l'avevano levata, e portata via; e l'Arcivescovo si curava più di
guerra che di religione. Una volta venne a Faenza, quand'era Legato,
dove io pure abitava, e dovendo entrare nel convento di S.ª Chiara,
perchè la Badessa voleva conferire a lungo con lui, mandò cercando
alcuni frati, che, tanto per far tacere la maldicenza, quanto per
onor suo, l'accompagnassero. Credo che nessuno al mondo più di lui
ambisse ricevere dimostrazioni d'onore, e nessuno più di lui sapesse
farla da gran Signore e da Barone, come ho giudicato io stesso, ed ho
udito anche da altri. Andammo dunque, dieci frati, a fargli corteggio
d'onore, e dopo che ci fummo scaldati, (era un sabato di Gennaio, a
buon mattino, festa di S. Timoteo) vestì gli indumenti sacerdotali per
entrare nel monastero coi riguardi dovuti alla decenza e all'onestà.
E, mettendosi un camice che aveva le maniche strette, s'inquietava.
Ed il Vescovo di Faenza gli disse: A me non è stretto, e me l'infilo
nelle braccia comodamente. A cui l'Arcivescovo rispose; Come? È forse
tuo questo camice? È mio, disse il Vescovo. E il mio dov'è dunque?
ripigliò l'Arcivescovo; e si scoprì che uno dei servi l'aveva portato
a Ravenna. In vero, disse l'Arcivescovo, mi meraviglio io stesso della
pazienza, che ho; ma lo punirò poi, giacchè, non essendo quì, non
posso punirlo ora: cosa differita non è perduta. A questo punto io
dissi all'Arcivescovo: Padre, portate pazienza; la pazienza è virtù di
perfezione; e il Savio ne' Proverbii 25.º dice: _Il Principe si piega
con sofferenza, e la lingua dolce rompe l'ossa_. Allora l'Arcivescovo
soggiunse: Il savio ne' Proverbii 23º dice anche: _Chi risparmia la
verga, non vuol bene a suo figlio_. Accortomi che l'Arcivescovo aveva
fermo il proposito di infliggere al servo una punizione, soggiunsi:
Padre, lasciamo questo discorso, e parliamo d'altro. Celebrate, voi,
oggi la messa? E disse: No; voglio che la canti tu. Ed io risposi:
Obbedirò e la canterò. Allora l'Arcivescovo riprese: Volete ch'io vi
predica qualche cosa del Papa futuro? (per la morte di Papa Urbano IV
di Troyes era vacante la cattedra di S. Pietro). Sì, Padre, rispondemmo
in coro, ditene chi sarà il Papa futuro. E disse: Papa Gregorio IX amò
assai l'Ordine del beato Francesco; ora succederà Gregorio X, che amerà
di gran cuore i frati Minori. (E voleva alludere a sè medesimo, perchè
ambiva molto di avere il Papato, e lo sperava anche, sia perchè aveva
molta deferenza pe' frati Minori; sia perchè il maestro in negromanzia
di Toledo gli aveva presagito che sarebbe diventato grande nella
Chiesa di Dio; e gli prestava fede, trovandosi già in eminente grado
collocato; sia perchè i Cardinali erano talvolta discordi nell'elezione
del Pontefice; e più ancora perchè già si buccinava qualche cosa di
lui a questo proposito). Allora io presi la parola e soggiunsi: Padre,
per grazia di Dio sarete voi quel Gregorio X: Voi ne avete prediletti
sin ora; Voi ne porterete ancora più amore per l'avvenire. Ma così
non avvenne; non successe un Gregorio X, sibbene un Clemente IV; nè
l'Arcivescovo di Ravenna ebbe il Papato. Fatte dunque queste ciarle,
l'Arcivescovo, che era anche Legato, soggiunse: I frati che verranno
meco nel monastero saranno tutti quelli che si trovano quì presenti;
de' miei nessuno entrerà, tranne il Vescovo di Faenza, l'Arcidiacono
di Ravenna, e il Podestà di questa Terra. Era allora Podestà di Faenza
Lambertino dei Samaritani, Bolognese, che era figlio di una sorella
della Badessa di Faenza; la quale era nativa di Faenza stessa, e
sapeva, quando le piaceva, col gentile e accorto parlare e co' doni,
cattivarsi il cuore di tutti; ed aveva così allacciato l'animo del
Cardinale Ottaviano che in ogni cosa che gli domandava se lo aveva
favorevole, benevolo e condiscendente. Arrivati alla porta della
chiesa, trovammo ivi un frate converso con un incensiere che mandava
globi di fumo, ed incensato il Legato, questi prese l'incensiere
dalle mani di lui, ed incensò tutti i frati, che entravano in Chiesa,
dicendo: _de lincenso ali frati me: de lincenso ali frati me: de
lincenso ali frati me._ Che era come dire: Incenso i miei frati. Dopo
ci inviammo alla scala, e nel salire, poi nello scendere ed uscire,
si appoggiava a me, in parte per boria, e in parte per bisogno; ed
io lo reggeva a destra, e l'Arcidiacono di Ravenna a sinistra. Nella
chiesa, che non era al piano terreno, si trovò raccolto tutto il
convento di quelle donne, in numero di settantadue; e celebratasi la
messa solennemente, e sbrigati gli affari, e dati i consigli opportuni,
usciti dal monastero, trovammo un buon fuoco. E subito suonò nona;
ed il Legato, mentre svestiva gli abiti pontificali, disse: Vi invito
tutti meco a pranzo. E credo che ben dieci volte in quel suo dialetto
toscano ripetesse _Mo è ve 'nvito, e sì ve renvito._ Che era come dire:
Vi invito a pranzo, e vi prego di non mancare. Erano però que' frati
tanto timidi e in soggezione, che non potei condurne meco che due;
gli altri andarono a pranzare al convento dei frati. Quando arrivai al
palazzo del Vescovo, il Legato mi disse: Oggi è sabato, e il Vescovo e
il Podestà vogliono mangiare di grasso; lasciamoli, e andiamo alla sala
del mio palazzo, chè troveremo imbandito un buon pranzo. Mi condusse
dunque seco, mi fece sedere a tavola accanto a sè, e più volte mi
disse che s'aveva avuto molto per male ch'io non l'avessi onorato di
condurre meco gli altri frati, e che li aveva invitati tutti. Ed io
non aveva coraggio di dirgli che non erano voluti venire; perchè se
ne sarebbe impermalito ancor più; invece io risposi che un'altra volta
avrebbe commensali tutti i frati del convento. Ed egli ci teneva molto
alle dimostrazioni d'onore, che gli si facevano. Anche l'Arcidiacono
venne con noi, ma sedette in disparte alla tavola bassa. Era egli
un mio conoscente ed amico, e mi mandò un regalo. Questo Filippo
Arcivescovo di Ravenna, per ordine di Papa Alessandro IV, poichè di
nuovo correvano voci di invasioni di Tartari, convocò a Concilio in
Ravenna, nella Chiesa Orsiana, che è la Chiesa Arcivescovile, tutti i
Vescovi suoi suffraganei per discutere e deliberare intorno al modo di
provvedere all'utilità della Chiesa, e per raccomandare che tutte le
Chiese e le prebende fossero pronte a soccorrere colle rendite loro
la cristianità contro i Tartari, quando il Papa lo ordinasse; e che
intanto facessero preghiere per tener lontano da loro e dal popolo
cristiano le nazioni barbare. A questo Sinodo intervennero i Preti,
gli Arcipreti, i Canonici, e gran numero di altri chierici. Aveva
anche l'Arcivescovo mandato dicendo a tutti i Guardiani dell'Ordine
de' frati Minori della provincia di Bologna che andassero al Sinodo
co' loro lettori. Ed erano già sull'andare, quando frate Bonagrazia,
che era Ministro, non volle che nessuno vi intervenisse, tranne frate
Aldobrando da Fojano[180], che era già stato Ministro, ed allora era
lettore a Modena: ed io l'accompagnai fino a Ferrara. Frate Bonagrazia
però, che era Ministro, e non volle andarvi, conferì tutti i suoi
poteri a frate Aldobrando, e mandò con lui frate Claro di Firenze
e frate Manfredo di Tortona, che erano ambidue chierici e dottori
illustri. In quel Concilio il clero secolare colse l'occasione di
sfogarsi contro i frati Minori e i Predicatori, accusandoli di non
predicare l'obbligo di pagar le decime; di confessare i parocchiani che
dovrebbero confessarsi dai parroci; di fare le esequie e dar sepoltura,
quando muoiono, ai fedeli dipendenti dalle parocchie; e di esercitare
l'ufficio di predicatori, che spetta ai parroci; conchiudendo che,
per questi quattro motivi, erano cagione che il clero secolare non
potrebbe soccorrere di denaro le imprese della cristianità. A questo
punto s'alzò Obizzo Sanvitali, Vescovo di Parma e nipote del fu Papa
Innocenzo IV di buona memoria, e difese benissimo i frati Minori
e Predicatori, sostenendo che le accuse lanciate contro questi due
Ordini, e le colpe che loro s'imputavano, non solo non erano di nessuno
impedimento al clero secolare, ma piuttosto di aiuto a godere con più
libertà i proprii beni. E, in molte maniere argomentando, confutò que'
chierici e giustificò i frati Minori e i Predicatori, per cui venne
in odio al clero secolare, che lo reputava suo mortale nemico. Anche
l'Arcivescovo vedendo che pei suaccennati motivi i frati Minori e i
Predicatori avevano molti nemici mordaci, prese la parola e ne fece
una forte difesa, e tra l'altre cose disse: «Miserabili e stolti, io
non vi ho qui convocati per aguzzare le lingue velenose contro questi
due Ordini, che sono stati dati da Dio alla Chiesa in aiuto vostro, e
a salute del popolo cristiano e di tutti, ma vi chiamai per deliberare
qualche cosa contro i Tartari, come a me e agli altri Metropolitani
comandò il Papa.» E udendo che tuttavia borbottavano, riprese le sue
prime parole e soggiunse: «Miserabili e stolti, a chi affiderò io il
ministero di confessare i secolari, se non confessano i frati Minori e
i Predicatori?..... Affiderò io dunque al prete Gerardo, ch'è qui che
m'ascolta, le donne da confessare, mentre io so che ha la casa piena
di figli suoi e di figlie? E volesse il cielo che il prete Gerardo
fosse solo, e in tanta bruttura non avesse compagni!......» Avendo
l'Arcivescovo toccato questo tasto in pubblico, tutti quelli che si
sentivano la coscienza brutta diventarono rossi di vergogna.......
In quei giorni io abitava a Modena; ed uscito di Modena, in viaggio
per Bologna, ecco lungo la via farmisi innanzi tre Arcipreti, miei
famigliari ed amici, reduci dal Concilio. Ed uno era l'Arciprete di
Campogalliano[181]; l'altro era un fratello di frate Bonifacio de'
Guidi, dotto decretalista, ed Arciprete di Cittanova[182]; il terzo
era Arciprete di Trebbio[183], che è tra l'Apennino, dove una volta io
andai a casa sua. E li interrogai del perchè era stato convocato quel
Sinodo d'onde tornavano, e di che avevano trattato, se pure potevano
dirmene. E mi risposero che il Sinodo era stato fatto per provvedere
al caso di una invasione dei Tartari, e fu ordinato, che, al bisogno,
il clero secolare, che gode di prebende, dovrà dare soccorso alla
Chiesa romana pel bene comune della cristianità contro la malignità
dei Tartari. E allora molti di noi sorsero a parlare con fuoco contro
i frati Minori e i Predicatori, e ci siamo lamentati, e vi abbiamo
accusati di quattro danni, che ne fate, e che noi non possiamo in modo
alcuno tollerare. Ma non si diede retta alle nostre querele, nè le
nostre ragioni trovarono alcuna soddisfazione; e per arrota, il nostro
Metropolitano e il Vescovo di Parma, che assunsero le vostre difese,
ne caricarono d'oltraggi e di vitupero. Laonde vi preghiamo di venire a
trovarci, quando sia che vi piaccia, e ne abbiate tempo, per conferire
intorno a quelle quattro cose, e disputando e discutendo, cercare da
che parte stia la ragione. A cui risposi: Verrò volentieri. E, quando
poi ci trovammo a convegno, mi dissero: Noi e con noi tutti i chierici
e prebendati ci lamentiamo che i vostri due Ordini ci rechino danni
che noi reputiamo gravi. Il primo, riguarda le decime, delle quali
dovreste parlare di frequente nelle vostre predicazioni, acciocchè i
laici secolari non manchino di pagarle, specialmente che sono obbligati
a darle di precetto divino. Il secondo, riguarda le sepolture, chè
voi volete fare esequie e dar sepoltura a' morti, che quando vivevano
erano sotto la nostra giurisdizione parocchiale; e perciò le nostre
chiese vengono spogliate di molti proventi temporali. Il terzo è che
voi con nostro dispiacere e contro la nostra volontà vi arrogate di
confessare i nostri parocchiani. Il quarto ed ultimo si è che voi vi
siete onninamente usurpato il ministero della predicazione, cosicchè
il popolo non ci vuol più ascoltare. A che io di rimando: Noi non
abbiamo la missione di predicare le decime; ma voi che dovete averle
e goderle, voi potrete richiamare a memoria del popolo il dovere di
pagarvele; nè pare conveniente che quando noi, predicando, siamo sul
parlare di qualche Apostolo, o di qualche altro gran Santo, si abbia
da interrompere il discorso di quella solennità per raccomandare
che si paghino le decime; anzi ci meravigliamo di voi, e ci abbiam
per male che voi vogliate imporci queste brighe. A questa stregua
potreste anche lamentarvi perchè non veniamo a mietere e a trebbiare
per voi le vostre biade...... Gli interessi secolari debbono essere
curati e trattati da persone di meno considerazione. Noi eleviamo
più alto lo scopo della nostra predicazione, e quando parliamo della
restituzione del mal tolto, veniamo a dire anche delle decime. Non
siamo però obbligati di inserire in ogni nostra predica parole sulle
decime, perchè sarebbe grave sconvenienza, e il popolo sdegnerebbe
di ascoltarci. Allora solo potreste con ragione dolervi, quando si
insegnasse che le decime non sono da pagare; il che nessuno di noi
ha fatto mai, principalmente perchè il Signore in Malachia 3º, dice:
_Nelle decime e nelle primizie_ ecc. Ma quando ripenso a qual fine e
con quale intendimento Iddio disse: _Portate le decime nel mio granaio,
perchè non manchi vitto in casa mia;_ mentre io so che in casa di
certi prebendati il vitto vi è in superflua abbondanza, e che hanno
tanta terra da non bastare venti paia di buoi ad ararla, non intendo
con quale coscienza osino predicare che si paghino loro le decime,
specialmente poi perchè elargiscono le ricchezze ecclesiastiche ai già
ricchi parenti, alle amanti, alle concubine, alle amiche, anzi che ai
poverelli di Cristo. E in tutto l'anno, quando vado alla cerca, dalle
case di que' cotali non posso avere un solo pane; che anzi ammettono
piuttosto alla loro famigliarità le compagnie degli istrioni e dei
giullari. Passiamo al secondo appunto, che riguarda le sepolture;
intorno alla qual cosa dirò che non senza un'alta ragione i Romani
Pontefici hanno consentito a chiunque di aver sepoltura ove sia che
voglia...... Della giustizia di quelle chiese, che ricevono le salme
dei defunti...... Se contro la volontà del proprio parroco, sia lecito
confessarsi da altro prete prudente, o se vi sia obbligo di confessarsi
dal proprio parroco...... Che in cinque casi se ne deve ritenere
come ottenuta la licenza...... Nota che i frati Minori ebbero da Papa
Gregorio IX il privilegio di confessare. Frate Bonaventura Ministro
Generale interrogò Papa Alessandro IV se gli piacesse che i frati
Minori confessassero, ed egli rispose: Anzi lo voglio, e ti narrerò un
fatto orribile, e che par quasi inventato per canzonare. [Narrazione
canzonatoria, ma vera, fatta da Alessandro IV a frate Bonaventura
Ministro Generale dell'Ordine de' Minori, riguardante ad un sacerdote
che sollecitava......]. Altro doloroso racconto. Conobbi un frate Umile
da Milano, che fu custode a Parma. Questi, quando dimorava nel convento
de' frati Minori di Fanano[184], in tempo di quaresima era tutto in sul
predicare e confessare. Il che udendo quegli abitanti dell'Appennino,
uomini e donne mandarono pregandolo che per amor di Dio e per la salute
delle anime loro, avesse la degnazione di recarsi tra loro, perchè
volevano confessarsi da lui, e, preso un compagno, si recò tra quegli
alpigiani, predicò, confessò molti giorni, fece molte buone cose, e
diede utili consigli. Un dì gli si presentò una donna, che si voleva
confessare...... Il frate gli diede l'assoluzione, e le disse: Che
significa questo coltello, che hai in mano, ed a che lo tieni in mano
in quest'ora, in questo momento? La quale rispose: Padre, veramente io
aveva proposto di togliermi la vita, se mi aveste invitata a peccare,
come fecero altri sacerdoti...... Operò dirittamente Papa Martino
IV, quando conferì all'Ordine de' frati Minori l'utile privilegio
di predicare e di confessare liberamente, nulla ostante che la loro
Regola prescrivesse ai frati di non predicare in nessuna diocesi senza
il permesso del Vescovo. Ora che scrivo volge l'anno 1284, giorno
della vigilia di S. Giovanni Battista; ma quando io parlava con quegli
Arcipreti correva il tempo del pontificato di Alessandro IV di buona
memoria. In risposta poi alla quarta accusa, che ne movono i sacerdoti
secolari, cioè di esserci usurpato il ministero della predicazione,
mentre eglino ne hanno l'obbligo, come investiti delle prelature......
noi diciamo che realmente ne correva loro il dovere, quando non ve
n'erano dei migliori di loro che predicassero; ma siccome essi se
n'erano resi indegni per la mala vita che conducevano, e per la poca
scienza che avevano, perciò il Signore ne fece sorgere de' migliori di
loro...... Tali sono i sacerdoti e i chierici del nostro tempo; e non
vogliono che i frati Minori e Predicatori possano campare la vita, il
che è un eccesso di crudeltà; e non vorrebbero nemmeno che potessimo
vivere di quelle limosine, che a gran fatica e col rossore sul volto
raccogliamo accattando. Eppure nell'Ordine de' frati Minori e de'
Predicatori molti vi sono, che se vivessero nel secolo meriterebbero
le prebende, e forse più di loro; perchè tra i frati se ne trovarono,
e se ne trovano oggi di nobili, di ricchi, di potenti, di letterati,
di saggi come tra loro, e al pari di loro potrebbero diventare preti,
Arcipreti, Canonici, Arcidiaconi, Vescovi, Arcivescovi, e fors'anche
Patriarchi, Cardinali e Papi. E perciò dovrebbero essere riconoscenti
verso di noi, che tutte queste dignità abbandonammo a loro, e,
per vivere giorno per giorno, andiamo mendicando; nè possediamo le
cantine di vino, nè i granai di frumento, che sono pieni in casa loro;
nullameno sosteniamo predicando una fatica che spetterebbe a loro,
e per giunta dobbiamo ingollarci bocconi amari; ed essi dormono in
letti fregiati d'avorio, e non hanno nessuna compassione de' frati,
che hanno fatto il gran rifiuto di tutti i beni temporali...... I
sacerdoti e i chierici secolari si erano lamentati con Papa Innocenzo
IV che nelle messe non potevano ricevere offerte, perchè questi due
Ordini celebrano le loro messe in modo che tutto il popolo corre da
loro: perciò domandavano che fosse loro fatta ragione. A cui il Papa
rispose: Alcuni de' frati dicono messa sul far del giorno, altri a
mezza terza, altri dopo cantata terza; non saprei dunque, a sentir
voi altri, quando mai dovessero eglino dirla la messa. Dopo pranzo
non debbono dir messa, nè dopo nona, nè all'ora di vespro, e quindi
non saprei come fare ad esaudirvi. Tuttavia volendo il Papa dar loro
qualche soddisfazione, perchè ne lo seccavano troppo, e perchè sperava
di svincolarne poscia i frati Minori, scrisse che questi due Ordini,
almeno ne' giorni delle feste solenni, non aprissero le porte delle
loro chiese, che dopo terza, affinchè i sacerdoti secolari, le chiese
parocchiali e le chiese madri non fosser defraudate delle oblazioni. Ma
avendo poi frate Giovanni da Parma Ministro Generale mandato dal Papa
frate Ugo Zampoldo di Piacenza, che era un fisico distinto e lettore
di teologia nell'Ordine de' Minori, e dimorava presso Ottobuono nipote
del Papa, che fu poi anch'esso Papa Adriano V, a pregarlo che per amor
di Dio e del beato Francesco, ed anche per onore e vantaggio suo, e per
la salute di tutto il popolo cristiano, annullasse quella disposizione,
non lo esaudì...... ed era così malato morto Papa Innocenzo IV; ed
ivi erano presenti due frati Minori tedeschi, che dissero al Papa:
Certamente, Santo Padre, noi stemmo in questo paese molti mesi per
avere un colloquio con voi, e con voi ordinare le cose nostre; ma
i vostri portieri non ci permettevano di entrare a vedere la vostra
persona. Ora non si curano più d'avervi i dovuti riguardi, perchè nulla
più da voi aspettano. Ma noi laveremo il vostro corpo...... Dopo pochi
giorni fu eletto Papa Alessandro IV, che era il Cardinale protettore,
governatore e censore dell'Ordine de' Minori, che subito annullò la
detta ordinanza. Tuttavia un certo Parmigiano, maestro Guglielmo da
Gattatico[185], che fu vice-cancelliere sotto Papa Innocenzo IV, che
era stato promotore e sollecitatore di questi danni nostri, e non
amava i religiosi, non se la passò impunemente. E quando malato si
fece portare al paese nativo colla speranza che quell'aria lo facesse
guarire, morì in Assisi, e fu sepolto nel convento del beato Francesco.
Argomentando io a questo modo intorno alle preaccennate accuse, quegli
Arcipreti miei amici, si maravigliarono, e dissero: Noi non abbiamo
mai udito tali cose: _Beati quelli che ti ascoltarono, e sono onorati
della tua amicizia_, 1º Ecclesiastico 48: Eramo amici, e amici sempre
più saremo. Ebbi dunque vitto e alloggio e predicai più volte nelle
chiese parrocchiali di quegli arcipreti; e li tenni come intimi amici.
Avvenne dopo molti anni, che io dimorava a Faenza, e che Matteo dei
Pio, Vescovo di Modena, mio amico, espulso da Modena, venne a Faenza
ed era ospitato nel convento de' frati Minori, ora in Faenza, ora a
Forlì, ora a Ravenna, passando di convento in convento; e seco aveva,
come addetto alla sua Curia, l'Arciprete di Campogalliano, uno dei tre
sunnominati, e mi dissero: Frate Salimbene, siamo stati espulsi di casa
nostra dal partito imperiale, come voi sapete, e siamo vagabondi pel
mondo; e abbiam sempre fitte nella memoria le vostre parole, e i nostri
peccati ci privarono d'ogni bene. In quel tempo, prima che Faenza fosse
data in mano ai Forlivesi, dimorando io quivi, e passeggiando un dì
per l'orto col pensiero a Dio, mi sentii chiamare da un certo secolare
di Ferrara, chiamato Matolino, celebre oratore, compositore di canzoni
e di serventesi, ossequioso e ad un tempo maldicente de' religiosi.
Era esso seduto con due frati all'ombra di una ficaia, e moveva
loro interrogazioni; e mi disse: Frate, venite qui a sedere con noi.
Sedutomi, mi disse: Io stava qui movendo alcune interrogazioni a questi
frati, ma declinano l'incarico di rispondere, e mi dicono di movere
le mie quistioni a voi, che siete pronto a rispondere a tutto. Perciò
vi prego che vogliate per bontà vostra soddisfare al mio desiderio. A
cui io risposi: Dite pure francamente tutto quello che volete. Allora
cominciò: Sappiate che voi frati Minori e Predicatori siete oggetto
di odio e di scandalo ai chierici e ai sacerdoti secolari. L'altro
giorno io pranzava col Vescovo di Forlì, ed aveva commensali chierici
e sacerdoti, che dicevano molto male di voi; ed io presi nota esatta di
tutto per riferirvelo, e sapere se avete modo, o no, di giustificare il
vostro procedere verso di loro, ch'essi chiamano iniquo: primo........:
quinto, perchè colle vostre messe conventuali, specialmente ne'
giorni di solennità, impedite loro di poter raccogliere oblazioni;
sesto, dicono che voi siete troppo donnaiuoli, e colle donne state
con compiacenza a colloquio, e, sulle donne, tenete fissi gli occhi;
il che è contrario a ciò che insegna la Scrittura. Allora io dissi:
Avete più nulla da dire? E rispose: Basta ben questo sì. «Bada a' vizii
tuoi, non a quei d'altri.» Queste parole, o Matolino, sono dette per
te. Del Vescovo di Forlì poi, sappi ch'egli odia i religiosi, e per
conseguenza egli pure non è ben voluto da Dio. Così io soddisfeci alle
inchieste di Matolino intorno alle ingiuste accuse mosse a noi; e se
ne tenne soddisfatto, e diventò mio amico intimo e fido. Riguardo poi
al secondo punto, quello cioè delle sepolture, dirò che da lungo tempo
prima di noi i frati Predicatori diedero nelle loro chiese sepoltura
a chi lo desiderava, e altrettanto potevamo ben fare anche noi; ma
ce ne astenevamo per amore dei chierici, e per evitare contese con
loro...... Finora rinunciammo a questo beneficio, ma oggi riconosciamo
che commettemmo uno sgarbo imperdonabile, rifiutando di accogliere
nella nostra chiesa santa Elisabetta, figlia del Re d'Ungheria, e
di dare luogo di riposo nel nostro convento alla salma del Conte di
Provenza, padre della Regina di Francia e della Regina d'Inghilterra,
che voleva essere sepolto nel convento de' frati Minori di Aix, dove
io allora soggiornava, ed era stato nostro liberalissimo amico. Se
alcuno volesse ora aprire una discussione intorno a questo argomento,
(come fece il beato Gregorio pe' sacerdoti del suo tempo) meno poche
eccezioni, troverebbe di gran lunga più feccia che uomini santi......
Conosco sacerdoti che fanno gli usurai per formare un patrimonio
da lasciare ai loro spurii; altri che tengono osteria coll'insegna
del collare e vendono vino...... i messali, gli indumenti sacri, i
corporali li hanno indecenti, grossolani, macchiati e nerastri; i
calici di stagno, rugginosi e piccoli; il vino per la messa agresto,
o acetoso; l'ostia tanto piccola che a pena si vede tra le dita, nè è
rotonda ma quadra, e tutta sucida d'escrementi di mosche. E, come ho
visto io co' miei occhi, molte donne hanno le legacce delle sottane e
delle scarpe più decenti dei cingoli, dei manipoli, e delle stole di
molti sacerdoti. Un giorno di festa dovendo un frate Minore dir messa
nella chiesa di un certo sacerdote, gli bisognò valersi, per fermaglio,
della coreggiuola che serviva alla cuoca del prete per tener unito
un mazzo di chiavi; e quando il frate, cui io ho conosciuto molto
davvicino, si voltava per dire il Dominus vobiscum, il popolo udiva il
tintinnìo delle chiavi....... Intorno a che osserviamo eziandio che
noi, secondo nostra Regola, siamo obbligati ad officiare secondo il
rito della santa Chiesa romana, nè accettiamo offerte nella messa, e
supponendo anche che nessun secolare venisse, quando diciamo messa, noi
la canteremmo egualmente con solennità. Alla sesta accusa con troppo
fina malizia lanciatane, cioè che siamo donnaiuoli, e che fissiamo con
compiacenza gli occhi sopra le donne, e secoloro volentieri stiamo a
colloquio famigliare, rispondo che queste sono maldicenze di coloro
che denigrano gli innocenti, cioè di giullari, di istrioni, e di
quelli che si chiamano sgherri della Curia, i quali calunniando gli
altri credono di scusare le loro lascivie e le loro vanità. Allora
rispose Matolino: In verità vi assicuro, frate Salimbene, che queste
sono le parole del Vescovo di Forlì, e non di istrioni...... Noi e
i Predicatori siamo poveri mendicanti, che viviamo di limosine, e
tra l'altre persone nostre benefattrici vi sono le donne, che sono