L'anno 1251 si radunò in Francia una moltitudine innumerevole di

pastori, che dicevano di dover andar oltremare allo sterminio de'

Saraceni per vendicare il Re di Francia. E molta gente dalle varie

città della Francia si metteva al loro seguito, nè alcuno osava

fare loro resistenza; si davano loro vittovaglie e tutto quello che

volevano, onde i mandriani abbandonavano i loro armenti per correr

loro dietro. E, per affascinarli, colui, che s'era messo alla loro

testa, affermava che Dio gli aveva rivelato che il mare si aprirebbe,

e che egli condurrebbeli a vendicare il Re di Francia. Ed io, all'udir

narrarmi quelle cose, sclamava: _Guai ai pastori che abbandonano

il proprio gregge!_ E potranno costoro quello che il Re di Francia

col suo esercito non ha potuto fare? Prestò loro fede il volgo de'

francesi e terribile insorgeva contro i religiosi, e specialmente

contro i Predicatori ed i Minori, perchè essi, avevano predicato la

crociata, e apposta la croce al petto di chi seguiva quel Re, che fu

poi debellato dai Saraceni. S'arrovellavano dunque i Francesi rimasti a

casa contro Cristo, tanto che non mancava loro l'empietà di bestemiarne

il nome, che è sopra ogni altro nome benedetto. E quando in quel tempo

i frati Minori e i Predicatori cercavano la limosina ai Francesi,

questi digrignavano contro loro i denti; e quando vedevano frati, che

accattavano, chiamavano qualche altro povero, gli davano danari, e

dicevano: Prendi in nome di Macometto, che è più potente di Cristo.

E con ciò si adempiva quel detto del Signore, Luca 8º _Un momento

credono, e al tempo della tentazione si ritraggono indietro_. Miseranda

miseria! Mentre il Re di Francia non si turbava per i passati eventi,

quel volgo sommoveva una terribile turbolenza! E quella accozzaglia di

pastori, perchè i frati Predicatori in una certa città avevano osato

lasciarsi sfuggire dalle labbra qualche parola contro di loro, ne

smaltellarono siffattamente il convento, che non ne rimase più pietra

sopra pietra...... Ma..... l'anno stesso furon ridotti al nulla, e

quella ragunata fu distrutta. Lo stesso anno fu preso il castello di

Castellarano[200], nella diocesi di Reggio, sulla Secchia. Parimente lo

stesso anno il Marchese Uberto Pallavicino andò a Piacenza e concordò

fra loro i Piacentini e i Cremonesi; ed i militi uscirono di Piacenza

a malgrado del popolo, e stettero il mese di Maggio per le castella

dei Piacentini; e Uberto Iniquità, di Piacenza, fu Podestà del popolo

Piacentino. L'anno stesso Papa Innocenzo IV, Genovese, venne a Genova

da Lione, città di Francia nella Borgogna, ove aveva tenuta la sua

sede parecchi anni. Arrivò là il mese di Maggio, e vi ammogliò un suo

nipote, alle cui nozze egli assistette con ottanta Vescovi e i suoi

Cardinali; ed a mensa furono servite molte varietà d'imbandigioni,

e vini di varie specie di tralci, e de' più squisiti e più allegri;

eppure ogni servito costava molte marche. Non si videro mai a' dì

nostri nozze più sontuose in nessun luogo, sia per altezza di grado

de' commensali, sia per la squisitezza e quantità delle imbandigioni,

sicchè se l'avesse viste la Regina Saba, anch'ella ne avrebbe fatte

le meraviglie. Dopo, il Papa andò a Milano, dove si soffermò un mese

e più. In quel tempo della sua dimora a Milano, i Milanesi corsero

sopra Lodi e se ne impossessarono. Ma avuta di ciò notizia il Marchese

Uberto Pallavicino, che allora signoreggiava in Cremona, con un grosso

esercito di Cremonesi e parte di Piacentini, corse, la riprese e

s'impadronì del Castello che l'Imperatore s'aveva fatto ivi costrurre

(in ogni città, in cui signoreggiò, l'Imperatore volle avere un palazzo

o castello). Stettero dunque quivi per bene un mese. E stando quivi

a campo il mese di Luglio e di Agosto l'uno di fronte all'altro co'

loro eserciti i Milanesi e i Cremonesi, avvenne che i Cremonesi misero

a fuoco alcune contrade di quella città, spianarono parte del muro di

cinta e le fosse, poi se ne tornarono senza conflitto al loro paese; e

i Milanesi ne rimasero padroni. Poscia Innocenzo andò a Brescia, dipoi

a Mantova, poi al monastero di S. Benedetto, che è tra il Po ed il

Lirone, ove riposa la Contessa Metilde sepolta in un'arca di marmo. E

il Papa coi Cardinali, memori dei benefici della Contessa alla Chiesa

e ai romani Pontefici, recitarono sulla tomba di lei il salmo: _De

profundis_. Di là passò Innocenzo IV a Ferrara, ove io mi trovava. E

mandò avvisando i frati Minori che al suo ingresso in città l'andassero

ad incontrare, e gli facessero ala; il che fu lungo tutta la via di S.

Paolo. Nunzio di questi ordini fu un frate Minore di Parma, chiamato

Buiolo, che era addetto al servizio del Papa, e che dimorava a Corte.

Confessore del Papa era poi un'altro frate Minore, di nome Nicola, mio

amico, cui poi il Papa creò Vescovo di Assisi; e frate Lorenzo, pure

mio amico e compagno, anch'esso dimorava in Corte del Papa, e lo fece

Arcivescovo di Antivari; ed, oltre i sunnominati, anche due altri frati

Minori erano addetti al servizio del Papa. Il quale si fermò più giorni

in Ferrara fra l'ottava del beato Francesco, e predicò dal balcone del

palazzo del Vescovo, e gli facevano ala quinci e quindi i Cardinali,

e uno di loro, cioè Guglielmo di lui nipote, dopo la predica fece la

sua confessione pubblica. E vi era immensa folla di popolo accorsa,

quasi adunata al supremo giudizio; e il Papa s'era preso per tema della

predica: _Beata la gente che ha Dio per suo Signore; beato il popolo

designato da Dio suo erede_. Dopo la predica, il Papa soggiunse: Iddio

fu mio custode quand'io partiva d'Italia e quando soggiornai a Lione;

ora che in Italia ritorno, sia egli benedetto per tutti i secoli. E

aggiunse: Questa città è mia, vi conforto a vivere in pace, poichè

l'ex-Imperatore, che perseguitava la Chiesa, è morto. Io poi era così a

costa del Papa, che poteva toccarlo quand'io voleva, perchè egli andava

lieto d'avere frati Minori attorno. In quel momento frate Gerardino

da Parma, che fu maestro di frate Bonagrazia, mi toccò di gomito, e

mi disse: Senti che è morto l'Imperatore, che non l'hai mai voluto

credere. Lascia dunque in disparte il tuo Gioachimo, _e fatti saggio,

o figlio mio, dammene la consolazione, acciochè tu possa ora rispondere

qualche cosa a me, che ti rimproverava_. I Cardinali, nei giorni della

loro fermata a Ferrara, mandarono più volte regalandoci maiali uccisi e

già pelati, stati loro donati; e noi a volta nostra, ne facevamo parte

alle nostre sorelle dell'Ordine di S. Chiara. Anche il dispensiere

del Papa mandonne a dire: Domani il Papa è di partenza per Bologna;

mandatemi i vostri barcaiuoli che vi darò il pane e il vino che ne

resta, di cui non abbiamo più bisogno. E così si fece. All'arrivo a

Bologna i Bolognesi fecero al Papa una festosissima accoglienza; si

fermò poco tra loro, e partissene turbato e quasi improvviso, perchè

domandarono che cedesse loro in dono Medicina[201], che è una Terra

della Chiesa nella diocesi di Bologna, cui i Bolognesi da lungo tempo

avevano violentemente occupata. Ma il Papa non li esaudì, nè gliela

donò, anzi rispose: Di forza tenete una Terra della Chiesa, ed ora

volete che ve la doni? Andatevene con Dio, ch'io non posso nè voglio

darvela. Nulla ostante però, alla sua partenza il Papa trovò molte

nobili e belle donne Bolognesi, accorse dalle lor ville alla strada,

per cui doveva passare, bramose di vederlo; le benedisse nel nome

del Signore, continuò sua via e fece sosta a Perugia. Lo stesso anno

arrivò in Lombardia Re Corrado, prima a Verona, poi a Cremona, d'onde

ritornò a Verona, e da Verona partì per la Puglia; e fu in Novembre.

L'anno stesso fu preso il castello che era nella città di Lodi, e

tutti i Lodigiani che vi erano dentro ne ebbero mozza la testa, ed

i Pavesi, che pur vi si trovavano, li lasciarono andare liberi senza

molestia. Lo stesso anno furono fatti prigioni la maggior parte degli

uomini di Tortona dagli Alessandrini e dai Milanesi; e dal Marchese

Uberto Pallavicini e dai Cremonesi fu preso in Ottobre il castello

di Brescello. Brescello è una Terra posta nella Diocesi di Parma; una

volta era città, e fu distrutta sino alle fondamenta dai Longobardi.

a. 1252

L'anno 1252 Ghiberto da Gente, cittadino di Parma, coll'aiuto dei

beccai di Parma si fece Signore della città e lo fu molt'anni. Egli

fece due buone cose durante la sua signoria: Rappacificò tra loro i

Parmigiani, e fece murare alcune porte della città. Ma ne fece anche

di cattive, come ne giudicarono i Parmigiani, i quali finalmente si

levarono contro di lui, gli rapirono di mano la signoria, atterrarono

le sue case nella villa di Campeggine[202] e in Parma, e lo mandarono

in esiglio ad Ancona, dove stette sino alla morte. Prima però di

essere definitivamente espulso da Parma, quantunque spogliato della

signoria e ridotto a vivere come privato cittadino, ebbe la Podesteria

di Pisa, e poi quella di Padova; e vi si trovava quando fu trasportato

il corpo del beato Antonio alla nuova chiesa, ove era presente anche

frate Bonaventura Ministro Generale. Le colpe di Ghiberto da Gente

erano queste. Primo, s'avea molta ragione di sospettare della sua

fede al partito della Chiesa, che anzi teneva più per la parte del

Pallavicino; e siccome aspirava egli alla signoria di Parma, per ciò

solo non permetteva che il Pallavicino vi entrasse. Secondo, era troppo

ingordamente avaro, tanto che nel tempo della sua Signoria nessuno

poteva vendere vittovaglie se non per conto del Comune; e si faceva poi

socio con quelli, che erano autorizzati alle vendite, per espillarne da

ciascuno parte del lucro....... E spingeva tant'oltre la sua avarizia,

che avendogli un milite della Corte domandato che gli desse qualche

cosa, gli offerse un _Bolognino_ per comperarsi i fichi. Ed io stesso

ho veduta, conosciuta, provata e misurata la sua abbietta grettezza

a Campeggine, quando a suo non poco vantaggio, io mi era recato colà

con frate Bernardino da _Buzea_........ Terzo, che delle ricchezze de'

suoi concittadini si fabbricò alti e magnifici palazzi nella villa di

Campeggine ed in Parma, mentre prima non era che un povero soldato;

con che provocò l'invidia, e glieli smantellarono..... Quarto, ebbe

la follìa di condannare iniquamente alcuni nella persona, come si

disse che fece mozzar la testa al Da-Cavaza; altri, nella borsa;

e interrogane, che te lo dirà, Giacomo Sanvitali. Così ad alcuni,

per denaro, perdonava; contro altri, che non volevano spillarne,

infieriva... Il Signore dice Levitico 19º. _Abbiate bilancie giuste,

peso giusto, moggio giusto, e staio giusto._ Tutte queste cose egli

falsificò. Quinto, gli fu apposto di prendere uno stipendio annuo

troppo vistoso per compenso delle cure che aveva pel governo della

città, assegno maggiore di quello che Parma usava pagare agli altri

Podestà. La qual cosa non c'era delicatezza a farla, essendo egli

nel proprio paese, in casa sua, sulle proprie possessioni; e perciò

fu espulso dal governo e dalla città. Sesto, fu una soperchieria

quella di adunare il popolo di Parma nella piazza del Comune, tenere

una concione, e insignorirsi della città per sè e pe' suoi figli in

perpetuo...... (L'utile rettore viene da Dio). Non tale fu Ghiberto

da Gente, che portato sugli scudi dai beccai, si usurpò la Signoria

di Parma. Settimo, fu una iniquità quella di alterare le monete, e

impicciolirle riducendole a minor valore effettivo; alterazione, per

la quale, dicono i banchieri che i Parmigiani ebbero un danno maggiore

di un quarto del valore di tutta la città. E tienti ben fitto in mente

che le due cose, di cui suole più vivamente dolersi il popolo, sono la

carestia del frumento, e la falsificazione delle monete. Fece dunque

un male assai grave Ghiberto da Gente falsificando le monete più

direttamente a fine del vantaggio proprio che del Comune. Ottavo, per

dare maggior splendore e grandezza alla sua signoria, ebbe la pazza

vanità di formarsi una guardia di cinquecento uomini armati, che gli

facessero sempre corteggio, quando che a lui piacesse. Io li ho visti

quegli uomini in armi, la vigilia dell'Assunta, quando per ambizione,

per pompa, per onore e vana gloria si faceva fare corteo mentre andava

coi ceri, secondo l'uso de' Parmigiani, alla chiesa matrice. Poi s'era

proposto di far Vescovo di Parma un suo fratello germano, Abbate nel

monastero di S. Benedetto di Leno[203], nella diocesi di Brescia.

Ebbe l'ingordigia di voler aggiungere alla sua Signoria le due vicine

città di Reggio e di Modena, e voleva ch'io mi maneggiassi di fargli

aver Modena; ma io non mi ci volli immischiare, perchè nella seconda

Epistola a Timoteo l'Apostolo, 2º dice..... Ebbe però qualche tempo

in sua podestà Reggio, ma i Reggiani ne lo cacciarono presto, e lo

spogliarono del potere per le angherie e le perversità che in seguito

esporremo. Ricordo che, deposto dai Parmigiani dalla Signoria di

Parma, nella sua villa di Campeggine in casa sua, gli dissi: Che fate

Ghiberto? Perchè non entrate nell'Ordine de' frati Minori? E rispose:

Che vorreste farne di me che ho sessant'anni? Ed io soggiunsi: Dareste

ad altri il buon esempio di operar bene, e salvereste l'anima vostra.

Al che egli di rimando: Intendo bene che mi date un buon consiglio, ma

non posso seguirlo perchè vo mulinando nell'animo mio altre cose.....

Che volete? M'affaticai in pregarlo, ma non volle saperne di mettersi

sul buon sentiero: _perocchè aveva meditato iniquità dentro di sè._ Di

fatto nutriva speranza di vendicarsi dei Parmigiani e dei Reggiani,

che l'avevano deposto dalla signoria; e, a meglio riuscirvi, diede

per moglie sua figlia Mabilia a Guido da Correggio..... E nota che

siccome Ghiberto da Gente diede il bando ed espulse da Parma Bertolino,

figlio di Bertolo Tavernieri, così egli fu sbandito ed espulso dai

Parmigiani, e abitò nella Marca, e morì in Ancona, dove è sepolto. Ed

assegnò per un certo numero d'anni le rendite annue di alcune praterie,

che aveva nella diocesi di Parma, ai frati Minori e Predicatori, a

risarcimento di rendite incerte loro rapite; e le ebbero; e l'anima

sua per la misericordia di Dio riposi in pace, e così sia. Lo stesso

anno 1252, per la mediazione del Vescovo di Reggio Guglielmo Fogliani,

e di frate Egidio della Religione della Santa Trinità da Campagnola,

oriondo di Verona, si pacificarono tra loro i Roberti, i Fogliani e

tutti i fuorusciti ed espulsi di Reggio, e questo avvenne alla metà

d'Agosto nella chiesa di S. Lorenzo. E, per il meglio della città di

Reggio, furono creati gli Anziani, estraendoli a sorte dal Consiglio

generale; e a principio furono dodici. E lo stesso anno ad onore di

Dio e del beato Prospero e di S. Grisanto, e per il bene della loro

città, i suaccennati Anziani, in giorno di sabato, sedici Agosto,

convocati di volontà del Consiglio, secondo l'uso e la consueta formola

di convocazione, e radunati nel palazzo del Comune, giurarono pace e

concordia col prenominato Guglielmo Vescovo di Reggio, e coi Reggiani

fuorusciti da una parte, e dall'altra i Reggiani che erano in città. E

quell'anno una gran brinata, ai diciotto di Maggio, giorno di domenica,

distrusse in più luoghi il frutto dei vigneti.

a. 1253

Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. I · 第 25 / 28 段