_Argini e difese da opporsi affinchè il contagio non s’accosti.
Con quali diligenze se gli abbia a disputar l’ingresso e
l’avanzamento. Entrato il morbo, tentativi per soffocarlo.
Quarantena proposta a questo effetto._
Bisogna sulle prime figurarsi che nei sospetti e pericoli di peste
una città si trova nello stato medesimo, come se fosse minacciata di
guerra da un principe o popolo vicino di gran possanza e fierezza,
che pensasse ad occupare e devastare il territorio di lei e in fine
lei stessa; con questa sola differenza che i mali e danni d’una guerra
vengono regolarmente da chi è nimico e straniero; e quei della peste
da chi regolarmente è amico ora straniero ed ora del paese, o da
chi involontariamente vi porta la rovina anche sua. Ma chiunque vuol
offendere la vita nostra e del popolo nostro, quantunque internamente
non covi egli in seno sì barbara voglia, pure si presume nostro
nimico; e si può o si dee tener lontano colla forza e metterlo in
istato di non poterci nuocere atterrendolo, fermandolo, gastigandolo,
ed anche rigorosamente secondo i differenti casi di maggiore o minore
negligenza, malizia e fraude. Sicchè a guisa de’ pericoli della guerra
s’ha ne’ pericoli della peste da adoperare ogni possibil forza e
difesa, a fin di salvare il proprio distretto e la propria terra o
città.
Allorchè dunque s’ode incrudelire questo terribil morbo in paesi
contigui all’Italia, o di tal positura che possa di colà passare
alle nostre città, convien subito mettersi in difesa e unirsi coi
confinanti e coll’altre città italiane, per impedirgli l’entrata in
Italia. Avendo il Signore Iddio separata coi monti e col mare questa
grande e felicissima provincia dall’altre, non è a lei difficile il
guardarsi e salvarsi dalla vicinanza o dagli assalti d’una peste,
purchè la violenza sregolata dell’armi e degli armati non disordini
e renda inutili le buone regole degl’Italiani e non venga per forza
a rovinarci. Le diligenze che usa una città o provincia di frontiera
in simili casi, sono non men difesa di lei, che difesa dell’altre,
le quali stanno più addietro; e appunto le leggi della natura e delle
genti ci obbligano tutti a simil difesa anche per salute de’ vicini.
Che se penetrasse in Italia, e si avvicinasse il contagio
pestilenziale, coll’andar superando gli argini dell’altre città più
esposte, allora la nostra dee raddoppiar le diligenze e difese, come
se l’effettivo esercito o principe nimico venisse per assediarla
e soggiogarla. Consistono tali diligenze in esigere le _fedi della
sanità_ con gran rigore, avvertendo bene che non vi sia frode in esse,
e che per le persone del distretto sieno almen riconosciute e segnate
dal curato della villa. Ne’ pericoli gravi sarà prudenza non solo
il contrassegnar le fedi, ma ancora il bollarle con sigillo a posta,
mettendovi anche numero d’abaco particolare e usando altre cautele.
Accade pur troppo che alcuni concedono fedi le quali non contengono
verità con aggravio ed inganno de’ vicini. Altri le falsificano, ed
altri non sapendole ben leggere, o confrontare, restano delusi. Ne’
gravi sospetti non si ammette forestiero e nè pur terriero se non
si sa di certo che egli sia dianzi stato per molto tempo in luogo
sano. Parimente convien sospendere il commercio a luoghi sospetti,
non accettando senza quarantena persone o robe che vengano di colà; e
in levarlo affatto ai luoghi infetti di peste, con regolar solamente
qualche comunicazione per le grascie e vettovaglie, se la necessità
il richieda secondochè diremo più a basso. In oltre il costume è di
mettere guardie a tutto il confine, distanti in maniera che nessuno
possa entrare senza veduta e permissione dei deputati; di far battere
da gente a cavallo la pattuglia ai confini; di tagliar tutte le strade
che abbiano comunicazione col paese appestato, talmente che resti
interdetto ad ognuno, sia forestiero, sia paesano, il venir di colà
se non per la via che per necessità fosse stata destinata e riservata
dai magistrati e sotto gli occhi di chi è deputato alla custodia de’
passi; di custodir bene le porte e mura della terra o città, chiudendo
ancor le porte men necessarie, e di usar altre simili cautele e
provvisioni che son triviali e notissime a tutti. Ma si avverta che
riusciranno inutili le guardie, se non si farà buona guardia alle
stesse guardie; cioè saranno necessarie persone d’autorità e d’attività
che indefessamente facciano eseguir gli ordini e fare il suo dovere
alle sentinelle e ai corpi di guardia, altrimenti la trascuraggine
o venalità di costoro lascerà per poco entrare la peste e indarno si
dirà poi: Bisognava fare così e così: io non credeva, e simili altre
superflue scuse e inutili pentimenti.
Appresso è da osservare che per ben assicurarsi da questo non men
fiero che fraudolento nimico bisognerebbe non contentarsi d’un solo
trincieramento ai confini, ma disporne alcun altro più indentro
e finalmente alle porte della terra o città, acciocchè se mai per
negligenza o malizia delle guardie poste a’ confini penetrasse il male,
non passi egli il secondo argine, o superato questo non s’inoltri
al terzo e così al cuore del popolo. Si dee far quanto si può per
custodire tutto il confin dello stato; ma perchè tal custodia suol
riuscire pericolosa e difficile, ove i confini dell’una giurisdizione
coll’altra son vasti e facili a superarsi, nel qual caso talvolta
i forestieri e sovente i paesani poco scrupolosi e molto ingordi di
guadagno passano e ripassano: perciò il più sicuro trincieramento si
dee credere che sia quello de’ monti, fiumi, canali grossi, fosse
profonde e simili. Un grande argine facile a guardarsi, purchè si
volesse far bene il suo ufizio, sarebbe per esempio il Po allorchè
dalla Germania penetrasse la peste nell’Oltrapò, e il di qua da Po
potrebbe agevolmente preservarsi. Ma conciossiachè in sì gravi pericoli
non convien fidarsi molto de’ vicini, oltre alle guardie che dovrebbero
porsi ai confini esposti di tutto lo stato del sereniss. Duca di
Modena, bisognerebbe ancora metterle alle rive della Secchia e del
Panaro e in una linea da tirarsi fra questi due fiumi, per custodir
Modena, e lo stesso dovrebbon fare dal canto loro l’altre città e
terre del suddetto stato, ai fiumi o canali o argini che paressero
più proprj; affinchè se il confine dello stato non bastasse a tenere
indietro il nemico, quest’altro più forte trincieramento l’arrestasse.
Che se nè pur questo reggesse, le porte e mura della città sono e
possono essere d’un antemurale fortissimo e sicuro, purchè si osservino
accuratamente le regole prescritte dai saggi in tali congiunture, col
non permettere commercio fra i cittadini sani e i forensi infetti e col
non prendere le robe di questi se non colle cautele che si accenneran
più a basso. E sopra tutto s’abbia ben l’occhio in ogni popolazione
a certuni, le cui rendite, anzi il quotidiano vitto son riposte nel
condurre continuamente da un paese all’altro o vettovaglie o bestiami
o altre robe venali. Costoro anche colla forca sugli occhi vogliono
continuare il loro mestiere, nè si può dire con che pregiudizio o
pericolo della pubblica salute.
Anzi è da sapere che entrato il male anche nella città, qualora se
ne accorgano per tempo i magistrati, si può sopire e per così dire
affogare nei suoi principj, chiudendo e tagliando fuori dal commercio
degli altri quelle case che avessero qualche persona infetta e le
persone che avessero comunicato con esso lei o maneggiato sue robe. C’è
di più, può anche darsi che col tagliare una contrada o un quartiere
d’una città si preservi il rimanente degli abitanti. Ripullulato il
contagio in Firenze l’anno 1632 si serrò nel quartiere ove esso faceva
danno e in venti giorni tornò a restituirsi il commercio. Così nella
peste di Roma del 1656 una porzione della città di là dal Tevere,
scopertasi infetta, fu in una sola notte rinserrata e fatto un muro
all’intorno con istupore e con inutili doglianze di quegli abitanti
che se ne avvidero la mattina. Così in Venezia nella peste del 1576
declinando il male nella parte della città di qua dal canal grande,
questa fu difesa con guardie dall’altra, ove tuttavia infieriva il
male. Narra il Faustini nelle storie di Ferrara che del 1630 essendo
già la peste in Verona, si dilatò la mortalità sino ad Ostiglia,
da dove essendo passato a Ferrara un Veronese appestato, andò ad
alloggiare in casa d’un suo compare abitante incontro alla chiesa di
S. Antonio vecchio. Costui si pose a letto con febbre, e visitato da’
medici fu giudicato tocco della peste, siccome era in fatti, e in due
giorni morì. Il perchè quel cadavero fu subito sepolto nella calce
viva, e chi l’avea ricettato in casa fu condotto colla sua famiglia al
lazzeretto fuori della città e chiusa la sua casa. Quindi si rinovarono
le diligenze, e non restò per tal accidente presa dalla peste quella
città, benchè il male si dilatasse poi sino a Melara e Brigantino, e
passato il Po venisse ancora al ponte del Lagoscuro e in altre ville
poco lungi da essa Ferrara. In somma convien tentare tutti i mezzi
per vedere di opprimere sì crudele avversario, disputandogli a palmo a
palmo il terreno come si fa nelle città assediate, delle quali, insin
quando l’oste contraria s’è impadronita della fossa e de’ bastioni, a
forza di tagliate e barricate si va mantenendo il cuore della città.
Ma si ricordino bene tutti i principi e magistrati, essere un punto di
somma importanza il non avere allora nè lasciar avere parzialità per
alcuno, sia cavaliere, sia dipendente da’ ministri, sia privilegiato
dal principe stesso. Un solo peccato d’indulgenza può portare l’eccidio
a un pubblico tutto. Riuscì bene in Roma nella peste del 1656, perchè
non si guardava in faccia ad alcuno.
Ma poniamo che il morbo, superato ogni riparo, ed entrato in una
terra o città non si possa colle vie suddette soffocare, e che oggi
uno, domani due o tre e in luoghi diversi dalla città, comincino a
morir di peste, in guisa che resti solo ii gran pensiero di salvare
da così fiero incendio i più che si potranno del popolo, allora è
necessario che i magistrati con una pronta e ben pesata consultazione
propongano l’ultimo de’ rimedi che son per accennare. Non è già esso
da mettere in disputa, essendo efficacissimo e tale che si dee, purchè
si possa, tosto abbracciarlo; ma solo è da esaminare se si abbiano
o possano aversi mezzi per mettere in opera questo ripiego, il qual
pure fu insegnato e praticato in vari luoghi con felicissimo successo
dal P. Maurizio da Tolone cappuccino, siccome egli narra nel suo
Trattato Politico della Peste, opera molto utile, stampata in Genova
l’anno 1661. Consiste esso nel mettere in quarantena almeno tutto il
basso popolo della città, dal quale, e non dai nobili e dalle persone
comode, la sperienza fa troppo spesso vedere che il male è facilmente
disseminato e introdotto anche nelle case de’ più guardinghi. Cioè
dopo avere ordinato che chi vorrà in termine di alcuni giorni partirsi
dalla città, possa farlo, si ha assolutamente da rinserrare nelle
proprie lor case il volgo e i poveri tutti sotto pena della vita, con
interdire ogni commercio fra una casa e l’altra, e con provveder poscia
ai rinserrati bisognosi il vitto ed altro che occorra. Scorgendosi
dipoi infetta alcuna d’esse case, quella colle robe sue e non le altre,
si dovrà purgar coi profumi, avendo buona cura delle persone che, o
ivi restano o si conducono altrove, siccome sospette del male. Che se
anche nell’ordine più civile de’ cittadini fosse penetrata la peste, i
medesimi si dovrebbono obbligare a questa medicinal prigionia.
Un gran bene si ricava da tal rinserramento, perchè così vien tolta
l’occasion di conversare e di vicendevolmente imbrattarsi. I magistrati
più facilmente esercitano le loro incumbenze; e si schivano le ladrerie
costumate in simili tempi, nei quali la vil plebe si fa lecito ogni
disordine e coll’appropriarsi le robe degli appestati, tira addosso a
sè la morte e la comunica ad altri. Basta il tempo di quaranta giorni
per recidere e soffocare il male, mentre chi è sano, si fa conoscer
tale dopo tal prova; e chi tale non era o avea in casa i semi del male
o manca di vita o guarisce; ed espurgandosi immediatamente la sua
casa e robe, si taglia la via al male di passare ad infettare altre
persone e case. Il sequestrar la plebe minuta nella forma suddetta,
può conservar la vita a loro e a tante altre migliaia di persone, le
quali pel conversare potrebbono contrarre un morbo che sì facilmente
si comunica per commercio o delle persone o delle robe. Dopo i suddetti
quaranta giorni scorgendosi che non muore alcuno di peste, ed espurgati
i luoghi e le robe o sospette o infette, si può rimettere come prima il
commercio interno della terra o città.
Il punto sta, come dissi, in consultar bene se vi sia nerbo per
provveder di vitto il popolo rinchiuso. Ma si osservi, essere di spesa
ed impegno maggiore il mantenimento delle capanne e dei lazzeretti, i
quali in fine non difendono la gente dalla morte, anzi talvolta servono
a far morire chi non sarebbe morto o ad affrettargli il passaggio,
e certamente non sono atti ad estinguere il male già penetrato ed
allignato in una città. Nè la spesa di tal quarantena si troverà
insoffribile alle prove, sì perchè moltissimi cittadini si saran già
ritirati alle ville; e di quei che restano in città, buona parte sarà
provveduta di vettovaglie, senza che i magistrati abbiano da pensare al
loro sostentamento. Io per me non so precisamente, come riesca e fosse
per riuscire in pratica e massimamente in città grandi, questo rimedio
che in teorica mi comparisce sommamente utile, per non dir anche
necessario. Ma so bene che nelle due pestilenze che tanto afflissero
la popolata città di Milano negli anni 1576 e 1630 dopo esser morte
tante migliaia di persone, non cessando il male, altro rimedio non
si trovò per vederne il fine (e si noti bene) che quello di mettere
in quarantena, cioè di rinserrar nelle sue case per quaranta dì tutto
il popolo, sì nobile come ignobile a riserva de’ magistrati, ministri
e serventi necessari: dopo di che restò oppressa e cessò affatto la
pertinace mortalità, mantenuta fino allora dal commercio de’ cittadini,
e spezialmente da quello della plebe e de’ poveri. Ma se infine bisogna
ridursi alla quarantena o sia a tal rinserramento, per salvare le
reliquie del popolo fin allora preservate dal comune incendio: quanto
più gioverà e sarà convenevole quando mai si possa, il tentare lo
stesso rimedio e scampo su i principj per vedere di mettere in salvo
la cittadinanza tutta? Per compimento di ciò aggiungerò le parole
stesse del soprammentovato cappuccino, il quale dopo aver consigliato
e commendato questo ripiego, come atto a purgare dal contagio
qualsivoglia città, così conchiude: _La lunga pratica ed isperienza è
quella che m’ha insegnato, non potersi dare rimedio nè più facile nè
più efficace, nè più presentaneo di questo_.