_Alleggerire le città d’abitatori. Poveri se si abbiano da
escludere. Libertà ai cittadini di ritirarsi in villa. Fuga
utile e permessa a tutti, fuorchè alle persone necessarie per la
repubblica._
Passiamo ad altre provvisioni necessarie in sospetti di contagio. La
prima d’esse ha da esser quella di alleggerir di gente la città. Appena
s’odono casi di peste lontana sì ma che obblighi alle precauzioni
delle fedi di sanità e ai rastelli o cancelli, si debbono licenziar
dalla città, anzi da tutto quanto lo stato in termine di pochi dì, i
birbanti, vagabondi, cingani, questuanti, lebbrosi, impiagati e simil
sorta di gente che non eserciti qualche arte, e non voglia procacciarsi
il pane se non col mezzo troppo comodo del mendicarlo. Tal proclama
ha da essere per i forestieri, perciocchè ragion vuole che costoro non
occupino essi il pane ai veri poveri del paese nelle strettezze d’una
pestilenza; e non è un mancare di carità verso di quelli l’assicurarsi
il più che si può che non venga meno la carità a’ poveri della patria
sua, perciocchè nell’ordine della carità hanno questi da essere
preferiti agli altri. Anzi in ogni buon regolato governo nè pure in
tempi liberi da ogni sospetto di male si dovrebbono permetter coloro
che non vogliono faticare, ma sì bene vogliono nudrirsi delle altrui
fatiche nella terra non sua, con pregiudizio di chi è ivi cittadino,
ed è veramente bisognoso e degno dell’altrui limosina. Facilmente bensì
potrebbono mancare i magistrati alla giustizia e carità, se in pericoli
di contagio volessero espellere fuori dello stato anche i poveri nativi
o già divenuti cittadini della terra, essendochè questi sono parte
della repubblica e hanno diritto d’essere soccorsi nella loro necessità
dalla lor patria. Nè gioverebbe il dire che non lavorano; poichè,
qualora possono lavorare, ha da imputare a sè il principe, se non
gl’impiega e costringe alla fatica lor conveniente; e quando non sieno
atti a guadagnarsi il pane colla fatica a cagione delle loro infermità,
tutte le leggi della carità insegnano che s’hanno da alimentare coi
soccorsi e colle fatiche dei sani della sua terra. Anzi se avvenisse
che trovandosi oramai chiusi tutti i passi non potessero sloggiare dal
paese i poveri forestieri, non è lecito il cacciar via nè pur questi;
ma si debbono tollerare e soccorrere in tal congiuntura, essendo colpa
dei soli magistrati il non avere per tempo scaricato il paese di queste
bocche. Io non intendo però con questo di riprovare la sentenza del
Ripa legista, il quale insegna doversi anche espellere i poveri del
paese che possono e non vogliono lavorare; perchè, dice egli, e dice il
vero, costoro coll’andar qua e là questuando son quelli che seminano
e dilatano il contagio. Quando non si potesse provvedere a questo
inconveniente con altro che con iscacciarli, allora sarà lecito il
farlo. Ma si potranno trovar de’ rimedi men crudi di questo.
Avvicinandosi poi a gran passi la peste, o accaduto qualche caso in
città, onde si vegga evidente il rischio di non poterla cacciar fuori o
tenerla lontana, hanno alcuni osato d’intimar la partenza dalla città
a chi non ha maniera di sussistervi; ed altri nè pure han voluto dar
licenza ai cittadini di ritirarsi alla campagna e alle loro ville.
L’uno e l’altro ripiego è crudele ed ingiusto. Il primo, perchè si
espone la povera gente ad un manifesto pericolo di morir poscia di fame
o di stento per la campagna; il secondo, perchè si espone troppa gente
al pericolo d’infettarsi in mezzo al commercio e alle morti frequenti
d’una città. Sarà pertanto convenevole e giusta la determinazione
di permettere a chiunque voglia il ritirarsi fuor della città, e il
cercare ricovero in parte men pericolosa. Questo può essere ugualmente
utile a chi va e a chi resta.
Imperocchè certa cosa è che il contadino o cittadino in campagna,
siccome segregato dagli altri e lontano dal concorso e commercio di
chi può attaccargli il male, purchè si abbia buona cura nel praticar
co’ vicini, e non porti seco nella solitudine il veleno già preso, si
può con gran facilità preservare illeso dalla pestilenza. All’incontro
diminuendosi il numero degli abitanti nella città, men pascolo viene
a restare al morbo, e men occasione di comunicarlo vicendevolmente
l’uno all’altro. Volesse perciò Iddio che in sì terribil congiuntura
si potesse trovar modo, che o tutti abitassero largo in una terra,
o città sorpresa dal contagio, o che coll’uscire alla campagna tanto
si diradasse il numero degli abitatori che divenisse ancora più rado
il commercio di chi resta in essa terra o città. La conversazione e
il concorso son quelli che fomentano e dilatano di troppo il male
quantunque ancora si serrino le strade e si suggellino le case; e
dove le città sono di gran popolazione, e le famiglie, massimamente
de’ poveri, sono strette di casa e sono affollate, quivi la peste fa
incredibile strage. Perciocchè è da sapere che un infermo di peste può
infettar tutta l’aria della camera ove si ricovera, e con ciò venir
ad infettar le vicine se quell’aria può passarvi dentro; e perciocchè
i poveri non hanno via per l’ordinario di segregarsi dagli appestati
della lor famiglia, però agevolmente restano anch’essi trafitti; e
col moltiplicarsi l’aria infetta, giungono talvolta a penetrar nelle
abitazioni contigue gli spiriti velenosi colla rovina ancora di chi
rinserrato nella sua stava in diligente custodia di sè stesso e de’
suoi.
Perciò nelle contrade più strette e ricolme di poveri abitanti, entrato
che vi sia il male, si vede in poco tempo una spaventosa desolazione;
e le città più popolate restano a proporzion più afflitte che l’altre
men popolate, non solo per la maggior copia delle persone, ma ancora
per la maggior facilità, necessità, e strettezza del commercio e
delle abitazioni. Così Venezia e Milano nella peste del 1630 diedero
uno spaventoso spettacolo di morti; e così avvenne anche a Napoli e a
Genova in quella del 1656, laddove Roma in questa ultima non ebbe che
circa sedicimila estinti, non tanto per le ottime diligenze ivi usate,
quanto ancora per l’abitato che è largo. Il perchè torno a dire che
l’alleggerire il più che si possa la città d’abitanti all’arrivo d’un
contagio, questo è uno de’ più utili mezzi per levare il pascolo alla
morte che s’avvicina, e per conservare più facilmente in vita chi esce
e chi resta. E qui si vuol far menzione delle famose _pillole dei tre
avverbj_ decantate da tutti coloro che trattano della peste, come di
quel rimedio e preservativo che si conosce tosto pel più efficace, e
più sicuro di quanti mai si possano prescrivere contra la pestilenza
nel governo politico e medico. Bisogna prenderle per tempo, e a tempo;
e così prese certo è che faranno un mirabile effetto. Consistono esse
in questi tre avverbj _mox, longe, tarde_, cioè nel fuggir presto,
andar lontano e tornare ben tardi. Ciò fu espresso nel seguente
distico:
_Hæc tria tabificam tollunt adverbia pestem,_
_Mox, longe, tarde, cede, recede, redi._
Sel tengano a memoria i lettori; e giacchè la fuga in tali casi è
lecita, e nello stesso tempo utile al pubblico e al privato, hanno i
principi e magistrati da permettere che tutti i cittadini a’ quali non
manchi la comodità di farlo, si ritirino alle lor ville e al largo
della campagna, ricordandosi ancora di quelle parole d’Ezechiele,
cap. 7: _Qui in civitate sunt, pestilentiæ et fame devorabuntur, et
salvabantur qui fugerint ex ea_.
Da questa general regola e permissione però si debbono eccettuar
le persone, che trovansi per lo speziale ufizio loro impegnati
ed obbligati al servigio della repubblica, e sono in sì funesta
congiuntura necessarj all’altrui conservazione e governo. Tali sono
i magistrati, i parochi, i medici, i cerusici o barbieri, i notai,
le levatrici, o sia le mammane ed altre simili persone, alle quali si
suole e si dee con pubblico editto vietare l’absentarsi dalla città.
In oltre, secondochè occorra il bisogno, si possono i gentiluomini ed
altri cittadini (seguitando però sempre la giustizia distributiva)
obbligare a certi ufizj e guardie che sieno credute necessarie,
ciascuno per la sua parte e rata di tempo. E sono specialmente tenuti i
nobili, siccome persone che si presumono più fedeli e più zelanti del
ben pubblico, alla guardia delle porte, alle quali si avverta che non
dee permettersi il giocare, nè il dar ivi colezioni, nè il far bagordi;
siccome ha anche da essere vietato ad ogni ufiziale o ministro il
prendere mancia alcuna dai passeggieri.
Finalmente (e si avverta bene) se sono esentati i cittadini dal
trattenersi nelle terre e città in sì pericolosi tempi, non si hanno
già da credere esentati anche da alcune leggi della carità cristiana,
restando allora nelle città i mendichi, gli artigiani, e tanti altri
soliti a guadagnarsi il pane alla giornata, perchè loro manca la
comodità di ritirarsi altrove; e dall’altro canto potendo cercar asilo
nella campagna i soli meglio stanti: ognuno intende che viene a mancare
alla povera gente della città, chi loro faccia limosina, e somministri
da lavorare, e perciò vien loro meno il granaio e la dispensa di ogni
giornata, con rimaner tutti esposti al quotidiano pericolo di morir
di fame, non meno che di pestilenza. Pertanto non è un solo consiglio,
ma ancora un precetto chiaro della carità cristiana che stando anche i
cittadini fuor di città, aiutino in sì estrema necessità, e soccorrano
i rimasi nella medesima, ciascuno secondo le forze sue, siccome più
precisamente diremo a suo luogo.