessario.

Per le robe non infette, ma sospette, basterà aprir le casse, le

credenze, gli armari, le scatole, gli scrigni, ecc. Le robe preziose

si potran coprire con qualche tovaglia o tela grossa, affinchè non

ricevano in sè la parte più grossa e terrea del fumo. Le vesti, ove sia

argento, e così i vasi d’argento patiscono notabilmente, come ancora le

pitture; e però si può adoperar loro qualche leggier profumo in camera

aperta, o pure esporli all’aria e al sole per quindici dì. Alle robe

solamente sospette si può adoperare il solo profumo della sanità. Per

l’espurgazion delle case infette è necessario il primo dei suddetti

profumi, fatto il quale, si lascino per tre giorni ben chiuse la casa e

le stanze; e dipoi spalancate le porte e finestre, si faccia che l’aria

vi giuochi e ne scacci il cattivo odore. Si può dipoi, occorrendo,

far ivi qualche soave profumo, per liberar le camere dal puzzo. Oltre

a ciò è ottimo consiglio il fare, e prima e poscia, scopar ben bene

tutte le stanze e insino i cammini, e in fine imbiancar di nuovo le

muraglie; e credo io che gioverebbe ancora il solo bagnarle con acqua

ove fosse stemperata calce viva. Certo la calce smorzata con acqua

entro le camere infette, è creduta bastante col suo penetrante fumo

a dissipare o consumare i semi nascosi del contagio; e la sperienza

lunga ha poi fatto conoscere che il dare più d’una mano d’essa alle

pareti, riesce uno spurgo delle case sicuro ed egualmente comodo a’

poveri che a’ ricchi. Deesi pur lavare il pavimento ed altri mobili

delle stanze, purchè ne sieno capaci, con un forte liscivo o aceto;

avvertendo di non lasciare indietro alcun ripostiglio o masserizia

e mobile capace di simili lavande e sospetto d’infezione, con levar

via insino le tele de’ ragni, e mandar lontano dalla casa tutte le

immondezze ivi raccolte e bruciarle. Natal Conti narra che nella peste

di Venezia del 1576 più di tutti gli altri giovarono dodici Grigioni, i

quali tra due o al più quattro giorni, purgavano le robe contagiose; nè

molti, quantunque diligentissimi perscrutatori, poterono intendere il

modo da lor tenuto. Usavano diversi, spessi ed efficacissimi profumi,

e praticando nelle case senza nocumento alcuno, restituirono le robe

purgate ai padroni che più non ne sentirono danno. Così era vicina

nell’anno 1675 a rimanere affatto spopolata per cagion della peste

l’isola e città di Malta; ma chiamati colà i profumatori di Marsiglia,

non diversi nell’operare dal P. Maurizio da Tolone, seppero così ben

profumare case, robe e persone, che indi a poco cessò interamente

quella terribile pestilenza.

Per li lazzeretti e per le sepolture, ove imprudentemente fossero

stati seppelliti cadaveri d’appestati, a fine di non perderne l’uso

e di levar anche i pericoli, caso che s’aprissero un giorno, usava

il suddetto cappuccino il secondo de’ profumi, cioè il più violento.

In Genova nella peste del 1656 purgò egli 430 tombe, ripiene sino al

colmo, colla seguente ingegnosa invenzione. Fece fare un tabernacolo di

legno, cioè il telaio d’una gran cassa quadrata lungo e largo dodici

palmi; e fattolo tutto al di fuori coprire e foderar molto bene di

tela incerata, di modo che non potesse il fumo aver uscita, lasciava

nelle parti che poggiavano in terra due fenestrelle quadrate di

quattro palmi l’una, acciocchè per l’una d’esse si aprisse il sepolcro

e per l’altra si preparasse o presentasse il profumo. Questo telaio

si andava postando sopra cadauna sepoltura; e mentre questa dall’una

delle fenestrelle facilmente s’apriva, dall’altra si accendeva e

spingeva dentro la composizione violenta. Ciò terminato, tutte e due

subito si chiudevano; e quel terribil fumo penetrando nelle tombe, non

solo soffocava e distruggeva il veleno pestilenziale, ma corrodeva

e consumava i cadaveri stessi. Dopo un’ora estinto il profumo, si

rimoveva il cassone dall’avello, e in esso gittata copiosa quantità

di terra, e calata poi con una fune nel vacuo rimanente nuova materia

da profumare ben aspersa di solfo pesto, vi si lasciava accesa, con

riporre al suo luogo la pietra e suggellarla diligentemente con

calcina, acciocchè il profumo di dentro purgasse ogni cosa. Dopo

qualche anno si poteano liberamente aprire ed usar quelle sepolture.

Ma chi abbonderà di giudizio, non avrà mai bisogno di fare espurgar

le tombe, perchè in tempi di peste non permetterà che alcuno sia ivi

seppellito.

Già è manifesto doversi espurgar tutte le robe infette o sospette,

sieno del paese o della città, sieno forestiere, nè poter queste

rientrar nel commercio degli uomini e de’ padroni stessi, se non sarà

preceduto lo spurgo: sopra che debbono farsi ordini rigorosissimi, con

replicarli ed accrescerli, affinchè tutto venga denunziato fedelmente

ai deputati, ancorchè fossero robe d’altri, e benchè rubate; nel qual

caso non si procederà criminalmente contra i ladri denunzianti. In

Roma, ove ogni cosa dovea portarsi agli espurgatorj e ben lontano,

con quel grave incomodo che si può facilmente immaginare, ma che si

può anche schivare usando i sopra insegnati profumi, i deputati allo

spurgo prendeano per sè una nota di tutte le robe loro consegnate,

e un’altra simile ne lasciavano ai padroni. Erano costituite gravi

pene ai deputati che levassero cosa, benchè di minimo valore,

portata allo spurgo: il che dee praticarsi in ogni sistema. Le gioie,

danari, ori ed argenti si purgavano senza levarli dalle case dove si

trovavano, e doveano subito consegnarsi ai padroni, o non essendovi

essi, portarli al Monte di Pietà in credito d’essi padroni o eredi.

Era vietato a tutti, ed anche agli ecclesiastici, l’entrare senza

licenza negli espurgatorj, siccome luogo infetto o sospetto. Sogliono

anche deputarsi religiosi per sovrastanti allo spurgo; e i medesimi

assistono all’inventario delle robe, entrando anch’essi nelle case per

impedire che i ministri non rubino. Sempre poi dee avvertirsi che gli

espurgatori e i condottieri di robe infette o sospette non hanno da

praticar con altri, e saran tenuti a portare abiti e segni distinti,

siccome gente sospetta. Nella nostra città fu nel 1630 prudentemente

pubblicata intimazione che i mobili e le case da espurgarsi non si

potessero espurgare nè far espurgare senza l’intervento dei pubblici

deputati e senza servare il modo prescritto per tal funzione; ed

altrimenti facendo, dovea riputarsi nullo, e rifarsi lo spurgo. Le

città ricche alle spese del pubblico fanno espurgar case e robe o

almeno esentano i poveri da tale aggravio. Quantunque poi molti de’

beccamorti ed espurgatori sogliono resistere al mal contagioso,

tuttavia per ogni buon fine vien loro consigliato e prescritto,

allorchè hanno da entrar in case ammorbate, il prendere prima qualche

antidoto e il non andarvi digiuni. Abbiano sempre la lor sopravveste di

tela incerata ed anche alle mani guanti di simil materia. Entrino colà

portando avanti a sè vasi di fuoco che faccia fumo. Entrati, aprano

le finestre e gli usci, ritirandosi, finchè l’aria abbia fatto un poco

di sventolamento, e dispersi que’ maligni vapori. Dopo di che facciano

l’uffizio loro. Altri sogliono, e saggiamente entrar nelle case infette

con de’ soffioni accesi, composti di polvere da fuoco, salnitro,

canfora, carbone di salce, e con un poco d’acquavite, o pure con torcia

da vento accesa. Per alcuni già avvezzi a trattar dimesticamente con

gli spiriti pestilenziali, parran forse superflue alcune di queste

precauzioni; ma pur troppo quello è un nimico da non fidarsene mai; e

però anche gli espurgatori abbiano manopole, legni lunghi, graffi di

ferro, mollette, forchette ed altri ordigni per maneggiare il men che

potranno colle mani le robe.

A fin poi di ben comprendere la somma importanza e necessità di una

esatta e fedele espurgazion delle case e robe infette, ha ciascuno

da imprimersi altamente nell’animo che tali robe e case facilmente

possono portar la morte a’ padroni stessi e a qualunque altra persona

che le maneggi o le abiti, non solamente allorchè dura la peste, ma

eziandio dappoichè essa è cessata. Quella di Roma nell’anno 1656 finì

verso la metà di marzo; ma per l’occultare che suol farsi delle robe

infette e non spurgate, il male ripullulò, con succedere varie morti

anche per alcuni mesi dipoi, finchè, replicate le diligenze, restò esso

affatto espugnato circa il principio dell’agosto. In tali casi, benchè

fosse stato restituito il commercio colle terre e città confinanti,

è necessario levarlo francamente di nuovo, col bandire sè stesso dai

sani, così esigendo la buona politica e la carità cristiana; e s’ha

poi da restituire a poco a poco la comunicazione, secondochè detterà la

prudenza. In Marsilia l’anno 1649, già cessata la peste e restituito il

commercio, dal contatto d’alcune vesti non ancora purgate fu riacceso

il fuoco in alcuni quartieri della città, il quale con rigoroso governo

fu sì valorosamente ristretto che non s’innoltrò in altre parti della

città con incendio maggiore. Il che si noti ancora, per chiudere,

occorrendo, quelle contrade che sole fossero infette, tentando la

preservazione di quelle che fossero sane. Gli editti pubblicati in

Modena l’anno 1630 fanno giustamente sospettare o credere che anche

dopo il dì tredici di novembre (in cui la festa che tuttavia si fa,

venne instituita, perchè in quel dì non morì alcuno di contagio)

succedessero casi di peste entro la medesima città, essendo rimaso

nel solo seguente gennaio affatto estinto il malore per le diligenze

che si replicarono. Quello ancora che dee far più spavento, si è la

sicura testimonianza di Filippo Ingrascia, celebre medico, il quale

narra che finita in Palermo la peste, per cui egli tanto scrisse ed

operò, questa da lì ad un anno ripullulò, e sì fieramente, come se

non vi fosse stata dianzi; colpa di robe non purgate e portate colà da

altri luoghi non peranche liberi dal male. Così, terminato affatto in

Firenze il contagio l’anno 1631, e restituita col commercio la pubblica

tranquillità, vi fu esso di bel nuovo portato da Livorno nel 1632. Come

si potè il meglio fu fatto riparo a questo nuovo assalto con rimettere

il lazzeretto e usar le altre diligenze, tanto che si credette con

grande allegrezza della città estinto il malore. Ma sul principio del

1633 divampò esso in un più grave incendio per cagione di panni infetti

venduti agli Ebrei e seminati per la città. E però anche finita la

peste, bisogna invigilare a’ casi che seguono, perchè questo è un male

che rifiglia. Nè per altro è credibile che si rinnovi tanto spesso in

Costantinopoli e in altre città del Turco la pestilenza, se non perchè

ivi troppo bestialmente si sprezzano o si trascurano gli spurghi. Il

Fracastoro, Giorgio Garnero, Alessandro Benedetto, Erasmo Edeno, Mattia

Untzero ed altri scrittori raccontano vari casi di robe infette che

dopo molti mesi ed anche anni, tirate in luce e toccate infettarono

le persone. Tralascio tanti altri esempi, bastando questi per ben

concepire che grave tradimento, sì del pubblico come di sè stesso,

commetta chiunque nasconde robe, vesti e masserizie infette senza i

convenevoli spurghi, e quanto sia biasimevole e nociva in questo punto

la negligenza o indulgenza de’ magistrati.

Del governo della peste e della maniera di guardarsene · 第 18 / 55 题