potuto vederlo; ed anch'io l'ho veduto e n'ho udito ragionare, ed
entro la mia mente ci ho studiato sopra molto a fondo, e so che si
sono avverati, ad eccezione di pochi; p. e. che Federico, in generale,
non fu il martello del mondo quantunque molto di male abbia fatto.
Nè la nave di Pietro naufragò, se per avventura non vogliasi alludere
alla lunga vacanza della sede pontificia avvenuta, per discordia tra i
Cardinali. Ma che poi entro il 1260 tutti i turbini che sconvolgevano
il mondo avrebbero sedate le loro ire, non s'è verificato punto, come
pare, da qualunque parte si guardi; perocchè tuttora infuriano guerre,
discordie e maledizioni sotto ogni plaga di cielo. Tuttavia nel 1260
cominciò la divozione dei flagellanti, e gli uomini si rappaciavano
reciprocamente, e smorzavano le ire, e si faceva molto di bene, come
ho visto io co' miei occhi. Or resta da dire chi fossero coloro che
ebbero signoria in Lombardia ed in Romagna. In Piemonte il Marchese
di Monferrato; a Vercelli, Pietro Becherio; a Milano, Napoleone
Dalla Torre e Tassone suo figlio; in Alessandria, Lanzavecchia; a
Piacenza, Uberto d'Iniquità; a Parma, per il partito della Chiesa,
Bernardo di Rolando Rossi, cognato di Papa Innocenzo VI, (ebbe per
moglie una sorella del detto Papa, ed era un bellissimo Principe);
per il partito imperiale, Bertolo Tavernieri. In seguito poi dominò
in Parma Ghiberto da Gente molti anni, ed era cittadino Parmense, che
ebbe anche Reggio sotto la sua signoria. In Reggio, per il partito
della Chiesa, Ugo De' Roberti; per gli imperiali, Guido da Sesso e Re
Enzo figlio di Federico; in Modena, Giacomino Rangone e Manfredo da
Sassuolo, ossia da Rosa, suo nipote, per la parte della Chiesa; per la
parte dell'Impero, i Pio, Lanfranco e Gherardino; in Cremona, Uberto
Marchese Pallavicino, e Boso di Dovaria signoreggiarono lungamente,
e diedero il bando a molti cittadini, e ridussero al nulla molte
famiglie; e tennero sempre viva una grossa guerra, e danneggiarono
molto gli altri, ma alla lor volta ne ricevettero anch'eglino a usura
il ricambio; a Mantova, Pinamonte, cittadino mantovano, che dominò
lungamente e duramente; a Ferrara, Salinguerra; dopo il quale, Azzone
Marchese d'Este; e dopo questo, Obizzo figlio di Rainaldo, che era
figlio del predetto Azzone, morto in una prigione della Puglia,
ostaggio dell'Imperatore. Quest'Obizzo poi era figlio di una ignota
napoletana e di Rainaldo figlio del prenominato Azzone, e fu portato
ancor fanciullo dalla Puglia, ed io ne sono testimonio oculare, e fu
uomo magnanimo ma non buono, e commise non poche iniquità. Espulse da
Ferrara i Fontana, che lo avevano sublimato, e signoreggiò lungo tempo
con una durezza, che era fuor d'ogni misura. La città di Ferrara era
di pertinenza della Chiesa, come ho udito io dalle labbra di Innocenzo
IV, quando predicava al popolo Ferrarese; ma siccome i Marchesi d'Este
sono stati ab antico sempre amici della Chiesa romana, perciò la
Chiesa li appoggia e lascia che ne abbiano in loro mano il dominio. A
Treviso signoreggiò a lungo Alberico da Romano, la cui Signoria, come
ben se lo sanno coloro che la sperimentarono, fu durissima e crudele.
Questi fu veramente un membro del diavolo e figlio dell'iniquità, ma
finirono malamente egli, la moglie, i figli e le figlie. Perocchè
i loro uccisori divelsero le gambe e le braccia dal corpo di que'
bambini ancor vivi, e sotto gli occhi dei loro genitori, per usarne
a schiaffeggiare la faccia del padre e della madre loro; e poscia
legarono la madre e le figlie ad un palo, e le abbruciarono, quantunque
esse fossero nobili, e le più belle ragazze del mondo, ed innocenti,
e, per odio al padre e alla madre, non la perdonarono nè all'innocenza
nè alla leggiadria loro. E in vero i loro genitori avevano con terrore
orribile afflitti e tormentati i Trivigiani. Laonde accorrevano essi in
piazza frementi contro Alberico, e vivo ancora, ogni cittadino colla
tanaglia gli stracciava un boccone delle carni; e così tra ludibri,
vituperi e tormenti, ne scarnificarono il corpo. Perocchè a chi aveva
tolto di mezzo un consanguineo, a chi il fratello, a questo aveva
morto il padre, a quello un figlio, e imponeva tributi e multe così
gravi e così di frequente, da essere ridotti a distruggere le loro
case, ed imbarcarne i mattoni, le asse, i mobili, le botti, i bigonci
e mandarli a vendere a Ferrara per far denaro, pagare, e riscattarsi.
Queste cose sono accadute sotto i miei occhi. E, per poterle fare con
più sicurezza, simulava di essere in guerra con Ezzelino da Romano
suo fratello. E non risparmiava ai cittadini suoi sudditi neppure la
vita. E in un sol giorno ne fece impiccare venticinque de' notabili di
Treviso, senza che gli avessero fatto in nulla nè sfregio, nè danno;
ma se li tolse di sotto gli occhi mandandoli brutalmente al patibolo
per timore che gli potessero nuocere. E fece trascinare trenta nobili
donne, madri, o mogli, o figlie, o sorelle di loro, perchè li vedessero
ad impiccare, e perchè eglino avessero sotto gli occhi chi ne avrebbe
fatta più straziante la morte. Aveva anche comandato che a quelle donne
fosse tagliato il naso; ma per istratagemma di un tale[160] che in
quell'occasione fece credere spurio un suo figlio, sebbene realmente
non lo fosse, fu ritirato l'ordine; invece però furon tagliate loro le
vesti, all'altezza delle mammelle, sicchè tutto il corpo restò nudo,
e in quello stato le videro que' loro cari che dovevano salire sul
patibolo; e furono sospesi a studio così vicino a terra, che fosse
possibile forzar quelle donne a passar tra le gambe de' loro cari, i
quali mentre esse passavano, per non essere ancora spenti gli ultimi
spiriti vitali, battevano loro il volto co' piedi e colle tibie, che
ancora si contraevano: ed esse vivevano nello strazio e nello schianto
del cuore in mezzo a tanto atroce ludibrio. Nè spettacolo di più
feroce brutalità fu mai veduto nè udito. Poscia, che nulla bastava
a sbramare tanta ferocia, le fece trasportare di là dal Sile[161],
e andassero dove volessero. Elle allora di quel po' di veste, che
restava attorno alle mammelle, composero un qualche cosa da velare
le pudende, e tutta la giornata vagarono per quindici miglia di una
landa deserta tra spine, triboli, ortiche, lappoli, ronchi, e carzeti
pungenti; e camminando scalze, e a corpo nudo, le martoriava anche
il morso e il pungiglione di molti insetti; e andavano piangendo, e
n'avevan ben d'onde, chè al resto si aggiunse che nulla avevano di che
cibarsi se non del proprio pianto. Ah! quale colmo di miseria, o Dio!
Volgi a loro il tuo benigno sguardo, e vedi. Alla tua misericordia
tocca prestare soccorso; la tua misericordia sola può essere pronta,
presente ad aiutarle. Io le ho vedute quelle figlie del dolore, le
ho vedute riservate, per aver consolazione, alla tua destra pietosa;
le ho vedute a te solo abbandonate; chè è ben necessario che provegga
la potenza divina, ove manca ogni provvidenza umana. Questo si mostrò
palese in Susanna......... Ma ritorniamo alla storia. Arrivarono lo
stesso giorno alla laguna di Venezia ad ora già tarda; ed ecco che
videro subito un pescatore, solo nella sua barchetta, e lo chiamarono
che s'avvicinasse a loro. Ma egli, credendo che le apparenze che
aveva in lontano davanti agli occhi fossero ombre, o fantasmi del
demonio, oppure mostri marini usciti al lido, se ne spaventò, e
inorridì. Ma poi per ispirazione divina, e per la loro insistenza,
s'andò avvicinando. E, dopo che esse gli ebbero narrata per punto la
loro dolorosa istoria e sventura, egli sclamò: Voi mi avete straziata
l'anima; ed io non vi abbandonerò mai, finchè la provvidenza divina
non vi abbia procacciato di meglio. Ma siccome questa mia barchetta
peschereccia è tanto angusta che appena ve ne sta una, vi traghetterò
ad una, ad una, sicchè vi trasporterò tutte, e vi collocherò in un
isolotto che si va ora formando, ove però la terra è già soda, perchè
se stanotte restaste qui al lido, sareste preda de' lupi. Domani poi
per tempissimo, provveduto di barca più capace, vi porterò e collocherò
nella chiesa di S. Marco, ove spero che Dio rivolgerà sopra di voi
lo sguardo della sua misericordia. Che più? Dopo dunque che le ebbe
trasportate tutte, tranne una, quell'ultima la condusse alla sua casa
da pescatore, ove le apprestò buona mensa, e la trattò con bontà di
cuore, cortesia, umanità, amorevolezza ed onestà. L'indomani, pronto
adempì la promessa. E condottele nella chiesa di S. Marco, si presentò
al Cardinale della Corte romana Ottaviano, Legato in Lombardia, che
allora si trovava a Venezia; gli narrò tutta la storia di queste donne,
tutte le loro sventure, e gli disse dov'erano. Udita questa cosa, il
Cardinale volò subito a loro, le servì di una refezione; e fece bandir
voce per la città, che subito, in fretta, senz'indugio di sorta,
tutti, uomini, donne, piccoli e adulti, garzoni e donzelle, vecchi e
ragazzi, tutti accorressero a S. Marco, che udirebbero cosa non mai
più udita, e farebbe loro vedere spettacolo non mai più veduto. E,
più presto che non si dice, tutta Venezia si trovò stivata in Piazza
S. Marco, e udirono narrarsi tutta la inumana istoria; e dopo averla
narrata, fece venire quelle donne così malconcie e nude, come aveva
saputo malconciarle la efferatezza del maledetto di Alberico. Ed il
Cardinale volle questa scena per irritare più vivamente i Veneziani
contro di lui, e destare negli animi maggior compassione per loro.
Quando i Veneziani ne ebbero udita la storia, e vedute le donne così
nude, ad alte grida sclamarono: Morte, morte a quel maledetto; bruci
vivo colla sua consorte; e tutta la sua progenie sia estirpata. A
questo punto il Cardinale soggiunse: La divina Scrittura....... E
tutti gridarono: Si faccia, si faccia. Poscia, secondando il desiderio
di tutta la città, bandì una crociata contro quella maledizione di
Alberico; e che chiunque vi prendesse parte, e andasse, o mandasse in
vece sua altra persona a proprie spese per sterminarlo, avrebbe piena
indulgenza de' proprii peccati. La quale indulgenza data a tutti,
egli pienamente la confermò coll'autorità di Dio onnipotente, e dei
beati Apostoli Pietro e Paolo, non che della Legazione conferitagli
dalla sede Apostolica. Tutti dunque s'infiammarono, e presero parte
alla crociata, giovani, vecchi, uomini, donne, sovreccitati dalla
allocuzione del Cardinale, che era persona di alto merito e di
sì elevato ufficio rivestito; dalle atrocità di quel maledetto di
Alberico; dalla condanna a morte di que' nobili ed innocenti cittadini;
dalla pietà che facevano quelle donne, che avevano ancora sotto gli
occhi turpemente malconcie; e dalla promessa indulgenza che andavano
ad acquistarsi. Il Cardinale Legato per isvegliare ne' Veneziani più
risoluto furore, si valse anche dell'esempio della moglie del Levita,
della morte, e vitupero, e abuso della quale il popolo ebraico, per
volere di Dio, prese sì aspra vendetta, che ne rimase distrutta una
tribù quasi intera. Corsero dunque unanimi contro di lui; molto lo
danneggiarono, ma non lo ridussero a completo sterminio. Però non molto
tempo dopo questa crociata, fu sterminato con tutta la sua famiglia,
e soffrì i ludibrii, i tormenti e gli strazii, di cui è parlato più
sopra. E ne fu ben degno. Perocchè un dì che aveva smarrito un suo
sparviero, trovandosi all'aperto, calò le brache, e mostrò il culo a
Dio per oltraggio, insulto ed irrisione, credendo con ciò di vendicarsi
contro Dio; e quando fu a casa cacò sull'altare, precisamente in
quello spazio ove si consacra il corpo del Signore. Sua moglie poi
dava delle puttane e delle meretrici alle matrone e nobili donne. Nè
mai il marito ne la rimproverò; che anzi essa lo faceva per fidanza
che aveva del consenziente marito. Perciò meritamente di loro si
vendicarono i Trevigiani. Dopo la allocuzione, che ebbe fatta ai
Veneziani, il Cardinale raccomandò loro quelle donne come sè stesso;
ed essi di buon grado e con larga liberalità le provvidero di vitto
e di vestito. A quell'uomo poi, per cui stratagemma quelle donne non
ebbero mozzo il naso, i Trevigiani perdonarono, e gli lasciarono la
vita, anzi lo beneficarono assai, chè ben lo meritava, perchè spesso
aveva distolto Alberico e i suoi da molte tristizie, di cui avevano
concepito il pensiero. Nell'altra Marca poi signoreggiò Ezzelino,
fratello di questo Alberico, come anche in Padova, Vicenza e Verona.
Fu costui un membro del diavolo e figlio dell'iniquità; e un giorno
nel campo di S. Giorgio in Verona, dove talvolta io sono andato, fece
bruciare undicimila Padovani in un ampio edifizio, nel quale li teneva
a' ceppi in carcere; e mentre bruciavano, faceva, cantando attorno a
loro, un torneo co' suoi cavalieri. Veramente fu egli il peggior uomo
che si trovasse sulla faccia della terra; nè un sì pessimo credo siavi
mai stato dal principio del mondo sino a noi. Tutti tremavano al suo
cospetto, come trema un giunco nell'acqua corrente. E n'avevano ben
d'onde; poichè chi era vivo oggi, non era al sicuro d'esserlo ancora
all'indomani. Per piacere ad Ezzelino, si era arrivati al punto che
un padre cercava la morte d'un figlio, un figlio quella del padre,
o d'altro parente; e sterminò tutti i maggiorenti, i migliori, i più
potenti, i più ricchi e i più nobili della Marca Trivigiana. Castrava
le mogli altrui, e co' figli e colle figlie le cacciava in prigione,
e ve le lasciava morire di fame e di dolore. Fece trarre a morte molti
religiosi, e molti li tenne lungamente nelle carceri, tanto dell'Ordine
dei frati Minori e Predicatori, che d'altri Ordini....... Pari a lui
per feroce atrocità non furono nè Decio, nè Nerone, nè Diocleziano,
nè Massimiano; e nemmeno Erode ed Antioco, che furono i più crudeli
mostri del mondo. Veramente questi due fratelli furono due demonii,
per ciascun de' quali io potrei scrivere un grosso volume, se avessi
tempo, e non mi mancasse la pergamena. Alberico però sul punto di morte
fu tocco dal pentimento; nel che si mostrò grandissima la misericordia
di Dio, stendendo in morte le braccia anche a uomo tanto brutale; ma
Ezzelino non s'è mai convertito a Dio. Ad Ezzelino successe nella
Signoria di Verona un tal Mastino, Veronese, che fu poi ucciso da
assassini. E il Conte di S. Bonifacio, a cui era devoluta la Signoria
di Verona, andava vagando pel mondo, come io ho veduto; ed era tutto
del partito della Chiesa, buon uomo, santo, saggio, onesto, d'animo
forte, prode dell'armi e dotto nell'arte della guerra. Suo padre aveva
nome Guicciardo, egli Lodovico, e il figlio maggiore, Vinciguerra.
A Rimini signoreggiò il Malatesta, che s'attenne sempre fidissimo al
partito della Chiesa. La Signoria di Forlì la ebbe in mano il Conte
Guido da Montefeltro, che era un battagliero possente e dotto nell'arte
della guerra, e non poche vittorie sui Bolognesi, che parteggiavano
per la Chiesa, riportò, quand'ebbe a trovarsi loro di fronte. Molti
anni in tempo di grossa guerra tenne la Signoria di Forlì, ma in fine
si esaurirono le forze sue e de' Forlivesi, quando Papa Martino IV si
intromise in quella lotta con pertinace ed irremovibile proponimento di
entrare vittorioso in quella città. Per cui, venuto Legato in Romagna
Bernardo Cardinale della Corte romana, ed i Forlivesi datisi a lui,
mandò a confino il Conte Guido di Montefeltro, prima a Chioggia, poi
in Lombardia, ad Asti, ed obbedì sommessamente. A Ravenna dominò,
di parte della Chiesa, Paolo Traversari, nobiluomo, ricco, potente
e saggio; di parte dell'Impero, un certo Anastasio. Poi, dopo Paolo
Traversari, dominò in Ravenna Tomaso Fogliari di Reggio, fatto da Papa
Innocenzo IV Conte delle Romagne, perchè era suo parente; ed ebbe
moglie una nipote di Paolo Traversari, figlia d'un figlio, di nome
Traversaria, legittimata dal Papa perchè potesse ereditare. La sposò
poi, dopo la morte di Tomaso, Stefano, figlio del Re d'Ungheria, che
assunse la Signoria di Ravenna. Dopo la morte di lui venne di Puglia
un certo Guglielmotto, che conduceva seco una donna, e diceva che
era sua moglie e figlia di Paolo Traversari Ravennate, la quale era
in Puglia come ostaggio dell'Imperatore. E signoreggiò molti anni,
ed ebbe integralmente tutte le possessioni di Paolo Traversari: ma
fu creduto che tutto fosse un'ingannevole e frodolenta finzione sì
dell'uomo che della donna. Ma non era di parte della Chiesa, e quindi
fu espulso in una colla moglie da Ravenna, e spogliato di tutti i beni,
che aveva occupato. A Faenza signoreggiarono gli Alberghetti, chiamati
anche Manfredi, di parte della Chiesa, principale de' quali Ugolino
Buzola, e suo figlio, frate Alberico dell'Ordine dei Gaudenti; di parte
dell'Impero, signoreggiò Accarisio e suo figlio Guido di Accarisio.
Il partito poi della Chiesa in Faenza prendeva nome dai Zambrasi, e
non erano che in due di quella famiglia, cioè frate Zambrasino, che
fu, ed è, dell'Ordine de' frati Gaudenti, e Tebaldello di lui fratello
illegittimo, che godeva molta stima, essendo uomo forte, bello,
ed anche ricco, perchè Zambrasino, unico erede, quale figlio solo
legittimo, volle dividere con lui a parti eguali il patrimonio paterno.
Costui fu due volte traditore della sua città di Faenza. La prima
volta la pose in mano ai Forlivesi, e in quel tempo abitava io appunto
a Forlì; la seconda, restituilla alla Chiesa; ma poco dopo morì nella
fossa della città, affogato col suo cavallo e molte altre persone. In
Imola, i principali partigiani della Chiesa erano i Nurduli; e capo del
partito imperiale, Ugucione dei Binicli, cui Re Carlo fece prigioniero
nella guerra contro il Principe Manfredi, e gli fece tagliar la testa.
A lui succedette in Imola suo fratello Giovanni de' Binicli; ma nella
parte montuosa della provincia signoreggiava Pietro Pagano, di parte
imperiale, e risiedeva in un castello, che si chiamava Susinana[162];
ed era personaggio magnanimo, di singolare reputazione e rinomanza,
e dotto nell'arte della guerra. Aveva moglie una buona donna di nome
Diana, ed una buona sorella di nome Galla Placidia, che erano ambedue
mie divote. In Alconio signoreggiava il Conte Bernardo, magnifico
Signore e potente, partigiano della Chiesa. Il Conte Rugiero di
Bagnacavallo, di parte imperiale, dominava in Ravenna; ed era sagace,
furbo, astuto, ed una volpe frodolenta e di tutti i colori. Questi fu
mio famigliare; aveva una figlia unica, nè ebbe maschi, e in sul morire
disse che la voleva maritare con uno che sostenesse risolutamente gli
imperiali. E frate Gherardino Gualengo avendogli detto che quello non
era tempo di scherzare, rispose: Perchè? Non sono io un uomo? Ed il
frate di rimando: Voi siete bene un uomo; ma in punto di morte dovete
perdonare a tutti, nè parteggiare per nessuno, ma pensare solo a Dio,
come dice il Profeta: _O Signore, parte della mia eredità, e del mio
calice; tu sei quello che restituirà a me la mia eredità_. Parimente in
Romagna, di parte dell'Impero, fu grande il Conte Taddeo Boncompagni.
Questi era avanti in età, ed entrò nell'Ordine de' frati Minori.
Anche Giacomo di Bernardo parteggiò un tempo per l'Impero; ma dopo che
l'Imperatore fece tagliare la testa al figlio di lui, passò al partito
della Chiesa, e poi si fece frate dell'Ordine de' Minori. E tanto in
Romagna che in Lombardia molti ve ne furono di nobili e potenti, sì
di parte della Chiesa che dell'Impero, che sarebbero degni di essere
ricordati, se fossero stati buoni e amanti di Dio, e di sè stessi. Così
in Bologna per la Chiesa hanno signoreggiato i Geremei; e per l'Impero
i Lambertazzi, tra' quali fu principale Castellano di Andalò, che
poi morì miseramente, perchè i Bolognesi partigiani della Chiesa, in
occasione di una guerra intestina, lo presero e lo cacciarono tra ceppi
nelle carceri del palazzo del Comune. Ed i Geremei espulsero da Bologna
i Lambertazzi, che andarono in quel tempo a dimorare a Faenza; d'onde
furono poi cacciati, quando Tebaldello la rimise in mano al partito
della Chiesa. Questa città, cioè Bologna, fu l'ultima a bere il calice
dell'ira di Dio, e ne ingollò fino alla feccia, affinchè, restando
illesa, non si vantasse di essere sempre stata giusta e non insultasse
alle altre città, che avevano già trangugiato il calice dell'ira,
anzi del furore dello sdegno di Dio; giacchè dentro di essa vi erano
assassini, nè si imponeva a loro.......... In Cremona, que' che
parteggiavano per la Chiesa si chiamavano Cappellini, o Cappelletti;
que' che tenevano per l'Impero, si nominavano Barbarasi. Ho letto
più volte, cioè nè una nè due soltanto, nel pontificale di Ravenna:
_Verranno i Barbarasi; incrudeliranno assai_; ed è incerto se si abbia
da riferire ai presenti, o ai futuri. Tuttavia i presenti incrudelirono
assai quando chiamarono l'Imperatore in Lombardia ed a Cremona, e
da Cremona espulsero quelli che tenevano le parti della Chiesa; e
l'Imperatore col loro aiuto tenne viva in Lombardia una lunga guerra.
Di che si moltiplicarono i mali sulla terra; nè è finita ancora, nè
parne vicina la fine. In Parma, dopo la distruzione di Vittoria e la
fuga dell'Imperatore, chiunque non aderiva saldamente al partito della
Chiesa si chiamava di Malafucina, cioè di cattiva fabbrica, così detti
perchè spacciavano monete false; ma siccome v'ha differenza da bue a
bue, così si conosceva......... Parimente quelli che tenevano allora
le parti dell'Impero non potevano ristarsi dal parlare del proprio
partito, e così si conoscevano da ciò che dicevano.