Del Re sente nel cor fitta la spada

Il popolo fedel, che Cristo adora;

E lunga schiera di Pastor la strada

Calca del bando e del dolore ognora;

Oppure avvien che tra catene cada;

Ed ai tormenti invan pietade implora.

Ch'oggi Guiberto e il Re, Nerone fanno

Parere a noi poco crudel tiranno.

Neron, che a Pietro fa salir la croce,

Neron, che a Paulo fa balzar la testa,

Neron, che mostro dispietato, atroce,

Ogni moto del cor crudo calpesta,

E di natura ogni ragione e voce;

E la viltade all'empietà contesta,

Nel seno di sua madre un ferro intride,

Che per orrore si ritorce e stride.

Più che Neron, fello Guiberto ed empio

Alla nutrice sua Chiesa di Dio

Trafisse il sen con esecrando esempio,

E se l'antico, di cui niun più rio,

Del suo maestro fece scherno e scempio;

Il Nerone novel, che lo seguio,

Al Vicario di Cristo, al suo maestro

Ministra il duolo, il fele ed il capestro.

Guiberto e Arrigo infin, scossa ogni fede,

Scosso l'ossequio al successor di Piero,

Colui che il Cristo a prezzo compra e cede,

Seguono dottore in lor sentiero.

Nè san che se fortuna ad alta sede

Porta il reo talor, con gioco fiero

Lo balza poi dall'alto a precipizio.

Questo matura in ciel giusto giudizio.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Arse la pugna, s'incrudì, s'espanse;

E allor dell'ire s'ammorzò l'ardore

Che la spada del ciel, toccando, franse

Di tanto scisma il perfido dottore, ecc

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Ventitrè volte il sol vide, e rivolse

Da tanto orrore l'atterrito ciglio.

Nè quel lupo cessò fin che nol tolse

Seco la morte al doloroso esiglio.

Ah! quanti ne sedusse e ne travolse

Al regno del dolor, od in periglio!

Ma la vendetta non è lenta; e copre

L'infamia omai di lui l'audacia e l'opre.

O Divo, o tu, che delle eteree sedi

Volgi le chiavi alla virtù che sale,

Ed alla Chiesa universal provvedi,

Soffia su la caligine mortale,

Che 'l mondo ingombra, e 'l rasserena. Or vedi

Che vacilla la fè, l'error prevale;

Or che d'Urbano, dopo due soli anni,

L'alma spiegò sino alle stelle i vanni.

Or che del cielo la saetta ardente

Toccò Guiberto con eterno danno,

Del paradiso la beata gente,

E chi del mondo dura ancor l'affanno,

E la lotta sostien forte e fidente,

Tra plausi e grazie a Dio, gridando vanno:

Il gran vermo di Satana perio!

Da un altro egual difenda il mondo Iddio.

Della morte dell'Imperatore Enrico III.

Dictus iamdudum Rex quo sit fine solutus,

Scilicet Henricus, volo mundi discat amicus.

Cum scierit, noscat faciendum quid sibi constat.

Rex supra fatus, vivens erat illaqueatus

Actibus in pravis. Semel at se dissimulavit

Converti; pleno quod fecit corde veneno.

Schismaticos semper coluit, tenuitque libenter;

Hic exordescens minor eius filius enses

Elevat adversus genitorem. Tollere regnum

Quaerit ei, duram secum committere pugnam,

Non piguit campi, quem bellando superavit.

Mesticia multa per totum tempus abundans,

Undique confossus, quassatus et undique tortus;

Mortem non sperans; demum tamen ipsa catena

Mortis eum strinxit, rapuit de corpore tristi.

Augusti quarto defungit id in anno

Christi milleno, centeno, denique seno

Ad templum Spirae dormit, quod struxerat idem.

Come pur morto sia lo terzo Enrico

Che 'l mondo sappia io vo', del mondo amico.

Lo sappia, e faccia quel che far gli giova.

In vita sua diè luminosa prova

D'intelletto e di cor pien di malizia

Tanta da degradarne ogni nequizia.

Di rinsavir finse talora il Sire

Ma solo per unir perfidia all'ire.

Chi lo scisma seguìa tenne in onore,

E lo cinse di gloria e di splendore:

Di che 'l figlio minor inorridito

Levò le spade contro il padre, ardito.

Aspra la pugna fu, lungo lo sdegno;

Il figlio al padre agogna torre il regno.

Non cura il sol, la neve, la tempesta,

Dura sui campi e vittorioso ei resta.

E l'ugna del dolor il padre artiglia,

E a fronte, a' fianchi, a tergo ognor lo piglia;

Sì che per fino di morir dispera.

Ma 'n fin precipitò nell'onda nera,

Nel mille centosei, allor ch'il giorno

Quattro d'Agosto a noi fa suo ritorno.

Un tempio eccelso aveva eretto a Spira:

Or vi riposa in fino al dì dell'ira.

Papa Gregorio VII era amico della Contessa Matilde, e da Roma recavasi

al castello di Canossa, e, per utilità della Chiesa, soggiornava talora

con essa tre mesi, e avrebbe potuto fermarsi anche più a lungo, se gli

fosse piaciuto. Egli era sant'uomo, ella santissima donna e divota

a Dio, ed aiutava la Chiesa Romana co' denari e coll'armi, facendo

guerra contro l'Imperatore Enrico III suo cugino, che aveva creato

Ghiberto, Arcivescovo di Ravenna, Antipapa col nome di Clemente, invece

di chiamarlo empio e demente. I quali due, durante tutta la vita loro,

osteggiarono la Chiesa, distolsero molte anime dalle vie del Signore,

e le trassero con loro a casa del diavolo. E ciascuno di loro morì

nella vergogna e nell'amarezza dell'anima propria Ghiberto tornò a

Ravenna e riprese la podestà e il titolo che vi aveva prima. Riguardo

poi a quel maledetto Imperatore Enrico III, trovi in Isaia XIV ecc. Il

che si è avverato nell'Antipapa Ghiberto, detto Clemente, non che in

Enrico III. E la Chiesa, col tempo, per grazia di Dio, ebbe piena pace.

Dunque Roberto Guiscardo per aver dato aiuto a Gregorio VII nel momento

più stringente, cacciando l'Imperatore da Roma, si ebbe in feudo, per

ricambio del beneficio fatto, la Sicilia e la Puglia, spettanti alla

Chiesa romana; purchè se le conquistasse contro i Greci e i Saraceni,

che le occupavano. Egli dunque andò prima, a modo di esploratore, per

vedere gli abitanti di quelle terre; e, ritornato, raccolse l'esercito,

chiamò a sè i due fratelli che aveva, e i suoi consiglieri, e disse

loro: La sapienza dice ne' proverbi 11.º ecc. Poi aggiunse: Tutte

queste virtù deve possedere franche nell'animo colui, che vuol mettersi

alla testa di un esercito e far guerra ad un nemico; virtù, di cui, per

grazia di Dio, faranno mostra i nostri soldati. La Puglia e la Sicilia

sono state cedute a noi dal Papa, e là vidi uomini che hanno i piedi

di legno e parlano in gola. _Or su sagliamo contro a quella gente:

perciocchè noi abbiam veduto il paese, ed egli è grandemente ubertoso.

E voi ve ne state a bada? Non siate pigri a mettervi in cammino per

andare a prendere possessione di quel paese. Quando voi giungerete là

(conciossiachè Iddio ve l'abbia dato nelle mani) verrete ad un popolo,

che se ne sta sicuro, e 'l paese è largo, è un luogo nel quale non

v'è mancanza di cosa alcuna che sia sulla terra_. Giudici 18.º Nota

che Roberto chiamava piedi di legno le pianelle o zoccoli che usavano

que' Pugliesi e Siciliani, e che li giudicava gente cachetica, color

di merda e di niun valore. Disse poi che parlavano in gola, perchè

quando volevan domandare: Che cosa volete? dicevano: _Ke bulì_? Li

giudicò adunque uomini da nulla, imbelli, accasciati e senza perizia

alcuna dell'arte della guerra; Giuditta 5.º........ Perchè erano tre

fratelli, Roberto, Guiscardo, Ambrogio, che era monaco; a cui gli

altri due dissero: Tu combatterai colle tue armi, cioè ne aiuterai

colle tue preghiere; noi impugneremo il brando, e se Dio vorrà, li

soggiogheremo subito. E così fu. L'Imperatore de' Greci, sapendo

questo, e temendo che Roberto volesse correre sino a Costantinopoli,

a ridurre al nulla la Grecia, fece sotto i propii occhi in alcuni

luoghi avvelenare le acque, e ne morì Roberto; sopravvisse Guiscardo

di lui fratello, d'onde ebbe origine la dinastia dei Re Normanni in

Sicilia. Da Guiscardo discese Guglielmo Re di Sicilia; e da questo,

Guglielmo II, che ebbe parecchi figli ed una figlia di nome Costanza.

Egli alla sua morte, non so per qual ragione, comandò a' suoi figli di

non maritare la sorella Costanza; i quali, per ossequio agli ordini

del padre, la tennero secoloro sino all'anno trentesimo dell'età di

lei. Ma essa era donna di indole focosa e indomabile, disturbava e

rodeva le cognate e tutta la famiglia. Perciò considerando che la

Sapienza dice benissimo ne' Proverbii 25.º ecc. si deliberarono di

darle un marito, e mandarla lontano da loro[159]. E la diedero moglie

a Re Enrico, che fu l'Imperatore Enrico VI, figlio del primo grande

Federico, la quale a Iesi, nella Marca d'Ancona, gli partorì un figlio,

Federico II, del quale più sopra s'è detto ch'era figlio di un beccaio,

e che la Regina Costanza, dopo una finta gravidanza, se l'era messo

sotto, dando a credere d'esserne madre. Perciò Merlino aveva detto

che il secondo Federico _nascerebbe inaspettato e per miracolo_,

sia perchè la madre era già avanzata negli anni, e certamente perchè

quel figlio era di parto suppositizio, e raccattato con frode. Quindi

l'Imperatore Enrico, sotto colore dei diritti della moglie, invase la

Sicilia e la Puglia, e occupò tutto il regno unito di quelle provincie.

Ritornato poi in Alemagna, e udito che i regnicoli, cioè i Pugliesi e

i Siciliani, lo avevano tradito, corse di nuovo al regno, ne asportò

i tesori, ne distrusse i maggiorenti. Laonde conturbata e infiammata

la Regina Costanza contro il marito, cominciò co' suoi a prendere

le difese del regno; onde tra loro nacque rottura e guerra, sicchè

i saggi ed i letterati dicevano: Questi non sono marito e moglie che

abbiano un'anima sola, secondo l'insegnamento dell'Ecclesiastico 25.º

Ed i giocolieri poi dicevano: Se ora alcuno desse scacco a Re, la

Regina non si moverebbe a coprirlo. L'Imperatore Enrico finalmente

rioccupò il regno, fece strage de' maggiorenti, e secondo l'uso degli

Imperatori Tedeschi, osteggiò la Chiesa. Dopo di che passò di questa

vita, e rimase Federico, ancora pupillo, sotto la tutela della Chiesa,

che lo allevò ed esaltò, sperandolo migliore del padre. Ma qual padre,

tal figlio; anzi fu di gran lunga peggiore. Le cose dette da Merlino

riguardanti a Federico II sono: «Federico I ne' peli un agnello, ne'

velli un leone; sarà saccheggiatore di città; nell'esecuzione di questo

proposito terminerà in corvo e in cornacchia: vivrà in _H_, e cadrà nel

Porto di Milazzo. Federico II poi, di nascita insperata e miracolosa,

tra le capre agnello da dilaniare, non sarà assorbito da loro; gonfierà

il letto di lui, e frutterà nelle vicinanze dei Mori, e respirerà

in loro; poi sarà involto nel suo sangue, ma non ne sarà intinto a

lungo; tuttavia porrà radici in quello; sarà esaltato nel terzo nido,

che divorerà i precedenti: sarà leone che rugge tra i suoi; confiderà

assai nella sua prudenza; disperderà i figli di Ceylan; disgregherà

Roma e la snerverà; terrà lo spirito in Gerosolima; in trentadue anni

cadrà; vivrà nella sua prospera ventura settantadue anni, e due volte

quinquagenario sarà trattato blandamente; volgerà torvo l'occhio

a Roma; vedrà le sue viscere fuori di sè. Nel suo tempo il mare

rosseggierà di sangue santo, ed i comuni avversarii arriveranno sino

a Partenope; dipoi raccolto da lui un aiuto nelle parti d'Aquilone,

vendicherà il sangue sparso. E guai a quelli che non potranno avere

ricorso ai vasi; e dopo che sarà nel decimo ottavo anno, contando a

partire dal suo crisma, tornerà la Monarchia negli occhi degli invidi;

e nella sua morte saranno in lui resi vani gli sforzi di coloro che

lo avranno maledetto. E qui finisce. Nota che Enrico VI Imperatore

fu amico dell'Abbate Gioachimo dell'Ordine di Flora, il quale,

richiestone, scrisse una lettura sopra Isaia intorno ai doveri, e per

comando di lui, una lettura sopra Geremia, volendo intendere i misteri

di Daniele nascosti sotto la figura della statua, dell'albero, della

scure, della pietra, e della successione futura. Scrisse anche per sè,

l'anno del Signore 1198, un' — Esposizione dei libri della Sibilla e

di Merlino — Conclusione finale di Geremia profeta —. Ecco, Cesare, la

verga del furore di Dio» Geremia è abbastanza aperto, ma nell'adombrare

le afflizioni del secolo è dapertutto involuto: Dio voglia che anche tu

non sia tanto sprovvisto del timore di Dio quando stia per calare la

scure evangelica sulla radice dell'albero Imperiale» — Presagi futuri

sulla Lombardia, Toscana, Romagna, ed altre contrade, dichiarati da

maestro Michele Scoto:

Regis vexilla timens, fugiet velamine Brixa,

Et suos non poterit filios propriosque tueri.

Brixia stans fortis, secundi certamine Regis.

Post Mediolani sternentur moenia griphi.

Mediolanum territum cruore fervido necis,

Resuscitabit, viso cruore mortis.

In numeris errantes erunt atque sylvestres.

Deinde Vercellus venient, Novaria, Laudum.

Affuerint dies, quod aegra Papia erit.

Vastata curabitur, moesta dolore fiendo

Munera quae meruit diu parata vicinis.

Pavida mandatis parebit Placentia Regis.

Oppressa resiliet, passa damnosa strage.

Cum fuerit unita, in firmitate manebit.

Placentia patebit grave pondus sanguine mixtum

Parma parens viret, totisque frondibus uret.

Serpens in obliquo, tumida exitque draconi.

Parma Regi parens, tumida percutiet illum

Vipera draconem. Florumque virescet amoenum.

Tu ipsa, Cremona, patieris flammae dolorem.

In fine praedito, conscia tanti mali,

Et Regis partes insimul mala verba tenebunt.

Paduae magnatum plorabunt filii necem

Duram ed horrendam, datam catuloque Veronae.

Marchia succumbet, gravi servitute coacta.

Ob viam Antenoris, quamque secuti erunt,

Languida resurget, catulo moriente, Verona.

Mantua, vae tibi tanto dolore plena.

Cur ne vacillas, nam tui pars ruet?

Ferraria fallax, fides falsa nil tibi prodest

Subire te cunctis, cum tua facta ruent

Peregre missura, quos tua mala parant

Faventia iniet tecum, videns tentoria, pacem.

Corruet in pestem, ducto velamine pacis.

Bononia renuens ipsam, vastabitur agmine circa,

Sed dabit immensum, purgato agmine, censum.

Mutina fremescet, sibi certando sub lima,

Quae, dico, tepescet, tandem traetur ad ima.

Pergami deorsum excelsa moenia cadent.

Rursum et amoris ascendet stimulus arcem.

Trivisii duae partes afferent non signa salutis.

Gaudia fugantes, vexilla praebendo ruinae.

Roma diu titubans, longis terroribus acta,

Corruet, et mundi desinet esse caput.

Fata monent, stellaeque docent, aviumque volatus

Quod Fridericus malleus orbis erit.

Vivet draco magnus cum immenso turbine mundi.

Fata silent, stellaeque tacent, aviumque volatus

Quod Petri navis desinet esse caput.

Reviviscet mater: malleabit caput draconis.

Non diu stolida florebit Florentia florum;

Corruet in feudum, dissimulando vivet.

Venecia aperiet venas, percutiet undique Regem.

Infra millenos, ducenos, sexque decenos

Erunt sedata immensa turbina mundi

Morietur gripho, aufugient undique pennae.

Brescia, che teme la reale insegna,

Fugge col velo al capo e si rassegna,

Nè i figli suoi, nè i suoi fautor difende;

Che, la tema, vilissima la rende.

Brescia sta salda colla lancia in resta

Contro del Re che a battagliar s'appresta.

Del Grifo di Milan cadran le mura.

Atterrita Milan per la paura

Di fieri colpi e di fumante sangue

Trema, s'accascia, china 'l capo e langue.

Ma paura maggior gli batte l'anca

Ei si ribella e il reagir l'affranca.

Poscia arriva Vercelli, e vien Novara,

Lodi s'aggiunge, e 'l tempo si prepara.

Pioverà su Pavia dolore, affanno.

Risorgerà sulla tristezza e il danno.

Questo ricambio di perfidia usata

Ai vicini l'attende, e già la guata.

Piacenza al Rege inchinerassi ancella.

Ma scosso il giogo, s'ergerà novella.

Libera vivrà se fia concorde

Ma, sangue e schiavitù berrà, discorde.

Parma, devota, al ciel s'erge superba,

Ma, per foco struttor, fronda non serba.

Barcamenando va contro il Dragone;

Ma vipera divien, e a morte il pone.

Non ignara del mal, che si previde,

La fiamma anche su te, Cremona, stride.

La parte imperïal, che in te risiede,

Le lingue arrota, si dilania e fiede.

De' magnati di Padova la prole,

Commovendo la terra, il mare, il sole,

De' padri piangerà l'orrenda morte,

Che di Verona il Can lor serba in sorte.

Sulla Marca cadrà vasta ruina;

Sui Marchigiani schiavitù, rapina.

Lungo la via d'Antenore l'antico

E di lor che 'l seguir qual duce amico,

Languida sorgerà nuova Verona,

Defunto il Can, che di martir la sprona.

Mantova ahi! colma di dolori e guai!.

Cadran tanti de' tuoi, tu non cadrai?

Oh! Ferrara, che sei d'inganni un nido,

A te non giova il destreggiare infido.

Di tutti il giogo avrai sulla cervice,

Se pure erranti al piano, alla pendice,

Quelli che 'l mal oprar faratti avversi

In tua ruina, vuoi mandar dispersi.

Viste Faenza armi, cavalli e tende,

A pace ed amistà la mano stende;

Ma cinto al capo della pace il velo,

Su lei seminerà la peste il cielo.

Bologna altera, che la pace sprezza,

Di guerra avrà la morbida carezza

E posato di Marte il fiero ballo,

Gran censo spillerà, se pure avrallo.

Modena freme, si corrode e lima

S'alza, ricade, e in ritentar s'adima.

Di Bergamo cadrà l'alta muraglia:

Amor la sprona, e ridarà battaglia.

Da furor di discordia in due diviso,

Sogni di morte par che dia Treviso.

Roma, che ninna per terror mortale,

Del mondo più non fia la capitale.

Le stelle, il fato e degli uccelli il volo

Parlan concordi ed un accento solo.

Chè Federigo con fatal rovello

Sarà del mondo orribile martello.

Il Dragone vivrà, da capo a fondo

Orribilmente turbinando il mondo.

Le stelle, il fato e degli uccelli il volo,

Muti, non fanno un verbo, un segno solo;

Chè naufraga di Pier la navicella

Del mondo non sarà più l'alma stella.

Risorgerà la Madre in sua ragione

Il capo a martellar del reo Dragone.

Ebbra Firenze, non a lungo, e folle

Rifiorirà sul piano a piè del colle.

Ma d'un Signor, ch'in feudo se la stringe,

Il ceppo soffre, e non soffrir s'infinge.

Venezia tingerà di sangue il mare,

E fiere avranne il Re percosse amare.

Entro ai mille dugento sessant'anni

Guerra non più, non turbini, non danni.

Chè, tocco il Grifo da mortal bipenne.

Gioco del vento ne saran le penne.

Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. I · 第 19 / 28 段