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MATILDE SERAO
L'Infedele
MILANO
DITTA EDITRICE BRIGOLA
DI E. BRIGOLA E G. MARCO
Via Annunciata, N. 6
M DCCC XCVII
Proprietà Letteraria
171597--Milano, Tipografia Capriolo e Massimino
L'infedele.
I
Tre sono i personaggi di questa istoria d'amore: Paolo Herz, Luisa
Cima e Chérie. Malgrado il suo cognome tedesco, Paolo Herz è italiano,
di madre e di padre italiani, delle provincie meridionali. Veramente,
non è inutile aggiungere che l'avo paterno di Paolo era tedesco.
Questo nonno aveva lasciato la Germania in piccolissima età, emigrando
in Italia: qui era cresciuto, aveva lavorato ad accrescere la sostanza
famigliare e il decoro del nome Herz: qui si era ammogliato con una
italiana, e aveva procreato dei figli. Così i legami con la patria di
origine, almeno quelli esteriori, si eran venuti col tempo, con la
lontananza, rallentando e poi, più tardi, sciogliendosi: tanto che gli
Herz sembrava non conservassero più nessuna traccia nordica nel
temperamento e nel carattere.
Paolo Herz ha trentasei anni; è alto, forte, elegante, sebbene per gli
anni e per la vita di piaceri trascorsa, sia in lui più evidente
l'eleganza che la forza: ha il volto pallido, ma sano, e sotto il
pallore è diffusa una lieve tinta ambrata, emblema del mezzogiorno ove
egli nacque: i capelli tagliati molto corti e che formano delle punte
naturali, sulla fronte e sulle tempia: ha i mustacchi soltanto
castani, che lasciano intravvedere una bocca ancora fresca, mentre
intorno agli occhi già manca la freschezza. Paolo Herz ha una
fisonomia tranquilla e quasi immota, certe volte: ma questa immobilità
non è l'assenza della vitalità, nè quel ritiro dell'espressione
faciale che lascia le linee come morte. È, piuttosto, un riposo
dignitoso del viso che esprime chiaramente il silenzio e la
meditazione dell'anima; una pacatezza nobile e pensosa che pare più
adatta al suo genere di bellezza virile e che maggiormente gli attira
l'amore delle donne e l'amicizia degli uomini. Forse, senza che egli
neppure ne abbia sentore, in quei periodi di pace del volto, rinasce
in lui l'antica, avita conscienza germanica, fatta di speculazioni
spirituali, di contemplazioni pure e poetiche. In quei momenti, Paolo
Herz è bello: le donne, spesso, gli hanno imposto di tacere e di
pensare, quando era accanto a loro. Sovra tutto, non lo vogliono veder
soffrire: le sue peggiori giornate, come estetica, sono quelle in cui
per un puntiglio non vinto, per un capriccio non soddisfatto, per una
delusione inaspettata, per un immeritato dolore, tutta la sua
fisonomia si decompone, quasi l'uomo toccasse le soglie della morte.
Egli non può soffrire: egli non sa soffrire: quando soffre, è brutto,
è antipatico, è, talvolta, odioso. Il suo volto bruno diventato
terreo, i suoi occhi come velati da una nebbia torbida, le rughe che
si moltiplicano intorno agli occhi, le guancie sparute che fan parere
grosso il naso, le pieghe accanto alla bocca, mostrano un Paolo Herz
tutto diverso, senza energia morale, senza forza fisica, inetto al
dolore, abbattuto dal patimento e non destante alcuna compassione.
Però, bisogna dirlo: pochi uomini lo hanno veduto soffrire e una sola
donna. Per lo più, quando è infelice e non regge ad essere infelice,
egli fugge, e si nasconde non si sa dove.
Paolo Herz è libero. Egli ha perduto sua madre, essendo ancora
giovanissimo: un orfanello di sedici anni. Dopo nove anni, avendone
Paolo venticinque, gli è morto il padre. Da undici anni, quindi, egli
è solo, nella vita: ha lontani parenti, che poco conosce e non vede
mai; ha qualche amico buono, ma l'amicizia loro non è nè profonda, nè
esclusiva. Egli ha amato più sua madre che suo padre, mentre è stato
amato moltissimo da ambedue, come figliuolo unico. La morte di sua
madre, sparita assai giovane e bella, ha colpito l'adolescenza di
Paolo, di un dolor folle, con lunghe crisi nervose e intervalli
paurosi di stupefazione, in cui è parso naufragasse la sua salute e,
forse, la sua ragione: suo padre ha dovuto condurlo a fare un
lunghissimo viaggio, di due anni, nei paesi più lontani: ma il
figliuolo, calmato l'impeto angoscioso, ha conservato un rimpianto
inconsolabile, la nostalgia di quel fido seno materno su cui
appoggiava così volentieri il capo. A Paolo Herz è restato,
dall'adorazione per sua madre, una invincibile inclinazione a tutte le
delicatezze muliebri, un bisogno di tenerezza quasi morboso, un
desiderio di blande e innocenti carezze, una necessità di chinare la
testa sovra un petto femminile e di udire un cuore tenuemente
palpitare sotto il suo orecchio. Malgrado questo, Paolo Herz, come si
supponeva dovesse fare, non ha preso moglie. Una sola volta nel suo
segreto, ha avuto l'idea di sposare una fanciulla intelligente e
affettuosa, ma al momento di parlare, ha esitato, dolendogli di
lasciare una libertà tanto piacevole a un giovane: poi, la vita lo ha
condotto altrove. La creatura prescelta intimamente dall'anima sua, ha
avuto qualche vago presentimento di questa probabile elezione: ha
atteso lungamente e vanamente il segno reale: ma ha finito per
stancarsi e ha dato il suo cuore e la sua vita ad altri. Paolo Herz sa
di aver perduto per sempre l'occasione di essere onestamente felice:
ma il suo rammarico non è nè acuto, nè grande, nè continuo. Invece, la
libertà di cui dispone ampiamente, è una delle maggiori gioie della
sua esistenza, nè egli commette l'errore di gusto di lagnarsi, mai,
delle ore solinghe, mai egli invoca borghesemente le dolcezze
familiari, nella sua vita. Forse, nel matrimonio più perfetto, con la
persona che più egli aveva sognata di far sua, egli ha sempre temuto
un misterioso pericolo.
Paolo Herz è ricco. Egli ha avuto da suo padre e da sua madre una
magnifica fortuna, senza impicci, senza noie, perfettamente liquida,
denaro e denaro, cioè. In verità egli ne ha mangiato una parte,
vivendo, cioè amando, viaggiando, giuocando, spendendo il suo denaro
in piaceri alti, mediocri, e anche qualche volta, bassi: non prodigo,
generoso. A trentaquattro anni rimane ancora ricco: mentre ha già
percorso una metà del mondo; mentre ha già esaurito le tre o quattro
follie costose della giovinezza e della età meno giovane; mentre ha
già quasi toccato il fondo e anche assaporato un po' la feccia di quel
programma di lusso, di godimenti, di squisite ed estreme raffinatezze
che fa fremere ogni temperamento nobile e ardente. Egli non è, dopo
tutto questo, nè un vizioso, nè uno scettico, in fatto di sensazioni
umane. Ha avuto del gusto, un vivacissimo gusto per tutti i piaceri;
ma non ha lasciato che la depravazione toccasse il suo cervello; ma la
sua stanchezza delle cose è malinconica, non cinica.
Paolo Herz è un uomo eminentemente portato all'amore. Dopo aver
percorso tutte le vie dove vibra la vita, egli ha ritrovato, non so in
quale pozzo, la Verità; ed Essa gli ha detto una cosa antichissima:
solo l'amore vale la pena di vivere. Dotato di un temperamento caldo e
vivido, di una fantasia esuberante e gagliarda, di un profondo segreto
senso di poesia, queste sue qualità che, applicate a un'ambizione, ad
un'arte, a un apostolato, avrebbero reso illustre il suo nome, gli
sono servite solamente per amare e per essere amato, per ricercare,
per raccogliere e per chiudere nell'amore tutte le varie forme della
felice attività umana, per serrare nel piccolo giro di un amore
muliebre ogni desiderio, ogni speranza, ogni finalità.
Egli, però, non è un Don Giovanni. Nella sua anima esiste una limpida
corrente sentimentale che viene a temperare tutte le fiamme troppo
improvvise, troppo violente, troppo fugaci. Sentimentalità costante,
latente, intimissima, conservatrice di dolcezze miti e nascoste,
evocatrice di dilette e predilette immagini, rammentatrice di una
figura femminile, ahi, indimenticabile, la figura materna, tutta piena
di grazia e di modesta seduzione. Sentimentalità persino eccessiva, in
un uomo come Paolo Herz, e anche non scevra di strani tranelli e
destinata a procurargli le più elevate gioie del cuore, ma,
fatalmente, anche a condurlo su per l'erta tribolata del dolore. Forte
della sua salute, della sua bellezza, della sua fortuna, della sua
libertà, corazzato in questa lucente e salda armatura che gli ha
concesso Iddio, destinato alle vittorie, figliuolo primogenito del
trionfo, Paolo Herz non ha che questo lato debole, in sè, questa
sentimentalità celata, ma prepotente sovra ogni altro istinto, sovra
ogni altra inclinazione. Ciò che rende quest'uomo altero e robusto,
fragile come un fanciullo, è appunto questa larga fiumana sentimentale
che confonde e affoga le sue forze, in qualunque ora di battaglia.
Quante volte, nell'orgoglio maschile, egli ha tentato di liberarsi, di
diventare duro e freddo, di non tremare per un ricordo, di non
impallidire per un nome, di non vibrare di pietà per uno sguardo
velato di lagrime, di non fremere di tenerezza dinanzi a un volto
smorto di malata: vanamente. I suoi avi di Germania gli hanno
trasmessa questa eredità del sentimento, molle e rorida, e il sangue
bruciante meridionale, col suo effuso ardore non è giunto a
inaridirla. Pure, sino a trentaquattro anni, Paolo Herz ha amato ed è
stato amato, senza che l'amore, anche a grandi altezze di temperatura,
gli infliggesse le torture che subiscono gli animi deboli: nessuna
tragica lotta interiore lo ha travolto. Egli si è incontrato in due o
tre donne, qualcuna semplice e umile, qualche altra superba e
appassionata; ed egli ha dato e ha ricevuto felicità, ha dato e ha
ricevuto spasimo, ebbrezza, delirio, in uno scambio abbastanza giusto.
È stato amato, per quanto ha amato: combinazione rara, rarissima, che
è data in sorte solo a coloro che la vita vuole favorire. Herz è stato
molto innamorato, molto fedele, molto passionale e insieme molto
sentimentale, senza soffrire troppo, poichè le donne che lo hanno
amato, erano alla sua altezza. Così gli è entrata nell'anima una
fatale fiducia di se stesso e dell'amore; egli ha finito di temere le
debolezze del suo temperamento; egli è stato _certo_ di vincere
_sempre_, vincere dandosi all'amore, naturalmente, tutto quanto, ma
dandosi in una perfetta armonia di abbandono, ricevendo per quanto
dava, inteso per quanto intendeva, compreso e preso per quanto egli
comprendeva e prendeva: e non soffrendo. I suoi amori, prima dei
trentaquattro anni, sono fioriti senza catastrofi, dolcemente,
lasciando nel suo cuore e nel cuore della donna già amata, già amante,
un profumo soave. Ciò ha ancora aumentato la sua fiducia nel
sentimento e in se medesimo, e lo ha imbaldanzito sino al punto di
credersi intangibile al dolore di amore; egli ha perduto ogni criterio
della infelicità e della miseria morale che viene dall'amore, massime
di quella miseria e di quell'infelicità, che noi stessi portiamo
nell'amore. Infine, Paolo Herz è diventato un essere fiero della
propria forza morale amorosa, della propria sapienza amorosa, fiero di
tutto conoscere e di tutto poter vincere, nulla temendo, nulla
vedendo, nulla rammentando, cieco come tutti i fortunati, sui moti
improvvisi e inaspettati della vita e sulle contraddizioni crudeli
della fortuna.
In questa istoria d'amore, Paolo Herz è il traditore.
II.
Luisa Cima ha ventisei anni. È piccola di statura, minuta di linee ma
non troppo scarna: anzi le spalle hanno una curva molle, le braccia
sono rotondette, il collo è pienotto, tanto che ella guadagna sempre
nei vestiti da teatro e da ballo, dove tutto questo si può mostrare
nudo. Però sembra così esile, così fragile che un nulla pare debba
spezzarla. La sua carnagione è di un pallore trasparente che non è
senza grazia, poichè si attribuisce a malattia, di cui ella sia
convalescente o ad emozione di cui sia in preda: mentre quel pallore è
naturale, ella è in perfetto stato di salute e delle sue emozioni
nessuno ha saputo mai nulla. Spesso, però, quando Luisa Cima ride, o
quando cammina presto, o quando balla, ondate lievi di sangue passano
sotto quella carnagione bianca e se le tolgono la sua aria
interessante, la fanno ridiventare giovanissima, una fanciulla che sia
sposa da un anno.
I capelli di Luisa Cima sono nerissimi, di una grande finezza,
morbidi, così lucidi che paiono bagnati e malgrado che sieno molti,
per la loro finezza e per la la loro morbidezza, si possono chiudere
in un pugno: ella li rialza poco più su della nuca, in molle
disordine, con una grossa forcinella di tartaruga bionda, una sola,
che ne trapassa il nodo e lo sostiene: qualche ciocchetta lieve ne
sfugge: sotto la linea nera che essi formano, rialzati tutti sulla
fronte e sulle tempie, la fronte si distacca, più vividamente pallida.
Gli occhi di Luisa Cima sono oscuri, di tinta incerta. Ma oscuri, non
neri: vi è chi li ha visti marrone oscuro e chi grigio scuri: mai
neri. La loro espressione è sempre duplice: tenerezza e malizia, miste
insieme. Spesso vi è lotta intima, fra queste due espressioni: vince
l'una o l'altra, secondo il momento. Talvolta la tenerezza degli occhi
di Luisa va sino al languore e quasi quasi vorrebbe far credere a un
sentimento segreto: talvolta la malizia sopraffà la tenerezza e
diventa impertinente, prepotente, provocante. Ma il loro stato
naturale d'espressione, di questi occhi, è una dolcezza infantile
mista a una scintillante malizia. A guardarli bene, però, questi occhi
sono scoraggianti. La sua limpidità è assoluta. Mai profondità di
pensiero li fa maggiori di sè, mai velo di lacrime li intorbida, mai
nuvola di tristezza li appanna: quello sguardo non è mai errabondo,
mai sognante, mai vago: ha una nitidità, una precisione, che taglia di
un colpo solo, tutti i vagabondaggi della fantasia. Niente di
segreto.--Essi non mostrano che quello che sono. E così, questi sono
sinceri, perchè dicono, senza reticenze e senza indecisioni, lo stato
di animo di Luisa Cima: tenerezza molta mista di malizia. E sono
sempre le stesse parole, poichè gli occhi sono sempre gli stessi e non
altro.
La bocca di Luisa è formata di labbra sottili e pallidette nel loro
roseo tenue: i minuti denti, bianchissimi, nel sorriso che li scopre
tutti, lasciano vedere una gengiva esangue anche essa. Luisa sorride
quasi sempre: a bocca chiusa e pensosa, il suo volto è molto meno
seducente, come accade a tante altre donne. Invecchia, questo volto:
impallidisce anche più. Ella, quindi, sorride facilmente, di tutto,
anche quando dice qualche cosa di serio, anche quando dice, spesso,
qualche cosa di duro. La sua voce è infantile, un po' trillante, un
po' roca, un po' interrotta, spesso, da improvvisi languori, da
stanchezze brevi: Luisa parla presto, molto, restando talvolta senza
fiato, con le labbra schiuse, come un uccellino che abbia allora
finito di cantare. Le mani sono magrette, lunghette, bianche, con le
unghie scintillanti, troppo scintillanti, come l'onice: ella cambia
nervosamente spesso, gli anelli, troppo numerosi, anelli gemmati da
una mano all'altra, con un moto quasi continuo. Luisa Cima porta dei
vestiti senza strascico, rotondi, semplici: delle giacchettine
attillate e brevi, delle mantelline da bimba, delle grandi cravatte di
merletto dove, la sua testina pare che s'immerga per disparire: dei
colletti di pelliccia tutti irti dove essa sembra, ancora una volta,
un uccellino freddoloso: dei cappellini fatti con un fiore e con un
nastro, con una farfalla e una veletta, dei cappellini fatti di
niente. Sulla sua piccola persona vi è sempre una cosetta carina e
originale, una fibbia, un fermaglio, un nodo di nastro, un gingillo
sospeso alla cintura, qualche cosa di luminoso e di vezzoso, talvolta
di vezzoso e di abbagliante che attira gli occhi e li respinge. Ella,
porta degli orecchini enormi e pesanti, di smeraldi, di turchesi, alle
sue piccole orecchie troppo bianche: dieci o dodici cerchiolini di
oro, sottilissimi, al braccio, che tintinniscono sempre e a cui è
sospesa una perlina. Si dice che le perline formino un nome. Quale
nome? Forse due nomi, perchè sono molte. Moltissimi anelli, dei
ventaglietti antichi e preziosi, ma sempre preziosi: e i guanti, solo
i guanti, sulla sua persona, oltraggiosamente profumati.
Poichè nella donna bisogna desumere il suo tipo morale specialmente
dal suo tipo fisico, dal suo modo di vestire, di camminare, di
parlare: da quanto si è detto, Luisa Cima pare una di quelle creature
deboli, gracili, che traggono, per contrasto, vivacità dalla loro
debolezza e che hanno delle vibrazioni squisite nella loro gracilità.
Ella pare, anche, delicatissima come se uscisse allora da una
infermità che l'ha estenuata e come se riprendesse allora le sue
giovanili e tenere energie. Certo è questo: che non possedendo nessuna
bellezza, non avendo nessuna formosità, non facendo mostra di nessuna
grande qualità estetica palese, questa donna è seducente. Quando è in
una sala, in un teatro, dove deve tacere, stare quieta, in silenzio e
al riposo, ella sembra una donnina insignificante, poco sana anche,
anemica, senza nessun genere di attrazione: e può essere, è
trascurata. Ma, l'ora passa: ella si muove, si leva, parla, sorride,
va, viene, compare e scompare, gira, danza, pare che si spezzi in due,
si gitta estenuata in una poltroncina, coi grandi occhi limpidi,
maliziosi e teneri bene aperti, con la bocca socchiusa e la sua
attrazione vincola, lentamente. L'uomo ha cominciato per considerarla
come un qualunque inutile e trascurabile piccolo elemento muliebre:
poi, la sua attenzione benevola ha pensato che Luisa Cima sia una
cosetta carina e infine, infine, quando il fascino si è sviluppato,
che Luisa Cima sia un prezioso piccolo gioiello. Sovratutto poichè
l'uomo è un buon tiranno pietoso, un affettuoso tiranno protettore, lo
lusinga la debolezza di questo tenue fiorellino, mancante di colore,
piccolo fiore freddo--le manine lunghette e magrette di Luisa Cima
sono sempre fredde--e la vanità della protezione lo spinge alla
compassione e la compassione tende all'uomo, da quella donna, il suo
maggiore tranello. Oh la donna sa farsi anche più minuta, più piccina,
tutta trepida di misteriose paure, tutta tremante di freddo a un
soffio, con quel volto da cui sparisce così facilmente il sangue, dove
solo i maliziosi, assai più maliziosi che teneri occhi vivono
alacremente: ella chiede, in silenzio, di essere protetta, sorretta,
presa, chiusa nelle braccia, difesa contro tutto e contro tutti,
carezzata sino alla voluttà, anche sino al delirio, lo chiede col
tenerissimo languore del suo sguardo, in cui la malizia nasconde il
suo trionfo!
Così, desumendo sempre da quello che essa fa, quello che Luisa è, si
forma la figura morale di una donnina perfida. La parola perfida non
basta: si può arrivare a perversa. Questa donna, sovra tutto, non ama
che se stessa, così follemente, che quasi mai l'egoismo fu spinto a
tale estremo segno. Ella si adora. Quando pare che ella ami follemente
qualcuno, è per qualche segreta soddisfazione crudele del suo egoismo.
La medesima felicità che dà al suo amante è fatta di egoismo e di
perversione. Ne ha avuti due, di amanti, oltre il marito: il terzo
amante è stato Paolo Herz. Ebbene, tutti e quattro, poichè il marito
anche è stato suo amante, poichè ella è ritornata a lui tre volte
tutti e quattro sono stati presi ed abbandonati, così, per capriccio
caldo che parea passione, sono stati lasciati per fastidio improvviso;
e niuno l'ha dimenticata, mai, neppure il marito, tutti hanno
desiderato il suo amore, ardentemente, dopo l'abbandono. La sua
perversione ha seduzioni latenti, prima, poi palesi, poi sfrontate: e
infine, ella rimane nel sangue di coloro che l'hanno amata, come una
infermità corrompitrice. Nell'egual modo come una donna leale, nobile
e generosa ha bisogno di vivere continuatamente nell'esercizio di
queste virtù, e di questi puri elementi nutrisce con compiacenza
l'anima sua, così Luisa Cima chiede, per esser felice, di poter
compire gli atti capricciosi e crudeli che le ispirano i suoi istinti
di perfidia e di perversione. Ella non sa nè amare nè vivere che così:
obbedendo alla mobilità del suo temperamento, vincendo un uomo ogni
volta che le piace di vincerlo, inebbriandolo di amore e di dolore,
abbandonandolo solo, fiacco, perduto, quando quest'uomo non le piace
più, tradendolo immancabilmente, colmandolo di quante amarezze una
vera perfidia possa versare nel cuore di amante, non solo tradendolo,
ma avvelenandolo, non solo tradendolo, ma ridendo di lui, altrove, con
altri, togliendoli, così, l'ultimo dovere e la ultima illusione. Pure,
questa natura muliebre ha grandi scoppii di sincerità: la verità
brutale le piace. Essa, a un certo momento, non si cura di fingere
più. Come è, è. Ella non inganna: non tradisce. Quando ha tradito, lo
dice, lo dichiara, lo sostiene, lo proclama, se ne vanta. Chi la
vuole, deve accettarla come è. Chi la prende, si dà al più orribile
fra i perigli sentimentali.
Luisa Cima, in questa storia di amore, è la tradita.
III.
Chérie non è un nome, naturalmente, è un soprannome. Nessuno sa troppo
bene come Chérie si sia chiamata, al fonte battesimale e quale cognome
ella porti, sui registri dello stato civile. Forse, a furia di udirsi
chiamare Chérie, ella stessa ha dimenticato il suo vero nome. Fu il
primo uomo che l'ha amata, quello che la chiamò Chérie, o sua madre, o
un indifferente, o ella stessa si applicò questo vezzeggiativo
francese? Chi lo sa! Nessuno, forse ha pensato mai a domandarglielo:
forse, perchè accanto a lei si pensa a tutt'altro che a fare delle
indagini sul suo nome: forse, perchè queste due sillabe sono così ben
dette, per indicarla! Ella, del resto, è muta su questo: se un raro
imprudente le chiede l'origine del dolce appellativo, ella china i
suoi begli occhi verde acqua, e non risponde. D'altronde, dapertutto,
per dire di lei, non la si nomina che come Chérie: il suo nome è
ripetuto spesso, nei colloqui dei giovanotti alla moda, massime fra
quelli più intelligenti e più veri amatori delle donne: anche le
signore, talvolta, parlano di lei, ma quando sono sole e di sfuggita.
Ella non firma che Chérie i suoi biglietti mancanti di ortografia, ma
non mancanti di grazia. Questo soprannome, infine, ha un carattere
soave e familiare che se contrasta con la vita di Chérie, risponde
abbastanza al tipo muliebre che ella rappresenta.
Chérie non è più tanto giovane, ha circa trent'anni. Ma come a venti
anni, ella ha sempre la medesima foresta arruffata di capelli biondi,
dove, qua e là, una scintilla di oro si accende; nei suoi begli occhi
glauchi frangiati di biondo, è sempre un perenne riso di giovinezza, e
la bocca tagliata classicamente, simile a quella di una olimpiaca
Diana, ha una freschezza umida incantevole. Non invecchierà tanto
presto, Chérie, poichè il segreto della gioventù è nel genere della
sua beltà, un po' confuso, un po' originale, in certi lineamenti
squisito, in alcuni altri molto scorretto. Ella è troppo alta: ma la
sua persona è snella, ha proprio quella flessuosità che sì facilmente
si attribuisce alle donne di persona svelta, ma che è raramente reale.
La carnagione è un po' rossastra, di una tinta sgradita che, in alcuni
giorni, diventa color mattone; ma i suoi occhi sono immensi, o
sembrano immensi, giacchè la pupilla azzurro verdina ha intorno una
cornea non bianca, dai riflessi azzurri, ma la lieve ombra che è sotto
le palpebre, ha anche qualche cosa di azzurro: ed è miope, Chérie, con
questi grandi occhi nuotanti nelle tinte glauche, il che le dà un'aria
sognante. D'altronde, saviamente, ella non adopera mai l'occhialino,
lasciando ai suoi occhi vedere solo quello che vogliono e non
togliendo loro nessuna di quelle contemplazioni vaghe ed errabonde.
Ella ha il collo un po' troppo lungo, le spalle larghe, la cintura
strettissima, il passo lieve e due o tre movimenti leggiadrissimi del
capo.
Ma la cosa più seducente, in Chérie, la cosa che vi attrae, che vi
prende, che vi tiene, che vi soggioca, è la voce. Qual voce! Bassa e
velata, quasi sempre, questa voce dicendo parole più insignificanti,
par sempre emozionata: talvolta vivida e sonante, in un'armonia di
canto, pare che dia forza e lietezza a chi l'ascolta. La voce di
Chérie è insinuante, è toccante, è candida, è amorosa: ella è già
scomparsa e quella voce vibra ancora nel vostro cuore, con musicalità
sentimentali, e certe frasi dette da quella voce, sembra che
contengano delle melodie sconosciute. Ella sa bene questo, Chérie! E
conoscendovi, dandovi un lungo sguardo dei suoi immensi occhi color
dell'acqua marina, dicendovi: _buona sera_, ella sa di suscitare non
so quale piccolo poema nelle anime più inaridite. Molti l'hanno voluta
conoscere, solo per udirla a parlare, e, dopo, non hanno saputo
staccarsene che a forza. Ella non ha mai cantato, però. Una strana
avventura, è accaduta, a Chérie, in un veglione. Una signora della
grande società, il cui marito era folle di Chérie, si è mascherata per
trovare la sua rivale, per parlarle, per ingiuriarla, forse, per fare
uno scandalo, certamente. La dama è entrata nel palco di Chérie e sono
rimaste insieme mezz'ora, parlando a bassa voce, sul davanti del
palco, guardandosi a traverso i buchi delle mascherine: lo scandalo
non vi è stato, giacchè, a un certo momento, la dama si è levata, ha
salutato quietamente ed è uscita. Dopo, interrogata, ha detto: _mio
marito ha ragione_. Del resto, la dama è un po' strana e Chérie, pare,
le abbia risposto con molta dolcezza e con molta umiltà.
Chérie è, relativamente, onesta. Non ha mai due amanti, nello stesso
tempo; non ha mai preso, solo per il denaro, un amante brutto, vecchio
o ladro; odia i banchieri e gli ebrei; e se le è capitato che il suo
amante fosse egualmente ricco, giovane e bello, ella gli ha dato uno o
due anni di amore, gli è stata fedele, gli ha fatto spendere una
quantità di denaro, lo ha lasciato solo quando costui ha voluto esser
lasciato e ha tenuto sempre due o tre mesi di lutto. Le si conoscono
anche degli amori di cuore. Essa è ricca, infine. Vi è chi è restato
legato, a lei, come si resta difficilmente legati a una Chérie: e chi
ha voluto assicurarle una fortuna. Essa dà da vivere a una quantità di
parenti poveri, marita le sue cameriere, partecipa segretamente a
tutte le questue e a tutte le sottoscrizioni, ha delle devozioni
speciali per certi santi e una paura orribile della morte.
La sua casa, d'altra parte, è elegantissima: ella ama le grandi serre,
i grandi saloni, i mobili larghi e scolpiti--_che dureranno più di
noi_, ella dice, con una lieve malinconia--i quadri antichi. I
salottini, i mobilucci, i gingilletti, le statuine le sono antipatici.
È troppo alta, per poterli amare, porta sempre dei vestiti o neri, o
bianchi: bianco sul nero, talvolta, e nero sul bianco: ha delle
scarpette nere senza tacco, con grandi fibbie di argento, di strass:
porta dei mantelli ampii, foderati di magnifiche e nobili pelliccie e
dei fili di perle, in tutte le grandezze e in tutte le ore, al collo.
Sta più volentieri in piedi che seduta, più seduta che sdraiata: e ama
di cavalcare, di remare, di ballare. È sana: o pare sana. Sta più
volentieri sul mare che sulla montagna. Nel suo mondo la ritengono
come una donna sentimentale, troppo, e troppo pretensiosa, quindi. Le
piace di cenare, ma odia i discorsi liberi; beve e mangia benissimo,
ma ha un inconsiderato amore per i fiori; non è mai triste, ma è
capace di guardare la luna con occhi pensosi, Chi, fra le sue amiche,
la chiama una _posatrice_, chi una seccatrice: qualcuna confessa che
ella è buona.
Sì, Chérie è sentimentale, buona e anche un poco sciocca, Ha una
sentimentalità tutta superficiale e una fantasia molto limitata. Le
cose che dice sono, spesso, molto ingenue o molto sceme, ma le dice
con grazia e sovra tutto con una voce! Sa qualche verso, ma per lo
più, ne sbaglia l'autore: legge, ogni tanto, qualche libro, ma Ohnet è
il suo autore preferito. Le piacciono gli eroi poveri e nobili, le
eroine che muoiono, anzi che peccare: ma tutto ciò è simile a quello
che può sentire una modistina o una onesta fanciulla un po' esaltata.
Salvo che nella sua società di donne volgari e mal educate, di
creature corrotte e avide, ella sembra un fiore di poesia, talvolta,
mentre, poveretta, ha un piccolo cervello e una piccola anima. Per lei
si va in rovina, egualmente, ma senza essere urtati in certi bisogni
di finezza e di delicatezza; e quanti hanno finito per esserle grati
di ciò, malgrado la loro rovina! Qualcuno, si è illuso su lei: ha
creduto di trovare in Chérie della passione, della intensità, della
profondità: ha supposto che grandi misteri fossero nascosti in quella
anima: ha voluto attribuirle un desiderio d'ideale, combattuto dalla
sua viltà: ha creduto che ella tenesse a redimersi. Costui ha avuto
delle delusioni gravi. Chérie non è nulla di tutto questo: non pensa a
nessuna di queste cose: quando gliele dicono, non le capisce: quando
gliele ripetono, si sforza per comprendere, ma finisce per seccarsi ed
esce in un discorso qualunque. Non bisogna dunque lasciarsi ingannare
dalle inflessioni malinconiche della sua voce, quando tramonta il
sole: dalle lacrime che velano i suoi grandi occhi, quando vede uno
spettacolo pietoso: da certe furtive strette di mano, quando ode un
bel discorso eloquente: da certi segni di croce che ella fa, quando
lampeggia e tuona. Bisogna pensare sovra ogni altra cosa che ella è
una donna fatta per l'amore, che ella è buonina, ma che è anche un
poco stupida. Per aggiungere un ultimo tratto, Chérie è quasi sempre
allegra: il che è consolante, per chi la conosce e per chi le vuol
bene. Ella crede che l'allegria conservi la salute e la beltà; e a
trenta anni, per questo, pare molto più giovane.
Questa Chérie, nella istoria di amore che qui racconto, è la complice
necessaria del tradimento fatto da Paolo Herz a Luisa Cima.
IV.
Ogni tanto nella buona società, si parlava dell'amore di Luisa Cima e
di Paolo Herz:
--Sarà una passione fugace, vedrete--diceva un uomo, che se ne
intendeva molto--Paolo si stancherà presto.
--Del resto, sembra che l'ami molto poco--soggiungeva uno scettico.
--E Luisa è proprio una creatura nulla. Che ci trova, poi
Paolo?--osservava un'amica di Maria.
Costoro e gli altri sbagliavano assai sul conto di Paolo Herz e del
suo amore. Egli era preso seriamente. Non sapeva neppur lui come era
accaduto. La prima volta che egli aveva vista Luisa Cima gli era parsa
nulla. Varie altre volte, il suo giudizio non si era modificato. Una
sera, però, ella teneva nelle mani un fiore di asfodelo, dal lungo
gambo: e gli aveva parlato prestamente, ridendo, battendogli sul
braccio con quel leggiero fiore, guardandolo con tenerezza e con
malizia. Egli aveva ripensato a quel viso espressivo, pallidissimo
sorridendo di compassione e di compiacenza. Ed è tutto. Più tardi,
negli spasimi della passione mortale, perversamente, Luisa Cima gli
aveva narrata la leggenda orientale dell'asfodelo e della montagna.
Una montagna esiste, salda, forte, incrollabile, in un paese
d'Oriente: non l'hanno vinta nè i cataclismi della natura, nè le mani
degli uomini. Ma vi è anche un piccolo fiore fatato, l'asfodelo: esso,
gracile, tenuto da una mano gracile, batte sulla montagna: e la
montagna trema.
--Io possiedo il magico fiore--soggiunse lei ridendo, mostrando tutti
i denti fitti e minuti, attraverso le labbra rosee e le gengive
esangui.
Ma ciò fu più tardi, molto più tardi! Paolo Herz non ebbe sentore del
suo gran periglio, che quando egli era completamente indifeso,
senz'arme, senza forza e senza volontà. In realtà, Paolo Herz si
lasciò andare a questo amore per Luisa Cima con una spensieratezza
baldanzosa di uomo provato dalla passione e che è certo di dominare il
proprio destino amoroso. E, in principio, questo amore che in lui
doveva mettere radici così profonde e così vitali, non parve, forse,
un _flirt_ molto leggiadro e molto fine a cui Luisa si abbandonava con
rossori di emozione di novella iniziata, in cui Paolo aveva l'aria di
un maestro tranquillo, severo e pieno d'esperienza. Ella manteneva
quel suo contegno infantile, di una semplicità assoluta quell'aspetto
di creatura debole e vezzosa che si accosta, tremando, alle grandi ore
tempestose, che ne è sgomenta ed attratta, che, considerando il
pericolo con occhio di dubbio e di paura, pur sembra decisa ad
affrontarlo. Quasi quasi, in alcuni momenti, Paolo Herz sentiva una
pietà grande di questa donnina che invocava così audacemente e
imprudentemente i folli ardori delle supreme febbri, e la guardava con
occhio pieno d'indulgenza e di compassione, domandando a se stesso, se
non fosse più onesto avvertirla, che le povere bianche dita, dalle
unghie così scintillanti, si sarebbero bruciate, a scherzare col
fuoco.
La pietà! Era un sentimento che preponderava, nel cuore di Paolo, per
Luisa e che, forse, era l'origine di tutti gli altri. Pietà dell'uomo
sano per la personcina malatticia, della persona forte per l'essere
debole, del carattere saldo e leale per un carattere incerto, puerile,
fatto di bizzarre fluttuazioni; pietà per quel volto tenue, per quei
capelli troppo morbidi e troppo fini, per quelle cose pallidamente
rosee, labbra, gengive, unghie! La pietà, sovra tutto, per questa
creatura così piccina e così fragile, che era negata a tutte le lotte
gravi dell'esistenza e a tutte le vittorie clamorose, che si doveva
contentare di mezzi piaceri, di mezzi amori, di mezzi trionfi, per
questa povera piccola cara che a tante, tante cose belle e alte della
vita doveva rinunciare. Ah come la perversa leggeva negli occhi di
Paolo, il poema amorosissimo di questa pietà, e come sapeva
sospingerla e allargarla, come sapeva usarne, perchè questo uomo fosse
completamente suo, preso dal pallido viso senza bellezza, dalla
piccola persona senza nobiltà di linee, preso da quel tipo così
capriccioso e fugace, preso da quella volubilità puerile, preso da
quell'insieme di graziose miserie femminili, per la pietà! Come ella
sfruttava, a suo favore, questa immensa pietà, facendosi contentare in
tutti i suoi capricci, dettando lei tutte le condizioni di
quell'amore, imponendo la sua volontà di donna debole, piegando quella
volontà di uomo forte, imperiosa nella sua grazia morbosa, inquietante
nei suoi turbamenti improvvisi, suggestiva di tutte la stranezze e
pallida persuaditrice di ogni bizzarria!
Nè solo la sicura e schietta forza di quest'uomo doveva esser vinta
dalla debolezza di quella donna, rinnovando anche una volta, come per
migliaia di anni, le antiche favole delle seduzioni ebree e greche, ma
la fantasia e i sensi di Paolo Herz dovevano subire le lusinghe più
inaspettate, dovevano esser tormentati e carezzati da un'insaziabile
curiosità. Colui che aveva assunto per la sua età, per la sua
conoscenza della vita, per la sua esperienza dell'amore, la posizione
di maestro, di guida, di consigliere, in questo che egli chiamava,
senza saper di dire così bene, l'ultimo amore della sua vita, si trovò
innanzi a una scolara stupefaciente. Vi era in Luisa Cima un così
singolar miscuglio di corruzione spirituale e di giovanile poesia, di
candore e di menzogna, di gelido calcolo e di squisita grazia, che
Paolo Herz passava di sorpresa in sorpresa, che tornava a casa, dopo i
convegni di amore, disgustato, incantato, irritato, estasiato, sempre
in preda a una esaltazione. Ella si mostrava a lui in tutte le sue
faccie, in tutti gli aspetti di un temperamento egoistico e imperioso
ella era impertinente e affettuosa, mai soddisfatta, gelosissima,
civettissima, narrando tutte le sue conquiste, violando tutte le
delicatezze dell'amore, senza scrupoli, senza carità, disumana, o pure
talmente ammaliatrice, che lasciava il suo amante confuso
nell'ebbrezza, ebbrezza orribile, ma che importa? Ebbrezza!
Quando egli si accorse che, a trentasei anni, essendo uscito salvo,
incolume da due o tre violente passioni, avendo penetrato l'anima
femminile in tutte le condizioni e in tutti i paesi con lo sguardo
freddo dell'osservatore, avendo saputo molte, troppe, delle verità
dell'esistenza, avendo la piena coscienza del proprio valore e del
proprio diritto, quando si accorse, dico, che egli apparteneva,
spirito e sensi, a quella piccola donna, dalla testina bruna su cui
parea si levasse il ciuffetto lucido di penne di un uccellino, e che
egli era un suo prigioniero per la vita e per la morte, era tardi, era
troppo tardi. Sentì il peso del ferro, ai polsi, ma non più il vigore
per iscuoterlo. Atroce scoperta e atroce giornata! Ella era stata, in
quel giorno, assolutamente perfida, assolutamente cattiva, con lui: e
invano egli aveva voluto, sorridendo, diradare questa mala volontà
perversa che animava Luisa Cima. Il piccolo idolo giapponese, ridendo
di un crudel riso, mostrava i suoi dentini minuti e le pallide
gengive, crollava la testina, scuoteva le spalle e diventava anche più
malvagia. Paolo Herz ebbe un moto d'ira, il primo. Partì da quella
casa, pensando che ella non lo avrebbe richiamato. No. Canticchiava
ella, come un fanciulletto. Suppose che, giunto a casa sua, un
biglietto lo avrebbe richiamato. No. Si torturò tutto il pomeriggio,
non uscendo, attendendo questo appello. No. Anzi qualcuno gli disse
che Luisa Cima era andata alla passeggiata, e che dei giovanotti
l'accompagnavano e che ella rideva.
--Rideva?
--Sì, rideva--ripetette l'amico.
Alla sera, come l'ora avanzava, solo, desolato, disperato, Paolo Herz
andò alla casa di Luisa Cima affrontando tutti i rischi di questa
visita in un'ora insolita. Per fortuna, ella era sola, leggeva,
bevendo una tazza di the. Il suo viso era sereno, nè avevano traccie
di lacrime i suoi occhi: già egli non l'aveva mai vista piangere. Ella
rosicchiava dei biscotti inglesi. Muto, imbarazzato, con un dolor vivo
nel volto, Paolo Herz la guardava: ed ella non comprese, non volle
comprendere: egli dovette dirle tutta la sua spasimante giornata, di
cui Luisa si meravigliava molto, con un'aria di disinvolta innocenza:
e infine, quando egli scoppiò in rimproveri e delle lacrime di collera
gli sgorgarono dagli occhi, ella trovò modo di dargli tutti i torti e
lo obbligò a chiederle perdono. Obbligò? Fu lui che, contrito,
compunto, persuaso di aver maltrattato un angelo bianco e piccino,
convinto di essere il più ingiusto e il più villano fra gli uomini,
s'inginocchiò innanzi a Luisa per impetrare la sua grazia. Con quale
stento gli fu accordata, come cadde dall'alto, come parve proprio una
degnazione sovrana! Ma la ottenne. Era tardi, quando uscì da quella
casa, folle di gioia. Il cielo stellato brillava sul suo capo; i
sentori della primavera olezzavano intorno a lui; la terra pareva
elastica, sotto il suo passo: e a un tratto, il cielo gli parve
funebre, un odore di morte gli salì al cervello e la terra roteò sotto
di lui, ed egli intese che era perduto, si sentì perduto, perduto.
V.
Ogni tanto, nei giorni lunghi e agitati, eppure monotoni e tetri
dell'abbandono, Paolo Herz si metteva a calcolare mentalmente per
quanto tempo Luisa Cima lo avesse amato. Nella realtà delle parole,
ella gli aveva detto di volergli bene, per più di un anno, di seguito:
ma l'infelicissimo amante abbandonato, si rendeva adesso, un conto ben
preciso delle menzogne di Luisa e riducendo, riducendo, togliendo
tutto il periodo preliminare in cui Luisa Cima lo aveva amato un
pochino, togliendo tutto l'estremo periodo in cui la perversa donna lo
aveva amato sempre meno, sempre meno, egli, nella realtà dei fatti
aveva limitato questo amore a quattro mesi, dall'aprile al luglio,
dalle prime rose agli ultimi papaveri. Quattro mesi! Che sono, innanzi
alla vita di un uomo? Un soffio fugace: il tempo di un bacio, di un
sorriso, di uno sguardo incantato e incantevole, null'altro. In quei
quattro mesi, come se fosse stata travolta dal vortice della focosa e
indomata passione di Paolo Herz, la donna era stata veramente sua, in
una di quelle unioni profonde, così rare, così preziose e che vincono
per sempre le anime che comprendono l'amore. Forse, Luisa non aveva
fatto che subire l'impeto sentimentale e il trasporto sensuale di
Paolo Herz, essendo ella creatura di tempra e di fibra molto più
tenue, molto più inerte; forse, ella era stata solo l'eco di quella
voce calda e vibrante di passione, alla cui armonia, dice il divino
poeta germanico, rispondono i cieli commossi e palpitano le
lontanissime stelle: forse ella non era stato che l'istrumento sonoro
e vuoto di quella magnifica sinfonia. Ma per quattro mesi, in una
primavera estasiante di luce e di profumi, in un'estate ardente di cui
ogni notte era indimenticabile, l'illusione era stata perfetta e niun
acido corrosivo di riflessione amara, di ricordo doloroso, di
rimpianto inconsolabile poteva mordere questo periodo di amore. Egli
non indagava. Sentiva di essere stato amato; sentiva di aver tenuto
fra le braccia un essere vivo e innamorato, fremente di leggiadria e
di entusiasmo, giocondo e felice; sentiva che una giovinezza
seducente, piena di una delicata poesia, gli era appartenuta,
esclusivamente, e gli aveva data una ragione suprema all'esistenza.
Quando già, in lui, gli anni avevano fatto il loro lavoro di
stanchezza, di delusione, di segreto affralimento; quando tanti
piccoli e teneri ideali erano tramontati, in lui; quando, anche lui,
portava nel suo cuore il cimitero delle speranze più balde, questa
donna, questa Luisa Cima, nei cui incerti occhi rideva il sorriso
della tenerezza e della furberia, questa donnina breve e snella, e
fine, e infinitamente cara, gli aveva dimostrato che gli anni si
obliano, quando si ama; che tutte le delusioni spariscono, quando si
nutre la illusione dell'amore e che non vi sono morti, dove vive
l'amore. Quattro mesi! Niente: e tutto.
Ma dietro questo tutto delirava lo spirito di Paolo Herz,
nell'abbandono e il suo corpo soffriva, come se fosse crocefisso.
Giacchè ella lo aveva lasciato. Così. Non aveva voluto più saperne di
lui. Aveva finto per poco tempo, verso la fine. Era crudele, Luisa: ma
molto logica, nella sua crudeltà. Quando non si ama più, non si ama
più. Mancò ai convegni. Non rispose alle lettere. Non volle capire
l'interrogazione disperata degli occhi di Paolo Herz, quando lo
incontrava fra le persone: lo sfuggì, per quanto le era possibile,
innanzi a una persecuzione ostinata, accanita che egli la faceva.
Infine, ebbero un colloquio. Fredda muta, ma tranquilla, ella lo
sogguardava, con gli occhi limpidi, dallo sguardo nitido e duro.
--Di' che non mi ami più!--gridò lui, in un accesso di furore,
pronunciando la frase per lui terribile--Di' che non mi ami, non
mentire più, bugiarda, bugiarda!
--Non mento, Paolo. Non ti amo più.
Esterrefatto, egli tacque. E nelle due o tre altre volte, quando
annoiata, gelida, infastidita volgarmente, ella venne a lui, la stessa
verità nuda e semplice sgorgava da quelle rosee labbra.
--Non ti amo. Non ti amo.
--Ma perchè, ma perchè?--gridava Paolo, folle di collera e di dolore.
--Così.
--Non sai la ragione?
--Non la so. Non ti amo, ecco.
--Sei una scellerata, sei un'infame.
--Sarà: ma non ti amo.
Che dire? Che fare? Chi non ama, non ama. L'uomo tradito, almeno, può
uccidere. Ma chi non è più amato, non ha neppure il diritto di
uccidere, egli ha avuto la sua parte di bene, quando è finita, non vi
è più nulla da chiedere, nulla da pretendere. Che fare? Imporre
l'amore? Come, come? Esso non s'impone, che quando l'altro non ha
cominciato ad amare ancora; non già, quando ha finito. Creare dal
niente, con un miracolo, si può: far risorgere un un morto, no. Che
fare? Domandare la pietà della menzogna, la carità dell'inganno? Luisa
Cima non possedeva nè il dono della carità, nè quello della pietà: e
si seccava di mentire, allo scopo odioso di prolungare una falsa
posizione. Che fare? Provocare in duello qualcuno? Chi? Perchè? Luisa
Cima non aveva trovato il successore, ancora. L'occhio avido e geloso
di Pietro Herz che la sorvegliava, dappertutto, non aveva ancora
scovato il rivale. Ella svolazzava, lieta, tenera, brillante,
capricciosa, e libera, libera, sovra tutto, godendo tutta la sua
libertà, con una voluttà che ella non nascondeva. Che fare? Uccidersi?
Ma Paolo Herz, ardentissimamente innamorato, non finiva mai di sperare
che Luisa Cima sarebbe ritornata a lui, un giorno, più tardi, più
tardi.
--Tanto l'amerò--pensava che ella s'intenerirà, E poi, si ricorderà...
--quale amore simile al nostro?
Tenace e inutile speranza. Ella non voleva tornare, ella non era
tenera che superficialmente e tenera solo quando amava: ella si
ricordava, sorridendo e non rimpiangendo; il suo arido cuore non si
dilatava, nella nostalgia, mai! Ella non riceveva più le lettere di
Paolo Herz, restituendogliele chiuse; ella non andava, dove lo poteva
incontrare, o vi andava serena in tanta indifferenza, da essere
scoraggiante; ella resistette a qualunque tentativo, dei più folli
nell'audacia, che egli facesse, per avere un colloquio; ella non
sapeva, non voleva sapere quante notti egli passasse sotto le sue
finestre, vegliando, con gli occhi rossi dalle lacrime, col passo di
un fantasma. Nulla!
Del resto, non aveva ella ragione, innanzi alla ragione, di agire
così? Torto poteva averlo; Luisa Cima, innanzi al cuore umano e alle
sue arcane leggi: ma ella si rideva di questo cuore umano, come di un
fiore rettorico.