dobbiamo andar da loro, sia pe' loro malati, sia per qualunque altra
tribolazione che abbiano....... Nè alterchiamo tra i bicchieri con
alcuna donna, perchè secondo la nostra Costituzione, nelle città non
osiamo bere se non coi prelati, coi religiosi e colle autorità del
paese...... Io poi ho conosciuto quel tal Vescovo..... ed era vecchio e
invecchiato nella malignità, e dopo pochi giorni una notte fu soffocato
da uno de' suoi, che ne portò via tutto il tesoro; anzi assistetti
alle di lui esequie (Egli fu Vescovo di Faenza, al quale succedette
un giovine dell'Ordine de' frati Minori, che era a studio in Padova,
e che venuto a Faenza ottenne subito la consacrazione, e fece sontuoso
trattamento tanto ai religiosi che ai secolari suoi concittadini. Egli
era nativo di Faenza, ed imbandì mense per tutti quelli che volessero
andarvi, poichè aveva il tesoro del suo predecessore in casa de' suoi
fratelli, ed era del partito degli Alberghetti, e fu fatto Vescovo
per violenza, simonia, denaro e minaccie. Le quali cose furono la
cagione del decadimento di Faenza, stante che il partito contrario,
cioè quello de' figli di Alcarisio e loro seguaci provocati per questo
fatto ad odio e ad invidia, chiamò i Forlivesi, ed espulsero dalla
città i loro avversarii. Ed il Vescovo si ritirò a Bagnacavallo, e
per timore degli stormi notturni stava chiuso di notte nel campanile
di quella chiesa plebana, tremando per la sua pelle; ma sopravvisse
pochi giorni e fu nominato un altro Vescovo). Ho conosciuto anche
un certo canonico, che fu strangolato dal diavolo e seppellito in
un letamaio accanto ai porci. Quando i frati Minori andavano per
qualche motivo a cercarlo di mattino per tempissimo, lo trovavano più
volte a letto con una nobil donna sua amante. (Era costui Giovanni
del Bondeno Ferrarese, che stette dieci anni nell'Ordine de' frati
Predicatori, e poi apostatò ed entrò nell'Ordine de' Canonici di S.
Frediano di Lucca, e si fermò alcuni anni con loro; poi, uscitone,
fu fatto Canonico della chiesa matrice di Ferrara. Quando poi nella
chiesa di S. Alessio, ove teneva con sè, come amante, una nobil donna,
ma povera, di Padova, espulsa da Ezzelino, fu trovato nel suo letto
soffocato dal diavolo senza confessione e senza viatico. La chiesa di
S. Alessio era nella parocchia, in cui aveva in antico i suoi palazzi
Guglielmo di Marchesella). Dopo che io ebbi fatta l'esposizione di
tutte le mie ragioni ed osservazioni, soggiunse Matolino: Hai risposto
benissimo a tutte le mie inchieste, e per me siete giustificati voi
e i frati Predicatori; e sarò vostro difensore contro i sacerdoti
e chierici secolari, che si sforzano di calunniarvi; poichè io sono
persuaso che parlano contro di voi per invidia e per malevolenza. Io
poi diedi l'assalto a Matolino e dissi: Io ho abitato cinque anni in
Ravenna, nè ho mai posto piede in casa di Marco di Michele, che è uno
dei maggiorenti, de' più nobili e de' più ricchi di quella città. Io
vi sono andato le cento volte, mi rispose, ed ho pranzato con lui,
Allora io ripigliai: Dimmi un po', Chi è dunque più donnaiuolo, tu, od
io? E rispose: Veggo che lo sono io[186]; e tu mi chiudesti la bocca,
e mi hai dato scacco, nè posso più rispondere nulla. Questo bastò
perchè Matolino diventasse mio amico, e lo trovassi sempre pronto a
farmi servigio. Ma per questo battibecco neppur egli ebbe a perdere
nulla, perchè, coll'aiuto delle raccomandazioni e sollecitazioni di
Guido, da Polenta e di Adegherio di Fontana presso un certo Marchese
di Ferrara, che abitava a Ravenna, gliene diedi per moglie la figlia,
d'onde ricevette una gran dote. Io era confessore del padre di quella
fanciulla nel tempo di quella malattia, che lo trasse al sepolcro, ed
ho fatto quel matrimonio di sua volontà ed assenso, anzi ebbe a dirmi:
Frate Salimbene, Iddio ve ne rimuneri, perchè mia figlia dopo la mia
morte sarebbe rimasta in una taverna e forse diventata una meretrice,
se non foste stato voi che l'aveste maritata. Ora muoio contento, chè
so che mia figlia è bene allogata. Ed ora ritorniamo all'argomento
principale. Obizzo dunque Vescovo di Parma teneva molto i suoi chierici
a bacchetta, e vedeva di buon occhio i frati Minori, e li difendeva
contro le male lingue. Altrettanto fece Filippo Arcivescovo di Ravenna,
il quale dopo molte guerre e molte vittorie, già invecchiato e oppresso
dagli anni, malò di quella malattia, che lo trasse al sepolcro. E
desiderando di chiudere i suoi giorni nella Terra natale, vi si faceva
portare su un letto di legno da venti uomini, che si alternavano dieci
per volta, e giunto ad Imola, dove io era allora, volle soffermarsi nel
convento de' frati Minori; e gli cedemmo tutto il refettorio; ma non
restò con noi che una giornata. Giunto poi a Pistoia, mandò cercando
frate Tomaso da Pavia, mio vecchio conoscente ed amico, si confessò
da lui, aggiustò con lui le cose dell'anima sua, chiuse gli occhi in
pace, e fu sepolto nella chiesa de' frati Minori di Pistoia. Quel frate
Tomaso di Pavia, fu un buono e sant'uomo, chierico illustre, e lettore
di teologia molti anni a Parma, a Bologna, a Ferrara; era uno dei più
vecchi dell'Ordine de' frati Minori, saggio, prudente, e uomo di sani
consigli; era anche socievole, pronto, umile, dolce, divoto a Dio,
predicatore di forza, e di grazia. Fu molti anni Ministro Provinciale
in Toscana; compose una cronaca ampia, perchè abbondava di materia
ed era prolisso. Scrisse un trattato Dei Sermoni, ed una amplissima
opera di teologia, cui egli, per la grossezza del volume, chiamava
Bue. Ridusse a buoni costumi la provincia di Toscana, e fu mio intimo
amico, perchè abitammo insieme per molti anni nel convento di Ferrara;
e l'anima sua per la misericordia di Dio riposi in pace, e così sia.
Filippo poi, l'Arcivescovo di Ravenna e Legato del Papa, quando era
nella sua villeggiatura d'Argenta[187] presso al Po, passeggiava
pel suo palazzo cantando responsorii e antifone in lode della beata
Vergine, e ad ogni angolo del palazzo, di estate, si soffermava a
bere, ed a questo fine teneva in ogni angolo del palazzo stesso, entro
un vaso di acqua fresca, un'inguistara d'ottimo vino; poichè era un
gran bevitore, nè voleva acqua nel vino, e perciò si teneva molto caro
il trattato di Primasso intorno al non annacquare il vino, che forse
trascriverò in questo libro per notizia e piacevole lettura. Però è
da sapere che per molte ragioni l'acqua nel vino fa bene. Comincia il
trattato di Primasso intorno al non mescolare acqua col vino:
Denudata veritate,
Succinctaque brevitate
Ratione varia,
Dico quod non copulari
Debent, immo separari,
Quae sunt adversaria ecc.
Messo a nudo, tutto il vero,
Dirò breve, ma sincero:
Per argomenti e per ragion moltissime
Non si denno mai sposare,
Anzi s'han da separare
Le nature tra lor dissimilissime. ecc.
Vi fu un tempo che l'Arcivescovo di Ravenna stette chiuso
spontaneamente nel suo palazzo d'Argenta[188], a cagione della rottura
che aveva col marchese d'Este e col Pallavicino, e non permetteva
che nessuno andasse alla sua presenza salvo che pochi famigliari
ed inservienti. Eravi a compagnia dell'Arcivescovo un certo Pisano,
maestro di grammatica, di nome Pellegrino, buono e sant'uomo, e faceva
scuola ai ragazzi d'Argenta. Egli era una mia conoscenza ed amicizia,
ed amava dal fondo del cuore tutti i frati Minori; e, servendomi
a tavola, a pian terreno del palazzo dell'Arcivescovo, presso il
Po, perchè io era giunto di recente da Ravenna, gli dissi: Maestro
Pellegrino, parlerei volentieri coll'Arcivescovo, se mi si permettesse
d'entrare, chè avrei delle novità da raccontargli. E maestro Pellegrino
rispose: Ditele a me le nuove che avete, ch'io le riporterò a lui,
perchè non vuole che nessuno entri a lui, se non è della famiglia.
Allora gli narrai che Papa Urbano IV era morto; e corse subito a
riferirlo all'Arcivescovo, che se ne rallegrò assai, perchè sperava
di diventar Papa, tanto perchè era Legato, e uomo di gran rinomanza,
e che aveva lavorato molto per la Chiesa, quanto perchè il maestro di
Negromanzia di Toledo gli aveva presagito che sarebbe diventato grande
nella Chiesa. Udita dunque la notizia della morte del Papa, mi mandò
un servito di pesci di mare ed una mezza torta; e il famiglio che
portava le vivande disse: Il mio Signore vi manda del suo pranzo, e
per mezzo mio vi domanda se crediate che il Papa sia veramente morto.
Ed erano presenti tre o quattro della famiglia, che erano accorsi per
udire. Allora io gli dissi: So di certo che è morto, ed è vacante la
sede pontificia. La quale assicurazione riportata al loro Signore, mi
mandò un'altra pietanza, poi una terza, facendomi sempre domandare se
veramente fosse morto il Papa. E seccandomi di ripetere tante volte
la stessa cosa, dissi ai messi dell'Arcivescovo: Volete voi ch'io
vi spedisca in poche parole? Accogliendo eglino di buon grado la mia
proposta, soggiunsi: In quella barca che vedete là in Po, vi si trova
un frate Minore malato, che in quattro giorni arrivò dalla Corte a
Ravenna, e fu presente alla sepoltura del Papa, e vi dirà egli tutto
quanto desiderate sapere. S'affrettarono adunque alla barca in Po e
udirono da lui confermata la notizia; ed io col mio compagno pranzammo
in pace. E giunti a Ferrara col frate malato, tutta la città era
già piena della morte del Papa; poichè l'Arcivescovo volendo l'onore
d'averlo per primo fatto sapere, aveva mandato annunziando a Ferrara
quello, che aveva saputo da noi. Dopo questo, fu fatto Legato maestro
Martino da Parma, perchè predicasse una crociata, e designasse quelli
che dovevano predicarla, e fregiasse della croce chi fosse accorso
in aiuto di Terra Santa. Questi fu allevato in casa de' Pozzolesi
di Parma. Papa Innocenzo IV lo nominò Vescovo di Mantova; e fu uomo
cortese, umile, benigno, liberale e largo. Invitava volentieri, con
cortesia, e molta garbatezza persone a pranzo, ed era un insaziabile
bevitore. Fece sontuoso trattamento a frate Regaldo in Mantova, e a
tutto il seguito che aveva, quando passò di là per andare alla Corte, e
lo fece precedere dal suo siniscalco coll'incarico di fargli le spese
sino a Bologna. Ma frate Regaldo non lo permise, dicendo che colla
metà delle rendite proprie poteva vivere splendidamente con tutta la
famiglia ch'era seco, e che aveva di superfluo l'altra metà. Eppure
aveva ottanta cavalcature in quel viaggio, oltre ad una proporzionata
famiglia di servi; e quando pranzò a Ferrara ebbe commensali quattro
frati Minori, che erano andati a fargli visita. E teneva davanti a sè
alla mensa due conche d'argento, entro le quali metteva da mangiare
pei poveri; e chi serviva a tavola portava sempre due piatti d'ogni
specie di vivande, e li poneva davanti a frate Regaldo, dei quali
uno teneva per sè e ne mangiava, l'altro lo versava nelle conche dei
poveri; e così faceva ad ogni servito e varietà di pietanze. Frate
Regaldo era dell'Ordine dei Minori e Arcivescovo di Rouen, ed uno de'
più illustri chierici del mondo. Fu maestro con cattedra a Parigi;
lettore di teologia nel convento de' frati; valentissimo nelle dispute,
e grazioso oratore. Fece un'opera intorno alle sentenze; fu amico del
Re di Francia S. Lodovico, il quale s'adoperò per fargli ottenere
l'Arcivescovado di Rouen. Amò molto l'Ordine de' Predicatori, come
anche quello de' Minori, di cui è sempre stato benefattore. Era brutto
d'aspetto, ma graziosissimo de' modi e de' costumi; fu uomo santo, a
Dio divoto, e chiuse santamente la sua vita; che per la misericordia di
Dio l'anima sua riposi in pace, e così sia. Ebbe un fratello germano
nell'Ordine, bell'uomo e chierico dottissimo, che si appellava frate
Adamo _le Rigalde_. Li ho veduti in più luoghi tutti e due. Maestro
Martino poi nativo di Parma e Vescovo di Mantova e Legato del Papa, per
un affare a lui raccomandato, venne a Ravenna, e ricevette ospitalità
nel monastero di S. Giovanni Evangelista, opera dell'Imperatrice Galla
Placidia; e dimorando io allora a Ravenna, mi recai a fargli visita,
perchè era amico di frate Guido di Adamo, mio fratello, che morì
nell'Ordine de' frati Minori. E dopo essere stati a lungo a sedere,
io ed il Vescovo Legato ci accostammo ad una finestra del palazzo, e
mi dimandò da che parte era il convento de' frati Minori. Allora gli
mostrai a dito un edifizio con una magnifica chiesa e un campanile
fabbricato a guisa di alta torre, e gli dissi: Quello è il nostro
convento, e ce lo diede Filippo Arcivescovo di Ravenna, il quale ha
molta deferenza per l'Ordine de' frati Minori, ed è con noi liberale. E
il Vescovo soggiunse: Sia egli benedetto, chè opera bene e saggiamente.
Poi ripigliò: E credete voi, frate Salimbene, che noi Vescovi, oppressi
da tante difficoltà, sollecitudini ed affanni pel nostro gregge, e
pe' sudditi nostri, possiamo salvarci, se voi religiosi, che siete in
continua comunicazione con Dio, non ci aiutate colle vostre cappe e co'
vostri cappucci? A che, per confortarlo, risposi: Il savio ecc. Ciò
detto, il Vescovo soggiunse: Iddio ve ne ricambii, frate Salimbene,
del conforto che mi date...... Dopo questo, fu mandato in Lombardia
un altro Legato un certo Cardinale, che era stato Arcivescovo di
Ambrun[189], e del quale avendo parlato più sopra, sono d'avviso che
ora non s'abbia a riparlarne. Solo dirò che essendo buon cantore, e
buon chierico, e piacendogli l'inno del beato Francesco _O Patriarca
pauperum_, ne volle imitare il ritmo componendone uno ad onore della
Vergine gloriosa, che è:
O consolatrix pauperum,
Maria, tuis precibus
Auge tuorum numerum
In caritate Christi;
Quos tu de mortis manibus
Per filium humillimum,
Mater, eripuisti.
Àncora fida di chi piange e spera
Con un sorriso, tu Vergine pia,
Moltiplica de' tuoi la santa schiera,
Dolce Maria.
De' tuoi, che hai tolti al doloroso ostello
Pe' merti di Colui, dolce Maria,
Cui ti piacque plasmar d'amor suggello,
Vergine pia.
Compose anche una Somma che si denomina Copiosa. Poscia fu mandato
dal Papa, come Legato, un certo Cappellano, che coscrisse soldati da
ogni città in aiuto di Re Carlo contro Manfredi figlio di Federico. E
pronti mandarono i Lombardi e i Romagnoli buona quantità di armati,
che nella battaglia combattuta da Carlo e dall'esercito Francese
riportarono vittoria contro Manfredi. Essendo quel Legato venuto a
Faenza per la levata di soldati, convocò i frati Minori e i Predicatori
in una sala, ove era il Vescovo di Faenza co' suoi canonici; ed io
pure fui presente, e in poche parole ci sbrigò, alla francese, che
taglian corto a parole; non alla Cremonese, che non la rifinano mai
più. Disse vituperi di Manfredi, e in nostra presenza lo diffamò in
molte maniere. Poi soggiunse che l'esercito Francese veniva marciando
a grandi giornate; e disse vero, come vidi io co' miei occhi nella
vicina festa del Natale di Cristo. Finalmente assicurò che lo scopo,
per cui si movevano, si conseguirebbe presto con una pronta vittoria.
E così fu; sebbene però alcuni di quelli che l'ascoltavano non gli
prestassero fede e prendessero a canzonarlo dicendo: Ver, ver, cum
bon baton; cioè i Francesi con buoni bastoni riporteranno vittoria.
Dopo costui venne un altro Cappellano per Legato in Lombardia, che
seppe con molta destrezza ricondurre in Cremona i Cremonesi di parte
della Chiesa fuorusciti, che, da lungo tempo espulsi, erravano esuli
e vagabondi. Con molta sagacia trovò anche modo di scacciarne Bosio di
Dovara[190] e il Pallavicino, e tolse loro la Signoria di Cremona, che
tenevano da lungo tempo, facendo immensa strage d'uomini e di cose.
Ma i Cremonesi fuorusciti, rientrati nella loro città, diedero agli
avversarii pan per focaccia, atterrando le loro torri, smantellandone
case e palazzi, occupandone terre e possessioni a uso longobardico.
In seguito fu mandato il Cardinale Latino, un giovinetto mingherlino,
dell'Ordine de' Predicatori, eletto da Papa Nicolò III Cardinale,
e poi Legato, in grazia della parentela che aveva con lui. Questo
Legato colle sue ordinanze diede vivamente sui nervi alle donne,
comandando che non indossassero più vesti a lunga coda, come usavano
prima. Ordinò anche che le donne dovessero andare col capo velato, e
irritò poi specialmente le Bolognesi l'ordinanza di smettere un certo
fregio che a pompa e vanagloria portavano alla spalla sul manto, e che
in loro volgare chiamavano _regolio_. Dopo i sunnominati, fu Legato
in Lombardia e Romagna Bernardo nativo della Provenza, Cardinale
della Chiesa romana. Questi, mandato da Papa Martino IV, inviò frate
Fatebene, Guardiano de' Minori di Forlì, a Mantova con molte sue
lettere per Pinamonte, colle quali lo pregava di rappacificare i suoi
vicini e i suoi concittadini, affinchè potessero vivere tranquilli e
quieti. E Pinamonte fece ai messi cortese accoglienza come frati Minori
e come rappresentanti di un potente Signore, quantunque avess'egli già
da tempo fatta legge per la quale dovesse aver mozzo il capo chiunque
portasse lettere a Mantova. E in occasione dell'arrivo di questi messi
mandò, dono ai frati Minori, un carro di buon vino, ed una mezza
mezzina di lardo; ed uno de' suoi figli regalò ai frati stessi una
larghissima e buonissima torta e molte altre cose. Furono finalmente
di ritorno al Cardinale, riportando lettere di Pinamonte. Che cosa
dicessero, Dio lo sa. Ciò avvenne l'anno 1283, verso il dì d'Ognisanti.
Pinamonte era un Mantovano, che si aveva usurpato la Signoria della
sua città nativa, espellendone que' cittadini che reputava ostili,
impadronendosi de' loro beni, smantellandone le torri e le case. Era
temuto come il diavolo, vecchio co' capelli tutti bianchi e padre di
una turba di figli; tra quali uno, frate Minore, di nome Filippo, buono
ed onest'uomo, e lettore di teologia. Questi fu un tempo inquisitore
degli eretici, molti ne imprigionò e molti ne estirpò e cacciò in fuga
dalla Terra che si chiamava Sermione[191]. Quel Pinamonte era solito
menar vanto di non aver mai avuto nella sua signoria alcun infortunio,
e che ogni cosa gli era sempre andata a seconda. Questa vanteria era
però una stoltezza, perchè il Savio dice ecc. Poi sta scritto in una
Novella poetica:
Si bene successit, non prima sed ultima spectes.
A casu describe diem, non solis ab ortu.
Se tristo fu l'evento, oppur felice
Non il principio, ma la fin lo dice.
Non quando s'alza il sol, quando s'abbassa
Giudicare convien del dì che passa.
Parleremo poi ancora di questo Legato, quando arriveremo a Papa Martino
IV, che lo inviò Legato in Romagna a fine di riconquistarla, e per
la guerra vi si spese 1,400,000 fiorini d'oro; e pel solo assedio di
Meldola[192], durato cinque mesi, Papa Martino IV sciupò 300,000 lire
imperiali. Questa somma era il frutto di un balzello del decimo della
rendita imposto a tutte le chiese da Papa Gregorio X, da erogarsi in
soccorso di Terra Santa, e che, stornato, si usò per questa impresa.
I sunnominati furono i dodici più cospicui Principi e Legati della
Chiesa, mandati in Lombardia ed in Romagna, non solo per la salute
delle anime, ma anche contro l'astuzia del Dragone, cioè di Federico,
che co' suoi Principi e aderenti tentava con ogni sforzo di incatenare
la libertà della Chiesa, e disrompere l'unità de' fedeli. Perciò
pensai utile nominare anche alcuni de' Principi di Federico per dare
notizia delle cose passate. Perocchè come dice Daniele 5º _L'Iddio
altissimo aveva dato Regno, e grandezza, e gloria, e magnificenza_
(a Federico); _e per la magnificenza che gli aveva data, tutti i
popoli, nazioni e lingue tremavano e temevano nella sua presenza_ ecc.
Federico ex-Imperatore uccise completamente e disperse i nobili del
regno di Sicilia, Apuglia, Calabria e Terra di Lavoro, ed altri ne
surrogò. Questi sono i Principi che ebbe Federico: Il conte Gualterio
di Manopello[193]; Conte Tomaso di Acerra[194]; Conte Rizzardo di
Caserta; Marchese Umborgo Bertoldo; Marchese Lancia, Lombardo di
Piemonte (la cui sorella, o nipote fu madre del Principe Manfredi,
che occupò il regno dopo la morte del padre, e del fratello Corrado,
e che fu debellato, ucciso, e privato del regno da Carlo); Rizzardo di
Montenegro[195]; Marino di Eboli[196]; Rizzardo di Filangieri; Tebaldo
Francese; Pietro di Calabria Maliscalco; Pandolfo di Fasanella[197];
Pietro delle Vigne (questi fu segretario imperiale, assai potente
nella Corte dell'Imperatore, che lo nominò suo tesoriere); Taddeo di
Sessa[198] giudice; Aldobrandino Cazaconte. N'ebbe anche molti altri
per le città d'Italia, a difesa dell'Impero, ed a martello degli
ecclesiastici; ma l'istoria loro disdegno di raccontarla..... E nota
che quando l'Imperatore elevava a potenza qualcuno, se si accorgeva
che avesse abbondanza di ricchezze e d'onori, usava dire: Non ho
mai ingrassato un porco, da cui io non ne abbia tratta la sugna,
e voleva significare che lo spogliava poi degli onori impartiti, e
delle ricchezze accumulate. Ed era alla lettera così. Tanta era la
sua avarizia, che trovava sempre appigli per accusare or l'uno or
l'altro de' Principi di tradimento dell'Impero. Con tali imputazioni
calunniava la persona, e tolto di mezzo il Principe, ne occupava i
beni. Ma non impunemente. Per lui fu letteralmente scritto: _Con lui
finirà l'Impero, perchè, sebbene siano per esservi successori, saranno
privi dei titoli e della dignità d'Imperatori romani_. Questo vaticinio
pare che si avverasse. Or seguendo l'Abbate Gioachimo parliamo di
quel diavolo di Dragone, di cui parla nell'Apocalisse 12º.......
L'abbate Gioachimo nel libro _Delle Figure_ pone le seguenti parole
sopra i capi del Dragone suaccennato: «Prima persecuzione..... Quarta,
dei Saraceni; il tempo delle vergini; Macometto; il quarto sigillo.
Quinta, dei figli di Babilonia, secondo lo spirito, non alla lettera;
_Muthselmutus_[199]; quinto sigillo. La sesta è la presente; Saladino;
sesto sigillo; sono dieci Re, e un altro sorgerà dopo loro, che
sarà più potente dei primi. Segue la settima; tempo di calamità e di
miseria; questo è il settimo Re, che propriamente si chiama Anticristo,
quantunque ne sia per venire un altro dopo lui di non minore malignità,
designato dalla coda...... Della Esposizione di Aimone sopra Isaia alla
fine del ventesimo capitolo......... È chiaro che la Repubblica deve
sottostare al Pontefice romano. Parimente maestro Filippo cancelliere
di Parigi descrive ad evidenza la vita del Prelato e dei sudditi sotto
l'immagine delle membra del corpo umano..... Ora passiamo a Corrado,
figlio di Federico ex-imperatore.
L'anno 1250 Re Corrado figlio di Federico, la cui madre era figlia
del Re Giovanni, morto il padre, arrivò per mare in Puglia a prendere
possesso del Regno di Sicilia; e, presa Napoli, ne distrusse sino alle
fondamenta le mura. Ma l'anno successivo del suo regno cominciatosi a
malare, un serviziale, che si credeva dato dai medici come curativo,
per veleno commistovi, lo trasse al sepolcro. E trasportandosene la
salma a Palermo per darle sepoltura, perchè quivi sono le tombe dei
Re, arrivato a Messina, i Messinesi per odio e vendetta contro il
padre di lui, che una volta aveva oppressi ed uccisi i più cospicui e
migliori loro concittadini, ne gettarono le ossa in mare. Anche Corrado
stesso aveva fatto loro grave offesa, e finalmente in questo modo ne
presero vendetta. Nello stesso anno, in Danimarca, Enrico, inclito Re
dei Danesi, fu affogato in mare da suo fratello Abele per rapirgli il
Regno, che poi ne ricavò poco onore e vantaggio, poichè l'anno seguente
lo uccisero i Frisoni, cui aveva tentato di soggiogare.
a. 1251