CAPO VII.

_Commercio co’ forestieri interdetto. Regole per preservarsi illeso

nelle terre e città appestate. Cautele del vestire e del praticar

con infetti. Prove che si può facilmente preservare, tratte dalla

sperienza. Necessità e utilità dei coraggio in tali casi._

Altri utili regolamenti furono fatti e pubblicati dalla nostra città,

soliti e comuni anche alle altre, per evitare sul principio e nel

proseguimento della peste, il commercio co’ forestieri. In tempi tali,

venendo persone da luogo infetto o sospetto, hanno i deputati ai passi

e confini, senza nè pure riconoscer le fedi d’esse, da rimandarle;

o se già sono entrate, gastigarle o metterle in contumacia, cioè

costringerle alla quarantena o in lazzeretti o in capanne alla campagna

o in case destinate a posta, facendo loro buona guardia. Per altro nei

timori del male si vieta l’ingresso a persone tali sotto pena della

vita; e alcuni magistrati che conoscono necessario il rigore, talvolta

hanno fatto eseguire tal pena per terrore degli altri. Il permutarla

e diminuirla secondo la maggiore o minor frode loro e più o men grave

pericolo dello stato, si rimette alla prudenza e carità di chi comanda.

Venendo poi viandanti da luoghi non infetti nè sospetti, i deputati non

li lasceranno avvicinare se non quanto possano udirli e vederli, finchè

sia riconosciuta la fede legittima della sanità. Nel ricever le fedi,

dovranno i suddetti deputati avere in mano una canna (o altro simile

strumento) e in capo ad essa pigliarle, e prima che le tocchino farle

passar sopra il fuoco, quanto basti per purgarle. Venendo seco lettere,

non le lascino passare, senza prima abbronzarle, purchè sieno espresse

nelle fedi, e non vengano da luoghi sospetti, dovendosi in dubbio

chiarire. Dee pure provvedersi ai corrieri, postiglioni e staffette,

affinchè si regolino anch’essi colle leggi degli altri, e duri, finchè

si può, il commercio delle lettere, ma senza pregiudizio della sanità.

L’aver talvolta disputato con gran freddezza l’ingresso a certe persone

o mercatanzie dubbiose, ha dato quasi miracolosamente assai tempo di

scoprire ch’esse portavano seco la peste. Ferrara preservata ne vide

alcuni esempi. Dee parimente provvedersi ai disordini che potrebbono

recare i birri in portarsi a far le loro esecuzioni entro o fuori della

città.

Sotto pena della galera e di 200 scudi, ed anche maggiore, niuno,

sia forestiero, sia del paese, venendo da territorio straniero non

bandito nè sospeso, possa indirettamente o furtivamente, e fuorchè

per le strade destinate, entrar nello stato o distretto, e nè pure

toccarne una parte, senza aver prima presentate ai confini e passi

le sue fedi ai deputati. Chi poi entrasse furtivamente, venendo da

paese infetto o sospetto, benchè con fede di sanità, è senz’altro già

incorso nelle pene dei bandi. Trovando i contadini alcun forestiero

fuori delle strade maestre, saranno obbligati, sotto pena afflittiva

ed altre, ad interrogarlo ove sia indirizzato il suo viaggio; e

conoscendo o dubitando che si sia divertito dalla diritta strada, o

pure solamente scorgendo che non abbia fede di sanità, saran tenuti

a fermarlo, ovvero, occorrendo, dovranno levargli dietro romore e

condurlo immediatamente all’ufficio della sanità del passo più vicino,

consegnandolo all’ufiziale. È anche da farsi rigorosissimo editto che

nessuno ardisca di uscire del territorio per andare in luoghi sospesi

o banditi per esca di guadagno o per altro rispetto con pensiero di

ritornarsene poi segretamente nello stato.

Notizie, triviali forse per alcuni, ma certo ignote e necessarie ai

più del popolo, per non essersi eglino mai trovati in sì terribili

assedj, sono in buona parte le fin qui esposte. Non si può dire,

nè raccomandare abbastanza cosa importi e quanto giovi in questi

cimenti il guardarsi dal commercio altrui, e insin delle persone che

sembrano più sane e più guardinghe. Il cardinal Gastaldi, che fu uno

de’ principali regolatori di Roma nella peste del 1656, scrive che di

tanti rimedi che si proponevano, non si trovò mai il meglio di quello

di proibire severamente il commercio fra le persone, imperocchè troppo

disavvedutamente si riceve e si comunica il contagio pestilenziale.

Magnopere, dic’egli, semper institi, ut severe commercia omnia

interdicerentur, experientia edoctus. Più delle amicizie giovano in

tempo di contagio le nemicizie, ed è meglio trovarsi allora in prigione

che poter liberamente vagare qua e là. In fatti si osservò nella peste

suddetta di Roma e in quella di Modena del 1630 che non penetrò il male

in alcuni conventi di religiosi, e molto meno in quei delle monache;

e se cacciossi pure in due o tre, non vi fece verun progresso, ma si

soffocò con gran felicità.

Sicchè (e sel ricordino bene i lettori) il morir di peste, d’ordinario

non viene dal trovarsi in mezzo alla peste, e in una città o terra

appestata, ma dal non sapere o dal non poter ivi schivare o ben

regolare il commercio colle persone. E ciò mi fa scala ad un altro

punto di grandissima importanza, che desidero ben impresso in mente

di tutti. Dico pertanto che in tempi di contagio chiunque non può

ritirarsi dalla città ed è necessitato a fermarsi ivi, sia perchè non

ha ricovero altrove, o perchè gl’impieghi, uffizj ed interessi suoi

l’obbligano a non partirsene: dee farsi animo e concepire un gran

coraggio, persuadendosi che con tutto lo strepito della pestilenza egli

ne potrà facilmente campare, e ne camperà coll’aiuto del Signore Iddio,

in cui dee riporre la sua maggior fiducia, se userà quelle cautele e

quei preservativi che s’andranno divisando.

E che ciò sia vero, non c’è il migliore argomento per provarlo che

l’esperienza stessa. Egli è notissimo che chi allora può tenersi

chiuso nelle sue case, fuggendo il commercio dello persone pericolose,

e tenendo ben serrate e assicurate le porte sue, per l’ordinario non

contrae la peste, purchè non fosse appestata l’aria tutta di quella

terra o città (il che quasi mai non avviene), e purchè l’abitazione sua

non sia così stretta o mal posta, che per necessità le si comunichi

l’aria infetta delle camere abitate da infermi di mal contagioso. Lo

stesso che accade ai monisteri, succede per gli abitanti delle case

private, ogni qual volta queste case si facciano diventare come tanti

monisteri di religiose. Nulladimeno perchè la necessità costringe

anche la maggior parte di coloro che stanno volontariamente rinchiusi

a provvedersi di cibi e d’altre cose che loro mancano, basta che

usino alcune circospezioni praticate allora da tutti i saggi con buon

successo. Voglio dire che stando le persone rinserrate nelle case

senza uscirne, possono elle provvedersi di tutto, calando corde con

una cesta o canestro o altro simile ricettacolo dalle finestre, e

tirando su tanto i cibi quanto i medicamenti, utensili ed ogni altra

cosa che loro occorra. Si fa star fuori di casa un servo che provvegga

di tutto; che se non si ha tal comodità, non mancano persone che per

pochi soldi vanno provvedendo e portando giornalmente i cibi e le

altre cose a chi ne ha bisogno; e mancato un provveditore estraneo, se

ne trova immediatamente un altro, perciocchè o il magistrato deputa

questi vivandieri, o suppliscono i men comodi e bisognosi che allora

sono molti, ingegnandosi ciascuno di vivere alle spese de’ cittadini

comodi. Quali robe possano riceversi e maneggiarsi senza sospetto,

e come s’abbia ad assicurar le altre, il vedremo fra poco. Sicchè il

primo gran preservativo per chi può è il fuggire; e il secondo per chi

non può o non dee fuggire, si è lo starsi ritirato in casa e lontano

dall’altrui commercio.

C’è di più: non solamente chi si chiude fra le mura della sua casa,

ma eziandio chi o per bisogno, o per uffizio ha da uscire fuori di

casa e aver qualche commercio con gli altri, potrà farlo e dovrà

farlo intrepidamente, purchè lo faccia colle cautele che si andranno

accennando e che possono molto ben conservarlo illeso, anche se

tratterà ne’ lazzeretti e con persone infette o sospette, come accade

a molti uffiziali, cerusici, ecc. Sarebbe bene allora per tutti quei

che escono di casa, ma certo sarà specialmente bene, anzi necessario

per chi dee praticar gente ammorbata, il portare una sopravveste di

tela incerata, oppure di marrocchino o d’altro cuoio sottile (queste si

credono migliori di tutte), ovvero di taffettà o d’altra manifattura

di seta, perchè alle vesti di lana troppo facilmente s’attaccano gli

spiriti velenosi del morbo, ma non già s’attaccano se non difficilmente

(per quanto vien creduto) alle incerate e a’ marrocchini, e non

si possono ritener lungo tempo dalla seta spiegata. Avvertasi però

che le vesti di seta non debbono esser fatte con lusso, nè con gran

cannoni e piegature, ma hanno da farsi povere e piuttosto corte,

avendo lasciato scritto il Mercuriale che alcuni medici nella peste

di Venezia de’ suoi dì si tirarono addosso la rovina per aver nelle

visite degl’infetti portate vesti lunghe e larghe, e delle pelliccie,

secondo l’uso d’allora. Chi non ha seta, nè altro di meglio, usi almeno

lino o canape piuttosto che lana. Alcuni hanno talvolta usato di coprir

anche la faccia con una maschera, o bautta, a cui mettevano due occhi

di cristallo; ma non è necessaria tanta scrupolosità. Per chi non

potesse trovar incerate, nè saperne fare, stimo bene insegnarne loro la

ricetta. Si fa bollire a fuoco moderato per quattro o cinque ore olio

di noce, o di semenza di lino, e quando non s’abbia altro, d’uliva,

mettendovi dentro per ogni libbra d’olio un’oncia di litargirio e una

dramma di mastice, e dimenandolo di quando in quando con una spatola.

Raffreddato che sia l’olio, si dà con pennello una mano d’esso al

taffettà colorito che si vuol incerare, facendolo stare ben tirato in

telaio, e mettendolo poi al sole per due o tre giorni occorrendo, tanto

che sia bene asciugato. Quindi se gli dà un’altra mano d’esso olio,

e si torna a far asciugare, con che si avrà senza cera il taffettà

incerato, pieghevole e maneggiabile. Nella stessa guisa si potranno

incerare altre tele sottili di lino. Per le tele grosse si mescola

coll’olio terra d’ombra bea sottilizzata e passata per setaccio, di

quel colore che si vuole. Ma per queste usano di mettere più litargirio

nell’olio, cioè sino a tre once per libbra d’olio, chiudendolo in una

pezza, la quale si fa stare immersa e sospesa nel suddetto olio quando

bolle.

Appresso convien adoperare profumi, spugne inzuppate in liquori, ed

altri preservativi de’ quali si andrà parlando di mano in mano. Si

può anche passar per le contrade e far altre faccende per la città,

ma badando di non toccar robe sospette e di non accostarsi a gente

infetta o dubbiosa, secondo i segni ch’essa ha da portare; e sarà

sempre maggior sicurezza il fidarsi poco di tutti. Dovendo parlare a

tal gente, se le parli in lontananza; e pel resto degli uomini sarà

anche buon consiglio il tenersi in qualche distanza da loro, e non

accostarsi molto alle medesime senza necessità. Così i medici possono

parlare agl’infermi con farli venire alle porte o alle finestre,

intendendo lo stato loro e prescrivendo loro opportuni rimedj. Che

se pur vogliono o debbono accostarsi e toccare il polso agl’infetti

di morbo pestilenziale, hanno da toccarli colle dita prima bagnate

nell’aceto, che porteran sempre seco, e con tener la faccia rivolta

all’indietro guardarsi di non ricevere il fiato dell’infermo, usando

anche un ventaglio, con cui spingano l’aria verso la persona malata,

siccome ancora osservando che non ispiri vento dalla parte d’essa

verso il sano. Altrettanto avran cura di fare i cerusici, uffiziali e

serventi. Nè entrino in camera ove sieno infetti, se prima le finestre

non saranno state aperte per buono spazio di tempo, e rinnovata e

rettificata l’aria d’essa stanza con qualche profumo. Oltre a ciò

sogliono alcuni chiamati a medicar infetti turarsi per quanto possono

il naso e la bocca, e tutti poi si difendono il respiro (e questo

basta) con la spugna inzuppata in aceto, anzi alcuni si coprono quasi

tutto il volto con un panno bianco inzuppato del medesimo liquore.

Con queste diligenze e con gli altri preservativi ed ordini che

accennerò intorno alla dieta, egli è certo che prudentemente si può

praticare ancora con gli abitanti d’una città o terra infetta senza

timore e con virile coraggio. In fatti l’esperienza (torno a dirlo)

troppe volte ha fatto vedere essere convenevole e fondatissimo un tal

coraggio, e potersi facilmente preservare il savio in mezzo alla peste

e nel commercio degli appestati. Nel contagio di Roma dell’anno 1656

il sommo pontefice con assai cardinali stette fermo in città; e di

tanti prelati e nobili che governarono allora quel popolo e tutto dì

cavalcavano per la città, visitavano lazzeretti e faceano tante altre

funzioni, non si sa che alcuno perisse di quel male; e pure entrò

esso anche nella famiglia bassa d’alcuno di loro. Lo stesso avvenne

durante la peste della nostra città nel 1630, e noi sappiamo che

Marsilio Ficino, Filippo Ingrascia, Girolamo Fracastoro, Silvio de le

Boe e tanti altri medici famosi si trovarono in mezzo alle pestilenze,

e coraggiosamente vi assisterono senza riportarne alcun nocumento.

Bernardino Cristini, cognito fra i Minori Osservanti per gli Arcani del

Riverio, ed altre opere di medicina da lui pubblicate, era stato dianzi

medico d’un lazzeretto in Roma nel poco fa mentovato contagio, in cui

nota anche il cardinal Gastaldi che Gregorio Rossi, medico valente,

praticò sempre e curò gli appestati, e non contrasse mai morbo alcuno.

Il Diembrochio, celebre medico, anch’egli senza menoma lesione medicò

infetti e non infetti nella pestilenza di Nimega del 1636 col metodo

che diremo più a basso. Tanti altri medici che scrivono della peste,

furono la maggior parte intrepidi in tempi d’essa, e non lasciarono di

visitar gli appestati.

Non è degno di minor attenzione il sapere che, quantunque talvolta

anche qualche principe sia morto di peste, e sia avvenuta la stessa

disgrazia a dei nobili, deputati allora al governo; tuttavia le persone

nobili e civili d’ordinario si preservano molto bene nelle stesse città

infette, ed esercitano egregiamente i loro uffizj, nè si tengono in

una volontaria prigione. Il potersi eglino nutrire di cibi sani, e

l’abbondare di molti comodi e preservativi, con case larghe, vesti a

posta, e senza necessità o ingordigia di toccar robe infette, serve

loro di un continuo riparo contro il veleno. Se principi e nobili

in tali occasioni mancarono di vita, ciò fu per un ardente zelo di

carità che li fe’ troppo esporre ai pericoli per benefizio del popolo

loro e della lor patria, ovvero perirono essi per poco uso del lor

giudizio, e solamente in città che per la gran popolazione e strettezza

rendevano indomita e stranamente comunicabile la fierezza della peste.

Del resto nell’altre terre e città meno strette e meno abitate, le

persone nobili, civili e comode, purchè savie, sogliono passarla netta:

e ciò costa da troppe esperienze. Contro il povero volgo, e contro

chiunque è costretto allora dal bisogno a non istare in riguardo,

o è lusingato dalla brama d’arricchire, si suole scaricare il furor

del contagio. Osservò il Rondinelli nel contagio di Firenze del 1630

come cosa degna di gran considerazione che essendo in varie case di

gentiluomini entrato il male, portatovi o dalle serve o da’ servitori,

non vi fu esempio che si attaccasse ai padroni, i quali pure erano

stati serviti e maneggiati da chi aveva l’infezione addosso. Anche

nella peste che tre anni sono afflisse cotanto la Polonia, toccò quasi

tutto alla misera plebe il flagello, restando intatta la nobiltà; e

ciò tuttavia si osserva in quella che sì malamente infesta le province

dell’Austria, della Boemia e le circonvicine: il che però non adduco

per bastante esempio agli Italiani, essendo io assai persuaso che in

questi paesi più caldi la peste sia meno discreta, e ch’ella farebbe

strage anche della nobiltà, se questa non usasse più riguardi di

quei che si praticano in Germania. Finalmente è da osservare che in

cadauna peste si trovano persone giovani e vecchie, maschi e femmine,

infermicci e mal nutriti, oppur sani, robusti e nutriti bene che,

quantunque vivano con appestati e tocchino le robe loro, pure non

contraggono la peste a cagione della lor particolar disposizione o

complessione, dotata d’un’occulta attitudine per resistere agli aliti

e spiriti pestilenziali. Perciò si mirano allora tanti beccamorti,

serventi, cerusici ed altri che si mantengono sani ed illesi in mezzo

agli appestati. Sarebbe temerità il fidarsi o far prova di questo senza

necessità; ma posta la necessità, è bene ricordarsi ancora di tale

osservazione. Similmente gioverà il non dimenticarsi che tal sorta

di gente, restando essa illesa dall’infezione, la può poi facilmente

portare ad altri che non si guardano dal loro commercio.

Il perchè torno a dire che chi non può, o non vuol ritirarsi dalle

terre e città infette, dee far coraggio: che si può molto bene anch’ivi

resistere a questo nimico, purchè si mettano in opera gli avvertimenti

e preservativi che ci sono insegnati da maestri di sperienza, e ch’io

ho nella presente opera raccolti. Anzi aggiungerò cosa che parrà strana

ad alcuni, e pure vien insegnata da chiunque tra i medici e politici

ha trattato di questa materia: cioè che lo stesso aver coraggio, e il

vivere allora senza paura, è un potentissimo preservativo contra la

peste. Ci assicurano i medici trovatisi a questo fuoco, essere al sommo

nociva la forte apprensione, e il timore che d’ordinario s’imprime

allora nella maggior parte del popolo, di dover morire e di non poter

fuggir questo colpo e di aver da prendere la peste ad ogni passo.

Così disposti, e mal affetti gli animi e i corpi, troppo facilmente

contraggono allora il mal pestilenziale; e non pochi, anche senza aver

la peste, vengono a morire per paura della medesima peste; laddove

all’incontro tanti altri, benchè tutto dì conversino con appestati,

pure si preservano: frutto del loro coraggio, il quale non teme la

vicinanza di quel male, benchè mostrino, secondo i consigli della

prudenza, di temerlo col non trascurar que’ riguardi e preservativi

che convengono in tali occasioni. Anche i più coraggiosi in guerra van

cauti; altrimenti sarebbono non coraggiosi, ma temerarj ed audaci, e

intanto il loro coraggio suol difendere essi, toccando poi le busse

ordinariamente ai soli paurosi.

Del governo della peste e della maniera di guardarsene · 第 16 / 55 题