Il dolore per l'abbandono di Luisa Cima ebbe in Paolo Herz uno stadio

acuto di una violenza folle ed inane. Egli commise una quantità di

atti irragionevoli, furiosi e strazianti nello stesso tempo, ma che

non ottennero nessun risultato, nè di riaprire il picciolo duro cuore

di Luisa, oramai serrato per sempre all'amore di Paolo, nè di placare

il tormento dell'abbandonato. Egli dimenticò ogni dignità di uomo,

innanzi a lei, arrivando a tutte le viltà e arrivandoci inutilmente,

egli si degradò in tutte le concessioni, in tutte le umiliazioni senza

ricavarne il più semplice compenso, la finzione della pietà, in Maria:

giunse, Paolo Herz, uomo, intelligente, fiero, nobile a farsi

disprezzare ed anche, a meritare il disprezzo di quella femminetta

frivola e crudele. Fu, anche, Paolo Herz, senza pudore nella sua

disperazione: non avendo nè forza, nè energia per reprimerla, per

dissimularla, egli la mostrò a tutti, agli amici e agli indifferenti,

ai parenti e agli estranei, egli trascinò questa disperazione

dell'abbandono, dappertutto, nelle vie e nei caffè, nei salotti intimi

e nei teatri, nelle conversazioni lunghe e folte di confidenze, come

nei discorsetti brevi e leggieri. Per qualche tempo, egli attirò

schiette compassioni e false compassioni: il compatirlo, l'esecrare

Luisa, fu di moda: poi, la gente s'infastidì di questo volto tetro; e

il ridicolo finì per affogarlo. Vari dettero ragione a Luisa Cima; era

troppo noioso, troppo affliggente, Paolo Herz, ed ella aveva fatto

benissimo a piantarlo. Anzi, Luisa attrasse a sè molte simpatie;

diventò oggetto di curiosità amorosa; e l'abbandono di cui ella aveva

desolato il cuore di Paolo, le conquistò due o tre amori, in cui ella

poteva scegliere, se volesse, il miglior successore. A un certo punto,

dunque, quattro mesi dopo l'abbandono, Paolo Herz si trovò in uno

stato d'anima, anche più atroce di quattro mesi prima: non solo

senz'amore, ma senza stima: non solo senza felicità, ma senza coraggio

per sopportare l'infelicità: non solo triste mortalmente, ma avvilito:

non solo assorbito in un'idea ed in una immagine ma incapace di trovar

distrazione: non solo disprezzato, ma disprezzantesi. Tutto il suo

mondo interno era crollato: e nessuno, nessuno, nè gli altri, nè egli

stesso potevano ricostruirlo. Pensava, spesso, di dover morire;

decideva, spesso, di uccidersi. Ma Luisa la piccoletta timida, la

paurosetta vezzosa, aveva anche reso vile Paolo. Egli non combatteva

neanche più col dolore, come le creature umane che hanno ancora una

volontà, correndo l'alternativa di vincere il dolore o di farsene

vincere. No. Egli si lasciava colare a fondo, ma senza naufragio

completo, ma senza catastrofe. La gente levava le spalle, infastidita,

vedendolo. _È un imbecille_--dichiaravano gravemente molti sciocchi.

Paolo trovava che quegli sciocchi avevano ragione.

Fu verso il novembre che Luisa Cima partì, col marito. Una terza luna

di miele, si diceva, e non era quasi una malignità, tanto ella stessa

lo faceva intravvedere, tanto ne sorrideva, con una gran tenerezza

negli occhi scintillanti. Paolo Herz, non lo seppe che dieci giorni

dopo la partenza: e nella immensa fiacchezza sua, non fece un passo

per raggiungerla. Vagamente, nella sua testa si formava il progetto di

uccidere il marito di Luisa, così, un progetto nebuloso e velato: ma

il suo spirito a poco a poco cadeva in un torpore grande, quello che

sovraggiunge dopo i grandi esaltamenti. Una sonnolenza morale e anche

fisica finiva per dominare la sua vita, quella dei bimbi che hanno

troppo pianto. L'autunno era molto triste: e in cerca di maggior

silenzio, di maggior tristezza, egli andò via, una mattina, recandosi

in un lontano e brutto paese di provincia, dove aveva una casa, dei

beni, dei coloni. Intendiamoci, non era in campagna, non era in una

villa, non era in una fattoria: ma proprio in una casa provinciale,

fredda, nuda, polverosa: in un paese pieno di gente meschina e goffa:

in un ambiente così assolutamente diverso, così contrario a ogni

poesia, a ogni estetica, a ogni eleganza, che Paolo Herz potette

veramente credere di essere lontano seimila miglia di cammino e cento

anni di tempo, dall'ambiente dove aveva amato Luisa.

Fu in questo paese antipatico e in quella solinga casa che il dolore

di Paolo Herz, si fece meno acuto e più profondo: fu colà, dove nulla

e nessuno parlava al suo cuore e alla sua fantasia, che egli entrò in

quel pericoloso, fatale periodo della familiarità col dolore.

L'eccitamento folle era caduto: l'alta temperatura si era abbassata:

l'acuzie si era moderata: ma l'infermo era entrato in una morbosità

cronica, anche più temibile, poichè di queste non si guarisce.

Innamoratissimo: non con la passione acre e mordente di un uomo che il

giorno prima poggiava il suo capo sovra un seno amato e che è stato

brutalmente scacciato da questo seno, ma col desiderio languido e

lacrimoso di chi tende le braccia a una figura sparente, e le braccia

ricadono vuote sul freddo e anelante petto. Non più, nel sangue, il

bollore vulcanico che consuma l'energia e che lascia solo rovine

fumanti, sul suo passaggio: ma il gelido, tenace brivido della

solitudine amorosa, questo ribrezzo grande del non esser più amati,

questo sgomento quasi infantile di chi si sente non protetto da nessun

amore. La violenza era distrutta: ma restava la perseveranza,

l'ostinazione, queste forme così spaventose del sentimento. Giacchè,

in questa trasformazione dello stato d'anima di Paolo Herz, tutto il

vecchio fondo sentimentale, soffocato nell'anima, prendeva il disopra,

si allargava, si effondeva dovunque, si costituiva permanentemente. Le

creature passionali sono, infine, le più fortunate, nelle battaglie

dell'amore: la vittoria è rapida, l'intensità del trionfo è

inebbriante, il dolore della fine è alto, ma breve, la loro guarigione

è facile, ed è spontanea. Le anime sentimentali sono destinate alle

lunghe e tenaci sofferenze, quasi sempre inutili e quasi sempre

incapaci d'ispirare pietà.

Così, l'ossessione che l'immagine di Luisa Cima esercitava, in quel

lontano paese, in quella bruttissima casa, sullo spirito e sui nervi

di Paolo Herz, diventava sempre meno sensuale. Le scene di grande

ebbrezza che, nei primi tempi, lo avevano torturato sino al delirio,

adesso si allontanavano nelle brume della memoria: e tutto quello che

era affetto, tenerezza, effusione di amore candido e buono, si faceva

più preciso, più assorbente.

Inconsolabile rimpianto non tanto dei baci ardenti, delle supreme

gioie, quanto delle miti carezze, delle dolci parole, delle voci

amorose, delle soavi comunioni dello spirito! Inconsolabile,

inconsolabile, il povero deserto cuore sentimentale, perchè gli era

mancato per sempre il pascolo dei suoi più alti e più puri desideri,

perchè gli era stato tolto l'amore, l'amore caro e bello, l'amore

tutto giovinezza e tutto innocenza, l'amore che è sorriso, giocondità,

festa celata del cuore e fulgore di luce negli occhi! Nei lunghi sogni

Paolo Herz cercava di ricordare tutto, ogni scena, ogni motto, ogni

intonazione del volto di Luisa, quando era giunta al convegno, quando

ne era partita, cercava di fissare tutta la istoria sentimentale di

questo amore: e nell'impeto solitario di un cuore ammalato della

nostalgia d'amore, salivano ai suoi occhi le dolenti lacrime che

nessuna mano di donna avrebbe rasciugato mai più. Poche, scarse, rare,

gelide lacrime che chiunque ha amato con tenacia, con fedeltà, anche

nell'abbandono, conosce bene: e che sono più amare e più corrodenti di

tutti i singulti della passione. Gli si gelavano sulle palpebre, sulle

guance, mentre il pallido viso dell'abbandonato ancora più si

scolorava, nel lento, molle e ostinato dolore.

Così il suo amore per Luisa Cima, distaccato dalla immagine viva e

parlante, finiva per adorare un fantasma assai più bello, assai più

gentile: questo amore diventato solitario, monologo profondo di

dolore, prima, di mestizia, poi, si sollevava dai bisogni terreni;

questo amore, nell'abbandono, obbliava le oramai lontane feste della

passione, e si spiritualizzava. Dai sensi liberati, dai nervi placati,

dalle fibre atonizzate, l'amore di Paolo Herz per Luisa Cima, passava

nelle contemplazioni dolci e dolenti sentimentali, viaggiava nelle

purissime regioni dell'anima.

E nel silenzio della gran casa deserta di provincia, in un'ora alta

della notte, solo con la sua coscienza e con Dio, innanzi alle lontane

stelle, egli giurò, a se stesso e all'arcano Spirito delle anime, che,

per sempre, egli non avrebbe amato che Luisa Cima sino alla morte, e

che giammai avrebbe violato la fedeltà a questo amore. Quello che egli

non aveva mai voluto giurare, nella pienezza dell'amore corrisposto,

nelle ore più alte e più larghe di felicità, lo giurò quando era stato

abbandonato, quando la creatura crudele e perversa gli aveva volto le

spalle. Era uomo, allora, ed era nel massimo vigore della sua salute e

della sua mente; egli conosceva tutte le invincibili miserie della

natura umana, tutti gli errori del sentimento, tutti i tranelli degli

istinti, e sapeva bene che non si può giurare, quando si ama! Ma tolto

bruscamente dalla realtà palpitante della passione, gettato in pieno

sogno di dolore, esaltato dal suo spasimo, egli assurse ad un'idea più

nobile e più pura di questo amore, egli credette poterlo collocare a

tale altezza che nessuna delle umane macchie potesse lederlo. Quando

Luisa Cima era nelle sue braccia, quando eran suoi la piccola anima

malvagia e il leggiadro piccolo corpo, non aveva avuto fede nè in sè,

nè nel sentimento: quando ella si era a lui strappata, per sempre,

giurò, giurò che egli sarebbe stato suo, non più di nessun'altra, suo,

suo, unicamente suo.

Egli navigava, così, in una allucinazione completa. Tutto il

sentimentalismo della sua natura, adesso, trionfava sul resto della

sua esistenza o ne trasformava ogni manifestazione. Di nuovo, egli

scriveva a Luisa Cima, ogni mattina, ogni sera, delle lunghe lettere,

come ai bei tempi, quando le ore brevi del distacco erano ancora

abbreviate da questa corrispondenza epistolare; egli le faceva delle

domande, delle interrogazioni quasi che ella fosse lì, per

rispondergli, quasi che giammai si fosse interrotta la loro comunione

di spirito. Queste lettere, egli non le mandava; eppure bizzarramente,

egli ne aspettava la risposta, egli riprendeva a scrivere,

rimproverando dolcemente l'amata. La sua illusione talvolta, si

prestava a miraggi incredibili. Egli si faceva portare, da un

giardiniere che aveva il gusto dei fiori, in quell'atroce paese di

provincia, dei fasci di fiori, gli ultimi rami degli arbusti autunnali

e li riuniva nel modo che ad essa piaceva: e mettendoli nei vasi,

pareva che preparasse tutta la bellezza floreale di quell'antico nido

d'amore, dove si vedevano, dove egli passava tante ore, anche senza

lei, prima che ella giungesse, nella impazienza dell'attesa, dopo che

ella era partita, nella contemplazione serena della felicità. Ah non

dovea più giungere, Luisa, coi suoi piedini, trottanti nelle sue

scarpette, col suo bel volto dietro la sottile veletta, ma che

importa, egli l'aspettava ancora, egli l'aspettava sempre, egli

l'amava ed era suo!

Il suo squilibrio si faceva più grande, come il tempo passava. La

solitudine di quelle tristi giornate di autunno, in quella bruttissima

casa vuota, l'aggirarsi sempre in quelle stanze deserte e sonore, il

non uscir mai, il fuggire ogni contatto umano, creavano a Paolo Herz

un ambiente strano, ma pur confacente alla sua allucinazione

sentimentale. Privato di ogni spettacolo umano e di ogni sua

seduzione, distratto da ogni cosa che questo segreto, taciturno amare

non fosse, non sapendo, non volendo altro che amare solitariamente,

sconsolatamente, disperatamente Luisa Cima, tutto era favorevole a

questo ultimo sviluppo del sentimento. Nulla che non fosse grigio e

monotono e mesto, intorno a lui; non una, delle lusinghe della vita

che lo attirasse. In certi momenti, in una suprema menzogna che la sua

anima gli diceva, egli credeva di aver disciolti i legami duri che

vincolano l'uomo all'argilla: gli pareva di aver potuto compiere il

miracolo di essere un'anima, solamente un'anima, fatta di una

purissima essenza spirituale, nudrita di amor puro. Solingamente, egli

ebbe un eccesso d'inane orgoglio. Gli sembrò di essere diventato una

creatura perfetta. Egli solo sapeva amare. Cacciato via, egli si

ostinava ad amare; abbandonato, egli restava costante; schernito, egli

era ancora l'umile adoratore; brutalmente vilipeso, egli restava

buono, onesto, fedele. Sovra tutto, fedele! In alto, in alto era messa

Luisa, nel suo spirito e nessuna mano poteva tentare di abbatterne la

figura, di toglierle quel unico posto. Nessuna mano! E, superbamente,

egli credette che giammai prima, giammai più, nel mondo, una donna era

stata amata, potesse essere amata, come Luisa Cima da Paolo Herz.

Nella metà di dicembre, in una notte freddissima, Paolo Herz decise di

partire; e all'alba livida, gelida, egli entrò nel treno che lo doveva

ricondurre in città.

VI.

Chérie era lunga distesa, sulle pelliccie bianche e morbide che

coprivano un gran divano basso: e la sua testolina bionda arruffata si

affondava nei piccoli e molli cuscini di seta bianca. Una gran

vestaglia di mussolina di seta, tutta nera, a piegoline fitte, dal

capo ai piedi, la vestiva mollemente e appena lasciava vedere, nelle

sue onde nere smorte, i lunghi e sottili piedi, calzati di finissime

scarpette nere, quasi senza tacco. Ella era sola: e non faceva nulla.

Non si annoiava neppure. Teneva le braccia incrociate dietro il capo e

guardava il soffitto a cassettoni del suo magnifico salone, così

austero nel suo addobbo e nel suo mobilio. Ella non fumava, non

dormiva, non sonnecchiava, non sognava: stava, così. Erano le tre

pomeridiane, pioveva e il cielo era basso, plumbeo e triste. Paolo

Herz entrò.

--Oh caro uomo, vi si rivede!--ella disse, con una espressione molto

gentile e non mancante di cordialità.

--Non ero morto--egli rispose, formando un pallido sorriso.

--Non l'ho mai pensato. Lontano, eh?--e gli dette la mano.

Egli baciò quella mano, lievemente, ma la trattenne un pochino sotto

le sue labbra.

--Lontano, sì.

--Un gran viaggio? Dove?

--Che viaggio! Una dimora in provincia, niente altro, Chérie.

--Noiosa?

--No.

--Triste, allora?

--... sì.

--Eravate voi, triste?--domandò ella, con la sua meravigliosa voce

cantante un'armonia strana.

-... non so. Credo... credo che sia stato io, triste--Paolo Herz

soggiunse, vagamente.

--E vi siete consolato, Paolo?

--M'immagino di no... certamente, no.

--Eh! passerà--ella mormorò, con un tono di voce profondo e toccante.

--Questo dite voi, Chérie?

--È così. Passerà

Un silenzio. Egli era seduto accanto a lei, ma non vicinissimo.

Adesso, ella teneva le braccia e le mani abbandonate lungo la persona.

Sul nero, le mani erano candidissime: ma troppo gemmate.

--Dove siete stata, voi, Chérie?

--A Saint-Moritz.

--Bello, è vero? Ci manco da tre anni.

--Bellissimo. Ma quell'aria mi ha fatto male, un poco.

--Qualche cosa può farvi male, Chérie?

--Pare. Ci respiravo male. Credereste, Paolo? Vi è stato un medico

malinconico che pretende essere ammalato il mio cuore.

--Il vostro cuore, Chérie?--e un po' di sorpresa gli si dipinse sul

volto.

--Supponete che io non abbia cuore Herz? Quando vi voglio tanto

bene--e la disinvoltura era velata da una espressione sincera.

--Anche io ve ne voglio moltissimo; ma ciò non prova nulla.

--Nulla.

--Come può essere ammalato, il vostro cuore? Siete così florida e

leggiadra!

--Vi piaccio, eh?---diss'ella, con un sincero moto di soddisfazione,

che quasi, escludeva la civetteria.

--Assai.

--Meno male--mormorò la--donna, con un discreto sorriso.

--Cioè?

--Era tempo che vi piacessi un poco, abbastanza, moltissimo--ella

proferì, con la bella voce toccante.

--Non è mai tardi--egli soggiunse, con galanteria.

--Allora, è inteso che mi fate la corte?--disse Chérie, ridendo e

battendo le mani.

--È inteso.

--Continuate, allora.

Egli la guardò trasognato, e tacque. Chérie si era subitamente fatta

pensosa.

--Siete stata sola, a Saint-Moritz?--e fece uno sforzo per parlare.

--Solissima.

--E Carlo?

--Carlo è partito--ella disse, a bassa voce, voltando il capo in là.

--E da quando?

--Da luglio.

A quella data, egli fece un fugace atto di sorpresa.

--Ritornerà presto?

--No: non presto--e le candide dita scherzavano con una gran croce di

turchesi che le pendeva sul petto.

--Ma ritorna?

--Forse, no.

--Dove è andato?

--In Australia.

--E perchè?

--Era rovinato, poveretto--e la sua voce aveva una schietta

intonazione di pietà.

--Poveretto!

--È incredibile quello che io spendo, senza accorgermene--confessò

Chérie candidamente.

--Vi voleva ancor bene, quando è partito?

--Un pochino, credo.

--E voi?

--Anche io, un pochino.

--E... dunque?

--A che serviva, restare? Egli avrebbe sofferto molto più: e mi secca,

far soffrire.

--Siete buona, voi.

--Non sempre, non sempre. Ma tutti siamo capaci di far male.

--Tutti, tutti--egli ripetette, pian piano.

Ella lo guardava, ora coi suoi begli occhi di un così largo e fluido

azzurro.

--Vi ha scritto, dall'Australia?

--Due volte, delle lunghe lettere.

--Gli avete risposto?

--Non troppo--ella disse, lealmente.

--Perchè non troppo?

--A che lusingarlo?

--Il cuore è già occupato, di nuovo?

--No--dichiarò Chérie, semplicemente.

--E che fate?

--Mi riposo.

--Perchè non amate un poco me?

--Io vi amo---ella disse, con chiarezza--ma non serve.

--È una cosa molto graziosa essere amato--mormorò lui, prendendo una

delle mani di Chérie e tenendola fra le sue, senza stringerla,

giuocando con le bianche dita troppo gemmate.

--Vi piace, Paolo?

--Non mi è mai piaciuto altro nella vita.

--L'amore?

--Essere amato, quando amavo.

--E vi è sempre accaduto, è vero?

--L'ho supposto--egli disse, con un sorriso fra ironico e mesto. Ma

chi ne sa nulla!

--E ora?

--Ora... ora vuota, Chérie--soggiunse lui, con un sogghigno, per

indicare che quella freddura non era il segnale dell'allegria.

--Non vi amano?

--No.

--E perchè?

--Non ne sono degno, pare.

--Poveretto, poveretto--disse la biondissima, con la sua cara voce

armoniosa.

--Brava, compatitemi pure così. Ditemi delle altre parole di pietà,

con la medesima voce.

--Vi fan bene?

--La vostra voce è balsamica.

--Se la ferita è troppo profonda, essa non guarisce, povero

Paolo--diss'ella, additando il cuore e sfiorandolo lievemente con la

mano.

--Provate, provate.

--E se sbaglio la cura?

--Ciò non guasterà l'alta vostra reputazione sanitaria, Chérie.

--Mi seccherebbe, non guarirvi--mormorò, un po' pensosa.

--Perchè? Per amor proprio?

--Non so. Credete di essere il primo, venuto da me, in un giorno di

tristezza, a piangere il suo dolore e a chiedere dei sorrisi?

--Non ignoro la vostra missione di consolatrice universale. Ma io non

piango, vedete. Sono sulla via della guarigione.

--Da quando?

--Da tre quarti d'ora.

--Benissimo, benissimo, fatemi la corte--e rise un poco.

--Mi accettate?

--Si accetta sempre un corteggiatore.

--Poco buona, Chérie, in questo momento!

--Io? ella domandò, distratta, mentre egli le aveva preso le due mani

e le baciava, ora l'una, ora l'altra, con piccoli baci che parevano

dei soffi.

--Le vostre mani sono più buone delle vostre parole--e si chinò per

darle un bacio sulle labbra.

Ma ella, con moto vivace, sebbene senza ira, lo schivò.

--Cattiva!--egli disse con molta dolcezza, ma con una vera emozione

nella voce.

--Pessima--Chérie aggiunse, ridendo.

--Me ne vado--e si alzò, Paolo, senza guardarla.

Ella lo seguì, con gli occhi, attentamente; ma quando ebbe fatto pochi

passi verso la porta, lo richiamò:

--Paolo, Paolo!

Qual voce, in quelle due sillabe! Che melodia tenue e soave! Egli

ritornò e venne ad inginocchiarsi presso il gran divano bianco dove

ella giaceva.

--Scellerata creatura, mi richiami, adesso?--e tentò novellamente di

baciarla.

La resistenza fu più debole. Un leggiero rossore si distendeva sulle

guancie e sulla fronte della bellissima creatura.

--Che vuoi, dunque?--ella domandò, a bassa voce, levando la testina,

per guardarlo negli occhi.

--Che tu mi voglia bene, un poco.

--Io te ne voglio.

--Come agli altri tuoi amici?

--... già.

--Diversamente, voglio.

--Tu vuoi essere amato, _pour tout de bon_?

--Sì, cara.

--Si dice Chérie e non cara.

--Chérie, Chérie, Chérie!

--Il mio cuore è malato, non posso amarti.

--Sono bugie dei medici.

--Ti assicuro... pare che io lo abbia consumato.

--Consumalo un pochino per me, Chérie.

--Paolo, Paolo, io sono stata malata a Saint-Moritz.

--Chérie, tu sempre così allegra, fai la Margherita Gauthier, adesso?

--È una sciocchezza, io sto benone--proclamò ella, con un grande

scoppio di risa. I bianchissimi denti scintillavano, fra le labbra

umide.

--Ridi, ridi ancora un poco--egli le disse ansiosamente, tutto

rinfrescato, tutto confortato da quella florida gioventù, da quella

gaiezza serena, da quella bellezza deliziosa.

--Io morirò in una risata, sembra...--e rise ancora, così

seducentemente, che egli restò incantato.

--Tu sei la giovinezza; tu non puoi morire. Chérie, Chérie, tu avrai

sempre venti anni!

--Si ha venti anni, quando qualcuno ci ama.

--Ti ama il mondo intiero, io credo.

--Ma no.

--Fa malissimo, allora.

--Tu non mi ami, intanto.

--Io? No. Ti adoro.

--Voi mentite, signore--ella gridò, con un tono del _Padrone delle

ferriere_.

--Io ve lo giuro, signora marchesa---disse lui, imitandola.

--Su che lo giurate voi, dunque?

--Su quanto ho di più caro al mondo, signora, l'onore.

--Non sugli avi vostri?

--Sì, su quei tedeschi che non ho mai conosciuti, su quegli Herz che

non erano neppure dei filosofi.

--Ma che ti hanno lasciata una bella fortuna, Paolo.

--Essa è vostra, Chérie.

--No, no, non mi parlar di denaro, mi secchi--e impallidì,

preoccupatissima.

--Se vai in collera, sono pronto a dichiararmi un pezzente. Voi siete

amata da un gentiluomo povero, Chérie, poverissimo.

--Giura che mi ami!

--Io, Paolo Herz, sul mio onore e sulla mia coscienza, giuro di amare

di ardente amore la signora Chérie...

--Da quando?

--Da un'ora e sette minuti, lo giuro, con l'aiuto dell'orologio.

--Scrivi ciò--ella disse, levandosi, portandolo presso un grande

tavolino di legno scolpito, dove era un immenso calamaio dell'Impero.

Gli dette un largo foglio di carta bianca, una penna d'oca e

chinandosi su lui, ripetette:

--Scrivi.

Ma mentre si chinava, ella non seppe schivarsi ed egli la baciò

fuggevolmente. Nè quelle labbra potettero frenare un sorriso.

--Scrivi, scrivi--disse la bella voce, un po' velata.

Invero, egli ebbe un minuto di esitazione, prima di scrivere: un

leggiero pallore gli si distese sul volto: e parve che innanzi ai suoi

occhi fluttuasse una immagine. Ma nell'aureola bionda dei capelli

arruffati di Chérie tante scintille correvano gaiamente, attraverso il

fiore rosso della bocca schiusa come un anello, i bianchissimi denti

_guardavano_, guardavano ridendo e infondendo giocondità. Paolo Herz

ebbe come una sferzata, come un sussulto di vita: una fiamma lieve

fece dileguare il pallore del suo viso; egli scrisse, rapidamente. In

piedi, fissando sulla carta quei suoi grandi occhi, che nuotavano

nell'azzurro, Chérie seguiva quella mano rapida che scriveva. Con un

gesto immediato, ella versò sulle poche righe un'arena micacea,

azzurra a scagliette d'oro, e ripiegato il foglio, lo ripose. Va

bene?--egli domandò, voltandosi e sorridendo.

--Benissimo--ella rispose, con voce lenta, come pensando ad altro--È

scritto, adesso.

--Quello che è scritto, è scritto--e si levò, portando negli occhi il

desiderio di quella giovinezza, di quella bellezza.

Mutamente, con dolcezza, ella si sciolse da quel tentativo di

abbraccio.

--Perchè no, perchè no?--egli domandò, con ansia, con tristezza.

--Così--ella disse, con una smorfietta graziosa.

--Se ho scritto!

--Tanto meglio.

--Siete voi una volgare civetta, Chérie?

--Non so... non mi pare. Sono civetta molto, questo è certo.

--Io vi domandavo un po' di cuore, mia cara!

--Malato?

--Come me lo volete dare. Un pochino, mi basta.

--Tutto, sarebbe troppo, è vero? e lo guardò negli occhi, volendoli

scrutare.

--Quello che tu vuoi, cara--esclamò lui, un po' follemente.

--Tutto, per poco tempo, allora?---e di nuovo gli rivolse uno sguardo

scrutatore.

--Tutto, sempre, diletta!--esclamò Paolo Herz, che adorava quella

donna poichè gli piaceva enormemente.

--Vieni questa sera--ella disse, presto, con una completa, tenera e

appassionata dedizione, nella voce.

--A che ora?

--Alle undici.

Fu un soffio, quella voce, sulle due ultime parole; un soffio che era

una carezza, un bacio, un abbandono. Egli s'inchinò profondamente,

innanzi a lei: le prese la mano, che ella gli stendeva e la baciò

appena, sfiorandola sulle dita ripiegate.

. . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . .

Nel cadente pomeriggio di autunno e nella sera, Paolo Herz portò nei

sensi e nel cuore una ebbrezza di vita traboccante, come da tanto

tempo non aveva mai provata. Una improvvisa primavera era rifiorita

nella sua anima e gli parvero persino odorosi e voluttuosi i pallidi

crisantemi, e ricche e appassionate perfino le povere rose thea, fiori

di novembre, che egli mandò, da tre o quattro fiorai, in casa di

Chérie. Tutto un novello calore gli inondava il sangue e gli saliva, a

sbuffi, al cervello, come se, debole e convalescente, egli avesse

bevuto un bicchiere di vino generoso. Egli andò per le vie a piedi,

guardando la gente e sorridendo ad essa, come se la conoscesse: si

fermò a una quantità di vetrine, incantato delle cose belle che

serravano, e volendo cercarne una bellissima per donarla a Chérie. Un

bisogno pazzo lo assaliva di parlare, di ridere, di spendere molto

denaro, di vivere largamente, con quella donna accanto, immersa nelle

più raffinate e più ardenti eleganze: un rigoglio di giovinezza

eccitava tutto il suo organismo e gli dava un bisogno assoluto di

esser felice materialmente e moralmente, nelle braccia di quella donna

così giovane e così bella, dalla voce così toccante, dalle parole così

voluttuosamente tenere e non scevre di malinconia.

L'infedele · 第 2 / 6 段