sentimentale--e sorrise un pochino, fuggevolmente,--Sono un po'
malinconica, talvolta: quando mi dicono che ho malato il cuore. In
generale, mi annoio spesso. Ora, da qualche tempo, mi annoiavo
moltissimo...
Chérie parlava con molta disinvoltura, senza però giungere a dare
un'aria di perfetta naturalezza a quello che essa diceva. Le sue mani
mettevano in ordine, macchinalmente, degli oggetti di porcellana della
Cina, tutti bianchi, in una scansia e così, spesso, ella distoglieva i
suoi occhi da quelli di Paolo Herz.
--Tu sei venuto--ella riprese--... io ho subito pensato di partire con
te. Giusto... questo ti serve, anche... la cosa sarà utile ad
ambedue...
--Tu sei buona--mormorò Paolo Herz, subitamente intenerito.
--Oh, non tanto! Faccio anche il mio interesse... sono una donna
interessata...
--Povera Chérie!
--Perchè mi compatisci? Non compatirmi. Va a fare le tue valigie, per
partire.
--Così presto?
--Bisogna sempre partire subito, quando si vuol andar via. Se si
ritarda, si resta.
--Tu dici che _bisogna_ andar via?--egli chiese, guardandola, coi suoi
torbidi occhi pieni d'incertezza.
--Sì, sì, sì.
--Dove andremo?
--Dove ci porterà il primo treno che troveremo, e poi un altro treno;
e poi un altro...
--Fin dove?
--Chi lo sa!
--Che faremo, laggiù?
--Niente, Paolo; nulla più di qui.
--Ma io dovrò vivere, pensare, agire, Chérie, comprendi questo? Io
sono inetto a ciò, adesso.
--Non ti capisco--ella mormorò, chinando gli occhi.--Ma qualunque
paese sarà migliore di questo.
--Io non posso amarti!--gridò Paolo vincendo la sua ripugnanza a dire
una cosa atroce.
Ella lo guardò: sorrise appena: poi disse, con quel suo tono di
mistero, che facea parere molto più profonde le cose che ella dicea.
--Chi lo sa!
--Chérie, io sono un infame e un inetto!
--Paolo, Paolo, taci... tu esalti i tuoi nervi... tu aumenti il tuo
turbamento...
--Chi tradisce, è un infame, Chérie, non vi può essere pietà, per chi
tradisce. Io ho tradito.
--Calmati... calmati--e gli prese le mani, come si prendono le mani di
un ammalato, che vaneggia.
--Che vuoi, Chérie, ho tradito, ho commesso un tradimento odioso... io
mi sento perduto...
E smorto, sconvolto, egli la fissò, come se non la vedesse, come se
non la riconoscesse, come se non fosse stata proprio lei, a essere lo
strumento del tradimento.
--Perduto, perduto, perduto...--ripeteva lui, follemente.
--Pace, Paolo, non pensare a ciò...
--Come, non pensare? È lo stesso come dire a chi ha un morto, in casa,
di non pensarci più.
--Paolo, chi è morto, dunque?
--Il decoro del mio amore è morto, è morta la sua dignità, è finita la
sua forza e la sua saldezza, io ho tradito!
E questo grido, continuò a escirgli dal cuore lungo, aspro; egli non
sapeva che ripetere questa parola del tradimento, in tutti i tuoni.
Ella lo ascoltò, per un pezzo, meravigliata più che dolente: due o tre
volte, le palpebre dei grandi belli occhi azzurri battettero, come per
rattenere le lacrime. Ma egli non vide, questo: gittato sovra un
divano, battendo la testa sui cuscini, egli esalava il suo dolore e
l'orrore di se stesso. Così, vagamente, ella intese che era meglio
parlargli del suo strazio e gli chiese:
--Paolo, non era... non era _tutto_ finito?
--Tutto, che? Di che parli?--domandò lui, trasognato.
--L'amore... fra te e Luisa Cima...
Egli levò la testa, a quel nome e con voce tetra:
--_Tutto_ non era finito...
--Come? T'amava ella, ancora?
--No. Non mi amava, più.
--Da qualche tempo... mi pare...
--Sì, da vario tempo. Forse, non mi ha mai amato.
--Perchè? Non dire questo... non lo dire di nessuna donna--ella
mormorò, con bontà.
--Mai, Chérie, mai! Non la conosci! Non la sai! Mi ha mentito, non mi
ha mai amato!
--Tutti mentiscono un poco, nell'amore--ella soggiunse, a occhi bassi,
appena appena rimproverandogli, così, la sua menzogna della sera
scorsa.
Egli non comprese.
--Poichè non ti amava, da tanto tempo, non eri tu libero?
--No--egli disse, tetramente, Ero legato.
--Come?
--Legato da un giuramento.
--A Lei?
--A me stesso.
--Non ti capisco--ella disse, ancora, guardandosi le perfette mani.
--Io l'amavo...
--Ebbene?
--E l'amo.
--Ah!--diss'ella, senz'altro.
--L'amo sempre, l'amerò sempre, non amerò mai altra donna, è così,
nessun'altra!
E si guardò intorno, con occhi fuori, come se qualcuno gli impedisse,
gli contrastasse questo amore e che egli fremesse di dichiararlo a
tutti quanti. Invece, Chérie lo guardò, con occhi pieni di una grande
pietà, una pietà non profonda, forse, ma grande, una pietà che taceva
molte cose, ma che per questo era una grande pietà. Adesso, si era
seduta e teneva le mani in grembo: la beltà di quel dolce volto non
parea fosse stata turbata, solo era piena di una pietà grande: pietà
non sapiente, forse, non magistrale, non alta, ma umile, ma tenera, ma
femminile. Ella non gli chiese conto della notte: ella sentiva che,
egli stesso, si pentiva troppo amaramente di quello che aveva fatto.
--Avevo giurato... avevo giurato di restar fedele a quest'amore
solitario... sempre... e avevo tenuto il giuramento... per tanto
tempo... e ora, ora, ora!
Si prese la testa fra le mani, per nascondere le lacrime che gli
salivano agli occhi.
Vedendo quell'uomo piangere, Chérie si curvò su lui, gli liberò il
volto dal velo delle mani, gli passò delicatamente il suo fazzoletto
sugli occhi, con un atto materno. E non seppe dire altro che la parola
che si dice agli sconsolati, a coloro cui è morto qualcuno:
--Non piangere, non piangere così...
Ma una suprema debolezza aveva atterrato Paolo Herz, sorgente da tutta
la sentimentalità quasi muliebre del suo spirito: egli piangeva come
un misero, come un bimbo, come una donna, preso, appena appena ogni
tanto, da un accesso virile di collera. La istessa pietà di Chérie che
egli intravvedeva vagamente, quasi senza intendere da chi venisse e
come e perchè, aumentava il suo irrefrenabile dolore.
--Ma non piangere, non piangere tanto, infine...--mormorava lei,
seguitando a comprendere poco e non sentendo che la compassione
semplice per un dolore grande e ignoto.
--Ah io sono infelice... un povero infelice... il più povero e il più
infelice uomo della terra... quello che non ha pane, che non ha tetto,
che chiede l'elemosina, nella via, è meno miserabile di me... io ho
perduto tutto... tutto è finito...
Chérie pensava, naturalmente. «Ma se ella non lo amava più, da tempo,
che cosa è dunque finito? chi ha tradito Paolo?» Però nulla ella
diceva, di ciò, intuendo un mistero dell'anima, che non poteva nè
misurare, nè apprezzare. Prono sul divano, singultando, Paolo
continuava a dire:
--Tutto è finito... tutto è finito.
. . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . .
Fu un pallido uomo, distratto, smemorato, senza volontà e senza forza,
quello che seguì Chérie, nel viaggio malinconico che essi intrapresero
a traverso l'Europa. Paolo Herz si lasciava condurre, di treno in
treno, di città in città, di albergo in albergo, come una creatura
inerte, incapace di reagire, poichè era incapace di agire. La loro
vita era singolarissima. Tutte le cose esterne del viaggio erano
regolate da un servo che prendeva gli ordini da Chérie, alla mattina:
e tutto si compiva, senza fretta, senza rumore, con la taciturnità e
la compostezza di persone che portano seco un malato. Egli, forse,
fisicamente, malato non era; ma tutte le corde dell'energia infrante,
spenta ogni iniziativa, il suo spirito era prostrato nell'invincibile
abbattimento, da cui non si risorge, salvo una crisi violenta. E niuna
cosa e niuna persona, più, poteva dare all'anima e ai sensi di Paolo
Herz la scossa che li doveva vivificare o uccidere. Egli si lasciava
condurre dappertutto, docile, obbediente, senza mai un atto di
ribellione, senza una parola di rifiuto: Chérie regolava la sua vita;
e come un fanciullo, come un malato, egli viveva secondo Chérie. Ma,
un fanciullo senza sorrisi e un malato senza speranze, obbediva alla
bellissima donna, dalla florida chioma bionda e dai begli occhi
azzurri: mai gli usciva dalle labbra una parola, che desse segno di
una sua risurrezione. In pubblico, veramente, egli non sembrava che un
uomo triste senza essere acerbamente addolorato, taciturno per sua
elezione, non tetro: egli accompagnava la donna nelle passeggiate, nei
teatri, nei pubblici ritrovi, correttissimo, smorto, parlando con lei
due o tre volte, in una serata. Non aveva neppure l'aria di annoiarsi:
aveva l'aria di vivere, senza vedere e senza sentire la vita.
Ma quando restavano soli, solissimi, in un vagone, in un salotto di
albergo, Chérie e Paolo, egli lasciava che la sua fisonomia esprimesse
tutta l'angoscia che premeva, perennemente, il suo cuore. Senza dir
verbo egli si abbandonava sovra una sedia, esausto dallo sforzo di
vivere: tutta la sua orribile miseria, lo mordeva, nella carne e nel
cuore; ed egli provava lo spasimo dell'irreparabile.
La donna non gli domandava nulla. Decisa a compire sino all'estremo il
suo ufficio d'infermiera ella restava le lunghe ore, accanto a lui,
silenziosa, vigile, seduta in una poltrona, così immobile e così
taciturna che egli dimenticava perfettamente la sua presenza. Ma ella
vegliava! Nel vagone, ella lo vedeva agitarsi, levarsi, aprire e
chiudere i cristalli, incapace di trovar pace, seguendo con occhio
smarrito la fuga delle campagne e dei villaggi, innanzi al treno,
guardando giù, con qualche cosa di disperato, nello sguardo.
Nell'albergo, ella lo vedeva inquieto, senza requie, andare e venire,
non potendo liberarsi del suo indicile tormento. Sino a tardi, essa
aspettava: poi si levava, andava, a lui, gli diceva, dandogli la mano:
--Buona notte.
Macchinalmente egli rispondeva:
--Buona notte.
Ironico augurio! Ella giovane, senza preoccupazione altro che quella
pietosa, per il suo amico, stanca del viaggio, si addormentava del suo
bel sonno senza sogni: egli combatteva ogni notte una battaglia con
l'insonnia. In quelle ore di solitudine, Paolo Herz era avvilito da un
profondo senso di degradazione. Il tradimento che aveva commesso, così
brutalmente, obbedendo al cieco istinto sensuale che si era avvolto
nella luce lusinghiera di un novello, giovane, fresco amore, questo
tradimento compiuto con entusiasmo fisico, con un delirio di tutto il
suo essere terreno, gli sembrava, ogni giorno più, una deturpazione,
una violazione del più prezioso tesoro che egli conservasse nel suo
cuore: il suo amore. Si sentiva vile, sporco, cinico, macchiato
dall'indelebile peccato della carne, simile a qualunque animale senza
intelletto e senza cuore; faceva orrore a se stesso.
Giacchè poteva Luisa Cima non averlo amato mai, o averlo abbandonato
crudelmente, dopo un breve capriccio; poteva egli essersi disperato di
questo abbandono, nelle lunghe cogitazioni delle sue ore solinghe;
poteva egli aver sentito la fine della sua esistenza di amante; ma
questo era un fatto fuor di sè, che egli subiva, che egli pativa, come
Gesù sofferse la Passione. In quella orrenda disperazione il _suo_
amore restava puro, schietto, alto: amore doloroso, amore straziato,
amore spasimante, ma senza peccato, senza decadenza, senza
degradazione. Luisa Cima aveva potuto togliergli la sola felicità
della corrispondenza amorosa, gli aveva levato il bacio e lo sguardo,
il sorriso e la parola: egli non aveva più un'amante, egli non era più
un amante: ma egli era un innamorato! Ciò che viveva nel suo cuore,
l'amore, era intangibile: la piccola donna dal viso appena roseo dagli
occhi neri, dolci e maliziosi, la perfida donna dai capelli neri,
morbidi, fini, lucidi, come se fossero bagnati, poteva infrangere
tutto, fare una rovina di tutto, ma non toccare l'amore nell'anima di
Paolo Herz. Oh quello era collocato in un posto sicuro, chiuso, messo
nell'arca santa che niun mortale può violare, nell'arca del pensiero e
del sentimento! Ella avrebbe potuto spezzare la fronte di Paolo Herz,
attraversargli il cuore con un pugnale, non vincere quell'idea e
quell'affetto. Questo orgoglio aveva sostenuto Paolo, nelle lotte
atroci contro l'abbandono: questa fierezza del suo amore, che era
_suo_, che niuno poteva levargli, mai, che niuno poteva nè offendere
nè ferire!
Ebbene, egli stesso, volontariamente, aveva aperto la porta del
tabernacolo, spezzata la santa reliquia e rovesciato l'altare: egli
aveva rinnegato non l'amore di Luisa Cima ma il suo: egli aveva
tradito, non Luisa Cima, ma se stesso: egli aveva disperso al vento,
per sempre, tutto il suo tesoro. Giammai più, giammai egli avrebbe
ritrovato la fermezza fiera, il candore appassionato, la nobiltà
ardente, la fedeltà incrollabile, che erano le virtù alte di questo
amore. Aveva tradito: aveva tradito. Le parole sacre della passione
che sono sacre, sol perchè dette nella sincerità e nella profondità di
questo sentimento, egli le aveva dette a un'altra mentendo: le sue
labbra avevano baciate, delirando di amore, quelle di un'altra donna,
e il suo delirio era falso, era un inganno dei sensi: egli si era dato
a una donna e aveva avuto una donna, ma _un'altra_! Il tradimento era
più brutto, più sporco, più laido, perchè compiuto così, non contro
l'amante, ma contro l'amore, non contro Luisa, ma contro sè. L'incanto
era spezzato; ogni santa magia era distrutta: ed egli era un essere
volgare e vile, un essere povero e infelice, una creatura senza
dignità e senza orgoglio, senza rifugio e senza conforto.
Oh notti atroci! Egli espiava, in quelle notti, la notte del suo
peccato: egli la espiava in tutte le forme, le più crudeli: egli si
odiava e si disprezzava: egli che si era creduto grande e puro,
innanzi alla perfida Luisa Cima, adesso si sentiva mille volte più
basso di lei. Le ragioni naturali della vita erano infrante: i legami
che uniscono l'uomo all'esistenza, la speranza nelle cose e negli
uomini, la fede in se stesso, erano sciolti, per sempre. Aveva
tradito! Possedeva una cosa bella, onesta, superba, e l'aveva
insultata e calpestata; da se stesso, aveva espulso dal suo cuore ogni
sorgente di tenerezza e di orgoglio e l'aveva contaminata. Traditore,
infedele, impuro, egli, in certi momenti, accostandosi allo specchio,
nel vedere il suo pallido viso, aveva ribrezzo!
Nelle atroci notti, oramai, una fatale convinzione si faceva posto nel
suo spirito. Come uomo, egli era distrutto: distrutto come amante. Mai
più, mai più avrebbe potuto accostarsi ad una donna, desiderandola,
volendola; l'idea di un simile fatto, gli metteva un terrore folle, la
crisi di un ferito che vede il ferro chirurgico. Due o tre volte,
ingenuamente, Chérie, che nel suo buon senso, credeva alle forze
semplici della vita, lo aveva guardato con gli occhi seduttori, con
gli occhi che invitavano: due o tre volte era stata provocante,
sperando di guarire così Paolo Herz. Ma aveva visto un tale sgomento
in lui, gli era parso così tremante, così pallido, che la donna, non
comprendendo più nulla, aveva chinato il capo, un po' umiliata, si era
ritirata nella sua stanza, tutta pensosa. Mai più, nessuna donna, dopo
Luisa Cima! e mai più, in sè, nessun amore, dopo che egli aveva così
ignobilmente tradito il suo. Eternamente solo, solo nel ricordo
dell'abbandono e solo con la testimonianza della propria turpitudine:
una solitudine senza decoro, senza serenità, senz'ombra di conforto.
Confortarsi in chi? In che cosa? Tutto era finito: tutto, anche
l'idealità sublime del suo amor solingo. Col tradimento, tutto era
finito.
Egli si levava da questi notti con gli occhi cavi e brucianti, con uno
smarrimento di coscienza, che lo faceva parer vaneggiante. Chérie lo
sogguardava, sempre più sorpresa. Adesso, non si parlavano più. Non si
davano neppure la mano. Egli cercava di isolarsi, assorbito dalla sua
fissazione sentimentale, uscendone solo per considerare Chérie con
spavento, poichè ella era stata la causa del tradimento. Ella
domandava a se stessa: «perchè gli faccio paura?» Ma non glielo
chiedeva, oramai intimidita e stanca. La infermità morale di Paolo
Herz sfuggiva a qualunque cura ella potesse tentare, e la poveretta
aveva finito per annoiarsi mortalmente e sovra tutto, per sentirsi
inutile e noiosa. Viaggiavano da quattro mesi, insieme: e il tentativo
era stato troppo lungo. Una sera, a Vienna, glielo disse:
--Paolo?
--Chérie?
--Non ti pare che sia meglio finire?
--Che cosa?
--Questo viaggio, insieme.
--Ah!... sì.
--Io vorrei restare, ancora, con te--ella aggiunse, gentilmente--ma
non serve a nulla.
--Non serve a nulla.
--Me ne vado, allora, Paolo?
--Sì.
--Tu resti?
--Non so.
--Che farai?
--Non so.
--Vuoi che io resti, Paolo?
--No.
--Trovi che ho torto? Che faccio male?
--No, Chérie: tu hai ragione e fai benissimo.
--Mi serbi rancore?
--No: non ti serbo rancore.
--Mi vuoi bene, un poco, allora?--disse ella, scioccamente.
Egli rabbrividì: tremò. E disse:
--No, niente.
Così, si lasciarono.
Dissidio.
--Dunque, mi amate?--ella domandò.
--Io vi amo. E voi?--egli chiese.
--Anche io vi amo.
Ma perchè non erano felici, dopo quella confessione? Perchè quella
permanente nube di tristezza in entrambi?
--Avete molto tardato a dirmelo--ella soggiunse.
--Moltissimo. Anche voi, del resto.
--Anche io--ella replicò.--Perchè tardaste tanto?
--Perchè non ero perfettamente certo di amarvi: e non volevo ingannare
nè me, nè voi.
--Dubitavate? Non vi piacevo, io, forse?--ella disse.
--Mi piacevate e mi piacete immensamente. I vostri occhi così vivaci e
tanto spesso pieni di malinconia, la vostra bocca sempre così fresca e
dove il sorriso assume tante forme novelle e bizzarre, mi attirano
irresistibilmente: io adoro le vostre perfette mani e quando immagino
che esse possano passare sui miei capelli, con una lenta carezza,
fremo di un lungo brivido: tutta la vostra persona esercita su me il
fascino, che non si vince, dei corpi giovani e belli, fatti per
l'amore...
--Ebbene?
--Ebbene, tutto ciò, talvolta, non esiste più. Vengono giorni, vengono
periodi, in cui non mi piacete punto. Nè lo sguardo vostro, nè il
vostro riso arrivano sino a me; mi sembrano pallidi, smorti, o, forse,
io non li sento, sono diventato sordo e cieco alla loro espressione.
La vostra persona mi pare quella di un manichino e non la bella forma
di una creatura umana. In questi periodi, io potrei stare vicino a
voi, voi sola con me, lontani ambedue da ogni rumore, da ogni
fastidio, in quella compagnia, infine, che ogni amante ardentemente
desidera e io non vi prenderei una mano per baciarla, non vi direi una
parola d'amore...
--È strano... è strano...--ella mormorò.
--Vi è di peggio. Debbo io dire anche il peggio? Non vi offendete,
voi?
--Non mi offendo. Dite.
--Càpitano dei periodi anche peggiori. Sono quelli in cui tutto in voi
mi dispiace. Dopo la indifferenza, un senso di disgusto, d'irritazione
tutta fisica. I vostri occhi mi sembrano sfrontati, perversi, sempre
duri, come se giammai vena di dolcezza li possa attraversare; la
vostra bocca ha qualche cosa di odioso, di sovranamente antipatico,
nel parlare, nel sorridere; ogni vostro movimento mi sembra volubile o
goffo; e tutta voi, per me, mancate di armonia, siete una dissonanza,
urtate i miei nervi e vi debbo fuggire, se non voglio essere
maleducato, villano con voi.
--Così?
--Così.
--E poi?
--Poi, non so come, giacchè la transizione mi sfugge, viene il giorno,
viene l'ora in cui voi, a un tratto, mi riapparite in tutta la vostra
seduzione. Sarà, forse, un vestito che vi va bene; un significato più
tenero degli occhi; qualche cosa di più mite nel sorriso; una posa più
stanca, più abbandonata del vostro bel corpo; un tocco fuggevole della
vostra cara mano nella mia... non so! Allora l'antica incantatrice mi
prende, mi riprendo ed io sono suo.
--Solo per questo non eravate certo di amarmi?
--Anche per altre ragioni.
--Vi ascolto.
--Non vi rattristeranno, esse?
--Sì: ma non importa.
--L'istesso fenomeno del mondo fisico, fra me e voi, si è sempre
riprodotto nel mondo morale. Vi ho ammirata sempre, lo sapete, perchè
il vostro carattere ha qualche cosa di assolutamente personale, perchè
sotto il vivido sfavillare dello spirito, ho ritrovato un senso equo
della vita, perchè a traverso gli erramenti naturali del cuore, il
vostro onore mi è parso buono e perchè in mezzo a tutte le inevitabili
influenze di corruzione, avete tanta ingenuità infantile. Ciò è così
nuovo in una donna moderna ed è così inaspettato, in voi, che sono
stato e sono innamorato della vostra anima...
--Ma non sempre innamorato?
--Non sempre! Ciò che voi dite, in certi momenti, mi pare senza colore
e senza sapore, come il cinguettìo di un uccellino senza cervello e io
mi domando, se dietro la vostra bianca fronte, havvi veramente un
pensiero. Mi sembra che il vostro spirito sia quello comune a
qualunque altra donna, senza intelligenza: e che la vostra bontà sia
quella debolezza naturale del cuore muliebre, quella volgare impotenza
a odiare, a fare il male, che si scambia tante volte, fallacemente,
con la bontà. La vostra sentimentalità mi pare insipida e la vostra
ingenuità mi fa l'effetto di una puerilità scema...
--Triste!
--Non basta. Dopo ciò arriva, costantemente il periodo della
irritazione morale. Allora, sì, allora non solo dubito di amarvi, ma
sento che mi diventate così odiosa, che tutto il mio cuore si solleva,
si ribella contro di voi. Vi ritengo per una donna completamente
falsa, in ogni vostra manifestazione. Fredda, se avete l'aria
appassionata; ipocrita, se avete l'aspetto sentimentale; maligna, se
scherzate; sleale, se vi abbandonate a delle confidenze; e sovra tutto
bugiarda, bugiarda nelle prove di bontà, bugiarda nelle espressioni di
equità, bugiarda nella ingenuità, bugiarda nella tenerezza, incapace,
incapace di una verità, mai!
--E poi? E poi?
--Improvvisamente il suono della vostra voce, dicente una parola; una
lettera scritta da voi ad altri e che io leggo per caso; l'aver
conosciuto lo scopo di una vostra passeggiata, di una vostra, visita;
il velo delle lacrime nei vostri begli occhi; la morte del sorriso
sulle vostre labbra; una impressione simile, un fatto vago e
fuggevole, mi ridanno, intiera, tutta la malìa che la vostra anima
esercita su me...
--Ma, allora, in tanta incertezza, come siete giunto a credere che mi
amate?
--Sentite. Voi sapete che io ho un carattere sentimentale e un
temperamento amoroso. L'amore, così, è stato il grande affare della
mia vita. Io ho amato varie volte e con entusiasmo, con profondità. Le
donne che ebbero tutto me stesso, mi meritavano, non mi meritavano,
erano, sovra tutto, degne di tanto amore, io non lo so! So che mi
detti ad esse e all'amore, con trasporto. Ebbene, a traverso a questa
dedizione della mia persona, dei miei pensieri, dei miei sentimenti,
io ho scorto, in un cantuccio del mio spirito, un pensiero solitario,
talvolta latente, ma costante: il pensiero di voi. Non già che vi
amassi, mentre ne amavo un'altra. No. Ma mi occupavo di voi, ma vi
seguivo in tutte le evoluzioni della vostra vita, ma nulla di quello
che facevate voi, mi era indifferente. Andando a un convegno d'amore,
desideratissimo, se v'incontravo, mi distraevo subito, non per molto,
ma mi distraevo: tornando da un convegno d'amore, tranquillo, felice e
stanco, se vi rivedevo, per la via, tutto il mio essere aveva una
vibrazione. Quando mai mi siete escita di mente? Una curiosità
costante di voi, dei vostri fatti, della vostra esistenza ha
accompagnato tutti i miei ardori per altre donne, io ho delirato di
amore e di dolore, ma non sono mai stato infedele a questo pensiero, a
questa curiosità. E se il criterio dell'amore è un abbandono assoluto,
incondizionato, se bisogna donarsi tutto, se il lasciare anche una
piccola parte di se stesso, è una infedeltà, io ho tradito tutte le
donne che ho amate, per voi.
--Per questo soltanto, avete avuto la certezza che mi amavate?
--Non soltanto! Il vostro cuore ha avuto le sue ore di passione, non è
vero?
--Sì--ella disse.
--Ne ha avute anche di aberrazione?
--... Sì.