pastori, che dicevano di dover andar oltremare allo sterminio de'
Saraceni per vendicare il Re di Francia. E molta gente dalle varie
città della Francia si metteva al loro seguito, nè alcuno osava
fare loro resistenza; si davano loro vittovaglie e tutto quello che
volevano, onde i mandriani abbandonavano i loro armenti per correr
loro dietro. E, per affascinarli, colui, che s'era messo alla loro
testa, affermava che Dio gli aveva rivelato che il mare si aprirebbe,
e che egli condurrebbeli a vendicare il Re di Francia. Ed io, all'udir
narrarmi quelle cose, sclamava: _Guai ai pastori che abbandonano
il proprio gregge!_ E potranno costoro quello che il Re di Francia
col suo esercito non ha potuto fare? Prestò loro fede il volgo de'
francesi e terribile insorgeva contro i religiosi, e specialmente
contro i Predicatori ed i Minori, perchè essi, avevano predicato la
crociata, e apposta la croce al petto di chi seguiva quel Re, che fu
poi debellato dai Saraceni. S'arrovellavano dunque i Francesi rimasti a
casa contro Cristo, tanto che non mancava loro l'empietà di bestemiarne
il nome, che è sopra ogni altro nome benedetto. E quando in quel tempo
i frati Minori e i Predicatori cercavano la limosina ai Francesi,
questi digrignavano contro loro i denti; e quando vedevano frati, che
accattavano, chiamavano qualche altro povero, gli davano danari, e
dicevano: Prendi in nome di Macometto, che è più potente di Cristo.
E con ciò si adempiva quel detto del Signore, Luca 8º _Un momento
credono, e al tempo della tentazione si ritraggono indietro_. Miseranda
miseria! Mentre il Re di Francia non si turbava per i passati eventi,
quel volgo sommoveva una terribile turbolenza! E quella accozzaglia di
pastori, perchè i frati Predicatori in una certa città avevano osato
lasciarsi sfuggire dalle labbra qualche parola contro di loro, ne
smaltellarono siffattamente il convento, che non ne rimase più pietra
sopra pietra...... Ma..... l'anno stesso furon ridotti al nulla, e
quella ragunata fu distrutta. Lo stesso anno fu preso il castello di
Castellarano[200], nella diocesi di Reggio, sulla Secchia. Parimente lo
stesso anno il Marchese Uberto Pallavicino andò a Piacenza e concordò
fra loro i Piacentini e i Cremonesi; ed i militi uscirono di Piacenza
a malgrado del popolo, e stettero il mese di Maggio per le castella
dei Piacentini; e Uberto Iniquità, di Piacenza, fu Podestà del popolo
Piacentino. L'anno stesso Papa Innocenzo IV, Genovese, venne a Genova
da Lione, città di Francia nella Borgogna, ove aveva tenuta la sua
sede parecchi anni. Arrivò là il mese di Maggio, e vi ammogliò un suo
nipote, alle cui nozze egli assistette con ottanta Vescovi e i suoi
Cardinali; ed a mensa furono servite molte varietà d'imbandigioni,
e vini di varie specie di tralci, e de' più squisiti e più allegri;
eppure ogni servito costava molte marche. Non si videro mai a' dì
nostri nozze più sontuose in nessun luogo, sia per altezza di grado
de' commensali, sia per la squisitezza e quantità delle imbandigioni,
sicchè se l'avesse viste la Regina Saba, anch'ella ne avrebbe fatte
le meraviglie. Dopo, il Papa andò a Milano, dove si soffermò un mese
e più. In quel tempo della sua dimora a Milano, i Milanesi corsero
sopra Lodi e se ne impossessarono. Ma avuta di ciò notizia il Marchese
Uberto Pallavicino, che allora signoreggiava in Cremona, con un grosso
esercito di Cremonesi e parte di Piacentini, corse, la riprese e
s'impadronì del Castello che l'Imperatore s'aveva fatto ivi costrurre
(in ogni città, in cui signoreggiò, l'Imperatore volle avere un palazzo
o castello). Stettero dunque quivi per bene un mese. E stando quivi
a campo il mese di Luglio e di Agosto l'uno di fronte all'altro co'
loro eserciti i Milanesi e i Cremonesi, avvenne che i Cremonesi misero
a fuoco alcune contrade di quella città, spianarono parte del muro di
cinta e le fosse, poi se ne tornarono senza conflitto al loro paese; e
i Milanesi ne rimasero padroni. Poscia Innocenzo andò a Brescia, dipoi
a Mantova, poi al monastero di S. Benedetto, che è tra il Po ed il
Lirone, ove riposa la Contessa Metilde sepolta in un'arca di marmo. E
il Papa coi Cardinali, memori dei benefici della Contessa alla Chiesa
e ai romani Pontefici, recitarono sulla tomba di lei il salmo: _De
profundis_. Di là passò Innocenzo IV a Ferrara, ove io mi trovava. E
mandò avvisando i frati Minori che al suo ingresso in città l'andassero
ad incontrare, e gli facessero ala; il che fu lungo tutta la via di S.
Paolo. Nunzio di questi ordini fu un frate Minore di Parma, chiamato
Buiolo, che era addetto al servizio del Papa, e che dimorava a Corte.
Confessore del Papa era poi un'altro frate Minore, di nome Nicola, mio
amico, cui poi il Papa creò Vescovo di Assisi; e frate Lorenzo, pure
mio amico e compagno, anch'esso dimorava in Corte del Papa, e lo fece
Arcivescovo di Antivari; ed, oltre i sunnominati, anche due altri frati
Minori erano addetti al servizio del Papa. Il quale si fermò più giorni
in Ferrara fra l'ottava del beato Francesco, e predicò dal balcone del
palazzo del Vescovo, e gli facevano ala quinci e quindi i Cardinali,
e uno di loro, cioè Guglielmo di lui nipote, dopo la predica fece la
sua confessione pubblica. E vi era immensa folla di popolo accorsa,
quasi adunata al supremo giudizio; e il Papa s'era preso per tema della
predica: _Beata la gente che ha Dio per suo Signore; beato il popolo
designato da Dio suo erede_. Dopo la predica, il Papa soggiunse: Iddio
fu mio custode quand'io partiva d'Italia e quando soggiornai a Lione;
ora che in Italia ritorno, sia egli benedetto per tutti i secoli. E
aggiunse: Questa città è mia, vi conforto a vivere in pace, poichè
l'ex-Imperatore, che perseguitava la Chiesa, è morto. Io poi era così a
costa del Papa, che poteva toccarlo quand'io voleva, perchè egli andava
lieto d'avere frati Minori attorno. In quel momento frate Gerardino
da Parma, che fu maestro di frate Bonagrazia, mi toccò di gomito, e
mi disse: Senti che è morto l'Imperatore, che non l'hai mai voluto
credere. Lascia dunque in disparte il tuo Gioachimo, _e fatti saggio,
o figlio mio, dammene la consolazione, acciochè tu possa ora rispondere
qualche cosa a me, che ti rimproverava_. I Cardinali, nei giorni della
loro fermata a Ferrara, mandarono più volte regalandoci maiali uccisi e
già pelati, stati loro donati; e noi a volta nostra, ne facevamo parte
alle nostre sorelle dell'Ordine di S. Chiara. Anche il dispensiere
del Papa mandonne a dire: Domani il Papa è di partenza per Bologna;
mandatemi i vostri barcaiuoli che vi darò il pane e il vino che ne
resta, di cui non abbiamo più bisogno. E così si fece. All'arrivo a
Bologna i Bolognesi fecero al Papa una festosissima accoglienza; si
fermò poco tra loro, e partissene turbato e quasi improvviso, perchè
domandarono che cedesse loro in dono Medicina[201], che è una Terra
della Chiesa nella diocesi di Bologna, cui i Bolognesi da lungo tempo
avevano violentemente occupata. Ma il Papa non li esaudì, nè gliela
donò, anzi rispose: Di forza tenete una Terra della Chiesa, ed ora
volete che ve la doni? Andatevene con Dio, ch'io non posso nè voglio
darvela. Nulla ostante però, alla sua partenza il Papa trovò molte
nobili e belle donne Bolognesi, accorse dalle lor ville alla strada,
per cui doveva passare, bramose di vederlo; le benedisse nel nome
del Signore, continuò sua via e fece sosta a Perugia. Lo stesso anno
arrivò in Lombardia Re Corrado, prima a Verona, poi a Cremona, d'onde
ritornò a Verona, e da Verona partì per la Puglia; e fu in Novembre.
L'anno stesso fu preso il castello che era nella città di Lodi, e
tutti i Lodigiani che vi erano dentro ne ebbero mozza la testa, ed
i Pavesi, che pur vi si trovavano, li lasciarono andare liberi senza
molestia. Lo stesso anno furono fatti prigioni la maggior parte degli
uomini di Tortona dagli Alessandrini e dai Milanesi; e dal Marchese
Uberto Pallavicini e dai Cremonesi fu preso in Ottobre il castello
di Brescello. Brescello è una Terra posta nella Diocesi di Parma; una
volta era città, e fu distrutta sino alle fondamenta dai Longobardi.
a. 1252
L'anno 1252 Ghiberto da Gente, cittadino di Parma, coll'aiuto dei
beccai di Parma si fece Signore della città e lo fu molt'anni. Egli
fece due buone cose durante la sua signoria: Rappacificò tra loro i
Parmigiani, e fece murare alcune porte della città. Ma ne fece anche
di cattive, come ne giudicarono i Parmigiani, i quali finalmente si
levarono contro di lui, gli rapirono di mano la signoria, atterrarono
le sue case nella villa di Campeggine[202] e in Parma, e lo mandarono
in esiglio ad Ancona, dove stette sino alla morte. Prima però di
essere definitivamente espulso da Parma, quantunque spogliato della
signoria e ridotto a vivere come privato cittadino, ebbe la Podesteria
di Pisa, e poi quella di Padova; e vi si trovava quando fu trasportato
il corpo del beato Antonio alla nuova chiesa, ove era presente anche
frate Bonaventura Ministro Generale. Le colpe di Ghiberto da Gente
erano queste. Primo, s'avea molta ragione di sospettare della sua
fede al partito della Chiesa, che anzi teneva più per la parte del
Pallavicino; e siccome aspirava egli alla signoria di Parma, per ciò
solo non permetteva che il Pallavicino vi entrasse. Secondo, era troppo
ingordamente avaro, tanto che nel tempo della sua Signoria nessuno
poteva vendere vittovaglie se non per conto del Comune; e si faceva poi
socio con quelli, che erano autorizzati alle vendite, per espillarne da
ciascuno parte del lucro....... E spingeva tant'oltre la sua avarizia,
che avendogli un milite della Corte domandato che gli desse qualche
cosa, gli offerse un _Bolognino_ per comperarsi i fichi. Ed io stesso
ho veduta, conosciuta, provata e misurata la sua abbietta grettezza
a Campeggine, quando a suo non poco vantaggio, io mi era recato colà
con frate Bernardino da _Buzea_........ Terzo, che delle ricchezze de'
suoi concittadini si fabbricò alti e magnifici palazzi nella villa di
Campeggine ed in Parma, mentre prima non era che un povero soldato;
con che provocò l'invidia, e glieli smantellarono..... Quarto, ebbe
la follìa di condannare iniquamente alcuni nella persona, come si
disse che fece mozzar la testa al Da-Cavaza; altri, nella borsa;
e interrogane, che te lo dirà, Giacomo Sanvitali. Così ad alcuni,
per denaro, perdonava; contro altri, che non volevano spillarne,
infieriva... Il Signore dice Levitico 19º. _Abbiate bilancie giuste,
peso giusto, moggio giusto, e staio giusto._ Tutte queste cose egli
falsificò. Quinto, gli fu apposto di prendere uno stipendio annuo
troppo vistoso per compenso delle cure che aveva pel governo della
città, assegno maggiore di quello che Parma usava pagare agli altri
Podestà. La qual cosa non c'era delicatezza a farla, essendo egli
nel proprio paese, in casa sua, sulle proprie possessioni; e perciò
fu espulso dal governo e dalla città. Sesto, fu una soperchieria
quella di adunare il popolo di Parma nella piazza del Comune, tenere
una concione, e insignorirsi della città per sè e pe' suoi figli in
perpetuo...... (L'utile rettore viene da Dio). Non tale fu Ghiberto
da Gente, che portato sugli scudi dai beccai, si usurpò la Signoria
di Parma. Settimo, fu una iniquità quella di alterare le monete, e
impicciolirle riducendole a minor valore effettivo; alterazione, per
la quale, dicono i banchieri che i Parmigiani ebbero un danno maggiore
di un quarto del valore di tutta la città. E tienti ben fitto in mente
che le due cose, di cui suole più vivamente dolersi il popolo, sono la
carestia del frumento, e la falsificazione delle monete. Fece dunque
un male assai grave Ghiberto da Gente falsificando le monete più
direttamente a fine del vantaggio proprio che del Comune. Ottavo, per
dare maggior splendore e grandezza alla sua signoria, ebbe la pazza
vanità di formarsi una guardia di cinquecento uomini armati, che gli
facessero sempre corteggio, quando che a lui piacesse. Io li ho visti
quegli uomini in armi, la vigilia dell'Assunta, quando per ambizione,
per pompa, per onore e vana gloria si faceva fare corteo mentre andava
coi ceri, secondo l'uso de' Parmigiani, alla chiesa matrice. Poi s'era
proposto di far Vescovo di Parma un suo fratello germano, Abbate nel
monastero di S. Benedetto di Leno[203], nella diocesi di Brescia.
Ebbe l'ingordigia di voler aggiungere alla sua Signoria le due vicine
città di Reggio e di Modena, e voleva ch'io mi maneggiassi di fargli
aver Modena; ma io non mi ci volli immischiare, perchè nella seconda
Epistola a Timoteo l'Apostolo, 2º dice..... Ebbe però qualche tempo
in sua podestà Reggio, ma i Reggiani ne lo cacciarono presto, e lo
spogliarono del potere per le angherie e le perversità che in seguito
esporremo. Ricordo che, deposto dai Parmigiani dalla Signoria di
Parma, nella sua villa di Campeggine in casa sua, gli dissi: Che fate
Ghiberto? Perchè non entrate nell'Ordine de' frati Minori? E rispose:
Che vorreste farne di me che ho sessant'anni? Ed io soggiunsi: Dareste
ad altri il buon esempio di operar bene, e salvereste l'anima vostra.
Al che egli di rimando: Intendo bene che mi date un buon consiglio, ma
non posso seguirlo perchè vo mulinando nell'animo mio altre cose.....
Che volete? M'affaticai in pregarlo, ma non volle saperne di mettersi
sul buon sentiero: _perocchè aveva meditato iniquità dentro di sè._ Di
fatto nutriva speranza di vendicarsi dei Parmigiani e dei Reggiani,
che l'avevano deposto dalla signoria; e, a meglio riuscirvi, diede
per moglie sua figlia Mabilia a Guido da Correggio..... E nota che
siccome Ghiberto da Gente diede il bando ed espulse da Parma Bertolino,
figlio di Bertolo Tavernieri, così egli fu sbandito ed espulso dai
Parmigiani, e abitò nella Marca, e morì in Ancona, dove è sepolto. Ed
assegnò per un certo numero d'anni le rendite annue di alcune praterie,
che aveva nella diocesi di Parma, ai frati Minori e Predicatori, a
risarcimento di rendite incerte loro rapite; e le ebbero; e l'anima
sua per la misericordia di Dio riposi in pace, e così sia. Lo stesso
anno 1252, per la mediazione del Vescovo di Reggio Guglielmo Fogliani,
e di frate Egidio della Religione della Santa Trinità da Campagnola,
oriondo di Verona, si pacificarono tra loro i Roberti, i Fogliani e
tutti i fuorusciti ed espulsi di Reggio, e questo avvenne alla metà
d'Agosto nella chiesa di S. Lorenzo. E, per il meglio della città di
Reggio, furono creati gli Anziani, estraendoli a sorte dal Consiglio
generale; e a principio furono dodici. E lo stesso anno ad onore di
Dio e del beato Prospero e di S. Grisanto, e per il bene della loro
città, i suaccennati Anziani, in giorno di sabato, sedici Agosto,
convocati di volontà del Consiglio, secondo l'uso e la consueta formola
di convocazione, e radunati nel palazzo del Comune, giurarono pace e
concordia col prenominato Guglielmo Vescovo di Reggio, e coi Reggiani
fuorusciti da una parte, e dall'altra i Reggiani che erano in città. E
quell'anno una gran brinata, ai diciotto di Maggio, giorno di domenica,
distrusse in più luoghi il frutto dei vigneti.
a. 1253