undici di sera, egli ebbe quasi sempre la allucinazione fresca e
fiammante, insieme, della persona di Chérie. Ora pareva che lo
guardassero quei grandi occhi azzurri, dalla cornea non bianca, tutta
a riflessi azzurri, dalle ombre azzurre, sotto le palpebre: e gli
sembravano un mare di dolcezza, senza nessuna velatura di malizia, di
perfidia, di quelle malaugurate cose odiose, che tante volte
appariscono, spesso involontariamente, negli altri occhi femminili.
Ora pareva che, innanzi a sè, si muovesse l'alta persona un po' troppo
alta, ma così veramente flessuosa: e l'innamoratissimo pensava che,
Chérie, quando era sdraiata sul gran divano, sembrava più piccola, pur
conservando la grazia e la nobiltà della sua figura. Talvolta, in una
allucinazione anche più palpabile, sotto i suoi occhi, a breve
distanza, gli sembrava che apparissero e sparissero quelle mani
bianche dalle dita troppo cariche di pietre preziose, dalle vene di
una delicata tinta fra l'azzurro e il violaceo, dove vi fosse anche
del grigio: e più ancora, più ancora, egli ebbe, due o tre volte, la
sensazione di quel bacio, di quel solo bacio, che egli aveva dato
sulla bella bocca e dalla quale lo aveva ricevuto, trovandovi il senso
fuggevole, ma profondo di un aroma misterioso. Egli si sorprese, o
piuttosto non si sorprese punto, anzi si dilettò a pronunziare spesso
il nome della diletta, con lentezza e con passione, con una costante
espressione di desiderio e d'invocazione:
--Chérie, Chérie, Chérie!
Egli andò in una trattoria di prim'ordine, verso le otto; e si ordinò
un pranzo squisito. Aveva un grande appetito, egli che non mangiava da
tanto tempo che per cibarsi: gli amici si accostarono a lui, scambiò
saluti, parole, scherzi con tutti: offrì del _kummel_, delle
sigarette. Rise molto.
Ma temendo di sospingere troppo l'ebrezza che lo teneva dal
pomeriggio, non volle bere vino e liquori: viceversa, fumò molto,
cercando addormentar l'impazienza dei suoi nervi, volendo dimenticare
l'ora del convegno, per ricordarla, ad un tratto, quando fosse
prossima, con immensa delizia. Innamoratissimo, anche quando uscì nel
freddo e nell'ombra della via e rientrò nella sua casa deserta: egli
ardeva di passione, come un giovanotto ventenne al suo primo convegno
d'amore e si andò a guardare nello specchio, per vedere se era
abbastanza bello per quella bellissima donna.
Due ore ancora, lo dividevano dal convegno di Chérie. Egli aveva già
fatto per le vie dei giri rapidi e lieti, incantato della serata di
autunno, seguendo con lo sguardo le donne che passavano, udendo con
delizia dei piccoli brani di colloqui d'amore, da qualche coppia che
passava. Era il momento in cui tutti si recavano ai teatri, ai caffè,
ai ritrovi serali: e gli pareva di scorgere, a Paolo Herz, nel volto
di tutti quanti, come un desiderio intenso e frettoloso, un pallor
d'ansietà, la voglia di arrivar presto dove era il proprio amore, il
proprio vizio, la propria consuetudine. Egli stesso, ogni tanto,
fremeva d'impazienza: ma era una impazienza voluttuosa e tranquilla,
insieme; qualche cosa di profondamente desideroso, ma di placido nella
certezza della imminente soddisfazione. Pure, quell'andare per le vie,
tutto solo e rapido nella sua estasi, a un certo punto gli spiacque.
Temette che quell'ardore giovanile onde vibravano gaiamente le sue
vene, svanisse al contatto troppo prolungato dell'aria notturna: egli
voleva conservare, intatta, tutta la rinnovata fiamma messagli nel
sangue, nei nervi, nel cuore da Chérie. Rientrò a casa sua; avrebbe
aspettato, sdraiato, tentando di leggere--avrebbe potuto
leggere?--tentando di sognare--oh, avrebbe certo sognato!--sino
all'ora di recarsi direttamente dalla bella e ammaliante donna.
Subito, in casa, fece accendere dal suo servo tutti i lumi: non amava
le penombre, quel suo rigoglio di vita: aveva necessità di chiarore
largo, di visioni nitide e precise. Si gittò in una poltrona, prese un
libro: ma i suoi occhi s'immobilizzarono sovra le righe nere, senza
intenderle: e ancora la snella figura vestita di bianco gli riapparve
nell'aureola bionda e scintillante dei suoi capelli arruffati di
bimba, col collo un po' gracile fra i merletti della vestaglia e il
passo ritmico, ondeggiante senza rumore.
--Chérie, Chérie--egli mormorò in preda a uno struggimento di
tenerezza.
E immediatamente un ricordo lo colpì. Questo innamoramento così
improvviso e completo, questo vivido abbandono dello spirito, e questo
ardore dei sensi, egli l'avea provato un'altra volta. Aveva venti anni
allora, e una giovinezza appena sfiorata da certi amoretti fugaci, da
certi capricci molto intensi, ma molto brevi. Una bellissima donna gli
era apparsa, allora: ma quasi vicina ai quarant'anni, espertissima
della vita e delle sue passioni, ella aveva guardato con indulgenza,
niente altro, il trasporto amoroso di Paolo Herz. In verità egli aveva
delirato per questa donna, più vecchia di lui di circa venti anni;
egli si era rotolato sul letto, singhiozzando e mordendo i cuscini nel
dolore dell'amore non corrisposto; egli aveva voluto morire, perchè
Beatrice Somma non voleva amarlo. Infine un giorno la bella donna si
decise: fu per pietà, fu per lassezza di combattere, fu perchè il suo
cuore aveva subito un estremo assalto di tenerezza?
Chi sa! Ella disse di sì. Si rammentava bene, Paolo Herz, che ebbrezza
era stata la sua, noi giorno del primo appuntamento, e come egli aveva
avuto la febbre vorace dell'impazienza, spezzando il suo orologio,
andando per le vie come folle. Poi... che era accaduto, poi? In un
momento di maggiore impeto d'amore, donna Beatrice gli aveva detto,
malinconicamente:
--Non giurare, non giurare: verrà giorno in cui non saprai se io sia
morta o viva.
Lo sapeva egli, forse, se donna Beatrice Somma fosse morta o viva? La
sua passione, soddisfatta, era durata assai poco: ella l'aveva veduta
finire, con viso calmo in apparenza, ma forse straziata da questo
ultimo errore che aveva commesso. Era partita donna Beatrice; sparita.
Morta o viva? Aveva delirato per lei: per lei aveva desiderato la
morte: ma non ne sapeva nulla.
Questo inaspettato ricordo gli fu increscioso. Malgrado la pienezza
dell'entusiasmo amoroso che aveva per Chérie, vi era in un cantuccio
del suo spirito un segreto terrore che questo entusiasmo si diminuisse
o svanisse, per qualche ragione misteriosa, per qualche insidia. Aveva
paura di un'insidia, che gli togliesse quel vivace germoglio di
tenerezza, quel fiore di simpatia irresistibile, quell'ampiezza di
vita morale e fisica che lo esaltava, da varie ore. Scacciò la
immagine di donna Beatrice Somma, quasi con un atto meccanico,
passandosi le dita sulla fronte si raccolse un momento e tutta la
scena del pomeriggio, con Chérie, gli riapparve, da quel sorriso buono
e amichevole dell'entrata, fino a quel bacio varie volte conteso e
infine concesso; da quelle vaghe parole di conforto, che ella gli
aveva detto con una voce così ammaliante, sino a quel sì, che
consentiva, e che era stato un alito, più che una parola. Subito,
riarse del trasporto più violento, con un'allucinazione amorosa
replicata e sempre più nitida: e maledisse l'ora che non fuggiva
abbastanza presto, consumando, invece, in lui, tutto questo
entusiasmo.
--Chérie, Chérie, Chérie--andava dicendo, per la casa, mentre
riprendeva i guanti e il bastone, mentre si rimetteva il soprabito.
Andò a piedi, piano. La città, adesso, era molto meno popolata: tutti
erano nei teatri, e nei ritrovi, quelli che facevano ora tarda: e
quelli che rientravano presto, erano rientrati. Nella via, a capo
basso, egli pensava alla imminente notte di amore che andava a
ritrovare, lassù, presso una creatura squisita nel piacere e
nell'amore, così bella e così fine: così buona nel fondo del suo
carattere e così inconscia del male che commetteva. Un batticuore gli
cresceva nel petto: così nel giorno in cui era andato da donna
Beatrice Somma e che rimproverato dolcemente da costei, che fosse più
tardi del convenuto, egli aveva infranto il suo orologio, sotto il
piede rabbioso! Lo stesso palpito: e dopo, non aveva egli desiderato,
tenacemente, che nessun orologio esistesse più, perchè donna Beatrice
non conoscesse mai l'ora, mai più, e non si accorgesse dei suoi
continui ritardi? Che fastidiose memorie!
Il villino di Chérie era immerso nell'ombra: egli suonò il campanello
del cancello: esso si schiuse, senza che nessuno comparisse ad
aprirlo. Cautamente egli camminò sul terreno del viale: palpitava,
d'ansietà. Nessuno, nell'immensa anticamera vuota: egli lasciò il
cappello e il soprabito e penetrò nel salone, pieno di tenui penombre.
Chérie era sdraiata sullo stesso largo divano, come al mattino: era
tutta vestita di nero, di una seta molle e opaca, una vestaglia a
forma di tunica, le cui ampie maniche si rovesciavano, lasciando le
braccia nude sino alle spalle. Non un anello nelle perfette mani,
incrociate dietro la testa. Ella lo salutò, egli era pallidissimo:
pallidissimo.
VII.
Chérie dormiva, fra la bionda aureola dei suoi capelli, un po' diffusi
sul guanciale: la lampada veneziana, presa da un palazzo ducale,
ardeva ancora nei suoi foschi vetri di un verde oscuro, quando già il
sole era alto. Dormiva, quietamente, con la bocca un po' schiusa e
umida, sui denti bianchi e brillanti. In piedi, presso il gran letto a
colonne, nello stile di Enrico II, Paolo la guardava dormire. Forse la
luce verde dava riflessi lividi a quel volto di uomo, o pure egli era
livido? Ella sorrise, nel sonno: mosse lievemente la testa, come se
volesse parlare ed egli si chinò su lei, quasi a raccogliere il
segreto di quel sogno. Ma, subito, si rigettò indietro: aveva
trasalito, come ad un avvertimento interiore. Stava da tempo così: non
osava svegliare la placida dormiente, tutta rosea nel suo sonno
giovanile, spirante la leggiadrìa delle creature fatte per l'amore e a
cui l'amore dà tanto fascino. Ma quell'ombra, quella luce verdastra,
quei grandi mobili austeri fra cui la bionda amava di vivere, come a
contrasto di quella sua beltà fresca e vivida, lo opprimevano: fuori
vi era la luce, vi era il sole ed egli si sentiva soffocare. Due o tre
volte, aspettando che ella si svegliasse, gli era venuta una voglia
frenetica di fuggire. Scappar via, solo, scappare lontano, andare a
gittarsi in un posto deserto, fuori dei viventi, lontano da Chérie,
non volendola vedere più, non osando sostenere il suo sguardo! Questo
progetto folle e ardente lo riarse, due o tre volte; ma una volontà
fuori di lui, almeno egli credeva fuori di lui, lo teneva inchiodato,
nella calante mattinata, di fronte a quel letto, innanzi a quella
bella donna profondamente presa dal sonno. Che avrebbe detto, ella,
trovandosi sola allo svegliarsi? Avrebbe forse creduto a una villania
o ad una pazzia? Avrebbe ella supposto che egli fosse andato a
uccidersi? Così, egli pensava: e restava, inchiodato, immobile,
incapace di dare le spalle a quel caro volto fresco, a quei capelli
biondi, sparsi sulla batista dell'origliere; restava, vinto egualmente
dal ribrezzo di sè, dalla paura, dalla pietà. A un tratto, l'idea di
parlare con Chérie, di dirle qualche cosa, gli fu insopportabile;
fissava con occhio attento quella bocca bella socchiusa, da cui
sarebbero uscite, forse fra un minuto, le parole di saluto, di
interrogazione, a cui avrebbe dovuto rispondere ed ebbe un moto di
orrore. Facendo uno sforzo supremo, si voltò, per andarsene, ma urtò
in un mobile, qualche cosa tintinnò, Chérie si risvegliò, subito,
levando la testa:
--Paolo? Paolo?
Egli si riaccostò al letto, senza rispondere. In silenzio, ella si
sollevò sul letto, gli gittò le braccia al collo e con una carezza
tutta gentilezza, mise la sua guancia presso alla sua.
--Che fai?--gridò Paolo non sapendo reprimere un brivido di terrore,
ma non osando respingerla.
--Ti amo, questo faccio--ella disse, non accorgendosi ancora di
nulla--Ho dormito troppe ore...
--Hai sognato?--egli domandò, con una voce strana.
--No: non sogno mai. E tu?
--Non ho dormito, io.
--Allora, tu mi ami di più. Che vergogna per me!
E rise, di un bel riso sonoro. Egli non potette neppure sorridere.
Ella chiese:
--Che hai?
Ma nello stesso tempo, ancora, pose infantilmente la sua guancia
presso quella di Paolo: questa volta, egli si rigettò indietro. Una
espressione di pena sfiorò il volto di Chérie: ella spalancò i larghi
occhi azzurri, interrogando:
--Perdonami--disse Paolo, con una subitanea tenerezza--perdonami... è
quel gesto...
Si fermò, sentendo che stava per dire tutto.
--Che gesto?
--Nulla, nulla.
--Mi vuoi bene?
--Sì.
--Molto?
--Immensamente.
--Fino a quando?
--Fino a... sempre!
Ma la voce di lui era monotona, come fosse stata per sempre privata di
espressione; e parlava a occhi bassi.
--Apri un poco, perchè io veda la tua faccia--ella chiese, con un
lieve sospetto.
--No--egli rispose, immediatamente.
--Vuoi restare all'oscuro?
--Sì, sì.
--Il sole ti piaceva una volta, mi ricordo.
--Non ora, più. L'ombra è amica.
--Tu sei triste, Paolo.
--Un poco.
--E perchè, dunque?
--Forse, perchè sono stato troppo felice--egli rispose, in tono
enigmatico.
Ma Chérie credette solo al senso amoroso della frase e fece un moto di
soddisfazione.
--Avevi dimenticato la felicità?
--Oh sì!--gridò lui, con accento desolato.
--E adesso, adesso--interrogò Chérie, con ansietà.
Egli non rispose.
--Apri la finestra--chiese lei, di nuovo, curiosa di scorgere bene il
volto del suo novello amante.
--No, Chérie, per amor di Dio, non apriamo! La luce mi farebbe morire.
Vi era tanta desolazione paurosa, in questa esclamazione, che Chérie
si turbò.
--Spegniamo anche la lampada, allora--ella suggerì, cedendo alla
strana emozione di Paolo.
E toccando un bottone, nascosto dietro la cortina di lampasso del
letto, la lampada si spense. Ombra perfetta. Stavano, così: egli in
piedi, presso la sponda del letto: ella, sollevata sui cuscini,
tenendogli le braccia al collo, ma senza stringerlo, senza toccare il
suo volto.
--Sei contento, ora?--ella domandò, pianissimo.
--Sono tranquillo.
Un profondo silenzio regnava in quella stanza, piena di tenebre; si
udivano i due respiri, quello di Chérie calmo, eguale, lieve come
quello di un fanciullo, quello di Paolo Herz più forte, un po'
affannoso, talvolta.
--Ti do noia, così--ella chiese dopo qualche tempo, sembrandole che
Paolo avesse il petto oppresso.
--No, cara.
--Mi vuoi bene?
--Sì, cara.
--Ripeti: Chérie, io ti adoro.
--Chérie, io ti adoro.
--Ed è vero? è vero?
Nessuna risposta.
--Paolo?
--Amore?
--Rispondi, dunque!
--A che?
--Ti avevo chiesto, se era vero che mi adorassi.
--Non avevo udito--disse Paolo, con voce anche più sorda.
La donna disciolse il cerchio delle sue braccia, mutamente e ricadde
sul letto. Pian piano, nell'ombra egli ne cercò una mano, che giaceva
abbandonata sul letto: la strinse, la trovò fredda. Allora cadde in
ginocchio, avanti a quel letto, col capo nascosto fra le coltri,
singhiozzando senza versare una lacrima, gridando, convulso:
--Ah Chérie, perdonami, perdonami, io soffro tanto, io soffro, io
soffro!
E prostrato, con le braccia buttate sul letto, stringendo nervosamente
quella mano che si era fatta gelida, con la bocca contro la stoffa
della coltre, egli continuò a gemere, a gridare, confusamente, il suo
ignoto dolore. Ella non gli disse nulla: aveva distesa l'altra mano e
gli carezzava i capelli, così, come a un bimbo che gridi per un male,
a cui non vi è rimedio.
--Chérie, Chérie, perdonami, consolami, sono un infelice, sono un
miserabile!--seguitava lui, singultando aridamente, battendo la testa
sul letto.
--Poveretto, poveretto--disse lei, con un tono vago di pietà, con la
sua affascinante voce di canto--Che hai?
--Ho male, ho male, soffro, Chérie soffro come se morissi e come se
non potessi morire...
--Dimmi che hai... dimmelo...
--Tanto male, tanto male... Non puoi sapere, Chérie... che male, qui,
dentro di me, che mi soffoca...
--Non puoi dirmi il tuo male? Non posso io consolarti, guarirti?
--Vorrei... vorrei che tu potessi!--egli gridò, non osando più
nascondere il suo segreto.
--Ma non posso, è vero? Non posso guarirti?--ella chiese, con un po'
di malinconia nella cara voce armoniosa.
--L'ho sperato! L'ho sperato...--e pronunziò la frase, la prima volta
con un'aspirazione, la seconda con una delusione immensa.
--Dimmi il tuo male, dimmelo--ella mormorò, insistendo, con molta
dolcezza, con una certa tristezza.
--Non me lo domandare! Paolo esclamò, con tono di sbigottimento, quasi
che l'idea di rivelare la segreta miseria della sua vita gli facesse
orrore.
--Non è per curiosità--ella soggiunse, piano. Ti assicuro che non è
per curiosità. È per interesse... di te...--e finendo queste parole,
leggermente, la voce le tremò.
--Chérie, Chérie, quanto sei buona! Ma non dimandare, te ne prego!
--Forse... ti farebbe bene...
--No, no, lasciami soffrire, così senza conforto, non ne merito, non
ne sono degno... tu sei una persona buona, semplice...
--E scema--ella completò, fra l'ironia e la tristezza.
--... io sono un essere malato... cattivo... laido...--egli continuò,
con voce sdegnata, quasi parlasse a se stesso e non rispondesse più a
lei.
Chérie non rispose. Di nuovo la sua mano si arrestò sui capelli di
Paolo Herz, con una carezza fugace. Lo sentì trasalire,
allontanandosi. Allora, subito, ella gli disse, con intonazione
freddissima:
--Te ne prego, Paolo, apri quella finestra.
Egli obbedì, subito. Tutta la gaia luce meridiana entrò nell'austera
stanza e la riempì di pulviscolo d'oro. Qual viso era quello di Paolo!
Pallido di un pallore terreo e con gli occhi rossi e le tempie rosse,
come se invece di lacrime, fosse salita colà un'onda di sangue, con lo
sguardo torbido e smarrito, tutti i suoi anni parean passati dalla
bella virilità, all'accasciamento e allo sconforto di un'età più
lontana. Chérie, sgomenta, si ricordò il bel volto fine un po'
consumato, ma leggiadro, ma arso dalla fiamma di una giovanile
passione, che ella aveva veduto la sera innanzi. Una notte, dunque,
aveva fatto quel cangiamento? Una notte. Egli la guardava, come
perduto.
--Va di là--gli disse lei--va in salone. Aspettami.
Gli aveva parlato con più dolcezza, ora: ma sempre come se comandasse.
Senza rispondere, egli volse le spalle ed uscì.
Quando fu solo, fra le piante verdi dalle larghe foglie, di quel
salone che era anche una serra, fra quelle sete ricamate di fiori
esotici e di animali favolosi, fra quei vasi alti e sottili ove si
elevavano dei fiori dal lungo stelo, fra quei mobili molli e profondi,
dove pareva così soave sdraiarsi e non pensare, sognare e non dormire,
in una luce temperata, ma limpida, coi rumori della città che
giungevano assordati, ma giungevano, solo, come indifeso contro il
mondo, come con l'anima dolorosa nuda innanzi agli occhi della gente,
Paolo Herz ebbe un altro impeto di disperazione, un accesso di follia.
Caduto sovra una poltrona, con la faccia fra le mani, tutto il suo
essere sentimentale, si contorceva di spasimo e interrotti lamenti
escivano dalle sue labbra. La luce, l'aria, la beltà e la pace delle
cose intorno, pareva che lo irridessero, che l'offendessero: ed egli
si copriva gli occhi per non vedere, si copriva il volto per non farsi
vedere. Da chi? Dalla luce, dall'aria, dalle belle e pacifiche cose
che lo circondavano. Un bisogno novello, istintivo, di fuggire, come
un animale sanguinante, in una tana profonda e sconosciuta lo assalse.
L'ora passava, _ella_ sarebbe venuta, adesso: non era più notte: ella
avrebbe veduto la sua figura sconvolta: ella avrebbe udito ancora gli
urli della sua inesprimibile disperazione.
Ma mentre gli tumultuava dentro il desiderio della fuga, di una fuga
lunga, senza termine, la sua volontà mancava di qualunque forza: si
sentiva fiacco: si sentiva, meccanicamente, dominato dall'ordine di
Chérie:
--Ella mi ha detto: aspettami--pensava, con un pensiero che si
manteneva estraneo a tutto l'altro movimento della sua anima.
E aspettava. Ella apparve dopo qualche tempo. Aveva indossato un suo
vestito di seta a righe minute bianche e nere, di un taglio assai
succinto: e i biondi capelli erano raccolti in un grosso nodo
ricciuto, a metà testa, traversati da due spilloni d'oro matto. Ella
aveva sempre lo stesso volto sereno e giovanile, ma guardandolo bene,
non so quale nova fermezza vi si leggea. Ella andò a lui, gli si
sedette dappresso, ma non vicinissima e gli parlò:
--Paolo?
--Chérie?
--Sei più tranquillo, ora?
--Sì.
--Vuoi ascoltarmi? Puoi?
--Sì, sì.
--Tu sei malato, Paolo: tu dicevi il vero, ieri: sei molto malato.
--Molto, molto, molto--diss'egli, con un'insistenza di voce e di
espressione, guardandola coi suoi occhi smarriti.
--Vuoi tentare di guarire? Vuoi?--gli domandò lei, con la sua voce
cantante e seduttrice.
--Oh non è possibile, non è possibile!
--Tentare, soltanto?
--Oh Chérie, non mettermi alla disperazione!
--Tentare... tentare...
--E come? Come?
--Partiamo insieme--ella le disse, levando il bel viso florido e
guardandolo coi suoi grandi occhi nuotanti nell'azzurro.
--Partire, per dove?
--Dovunque, lontano... partire...
--Partire, come, quando?
--Oggi, fra poche ore, insieme.
--Chérie, Chérie, è impossibile!--egli esclamò, dolorosamente.
--Perchè, impossibile? Chi vuol partire, parte!
--Chérie!
--Non sei libero?
--Sì sono libero.
--Non hai tu denaro?
--Sì, sì, ho del denaro.
--Hai qualche obbligo, qualche legame?
--No, nessuno.
--Niente ti vincola?
--Niente.
--Ebbene, parti con me.
--Chérie, Chérie...--gridò lui, come se tutto il suo essere
spasimasse.
--Parti con me--ripetette lei, lentamente, con una suggestione
continua,--Andremo molto lontano... viaggeremo presto... viaggeremo
assai... vedrai tanto mondo diverso... dimenticherai...
--Io porto il mio male in me--soggiunse Paolo, con voce sorda.
--Partiamo, partiamo...--riprese lei, quasi non avesse udito.
--Vuoi tu viaggiare con un agonizzante?
--Non importa--ella rispose, crollando il capo.--Vieni via, Paolo, ti
sentirai meglio, il tuo male avrà una pausa.
--Dove, che questo interno tormento non vi sia? Conosci tu questo
paese?
--Paolo, io sono una persona che ti vuol bene, non so tante cose. Ti
dico, solo: andiamo via. Vedrai... sarò una buona compagna di
viaggio... mi fermerò, dove a te piacerà restare... andremo via dai
paesi che non ti piacciono... vieni via.
--Qual triste viaggio di nozze tu mi proponi, o Chérie!
--Perchè, triste?
--Perchè lo sposo è morente!
--Morente, di che?
--Di tutto, Chérie.
--Anche di amore?--e lo fissò, negli occhi.
--Anche di amore.--egli rispose, a capo basso.
Ella impallidì un poco: ma si rimise subito.
--Io sarò un'anima tenera per te, Paolo.
--Non ti prendere questo duro incarico, povera creatura; lasciami al
mio destino.
--No, no, ti voglio bene, mi sei sempre piaciuto... tentiamo questa
salvazione, Paolo...
--Un lugubre compagno di viaggio, Chérie...
--Dimenticherai, dimenticherai...--ella disse, con la sua intonazione
malinconiosa, che dava tanto fascino alle sue parole.
--Non dimenticherò, mai--egli dichiarò, aprendo le braccia, con un
gesto definitivo.
--Tutto si dimentica--disse Chérie, semplicemente.
--Io non posso.
--Tenta.
--Ho tentato... lo sai... ho tentato--egli disse, con una umiliazione
atroce di tutto il suo essere.
--Ebbene?
--Non mi domandare, Chérie! Ella tacque, un poco. Ma poi,
ostinatamente, ritornò al suo quieto assalto.
--Partiamo oggi, Paolo.
--No.
--Senti, è meglio che partiamo. Che farai tu, qui?
Egli la guardò, smarrito.
--Che farai questa sera, oggi, domani? Dove andrai? In che posto
troverai refrigerio, distrazione, obblìo? Chi ti consolerà?
--Dio! egli esclamò, convulso.
--Senti, vieni via. Fuggi questo paese; fuggi coloro che conosci;
fuggi ogni ricordo; fuggi ogni cosa. Oh Paolo, io sono una povera
persona sciocca, ma io so, questi dolori che cosa sono, io comprendo,
così, che tu sei un infelice, un miserabile... Ne ho visti degli
altri... non vi è che partire...
--Gli altri, gli altri! Felici gli altri!
--Sarai felice ancora; vedrai. Ma parti. Solo, qui, non puoi restare.
--Solo? Tu andresti via?
--Si--diss'ella, voltando il viso.--Ho voglia di espatriare.
--Anche tu soffri? Anche tu, poveretta? È possibile?