--Quanto ho sofferto, sempre, in queste ore, che gelosia continua,

profonda, sanguinante, ho avuto di voi e della persona che amavate!

Che tormento lungo e sottile, ad ogni nuovo sospetto, a ogni nuova

induzione! Che spasimo segreto, non tanto segreto, però, che non ve ne

accorgeste, voi! Dite, ve ne siete accorta?

--Sempre. Ogni volta che ero prossima ad amare qualcuno, l'idea che

voi ne avreste sofferto, mi ha turbato molto: qualche volta, vedete,

ho rinunciato, perchè sentivo tutta la vostra gelosia.

--Atroce! V'intendevo, io, quando stavate per commettere un altro

errore e venivo da voi, e vi parlavo, vi rammentate, vi maltrattavo,

talvolta! Ciò vi fermava, lo so. Ma quella volta, quella volta fatale,

nulla vi arrestò, nulla poteva arrestarvi ed io che vi amava, forse,

dovetti assistere alla vostra caduta. Che orribile cosa, che notti ho

trascorse, con questo cruccio nell'anima, vedendovi avvilita, perduta,

disonorata, non solo agli occhi del pubblico, che non sarebbe di prima

importanza, ma agli occhi miei, agli occhi vostri! Questo, è amore.

*

* *

--Voi, dunque, mi amate?--ella domandò ancora.

--Sì. E voi?

--Vi amo.

--Da molto tempo, è vero?--egli chiese.

--Da moltissimo tempo.

--Perchè non me lo avete mai detto?

--Perchè voi siete voi e non un altro.

--Come?

--Ho avuto paura di voi.

--Paura?

--Sì: ho temuto assai di non rendervi felice nell'amore, di non esser

felice con voi.

--Triste, triste--egli disse, a sua volta.

--Triste!--ripetette ella, come un'eco--Dal giorno che vi ho

conosciuto, sono stata attratta verso voi, continuamente e

continuamente respinta, come innanzi a un pericolo sconosciuto. Ho

intravveduto sempre, con un senso d'infinita dolcezza, l'idea di

appartenervi, l'idea di avervi mio, per tutta la vita, prima come

amante, poi, quando la ragione dell'età fosse sopravvenuta, come la

migliore vostra amica, come il migliore fra i vostri amici, come

l'unico amico. Qual sogno!

--Ebbene?

--Ebbene, ogni volta che la realtà mi pareva si avvicinasse a me, a

noi, sempre che questa visione prendeva forma, cominciava a prender

forma, un invincibile terrore mi ha impedito di continuare.

--Ma perchè?

--Ve l'ho detto: sospettavo, temevo una reciproca inguaribile

infelicità. Troppo diversi fra noi e troppo eguali in alcuni momenti:

troppo esigente, io, e certo, troppo esigente, voi; ambedue, spesso,

ribelli alle esigenze: innamorati e intanto diffidenti, disdegnosi,

chi sa, forse disprezzanti l'uno dell'altro; gelosi e infidi; con un

mondo spirituale ora complicato e spaventoso, ora semplice e

tormentoso; capaci di ogni sacrificio, ma capaci anche di rinfacciarlo

brutalmente e crudelmente; con un passato tumultuoso, ambedue,

tumultuoso e risorgente, ahimè, a ogni crisi amorosa; con un dubbio

avvenire, senza fede, sovra tutto, senza fede nè in noi, nè

nell'amore...

--Questo, formava il vostro sgomento?--gridò, lui.

--Sì--disse lei, piano.

Un minuto di silenzio.

--E come avete vinto questa paura?--egli chiese, rompendo il silenzio.

--Come voi avete vinto il vostro dubbio.

--Cioè?

--Pensando che, infine, vi è una fatalità che lega segretamente le

persone che si debbono amare, che si debbono appartenere; e che dopo

aver lungamente combattuto, invano, questa fatalità, era ben dolce

lasciarvisi andare, senza resistenza, senza forza, oramai, più.

Sentendo che vale la pena di rischiare tutte le infelicità, tutti i

dolori per un poco di amore, con _quella tale_ persona, tanto

desiderata, tanto invocata; sentendo che non si deve morire, senz'aver

gustato a _quel tale_ amore che si è troppo sognato e troppo respinto.

--È vero, è vero--egli disse.

--Non avete voi superato il vostro profondo e insistente dubbio, sul

vostro amore, proprio per questo?

--Sì.

--Così ho superata la mia paura--confermò lei.

*

* *

Ma le parole sincere che essi avevano pronunziate, stavano fra loro,

nell'aria, intorno a loro nelle loro menti, nei loro cuori: quello

che non si erano mai detto, ora lo sapevano. E altre parole più

intime, più cocenti, anche più sincere, le più sincere fra tutte,

quelle che stanno chiuse nell'intimo del cuore, che sono la verità

istessa dell'anima, il grido ultimo, essi intravedevano, in una

rivelazione indistinta, ma dolorosa. E il silenzio fra loro si fece

tragico; e si fece tragicamente lungo, ognuno di essi assorbito dal

proprio pensiero, da una agitazione muta ed estrema. Forse in

quell'assorbimento, ognuno si pentiva di aver parlato, ognuno

s'incolpava di aver dichiarato il segreto del proprio spirito,

tristemente e inanemente; ma le parole erano state dette, avevano

vibrato nella voce, avevano ondeggiato nell'aria, ognuno le aveva

udito palpitare nel proprio cervello. Impossibile tornare indietro.

Ella fu, che interruppe, per la prima, il silenzio: e la sua voce la

scosse, come mai udita; ed egli fu scosso da quella voce, come

inaspettata.

--Voi, mi amate?--ella domandò.

Egli non rispose: pensava.

--Mi amaste? mi amate?--richiese, ella, subito.

--Non so--egli disse.

--Non potete saperlo?

--Non posso.

--Non potete esser più forte del vostro dubbio?

--No. E voi, mi amate?

--Forse--ella disse,--ma non debbo amarvi.

--Non osate?

--Non oso.

Ancora, il silenzio.

--Addio, dunque, Massimo.

--Addio, Maria.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

L'attesa.

Nella notte purissima e chiara il plenilunio scintillava. Dalla

terrazza del mio albergo io vedeva a destra, a sinistra i campi arati

che dormivano sotto la tranquilla luce lunare; in capo alla viottola

fiancheggiata di querciuoli, dopo una discesa di cinquanta passi

dall'albergo, dormiva, tutta bianca, con due finestre nere, la piccola

stazione; lontano, dopo una spiaggia deserta, dormiva la grande linea

dell'Adriatico. Dietro le mie spalle, inerpicato sulla collina, il

paesello dormiva. La profonda pace della notte era intorno a me. Io

solo vegliavo, inquieto, febbricitante, esaltato, passeggiando su e

giù, mentre la mia ombra si allungava, si accorciava, scompariva,

mentre nulla poteva calmarmi. Io aspettava lei. Da tre giorni io

l'aspettava nell'unico albergo, in quella piccola stagione intermedia,

che niuno conosce. Ella doveva venire, passare con me una giornata e

partirsene. Io l'aspettava.

Per questa giornata io fremeva ed impallidiva da due mesi, lavorando,

ridendo, vivendo sotto l'imperio dell'idea fissa. Da due mesi ella

palpitava come un uccello morente, nel disordine delle sue lettere; da

due mesi, noi mentivamo atrocemente alle persone che ci erano state

più care. Ogni azione, ogni pensiero, ogni speranza erano concentrate

in quella giornata luminosa e ardente. Per andare, io ingannava

un'altra donna, mia madre, mia sorella, i miei amici; io faceva venti

ore di viaggio, io rimaneva sei giorni nell'albergo del paesello: per

venire ella ingannava un uomo, ingannava suo padre, i suoi fratelli, i

suoi cognati, sua suocera, i suoi servi, i suoi amici, si esponeva a

viaggiar sola, bella e graziosa, per trenta ore di viaggio, in mezzo

ai pericoli, venendo ad un pericolo di morte. Che importava tutto

questo?--Io l'amava e l'aspettava, ella veniva a me perchè m'amava.

L'ultima settimana prima del giorno, era stato un turbine quello che

ci aveva travolti; eppure, in tanto disordine di ogni cosa brillava

netta, lucida, matematica tutta la combinazione del viaggio. Io

conosceva a mente il mio itinerario ed il suo, e lo ripeteva

sottovoce, come se avessi potuto dimenticarlo. Quei nomi di paesi,

quelle ore ritornavano macchinalmente sulle mie labbra. Eppure una

orribile paura mi accompagnava di sbagliare un treno, di non trovarmi,

di perdere la testa, e due ore innanzi io era alla stazione, fingendo

leggere, disinvolto, bevendo dei grandi bicchieri d'acqua per calmare

la mia febbre. Chi ha viaggiato con me? Non so, guardavo in volto le

persone senza vedere nulla. Sentivo nelle orecchie un rumorìo di voci,

uno stridìo di ferro, squilli di campanelle, fischi, ma non

comprendeva nulla. Non ho dormito mai, mai. Mi assopivo, talvolta

nell'abbandono, nella stanchezza dei nervi troppo tesi, ma l'anima

vegliava, un sussulto mi scuoteva. Quanti giornali ho trascorso,

quanti libri ho sfogliato? Non mi ricordo. So che arrivato al

paesello, dove ella doveva venire, mi son sentito stringere il cuore.

Forse, non sarebbe venuta. Che ne sapeva io? Era così strano il modo

come ci eravamo amati, così singolare il modo come ci amavamo! Non mi

conosceva, non la conoscevo. Da un momento ad un altro, lei che non

era nulla, era diventata tutto per me. Che donna era? Forse, non

sarebbe venuta. Forse l'avrebbero trattenuta. Invano cercavo dominare

questo senso invincibile di sgomento. Pure l'albergatore, un cortese e

famigliare, uomo che non vedeva mai nessun forastiero, non si accorse

di nulla; è vero, io era pallido, gli occhi miei vagavano, distratti,

le mie mani avevano la febbre, ma sorridevo, scherzavo anche. Nei tre

giorni avevo visitato il paesello, la sua chiesa gotica, la sua

manifattura di lana sopra un fiumicello là, presso: ma i paesani che

si volgevano a guardare questo viaggiatore tranquillo ed attento, non

sapevano niente della lotta spaventosa che mi rodeva. Con un vetturino

facevo lunghe passeggiate in carrozza e mi lasciavo narrare i suoi

guai, tutte le vicende della sua vita. Anche la cameriera dell'albergo

ed il servitore mi avevano fatte tutte le loro confidenze; essi

avevano trovato un placido ascoltatore che approvava col capo, senza

capire, rosicchiato, minato, tormentato da un sol pensiero. Diventavo

stupido. La notte smorzavo il lume nella mia stanza, passeggiavo sul

terrazzo, guardando la via ferrata.--Verrà di là--pensavo fra me. E

come un'allucinazione mi prendeva, mi pareva che sbuffante e

rumoreggiante il treno arrivasse col suo occhio verde e col suo occhio

rosso che mi guardavano, che una potenza malefica m'inchiodasse sul

terrazzo, ch'io vedessi di lontano la diletta dell'anima affacciarsi

allo sportello, cercarmi, non trovarmi, ricadere indietro, disperata,

ripartirsene senza che io, nella più orribile contrazione del dolore,

potessi fare un passo o dare un grido. L'incubo si sedeva sul mio

petto, me desto. Erano state lunghe, eterne quelle ore dei tre giorni,

io le aveva vedute avanzare pigre e stanche, ma le ore dell'ultima

notte, chiamate invano, supplicate invano, non venivano. Ella doveva

arrivare alle sei del mattino. Dalle otto della sera prima, io

agonizzava nell'impazienza. Non una lettera, non un telegramma. Non

poteva farmene, non doveva farmene, avevamo stabilito così. Viaggiava

lei verso me? Dove era lei in quel momento? Calcolando, potevo

saperlo. E se non venisse? Tutte le più alte, le più inflessibili

deduzioni matematiche sono capovolte da un picciolissimo fatto.

Passeggiavo, fumavo, morsicchiando la mia sigaretta, lasciando che si

spegnesse, gittandola nella via, accendendone un'altra. Nella sera, ad

uno ad uno si spegnevano i lumi del paesello. Passò un treno alle

nove; era un diretto, non fermò. Alle dieci un altro; fermò per due

minuti; era l'ultimo. La stazione era il mio faro, la mia compagnia.

Illuminata, mi riscaldava il cuore come un raggio di sole. Certo i due

impiegati, i facchini, il capostazione dovevano essere molto stanchi,

poichè smorzarono subito e se ne andarono a letto. Mi parve di

rimanere solo, abbandonato, in un deserto, senza luce, senz'acqua.

Rientrai in camera, tutto angustiato. Dinanzi ad una fioca stearica

d'albergo, in piedi, fremendo, rilessi le sue lettere inquiete,

agitate, febbricitanti, che mi davano la follia. Sarebbe venuta.

Sarebbe venuta la regina di Saba nei dômi azzurri della mia fantasia.

Io le tendeva le braccia, ella veniva. Poi mi mettevo a pensare se

quel salottino e quella camera d'albergo erano degne di ricevere la

sua persona. Piccole stanze, messe con un lusso un po' rustico, un po'

cittadino. Ma come Cristo, vi erano tutte le stazioni della Passione.

Gliele avrei fatte vedere: Vedi, qui ho pianto, pensando che tu non

saresti venuta. Qui ho sperato che questo calice mi sarebbe

risparmiato. Qui ho agonizzato, nel dubbio della mia fatale Getsemani.

Qui ho singhiozzato, credendomi tradito da te. Qui ho disperato,

credendo che non saresti più venuta. Questa è stata la mia tomba per

tre giorni. E qui, qui, amore mio immenso, sono risorto.--E pieno di

una esaltazione, uscivo sul terrazzo a gesticolare, come un lungo

burattino preso da pazzia. Forse, non sarebbe venuta. Mi sedetti in un

angolo, appoggiando le braccia sul muretto, e il capo sulle braccia.

Ma non dormivo, no. La boccettina del cloralio era quasi vuota sulla

mia tavola. La vuotai. Mi distesi sul letto per dormire. Non dormivo.

Presi un libro: le _Massime_ di Larochefoucauld. Tristi massime,

ironiche massime, piene di realtà. Ma la passione è fuori della vita

reale. Mi conturbarono. Fumai di nuovo. Avevo la gola secca, le fauci

riarse, le guaucie mi bruciavano. Prendevo le sue lettere, profumate,

fresche, e me le metteva sul volto, sperando averne qualche

refrigerio.

Dal terrazzo, vestito, tutto pronto, cavando l'orologio nella penombra

della luna tramontata e del giorno che sorgeva, vidi aprirsi una ad

una le case dei contadini. Nell'albergo, dormivano ancora. Pure,

sapendo che col treno delle sei e mezzo aspettavo mia moglie, si

alzarono. Mi nascosi, vergognandomi di farmi vedere così premuroso. Ma

dalla finestra, vedevo sempre la stazione, che s'era svegliata anche

lei. Sotto la porta, un facchino si stirava le braccia. Uscii, non ne

potevo più. Nel crepuscolo mattinale la serva spazzava, in basso, la

stanza da pranzo. Le dissi che andavo a passeggiare. Sorrise. Non

capii quel sorriso. Ero inebetito. Come l'ora si appressava, cresceva

in me la sicurezza che non sarebbe venuta. Non viene, non

viene--mormoravo. Me ne andai sulla via maestra, parallela alla via

ferroviaria. Andavo incontro al treno, come un pazzo, come un bambino.

Poi la via maestra faceva un gomito; tornai indietro, alla stazione.

Presi una tazza di caffè, poi un vermouth nel piccolo caffè, parlai

col padrone. Era l'alba, ma grigia. Forse il sole non sarebbe uscito,

forse essa non sarebbe venuta. Anzi era certo che non veniva.

Aspettavo per scrupolo di coscienza, quasi per dovere. Avrei potuto

andarmene, perchè non veniva. D'un tratto odo un debole fischio, un

suono di campanella, mi precipito fuori, in tempo per vedere un treno

nero, bagnato d'umidità. Il sangue, mi va al cuore, ma oso domandare:

--È il diretto?

--No, è un _merci_. Ci vogliono tre quarti d'ora pel diretto.

--È segnalato alcun ritardo?

--No, per ora.

Ella non verrà. Me ne vado nel giardinetto della stazione dove

crescono le rose delle quattro stagioni ed i gelsomini cremisi, in

ritardo. Una lucertola mi guarda con i suoi occhietti sospettosi, una

buona, simpatica e nervosa lucertola. Vorrei narrarle la mia

disperazione, perchè ella non verrà. Un carabiniere è ritto sotto la

porta; non mi guarda. Vorrei dirgli quanto son disperato, poichè ella

non verrà. Gli ultimi minuti; prima che il treno arrivi, io li vivo

triplicatamente, giunto al culmine di ogni sensazione. Viene il treno,

la campanella è stridula, le orecchie mi tintinnano. Il sole appare

vittorioso all'orizzonte e il fumo bianco della macchina s'indora.

Ella non vi è. Non mi avanzo, rimango immobile, morendo in piedi.

Scendono contadini dalla terza classe; dei signori una vecchia, un

bambino dalla seconda. Ella non vi è. D'un tratto, lontano, nella

penultima carrozza di prima classe, allo sportello non fa che apparire

e scomparire un volto smorto.

Mi trovo la forza di aprire la portiera. In una mano ghiacciata, è

appoggiata una manina tremante. Non ci parliamo, ma ci guardiamo,

camminiamo accanto. Quei due esseri pallidi, senza voce, tremanti come

bimbi, sono un uomo a trent'anni forte e coraggioso, una donna di

spirito e di coraggio. Alla porta le faccio una domanda insulsa,

inutile.

--Hai il biglietto?

Lo ha, me lo mostra. Passiamo. Ce ne andiamo nel polverìo della via,

senza osare di darci il braccio. L'albergatore dalla soglia, ci

sorride. Ella sorride con gli occhi pieni di lagrime, io non sento che

il profumo acuto dei suoi guanti, il suo profumo...

*

* *

Tu hai potuto dimenticare, io ho potuto dimenticare. Poichè questo

caso mostruoso, inaudito, è stato possibile, sogghigniamo e diciamo

pure che la vita nella sua più alta espressione, che è l'amore, non è

che un vano e miserabile sogno.

Zig-Zag.

Io conosco un curioso signore che possiede, in un cassetto sempre

chiuso di una sua scrivania, un piccolo museo amoroso, vale a dire

quella tale raccolta di oggettini insignificanti per sè, ma espressivi

per la persona che li riunì, a testimonianza e a ricordo dei suoi

fatti d'amore. Sin qui, ciò è molto comune: giacchè è collezionista di

tal genere, chiunque sia un poco sensibile, un poco sentimentale,

chiunque si sia abbastanza occupato dell'amore, nella sua vita.

Cassetti, cofanetti, scrigni che serrino simili preziosità tutte

personali, si trovano dapertutto, anche nelle case di donne molto

austere e di uomini molto serii: il bisogno di provare a se stessi che

si conobbe l'amore, che si ebbe un passato tenero e passionale,

determina la conservazione di tali memorie. E il curioso signore

sarebbe un signore qualunque, somigliante a un altro qualunque signore

e a moltissimi altri signori qualunque, col suo cassettino,

ermeticamente chiuso: ma la sua singolarità è questa. Egli ha due

piccoli musei. Il primo è custodito nel cassetto superiore, a destra

dell'antica scrivania, il secondo nel cassetto superiore, a sinistra

del medesimo mobile: cassetti eguali, che si aprono con la medesima

chiave: la chiave, non grande, è sospesa all'anello dell'orologio, ma

sempre nascosta nel taschino del panciotto. Del resto, il curioso

signore apre assai raramente i due musei dell'amore; bisogna che egli

si trovi in una di quelle lunghe giornate di pioggia autunnale, senza

voglia di fare nulla di bene o male, senza desiderio di vivere: o in

una di quelle dolci notti solitarie e insonni, fervide di fantasmi

nell'anima: o in qualche minuto di convulsione spirituale, in cui

tutto nel presente può dare la disperazione e solo il passato può dare

la calma. In queste rarissime occasioni, il curioso signore cava la

chiave e schiude il primo cassetto; ma quando le sue mani hanno

toccato, i suoi occhi hanno visto, il suo naso ha aspirato, allora

egli, subito, apre anche il secondo. Più tardi, molto più tardi,

quando la lenta e penosa rassegna dei due musei è compiuta, uno dopo

l'altro egli serra, con un cheto girare di chiave, i due cassetti; il

trattamento sentimentale è di una perfetta eguaglianza e di una

assoluta giustizia.

Nel primo cassetto stanno i ricordi delle donne che egli ha amate. Vi

è una cintura di seta, molto scolorita; apparteneva a una bellissima

donna quarantenne di cui egli si era innamorato, verso i venti anni.

Questa donna era stata molto amica di sua madre e veniva spesso in

casa, sempre vestita con grande eleganza, un po' imbellettata,

moltissimo profumata, con certi fruscî inebbrianti di gonne di seta,

lasciando vedere i suoi piedini calzati di calze di seta trasparenti e

di minute scarpette. Il giovanotto l'aveva amata con grande timidezza

dapprima, fuggendola, nascondendosi dietro le porte, per guardarla,

tremando di gioia o di terrore, se ella gli toccava la mano: la

passione, sensuale, del resto, facendosi più violenta, egli era giunto

alla dichiarazione, alla lettera di amore, alle insistenze disperate.

Questa donna lo aveva respinto, ostinatamente: prima aveva avuto

l'aria di non accorgersi di lui, poi lo aveva avvilito con una

continua illusione, con un continuo disprezzo. Per avere quella

cintura egli l'aveva fatta rubare da un servo compiacente: la signora

aveva creduto a una dispersione, e il folle innamorato passava le sue

notti covrendo di baci roventi quella molle seta, cingendosela al

collo, fingendo che fossero le braccia della donna inutilmente amata.

Costei, a un certo punto, era partita: egli aveva spasimato ancora un

pezzo, e infine si era consolato.

Sempre nel primo cassetto, delle donne amate da lui, vi era un

fazzolettino di battista, con una iniziale: un B lungo e sottile.

Apparteneva, questo fazzolettino, a una cara, pensosa, triste donna di

cui egli aveva portato l'amore, nel cuore, circa due anni. Bionda,

pallida, alta, ella aveva la flessibilità e le fragilità delle

creature sparenti: ella amava un amico del mio curioso signore, o il

curioso signore, per un seguito di circostanze, era intermediario fra

il suo amico lontano e questa donna. La assenza rendeva infelice

quell'amore, ma lo esaltava: il curioso signore passava le sue ora

accanto a quella donna, Beatrice, parlando di colui che era diviso dai

mari e dai monti, ma che era adorato da colei. A parlare sempre di

amore, a essere sempre in contatto con una passione così profonda e

così costante, a udire tutte le manifestazioni di quell'anima così

schietta e così salda femminile, egli si era innamorato. Ma con un

coraggio eroico, aveva taciuto questo suo amore, che era completamente

senza speranza: aveva seguitato a vivere accanto a Beatrice,

portandole notizie dell'amante lontano, leggendole le sue lettere,

leggendo il _giornale_ di questo amore che ella scriveva, piamente,

con una fedeltà cristallina, inebriandosi di amore non corrisposto,

ribevendo le proprie lacrime, soffocando ogni singhiozzo, reprimendo

ogni pallore rivelatore, pur di poter tenere quel posto preferito di

confidente. A un tratto, gli ostacoli fra Beatrice e il suo lontano

amico erano caduti: la parte del curioso signore era finita: si sentì

soverchio, inutile: si strappò allo spettacolo dei due ricongiunti,

felici. Quando aveva chiesto quel fazzolettino? Una sera in cui ella

aveva pianto per il dolore dell'assenza: le lacrime che avevano

bagnato il fine tessuto, erano state versate per l'_altro_.

L'infedele · 第 5 / 6 段