_Commercio co’ forestieri interdetto. Regole per preservarsi illeso
nelle terre e città appestate. Cautele del vestire e del praticar
con infetti. Prove che si può facilmente preservare, tratte dalla
sperienza. Necessità e utilità dei coraggio in tali casi._
Altri utili regolamenti furono fatti e pubblicati dalla nostra città,
soliti e comuni anche alle altre, per evitare sul principio e nel
proseguimento della peste, il commercio co’ forestieri. In tempi tali,
venendo persone da luogo infetto o sospetto, hanno i deputati ai passi
e confini, senza nè pure riconoscer le fedi d’esse, da rimandarle;
o se già sono entrate, gastigarle o metterle in contumacia, cioè
costringerle alla quarantena o in lazzeretti o in capanne alla campagna
o in case destinate a posta, facendo loro buona guardia. Per altro nei
timori del male si vieta l’ingresso a persone tali sotto pena della
vita; e alcuni magistrati che conoscono necessario il rigore, talvolta
hanno fatto eseguire tal pena per terrore degli altri. Il permutarla
e diminuirla secondo la maggiore o minor frode loro e più o men grave
pericolo dello stato, si rimette alla prudenza e carità di chi comanda.
Venendo poi viandanti da luoghi non infetti nè sospetti, i deputati non
li lasceranno avvicinare se non quanto possano udirli e vederli, finchè
sia riconosciuta la fede legittima della sanità. Nel ricever le fedi,
dovranno i suddetti deputati avere in mano una canna (o altro simile
strumento) e in capo ad essa pigliarle, e prima che le tocchino farle
passar sopra il fuoco, quanto basti per purgarle. Venendo seco lettere,
non le lascino passare, senza prima abbronzarle, purchè sieno espresse
nelle fedi, e non vengano da luoghi sospetti, dovendosi in dubbio
chiarire. Dee pure provvedersi ai corrieri, postiglioni e staffette,
affinchè si regolino anch’essi colle leggi degli altri, e duri, finchè
si può, il commercio delle lettere, ma senza pregiudizio della sanità.
L’aver talvolta disputato con gran freddezza l’ingresso a certe persone
o mercatanzie dubbiose, ha dato quasi miracolosamente assai tempo di
scoprire ch’esse portavano seco la peste. Ferrara preservata ne vide
alcuni esempi. Dee parimente provvedersi ai disordini che potrebbono
recare i birri in portarsi a far le loro esecuzioni entro o fuori della
città.
Sotto pena della galera e di 200 scudi, ed anche maggiore, niuno,
sia forestiero, sia del paese, venendo da territorio straniero non
bandito nè sospeso, possa indirettamente o furtivamente, e fuorchè
per le strade destinate, entrar nello stato o distretto, e nè pure
toccarne una parte, senza aver prima presentate ai confini e passi
le sue fedi ai deputati. Chi poi entrasse furtivamente, venendo da
paese infetto o sospetto, benchè con fede di sanità, è senz’altro già
incorso nelle pene dei bandi. Trovando i contadini alcun forestiero
fuori delle strade maestre, saranno obbligati, sotto pena afflittiva
ed altre, ad interrogarlo ove sia indirizzato il suo viaggio; e
conoscendo o dubitando che si sia divertito dalla diritta strada, o
pure solamente scorgendo che non abbia fede di sanità, saran tenuti
a fermarlo, ovvero, occorrendo, dovranno levargli dietro romore e
condurlo immediatamente all’ufficio della sanità del passo più vicino,
consegnandolo all’ufiziale. È anche da farsi rigorosissimo editto che
nessuno ardisca di uscire del territorio per andare in luoghi sospesi
o banditi per esca di guadagno o per altro rispetto con pensiero di
ritornarsene poi segretamente nello stato.
Notizie, triviali forse per alcuni, ma certo ignote e necessarie ai
più del popolo, per non essersi eglino mai trovati in sì terribili
assedj, sono in buona parte le fin qui esposte. Non si può dire,
nè raccomandare abbastanza cosa importi e quanto giovi in questi
cimenti il guardarsi dal commercio altrui, e insin delle persone che
sembrano più sane e più guardinghe. Il cardinal Gastaldi, che fu uno
de’ principali regolatori di Roma nella peste del 1656, scrive che di
tanti rimedi che si proponevano, non si trovò mai il meglio di quello
di proibire severamente il commercio fra le persone, imperocchè troppo
disavvedutamente si riceve e si comunica il contagio pestilenziale.
Magnopere, dic’egli, semper institi, ut severe commercia omnia
interdicerentur, experientia edoctus. Più delle amicizie giovano in
tempo di contagio le nemicizie, ed è meglio trovarsi allora in prigione
che poter liberamente vagare qua e là. In fatti si osservò nella peste
suddetta di Roma e in quella di Modena del 1630 che non penetrò il male
in alcuni conventi di religiosi, e molto meno in quei delle monache;
e se cacciossi pure in due o tre, non vi fece verun progresso, ma si
soffocò con gran felicità.
Sicchè (e sel ricordino bene i lettori) il morir di peste, d’ordinario
non viene dal trovarsi in mezzo alla peste, e in una città o terra
appestata, ma dal non sapere o dal non poter ivi schivare o ben
regolare il commercio colle persone. E ciò mi fa scala ad un altro
punto di grandissima importanza, che desidero ben impresso in mente
di tutti. Dico pertanto che in tempi di contagio chiunque non può
ritirarsi dalla città ed è necessitato a fermarsi ivi, sia perchè non
ha ricovero altrove, o perchè gl’impieghi, uffizj ed interessi suoi
l’obbligano a non partirsene: dee farsi animo e concepire un gran
coraggio, persuadendosi che con tutto lo strepito della pestilenza egli
ne potrà facilmente campare, e ne camperà coll’aiuto del Signore Iddio,
in cui dee riporre la sua maggior fiducia, se userà quelle cautele e
quei preservativi che s’andranno divisando.
E che ciò sia vero, non c’è il migliore argomento per provarlo che
l’esperienza stessa. Egli è notissimo che chi allora può tenersi
chiuso nelle sue case, fuggendo il commercio dello persone pericolose,
e tenendo ben serrate e assicurate le porte sue, per l’ordinario non
contrae la peste, purchè non fosse appestata l’aria tutta di quella
terra o città (il che quasi mai non avviene), e purchè l’abitazione sua
non sia così stretta o mal posta, che per necessità le si comunichi
l’aria infetta delle camere abitate da infermi di mal contagioso. Lo
stesso che accade ai monisteri, succede per gli abitanti delle case
private, ogni qual volta queste case si facciano diventare come tanti
monisteri di religiose. Nulladimeno perchè la necessità costringe
anche la maggior parte di coloro che stanno volontariamente rinchiusi
a provvedersi di cibi e d’altre cose che loro mancano, basta che
usino alcune circospezioni praticate allora da tutti i saggi con buon
successo. Voglio dire che stando le persone rinserrate nelle case
senza uscirne, possono elle provvedersi di tutto, calando corde con
una cesta o canestro o altro simile ricettacolo dalle finestre, e
tirando su tanto i cibi quanto i medicamenti, utensili ed ogni altra
cosa che loro occorra. Si fa star fuori di casa un servo che provvegga
di tutto; che se non si ha tal comodità, non mancano persone che per
pochi soldi vanno provvedendo e portando giornalmente i cibi e le
altre cose a chi ne ha bisogno; e mancato un provveditore estraneo, se
ne trova immediatamente un altro, perciocchè o il magistrato deputa
questi vivandieri, o suppliscono i men comodi e bisognosi che allora
sono molti, ingegnandosi ciascuno di vivere alle spese de’ cittadini
comodi. Quali robe possano riceversi e maneggiarsi senza sospetto,
e come s’abbia ad assicurar le altre, il vedremo fra poco. Sicchè il
primo gran preservativo per chi può è il fuggire; e il secondo per chi
non può o non dee fuggire, si è lo starsi ritirato in casa e lontano
dall’altrui commercio.
C’è di più: non solamente chi si chiude fra le mura della sua casa,
ma eziandio chi o per bisogno, o per uffizio ha da uscire fuori di
casa e aver qualche commercio con gli altri, potrà farlo e dovrà
farlo intrepidamente, purchè lo faccia colle cautele che si andranno
accennando e che possono molto ben conservarlo illeso, anche se
tratterà ne’ lazzeretti e con persone infette o sospette, come accade
a molti uffiziali, cerusici, ecc. Sarebbe bene allora per tutti quei
che escono di casa, ma certo sarà specialmente bene, anzi necessario
per chi dee praticar gente ammorbata, il portare una sopravveste di
tela incerata, oppure di marrocchino o d’altro cuoio sottile (queste si
credono migliori di tutte), ovvero di taffettà o d’altra manifattura
di seta, perchè alle vesti di lana troppo facilmente s’attaccano gli
spiriti velenosi del morbo, ma non già s’attaccano se non difficilmente
(per quanto vien creduto) alle incerate e a’ marrocchini, e non
si possono ritener lungo tempo dalla seta spiegata. Avvertasi però
che le vesti di seta non debbono esser fatte con lusso, nè con gran
cannoni e piegature, ma hanno da farsi povere e piuttosto corte,
avendo lasciato scritto il Mercuriale che alcuni medici nella peste
di Venezia de’ suoi dì si tirarono addosso la rovina per aver nelle
visite degl’infetti portate vesti lunghe e larghe, e delle pelliccie,
secondo l’uso d’allora. Chi non ha seta, nè altro di meglio, usi almeno
lino o canape piuttosto che lana. Alcuni hanno talvolta usato di coprir
anche la faccia con una maschera, o bautta, a cui mettevano due occhi
di cristallo; ma non è necessaria tanta scrupolosità. Per chi non
potesse trovar incerate, nè saperne fare, stimo bene insegnarne loro la
ricetta. Si fa bollire a fuoco moderato per quattro o cinque ore olio
di noce, o di semenza di lino, e quando non s’abbia altro, d’uliva,
mettendovi dentro per ogni libbra d’olio un’oncia di litargirio e una
dramma di mastice, e dimenandolo di quando in quando con una spatola.
Raffreddato che sia l’olio, si dà con pennello una mano d’esso al
taffettà colorito che si vuol incerare, facendolo stare ben tirato in
telaio, e mettendolo poi al sole per due o tre giorni occorrendo, tanto
che sia bene asciugato. Quindi se gli dà un’altra mano d’esso olio,
e si torna a far asciugare, con che si avrà senza cera il taffettà
incerato, pieghevole e maneggiabile. Nella stessa guisa si potranno
incerare altre tele sottili di lino. Per le tele grosse si mescola
coll’olio terra d’ombra bea sottilizzata e passata per setaccio, di
quel colore che si vuole. Ma per queste usano di mettere più litargirio
nell’olio, cioè sino a tre once per libbra d’olio, chiudendolo in una
pezza, la quale si fa stare immersa e sospesa nel suddetto olio quando
bolle.
Appresso convien adoperare profumi, spugne inzuppate in liquori, ed
altri preservativi de’ quali si andrà parlando di mano in mano. Si
può anche passar per le contrade e far altre faccende per la città,
ma badando di non toccar robe sospette e di non accostarsi a gente
infetta o dubbiosa, secondo i segni ch’essa ha da portare; e sarà
sempre maggior sicurezza il fidarsi poco di tutti. Dovendo parlare a
tal gente, se le parli in lontananza; e pel resto degli uomini sarà
anche buon consiglio il tenersi in qualche distanza da loro, e non
accostarsi molto alle medesime senza necessità. Così i medici possono
parlare agl’infermi con farli venire alle porte o alle finestre,
intendendo lo stato loro e prescrivendo loro opportuni rimedj. Che
se pur vogliono o debbono accostarsi e toccare il polso agl’infetti
di morbo pestilenziale, hanno da toccarli colle dita prima bagnate
nell’aceto, che porteran sempre seco, e con tener la faccia rivolta
all’indietro guardarsi di non ricevere il fiato dell’infermo, usando
anche un ventaglio, con cui spingano l’aria verso la persona malata,
siccome ancora osservando che non ispiri vento dalla parte d’essa
verso il sano. Altrettanto avran cura di fare i cerusici, uffiziali e
serventi. Nè entrino in camera ove sieno infetti, se prima le finestre
non saranno state aperte per buono spazio di tempo, e rinnovata e
rettificata l’aria d’essa stanza con qualche profumo. Oltre a ciò
sogliono alcuni chiamati a medicar infetti turarsi per quanto possono
il naso e la bocca, e tutti poi si difendono il respiro (e questo
basta) con la spugna inzuppata in aceto, anzi alcuni si coprono quasi
tutto il volto con un panno bianco inzuppato del medesimo liquore.
Con queste diligenze e con gli altri preservativi ed ordini che
accennerò intorno alla dieta, egli è certo che prudentemente si può
praticare ancora con gli abitanti d’una città o terra infetta senza
timore e con virile coraggio. In fatti l’esperienza (torno a dirlo)
troppe volte ha fatto vedere essere convenevole e fondatissimo un tal
coraggio, e potersi facilmente preservare il savio in mezzo alla peste
e nel commercio degli appestati. Nel contagio di Roma dell’anno 1656
il sommo pontefice con assai cardinali stette fermo in città; e di
tanti prelati e nobili che governarono allora quel popolo e tutto dì
cavalcavano per la città, visitavano lazzeretti e faceano tante altre
funzioni, non si sa che alcuno perisse di quel male; e pure entrò
esso anche nella famiglia bassa d’alcuno di loro. Lo stesso avvenne
durante la peste della nostra città nel 1630, e noi sappiamo che
Marsilio Ficino, Filippo Ingrascia, Girolamo Fracastoro, Silvio de le
Boe e tanti altri medici famosi si trovarono in mezzo alle pestilenze,
e coraggiosamente vi assisterono senza riportarne alcun nocumento.
Bernardino Cristini, cognito fra i Minori Osservanti per gli Arcani del
Riverio, ed altre opere di medicina da lui pubblicate, era stato dianzi
medico d’un lazzeretto in Roma nel poco fa mentovato contagio, in cui
nota anche il cardinal Gastaldi che Gregorio Rossi, medico valente,
praticò sempre e curò gli appestati, e non contrasse mai morbo alcuno.
Il Diembrochio, celebre medico, anch’egli senza menoma lesione medicò
infetti e non infetti nella pestilenza di Nimega del 1636 col metodo
che diremo più a basso. Tanti altri medici che scrivono della peste,
furono la maggior parte intrepidi in tempi d’essa, e non lasciarono di
visitar gli appestati.
Non è degno di minor attenzione il sapere che, quantunque talvolta
anche qualche principe sia morto di peste, e sia avvenuta la stessa
disgrazia a dei nobili, deputati allora al governo; tuttavia le persone
nobili e civili d’ordinario si preservano molto bene nelle stesse città
infette, ed esercitano egregiamente i loro uffizj, nè si tengono in
una volontaria prigione. Il potersi eglino nutrire di cibi sani, e
l’abbondare di molti comodi e preservativi, con case larghe, vesti a
posta, e senza necessità o ingordigia di toccar robe infette, serve
loro di un continuo riparo contro il veleno. Se principi e nobili
in tali occasioni mancarono di vita, ciò fu per un ardente zelo di
carità che li fe’ troppo esporre ai pericoli per benefizio del popolo
loro e della lor patria, ovvero perirono essi per poco uso del lor
giudizio, e solamente in città che per la gran popolazione e strettezza
rendevano indomita e stranamente comunicabile la fierezza della peste.
Del resto nell’altre terre e città meno strette e meno abitate, le
persone nobili, civili e comode, purchè savie, sogliono passarla netta:
e ciò costa da troppe esperienze. Contro il povero volgo, e contro
chiunque è costretto allora dal bisogno a non istare in riguardo,
o è lusingato dalla brama d’arricchire, si suole scaricare il furor
del contagio. Osservò il Rondinelli nel contagio di Firenze del 1630
come cosa degna di gran considerazione che essendo in varie case di
gentiluomini entrato il male, portatovi o dalle serve o da’ servitori,
non vi fu esempio che si attaccasse ai padroni, i quali pure erano
stati serviti e maneggiati da chi aveva l’infezione addosso. Anche
nella peste che tre anni sono afflisse cotanto la Polonia, toccò quasi
tutto alla misera plebe il flagello, restando intatta la nobiltà; e
ciò tuttavia si osserva in quella che sì malamente infesta le province
dell’Austria, della Boemia e le circonvicine: il che però non adduco
per bastante esempio agli Italiani, essendo io assai persuaso che in
questi paesi più caldi la peste sia meno discreta, e ch’ella farebbe
strage anche della nobiltà, se questa non usasse più riguardi di
quei che si praticano in Germania. Finalmente è da osservare che in
cadauna peste si trovano persone giovani e vecchie, maschi e femmine,
infermicci e mal nutriti, oppur sani, robusti e nutriti bene che,
quantunque vivano con appestati e tocchino le robe loro, pure non
contraggono la peste a cagione della lor particolar disposizione o
complessione, dotata d’un’occulta attitudine per resistere agli aliti
e spiriti pestilenziali. Perciò si mirano allora tanti beccamorti,
serventi, cerusici ed altri che si mantengono sani ed illesi in mezzo
agli appestati. Sarebbe temerità il fidarsi o far prova di questo senza
necessità; ma posta la necessità, è bene ricordarsi ancora di tale
osservazione. Similmente gioverà il non dimenticarsi che tal sorta
di gente, restando essa illesa dall’infezione, la può poi facilmente
portare ad altri che non si guardano dal loro commercio.
Il perchè torno a dire che chi non può, o non vuol ritirarsi dalle
terre e città infette, dee far coraggio: che si può molto bene anch’ivi
resistere a questo nimico, purchè si mettano in opera gli avvertimenti
e preservativi che ci sono insegnati da maestri di sperienza, e ch’io
ho nella presente opera raccolti. Anzi aggiungerò cosa che parrà strana
ad alcuni, e pure vien insegnata da chiunque tra i medici e politici
ha trattato di questa materia: cioè che lo stesso aver coraggio, e il
vivere allora senza paura, è un potentissimo preservativo contra la
peste. Ci assicurano i medici trovatisi a questo fuoco, essere al sommo
nociva la forte apprensione, e il timore che d’ordinario s’imprime
allora nella maggior parte del popolo, di dover morire e di non poter
fuggir questo colpo e di aver da prendere la peste ad ogni passo.
Così disposti, e mal affetti gli animi e i corpi, troppo facilmente
contraggono allora il mal pestilenziale; e non pochi, anche senza aver
la peste, vengono a morire per paura della medesima peste; laddove
all’incontro tanti altri, benchè tutto dì conversino con appestati,
pure si preservano: frutto del loro coraggio, il quale non teme la
vicinanza di quel male, benchè mostrino, secondo i consigli della
prudenza, di temerlo col non trascurar que’ riguardi e preservativi
che convengono in tali occasioni. Anche i più coraggiosi in guerra van
cauti; altrimenti sarebbono non coraggiosi, ma temerarj ed audaci, e
intanto il loro coraggio suol difendere essi, toccando poi le busse
ordinariamente ai soli paurosi.