_Necessità di magistrati prudenti e attivi pel governo della
peste. Autorità e rigore conveniente ad essi. Loro cautele per
preservarsi. Elezione d’altri subordinati. Non doversi forzare
i medici alla cura degl’infetti; e come governarsi per conto
d’essi._
Il maggior benefizio che nel governo politico possa accadere ad un
popolo, durante il pericolo, o la disavventura d’un contagio, si è
l’essere provveduto di buoni magistrati che colla lor vigilanza e
prudenza arrestino il morbo ai confini, ovvero l’imprigionino in
qualche terra o porzion del paese ove sia penetrato, o pure così
valorosamente gli facciano fronte arrivato che sia nella città che o
presto si soffochi o non faccia considerabile strage. Non riceve mai
la peste forze maggiori, nè più francamente si dilata, quanto dai
disordini della vil plebaia, allorchè sprovveduta di buoni capi e
di leggi, o perduta la riverenza ai magistrati, ogni cosa confonde.
Debbono pertanto in occasione di tanto bisogno mettersi al governo
degli affari della sanità persone piene di carità e d’onore, e
persuase di doversi acquistare presso gli uomini, e infinitamente più
presso Dio, un merito grande per le lor fatiche in benefizio della
loro afflitta patria. Scelgansi persone abbondanti di amore verso la
lor terra e verso il prossimo, e provvedute di competente saviezza,
esperienza e di attività il più che si può coraggiosa e non timida. Chi
ad ogni menomo aspetto della nostra mortalità, si sente cadere il cuore
a terra, dee starsene in casa ad aiutar con orazioni pie e con atti di
carità il prossimo suo. La vigilanza de’ magistrati, col non trascurar
nulla, e principalmente finchè è tempo, può far dei miracoli in tutte
le occasioni, ma spezialmente in questa; perchè in fine si tratta d’un
nemico, il quale non porta seco artiglierie per valicar colla forza
i confini d’uno stato, o superar le porte di una città. Oltre di che,
introdotto il morbo, le negligenze de’ magistrati il rendono sfrenato.
Certo in sì gravi pericoli, e in tanta necessità di conservare il
popolo, chi governa si potrà ben pentire di non aver fatto assai, ma
non mai d’aver fatto troppo. Non la mansuetudine e piacevolezza, ma
il rigore è qui necessario a chi governa; e ciò per maggior bene della
repubblica stessa, a cui si nocerebbe coll’indulgenza, e si può giovare
infinitamente col fare a puntino e irremissibilmente rispettare ed
eseguir le leggi. In tempi tali, secondo il parere dei savj, è maggiore
sopra i sudditi la podestà del principe e dei magistrati, potendosi
condannar le persone a varie pene per soli sospetti e senza processo,
e valersi delle lor case, poderi, danari, vettovaglie, ecc. qualora il
pubblico ne abbia bisogno.
Filippo Ingrascia, celebre medico di Sicilia, che scrisse un utile
trattato della peste, prescrive per principalissimi rimedj, espugnatori
di questo male i tre seguenti, cioè l’_oro_, il _fuoco_ e la _forca_.
Il primo pel mantenimento de’ poveri, e per tante altre spese che
occorrono allora; il secondo per l’espurgazion delle case, robe ed aria
e il terzo per l’osservanza delle buone leggi e regole da stabilirsi
in quel tempo. Può mancare il primo di questi rimedj; e in quanto
al terzo, si suol far piantare in più luoghi, entro e fuori della
città, esse forche, per punirvi prontamente certi gravissimi delitti
di disubbidienza dannosa al pubblico. Facciasi però il men che sia
possibile, potendosi con altri minori gastighi e col terrore tenere in
dovere i popoli, e massimamente in queste parti d’Italia ben diverse
nella focosità dai cervelli della Sicilia. Un esemplar gastigo dato
sulle prime gioverà assaissimo, siccome ancor il lasciar correre voce
che sieno stati immediatamente uccisi alcuni trasgressori degli ordini
della sanità. E se taluno si avesse a far morire per qualche delitto,
il divolgare che tal gastigo venga per la trasgressione suddetta,
metterebbe gran freno agli altri. Le città e terre preservate non hanno
riportato sì gran benefizio senza la morte di qualche disubbidiente
in cose gravi, quale è chi venendo da luogo appestato passa i confini
senza fedi, o con fedi false e simili trasgressori troppo nocivi;
per altro ai conservatori della sanità s’ha a dare in tali casi
un’assoluta balìa ed autorità di poter procedere _mori belli_ contra
i trasgressori; e, se la necessità il richiede, sarà carità verso il
pubblico il rigore verso qualche privato disubbidiente, e massimamente
nella guardia de’ confini e delle porte in sospetti di contagio. A
quattro prelati della congregazione della sanità di Roma nella peste
del 1656 fu data autorità di poter procedere anche contra le persone
ecclesiastiche e regolari a qualsivoglia pena ed esecuzion d’essa, sino
alla morte naturale exclusive per qualsivoglia delitto concernente la
sanità, _sola veritate inspecta, denegatis defensionibus, more belli_.
Così debbono fare anche i vescovi nelle altre diocesi. Il vuole il
diritto della natura. Anzi tiene il cardinale de Luca nel cap. 41 del
Principe che dai sudditi sani si possa negare l’ingresso e il commercio
al principe infetto, perchè l’esporre alla peste un luogo sano, non è
un operare da principe padre de’ popoli.
Un punto poi di grande importanza sarà, che i magistrati conservino ben
sè stessi per poter conservare gli altri. Perciò sia lor cura di far
circondare la casa dove abitano, o si adunano con rastrelli di legno,
ai quali niuno possa avvicinarsi se non in lontananza di quindici
passi. Tengano pochi servitori, e vietino loro il conversar fuori e
il vagare; e non sieno con esso loro donne, fanciulli, cani e gatti.
Facciano buona provvisione di ciò che spetta al vitto, ed abbiano
seco sacerdote, medico e cerusico coi medicamenti per curare la peste.
Uscendo di casa, vadano a cavallo o in seggetta, parlino alle guardie
e all’altre persone solamente da lontano, incaricando ai servitori
il fare lo stesso; e tornati a casa, facciano lavare i cavalli de’
quali si saranno serviti. Finalmente mettano in opera tutti gli altri
preservativi generali e particolari che s’andranno accennando sì nella
pulizia della casa, come nella temperanza del vitto, nell’uso de’
profumi e in altre somiglianti cautele.
Non è men necessario l’eleggere per subordinati e deputati alle
guardie, al regolamento delle contrade, allo spurgo, alla distribuzion
del pane, alla cura de’ lazzeretti, ecc., altre persone fedeli, abili
e dabbene, nobili, cittadini, mercatanti, ecclesiastici e religiosi,
in numero nondimeno che non generi confusione, dando loro quella
autorità che conviene, con ordine di comunicare al magistrato supremo
tutto ciò che di rilevante andrà succedendo nella lor giurisdizione.
Chi di tali deputati, ufiziali e subalterni avrà da praticar con
infetti e sospetti, dovrà anch’egli contarsi nel numero de’ sospetti,
cioè dovrà astenersi dal commercio dei sani e portar segni visibili
d’essere sospetto; e la casa e famiglia sua non comunicherà coi sani.
Bene spesso terminerebbe presto la peste, se non vi fossero ufiziali
che volessero far la loro fortuna colle spoglie altrui: il che però
non viene lor fatto, perchè anch’essi muoiono, e sovente senza nè pure
aver tempo di accusare ai ministri di Dio le loro iniquità. Adunque per
quanto mai si può, convien cercare persone disinteressate e timorate
di Dio, con assegnare a ciascuna un competente salario. Nello spazio
di due mesi il P. Maurizio da Tolone cappuccino scacciò da una città
di Provenza la peste, non tanto co’ suoi profumi, quanto per la fedeltà
degli operai e dei prefetti delle cariche. Sempre poi gioverà per certi
ufizj di molta gelosia il deputare qualche ecclesiastico, o secolare,
o religioso, d’accreditata integrità che esercitando quel caritativo
impiego con fedeltà, sappia egualmente piacere a Dio ed aiutar la sua
patria. Pongasi anche mente alla necessità di deputare per cadauna
villa qualche persona d’abilità e buona fede, che invigili, visiti e
avvisi ogni caso di male, o altro disordine a uno de’ conservatori
destinato a posta per questo. Anche i parochi possono giovare
assaissimo. Qualor si difenda il territorio, egli è facile il salvar la
città.
Per conto de’ medici e cerusici, s’è ben di sopra chiamato giusto il
costringergli a non partir di città; ma non sarebbe già conforme alla
giustizia il forzargli ancora a medicar gli appestati. Dicono che le
leggi il vogliono; e in Sicilia fu fatto così; e lo stesso venne una
volta preteso in Padova, perchè nel prender ivi la laurea dottorale si
fossero obbligati i medici a servire anche in tempo di peste. Ma grida
la ragione che non son tenuti ad esporsi e non si debbono esporre per
forza all’evidente rischio della vita persone, la conservazion delle
quali è troppo necessaria alla repubblica. Non ci vuol poco a formare
un buon medico; e formato che sia è un grande interesse del pubblico
ch’egli non perisca. Oltre di che se i medici avessero per forza da
conversare con gli appestati, nulla farebbono di giovamento ai medesimi
per l’apprension della morte e per la rabbia e per l’abborrimento a
quell’impiego che parrebbe loro, e non immeritamente, una gran pena
e gastigo. Aggiungasi che più non potrebbono, dopo aver trattato
con gl’infetti, praticar coi sani; e infermandosi questi di qualche
malattia, chi dovrebbe poscia curarli? E se perissero i medici nella
cura degli appestati, chi avrebbe poi cura degli appestati e dei sani?
Aggiungasi per compimento di tutto, che pur troppo i medici non hanno
recipe alcuno specifico e sicuro per espugnare una peste; e però non
si può chiamare precisamente necessaria la loro visita personale
o assistenza agl’infetti, nè si dee pretendere ch’essi per forza
espongano la loro certa salute per l’incerta altrui, potendo essi in
altre guise e colla mano e voce d’altri sustituti, supplire il bisogno
e somministrar que’ rimedi che crederan più a proposito.
Ma, e non ci ha da essere, dirà taluno, medico per i miseri appestati
e per i lazzeretti? Debbono senza fallo i magistrati far tutto il
possibile per indurre a tal cura quei che occorrono, non già col duro
mezzo della forza e del comando, ma col dolce de’ premj e d’un buon
stipendio; e invitino ancora, se possibil fia, qualche straniero che
assuma tale incumbenza. Nè mancherà chi l’assuma: imperocchè, siccome
dirò in altro luogo, v’ha i suoi mezzi di preservarsi illeso fra
la gente appestata, e ciò spezialmente per i medici. Notisi ancora,
che più aiuto darà nei contagi un medico pratico ben mediocre o un
cerusico, il quale facendosi avanti senza timore, aiuti ed istruisca
gl’infermi, o porti loro cerotti ed empiastri o tagli ed operi, che non
sarà un gran medico pauroso. E il soprammentovato cappuccino che più
volte fu in mezzo ai contagi, asserisce non essere necessari i medici
ne’ lazzeretti, ma sì bene i cerusici, i quali veramente, allorchè il
male prorompe alla cute o con buboni o con carboni, possono salvar
molti dalla morte, e però sono sommamente utili e necessari e si
debbono salariar bene, acciocchè con puntualità e carità facciano il
loro uffizio in tali congiunture.
Intanto i medici debbono attendere a preservare i sani e a visitare
chiunque è infermo, ma non di contagio, per la città. Impiego loro
altresì ha da essere di assistere ai magistrati e di consultar con
essi e fra loro il metodo e i medicamenti che possono allora credersi
giovevoli o riconoscersi per nocivi. Prendano giornalmente quante
notizie possono dai cerusici intorno ai sintomi e accidenti del male
e al successo o utile o vano de’ metodi e dei medicamenti, con farne
sperimentar molti, e mutar di mano in mano secondo le osservazioni
e il bisogno. Che se nella visita degl’infermi s’abbatteranno contro
lor voglia a praticar con qualche appestato, allora dovranno per dieci
dì chiudersi in casa colla lor famiglia, siccome sospetti, in guisa
che alcuno non v’entri, o ne esca, restando nondimeno libero a tali
medici di uscire se vogliono, ma coi segnali de’ sospetti e senza
poter praticare liberamente co’ sani. In Ferrara, nel 1630 si videro
buoni effetti d’un proclama fatto, ove si astringeva ognuno a denunziar
quello che sapeva di pregiudiziale alla sanità. Altrettanto è da fare
altrove in simili casi; e riuscirà anche più utile, se oltre alle
pene si aggiungerà la proposizione de’ premj ed anche l’impunità ai
trascorsi altrui, quando fossero col solo onesto fin del ben pubblico
denunziati da persone onorate.