risiedevano a Borgo S. Donnino, pregarono i loro concittadini di parte
della Chiesa che per amore di Dio, e della beata Vergine gloriosa,
li accogliessero in città, poichè, essendo morto l'Imperatore,
desideravano riamicarsi con loro. E di fatto si rappaciarono, e furono
ammessi in città, come ho veduto io co' miei occhi; ma quando videro
le loro case atterrate (si noti che eglino altrettanto avevano fatto
ai partigiani della Chiesa, allora che anch'essi furono espulsi)
cominciarono a voler contendere, trattar da pari a pari, e insultare
il partito della Chiesa. Di più, sapendo che Uberto Pallavicini aveva
in mano il dominio di Cremona e di molte altre città, si proposero
di farlo Signore anche di Parma. A che Uberto aspirava ed ogni sua
cura rivolgeva, e volevano mandare in bando sino all'ultimo tutti
i partigiani della Chiesa, e ridurli siffattamente al nulla che non
potessero mai più ripor piede nella loro città. La quale trama venuta
a conoscenza de' Parmigiani, cominciarono a tremare come giunchi
nell'acqua, ed a nascondere le cose che s'avevano più care. Ed io
pure nascosi i miei libri, poichè in quel tempo io dimorava a Parma;
e molti Parmigiani del partito della Chiesa si preparavano già a
partire spontaneamente da Parma, prima che il Pallavicino, arrivando,
li incogliesse nella rete, rapisse loro ogni bene, e li costringesse
di forza al bando. Quando dunque cominciò a diffondersi in Parma la
voce che il Pallavicino era sulle mosse per arrivare, e d'altronde
si vedeva che il suo arrivo non era poi lì lì per effettuarsi, (ed
il ritardo derivava da ciò, che egli s'era deliberato di impadronirsi
prima di Colorno e di Borgo S. Donnino, come realmente fece; sia per
entrare in Parma con maggiore trionfo; sia, perchè, occupate quelle due
posizioni, i Parmigiani parteggianti per la Chiesa, che avessero voluto
fuggire, non avrebbero saputo da che parte voltarsi; e così avrebbero
essi ricevuto scacco matto, essi che s'erano allevato il serpente in
seno) ecco d'improvviso sorgere un uomo, che abitava in Parma in Cò
di Ponte, tra la chiesa di Santa Cecilia, e Santa Maria dell'Ordine
de' Templarii[163]. Costui era un sartore, e si chiamava Giovanni
Barisello, ed era figlio d'un contadino della famiglia Tebaldi, di
que' contadini che i Parmigiani chiamano mezzadri. E, presa in mano
una croce e il libro de' Vangeli, andò girando per la città alle case
di coloro, che passavano per imperiali, e si sospettava volessero
a tradigione consegnar Parma al Pallavicino, e li faceva giurare di
obbedire alle leggi del Papa e aderire al partito della Chiesa. Egli
aveva seguaci un cinquecento uomini in armi, che l'avevano fatto loro
Capitano, e lo seguivano come fosse un principe o un condottiero.
E molti degli imperiali giurarono di essere ossequenti alle leggi
del sommo romano Pontefice, e di aderire al partito della Chiesa;
parte de' quali lo fecero con sincerità, e parte per il timore, che
li incoglieva, al vedersi tanta gente armata alla porta della casa.
Quelli poi che non avevano l'animo disposto a quel giuramento, alla
chetichella se n'uscivano di Parma, e andavano a dimorare in Borgo S.
Donnino. Ed ogni volta che bolliva in Parma discordia tra cittadini,
chi fuggiva trovava sempre quel castello aperto; ed i Borghigiani
esultavano sempre delle discordie che s'accendevano in Parma, e
l'esultanza loro sarebbe stata maggiore se l'avessero veduta rasa al
suolo. I Borghigiani difatto non hanno mai guardata di buon occhio la
città di Parma; anzi, quando Parma era in guerra, in Borgo S. Donnino
si raccoglievano tutti gli assassini di Lombardia, ove erano di buon
grado ospitati, per far danno e vergogna a Parma. Eppure i Parmigiani
avevano fatto ai Borghigiani i seguenti benefici, come ho visto io co'
miei occhi, chè ivi ho abitato un anno, cioè nel 1259: (In quell'anno
l'Italia fu colpita da desolantissima morìa d'uomini e di donne, ed
Ezzelino da Romano fu fatto prigioniero dai Cremonesi e da quelli de'
loro alleati che si trovavano al campo). Il primo beneficio fu che
ogni anno mandavano loro un Parmigiano per Rettore, o Podestà, e ne
pagavano la metà dello stipendio. Secondo, che a partire dal Taro, che
è distante da Parma cinque miglia, tutti gli abitanti potevano andare
al mercato di Borgo S. Donnino senza opposizione alcuna da parte de'
Parmigiani; e così Borgo S. Donnino aveva il concorso d'un territorio
di dieci miglia, appartenente alla Diocesi di Parma: ed ai Parmigiani
restava la sola estensione di cinque miglia. Terzo, che i Parmigiani
accorrevano a loro difesa quando o i Piacentini, o i Cremonesi, o
chicchè altri fosse, moveva loro guerra. Quarto, che quantunque in
Borgo non vi fossero che due sole famiglie nobili, i Pinchilini ed i
Verzoli, mentre le altre erano di popolani, o di ricchi campagnuoli,
pure i Parmigiani non isdegnavano mandare ivi a marito le loro nobili
donzelle; il che non era poco onore. Io credo d'averne vedute quivi
di donne Parmigiane ben venti, che vestivano pelliccie di vaio[164],
o stoffe di colore scarlatto. Ma i Borghigiani, nulla valendo per
loro tanti benefici ricevuti, furono ingrati ai Parmigiani; epperciò
questi, e a gran ragione, quando se ne presentò l'occasione opportuna,
distrussero Borgo S. Donnino...... Girando dunque Giovanni Barisello
per Parma a intimare di prendere giuramento alle persone sospette,
arrivò alla casa di Rolando di Guido Bovi, che abitava in Cò di
Ponte, nei pressi della Chiesa di S. Gervaso; e, chiamatolo fuori di
casa, gli impose di giurare subito, senza indugio, e di abbracciare
il partito della Chiesa, se volesse aver salva la vita, altrimenti
partisse da Parma (Il prenominato milite Rolandino di Guido Bovi era
di parte imperiale, e aveva avuto dall'Imperatore molte Podesterie).
Or egli veduta tanta radunata di gente, che esigeva tale giuramento,
e lo minacciava del bando, fece secondo il consiglio del Savio ne'
Proverbii 22:º L'uomo avveduto vede il male e si nasconde; ma gli
scempii passan oltre, e ne portano pena. Giurò dunque e disse: Giuro
di stare ed obbedire agli ordini del romano Pontefice, e di aderire
al partito della Chiesa per tutta la mia vita, a scorno di quel
partito, di cui nessun altro più miserabile e più abbietto si trova
sotto il padiglione del cielo. E voleva alludere al suo partito, cioè
a quello degli imperiali, che lo avevano abbandonato, e lo lasciavano
tanto vituperosamente conculcare dagli avversari. E gli ecclesiastici
Parmigiani lo amarono...... Pertanto in quel tempo i Parmigiani vollero
tentare la riconquista di Borgo S. Donnino, ma non ne vennero a capo,
perchè il Pallavicino e que' Parmigiani di parte imperiale che erano
profughi dalla città l'occuparono e lo tenevano sotto buona guardia.
Quel castello era munito di forte muraglia, e cinto di ampie fosse,
che si estendevano anche attorno al suburbio. Ma Colorno lo ripresero
prestissimo, e molti imperiali vi caddero morti di spada, tra quali
Francesco figlio di Giovanni Pucilesio, e Rolandino Gogo di Parma, e
Manfredino da Cànoli[165] di Reggio, cui il Pallavicino aveva fatto
Capitano. Questi era uno de' figli di Manfredo di Modena, ed era
di persona tanto avvenente, che a pena l'avrebbe vinto in bellezza
Assalonne figlio di Davide. Molti altri, e degni di essere ricordati,
morirono, ma per ragione di brevità corro innanzi, e mi affretto
a dir d'altro. Il Pallavicino perciò depose il pensiero di correre
su Parma, perchè non lo poteva. La città aveva avuto sospetto degli
intendimenti di lui, ne conosceva le astuzie e le malizie, e quindi
si ebbe buona guardia; ed accadde al Pallavicino ciò che il Savio dice
ne' Proverbii 26.º ecc. Giovanni Barisello fu il povero e saggio uomo
che si trovò in Parma, e per virtù della sua saggezza si mantenne
libera la città. Laonde i Parmigiani non gli furono ingrati, anzi
riconobbero il beneficio ricevuto, e con molti favori lo ricambiarono.
Ed anzi tutto, di povero che era, lo arricchirono; poi, gli diedero
moglie una nobil donzella, che era de' Cornazzani; in terzo luogo, lo
nominarono consigliere perpetuo, stantechè era fornito di molta grazia
e attitudine naturale a fare concioni; finalmente gli concedettero
facoltà di poter sempre fare adunata di gente in armi, di condurla
seco, e di apporre alla compagnia il suo nome, purchè avesse per
iscopo l'onore e l'utilità della città e del Comune di Parma. Questa
compagnia di gente in armi ebbe vita di molti anni; ma un Modenese,
che era Podestà di Parma, cioè Manfredino da Rosa[166], che si chiama
anche da Sassuolo, come si chiama suo padre, per mostrarsi premuroso
dell'onore de' Parmigiani, la sciolse, non piacendogli che i Parmigiani
si denominassero da tal uomo e da tal nome. E tanto zelo provenne
dall'amore che Parmigiani e Modenesi si hanno scambievole, intimo e
caldo. Manfredino adunque ordinò che Giovanni Barisello attendesse a'
fatti suoi, e a casa sua, e sciogliesse quella compagnia di uomini
d'armi, e cessasse di farne pompa, perchè essendo egli Podestà di
Parma, voleva governare la città a suo talento. E Barisello ubbidì
sommessamente; e il giorno stesso, ripreso l'ago e il refe, tornò
alla sua bottega, e ricominciò sotto gli occhi de' Parmigiani a
cucire vestimenta..... Il padre del prenominato Podestà era un mio
conoscente, e sua madre e sua moglie erano mie divote. Nulla ostante
i Parmigiani usarono sempre deferenza a Giovanni Barisello, e fu
sempre tenuto in considerazione, e mantenuta alta la sua reputazione.
In processo di tempo poi Re Carlo, fratello del Re di Francia S.
Lodovico, che andò oltremare al riscatto di Terra Santa, avendo udito
che i Parmigiani erano prodi guerrieri e suoi amici, e sempre pronti
ad aiutare la Chiesa, mandò invitandoli a formare, ad onore di Dio
e della santa romana Chiesa, una compagnia che s'intitolasse dalla
croce, a cui egli pure desiderava di essere ascritto; e bramava che in
tale compagnia si fondessero tutte le altre che vi fossero in Parma,
e che stessero sempre pronti a soccorrere la Chiesa ad ogni bisogno.
Ed i Parmigiani annuirono, e, quella che si costituì, chiamossi la
compagnia dei Crociati. Ed i Parmigiani, in fronte al quaderno che
registrava i nomi degli ascritti, segnarono a lettere d'oro il nome
di Re Carlo, proclamandolo loro Capitano, primicerio, principe,
condottiero, compagno, Re e trionfatore magnifico. E se in Parma,
chi non appartiene alla compagnia, offende alcuno di quelli che vi
sono ascritti, questi accorrono subito, come fanno le api, a difesa
del consocio, e si aiutano reciprocamente, e subito corrono alla casa
dell'offensore e la smantellano radicalmente, sicchè non se ne vede
più pietra su pietra. Laonde i cittadini non ascritti alla compagnia
vivono in continua agitazione d'animo, e sono costretti o a starsene
mogi, o ad inscriversi alla compagnia stessa. La quale perciò crebbe
numerosissima. Ed ora i Parmigiani non sono più denominati da Giovanni
Barisello, ma da Re Carlo, e dalla Croce di nostro Signore Gesù Cristo,
a cui sia gloria e onore per i secoli de' secoli, e così sia.
E, giacchè la nostra penna scrive ancora di Parma, resta che parliamo
dei Pallavicini. Eglino hanno il titolo di Marchesi, ed elessero
per soggiorno il territorio di Parma e di Piacenza. Nella diocesi
Piacentina, sui confini di quella di Parma, hanno due castelli,
quello di Pellegrino[167], in cui abitò Uberto Pallavicini (che fu
bell'uomo e sollazzevole e compositore di canzoni, e lasciò parecchi
figli), e il castello di Scipione[168], presso Borgo S. Donnino, a
cinque miglia. In questo castello abitò Manfredo, fratello germano del
sunnominato Pallavicini, che fu padre di sette figli, quattro maschi
e tre femmine, leggiadrissime donzelle, nobilmente maritate in varie
parti del mondo. La moglie di lui, e madre di cotestoro, fu Clara dei
Conti di Lomello[169], avvenentissima donna, saggissima e sollazzevole.
Primogenito dei detti figli fu Guglielmo, bell'uomo e amante della
quiete, come suo padre; restò sempre in concordia coi Parmigiani, e
abitava in Parma. Moglie sua era Costanza di Azzone Marchese d'Este,
nè da essa potè aver prole; ebbe altri due mariti, ma non figliò mai.
Manfredo poi aveva un bel palazzo in Parma, ch'io ho veduto, presso
la piazza del Comune, ove sorgeva una volta il palazzo de' Pagani;
ma in tempo di guerra, i Parmigiani rasero al suolo l'uno e l'altro,
ed i beccai vi eressero un macello. Ora....... vi è la piazza del
Comune. Questo Manfredo fu uomo di pace e quasi religioso. Amava i
religiosi e le loro Regole, e specialmente i frati Minori, e a tutti
i conventi regalava in abbondanza il sale; essendochè possedeva,
vicini al castello di Scipione, molti pozzi di acque salse, d'onde
s'è arricchito e fatto grande. Il secondogenito era Enrico, guerriero
dotto nell'arte, e credo che se fosse campato più a lungo, avrebbe
ridotta sotto la sua dominazione tutta la Lombardia; giacchè si può
dire di lui quello che de' Macabei ecc. Questa conquista la tentò
un tempo anche il Marchese di Monferrato, che cadde poi ucciso nella
guerra contro Re Carlo, combattendo egregiamente e coraggiosamente,
come addetto, quale principe e condottiero, all'esercito di Manfredi,
figlio di Federico Imperatore deposto. Il terzogenito fu Uberto, pari
in tutto al precedente, sicchè quanto è detto a lode di quello, si può
ripetere di questo[170]. _E n'ebbe molte prove il Marchese Guglielmo di
Monferrato, che non poteva mai uscire da' suoi fortilizii, perchè era
in guerra con suo zio, Uberto Pallavicino, che allora signoreggiava in
Cremona, e dava a questo suo nipote trecento militi spesati affinchè
guerreggiasse validamente contro il Marchese di Monferrato._ Causa
di queste guerre erano le città di Alessandria e Tortona, di cui,
ciascuno de' due Marchesi, voleva il dominio. Questi fu ucciso dai
Piacentini presso il castello di Fiorenzuola[171], una volta che era
andato a predare in su quel di Piacenza insieme ai Parmigiani di parte
imperiale. E questa depredazione la faceva quantunque non vi fosse
guerra tra lui e quelli a cui portava via la rapina fatta; ma finì col
perdere il bottino, la battaglia e la vita. Quarto ed ultimo figlio di
lui era Guidotto, che vive tuttora, ed è uno dei grandi della Corte
di Spagna. Uberto Pallavicino dunque, che signoreggiò in Cremona, fu
fratello germano dei sunnominati, cioè del Pallavicini da Pellegrino,
e di Manfredo da Scipione. Egli ebbe due castelli nella diocesi di
Piacenza, cioè Landasio[172] e Ghisaleggio[173]; ma siccome di costui
abbiamo parlato abbastanza più sopra, qui non occorre parlarne. Fu
di animo grande, e gonfiava la cupidigia sino a voler occupare tutto
il mondo. Il padre di questi tre fu detto il Pallavicino, che ebbe
due fratelli germani, cioè Marchesopolo e Rubino, che abitarono in
Soragna, Villa fertile della diocesi di Parma, distante cinque miglia
a settentrione di Borgo S. Donnino. Marchesopolo ebbe moglie una
Borgognona, dalla quale non gli nacquero maschi, ma due sole femmine;
alle quali la madre volle porre nomi presi dalla lingua del suo paese
nativo, cioè _Mabelon_ e _Isabelon_, che in lingua lombarda suonano
Mabilia e Isabella. Il padre maritò la primogenita Mabilia, quando io
era ancora nel secolo, cioè prima ch'io entrassi nell'Ordine de' frati
Minori, l'anno 1238, e venne da Soragna a Parma, e ospitò nella casa di
quei da Colorno, accanto alla Chiesa di S. Paolo. Le furono assegnate
in dote mille lire imperiali, e sposò Azzone Marchese d'Este, che era
buon uomo, cortese, umile, dolce, pacifico e mio amico; ed una volta
gli lessi l'esposizione dell'Abbate Gioachimo, intorno ai doveri di
Isaia; ed era solo con me sotto ad un fico, e nosco un altro frate
Minore. Donna Mabilia anch'essa fu mia divota, come la fu anche di
tutti i religiosi, specialmente frati Minori, dai quali si confessava,
e recitava sempre il loro ufficio ecclesiastico, ed è sepolta presso
suo marito e riposa in pace nel convento de' Minori presso Ferrara. In
vita sua fece molto di bene, e alla sua morte fece distribuire molte
limosine, e lasciò ai poveri parte dei possedimenti, che il padre
le aveva lasciati in Soragna. Io abitai sette anni in Ferrara, dove
abitava anch'ella. Fu bella donna, saggia, clemente, benigna, cortese,
onesta, pia, umile, paziente, pacifica, e sempre divota a Dio. Aveva
un fornello in luogo appartato del suo palazzo, come ho visto io co'
miei occhi, ed essa stessa distillava l'acqua di rose, e la dava ai
malati; e perciò i medici ivi residenti ed i farmacisti l'avevano in
uggia; ma essa non s'impensieriva di loro, purchè soccorresse i malati
e facesse opera meritevole al cospetto di Dio. Visse molti anni col
marito, e non ebbe mai figli; dopo la morte poi del marito si fece
fare una casa presso il convento dei frati Minori di Ferrara, e in
quella abitò in sua vedovanza, finchè fu sepolta, come s'è già detto,
accanto a suo marito nel convento de' frati Minori di Ferrara; e la
sua anima per la grazia di Dio riposi in pace, che fu buona donna.
Dopo la morte del Marchese però venne a Parma, e la vidi, e udii da
lei che ne provava mirabile consolazione, perchè si trovava presso il
convento dei frati Minori, e presso la chiesa della Vergine gloriosa.
Non conobbi mai altra donna, che quanto questa si assomigliasse alla
Contessa Metilde, per quanto di essa si legge. Veramente, per me, tre
sono le donne ammirabilissime, che forse da altri non sono tenute
in molta reputazione; e sono: Elena, madre di Costantino; Galla
Placidia, madre di Valentiniano; e la Contessa Matilde. Marchesopolo
poi, dopo che ebbe maritata Mabilia, andò in Romanìa, ove si diede
a perseguitare i Greci, li aggrediva, li catturava e uccideva, come
Davide i Filistei. Altrettanto faceva Marchesopolo coi Greci, onde con
insidie ingegnosamente tese fu dai Greci ucciso in casa sua; perocchè
tutto cede alla potenza dell'oro. Egli aveva maritata la sua seconda
figlia Isabella ad un ricco, nobile e potente di Romanìa. Essa era
bella donna e saggia, ma zoppa e sterile; e dopo la morte del marito
le restò il castello di Bonicea, che ella con accorgimento, coraggio
e cautela seppe difendere contro i Greci. Il motivo poi della partenza
di Marchesopolo da Parma si dice sia questo: Che essendo egli nobile,
e di cuore magnanimo, lo moveva a sdegno e sopportava di mal animo che
un popolano qualunque, borghese o campagnuolo che fosse, mandandogli
a casa un usciere in berretto rosso, lo potesse citare al palazzo
del Comune e chiamarlo in giudizio. Suo fratello Rubino abitò in
Soragna, ed ebbe in moglie Ermengarda da Palù, sorella di Guidotto de'
Canini, che era bella donna, ma lasciva. Ebbe cinque maschi e cinque
femmine. La prima di nome Mabilia, bellissima (e qualche volta la
ho confessata). Uberto Pallavicino la maritò a Pontremoli, sperando
così di ridurre in suo dominio quella Terra. Rubino era vecchio
carico d'anni, quando l'anno in cui imperversò quella mortalissima
pestilenza preaccennata, cioè nel 1249, e che Ezzelino da Romano fu
fatto prigioniero in guerra, mi mandò a chiamare, si confessò da me,
aggiustò i conti dell'anima sua, e morì in una lodevole vecchiaia,
passando da questo mondo in grembo a Dio. Sua moglie poi si rimaritò
e prese Egidio Scorza; poscia precipitò da un solaio e ne fu morta e
sepolta. Altri Pallavicini ancora abitavano nella diocesi di Parma,
in una Terra che si chiama Varano[174], bel paese tra Medesano[175],
Miano[176], Costamezzana, e Borgo S. Donnino. Ve ne sono ivi
moltissimi, ricchi, potenti, cortesi, pacifici; stanno sempre di buon
accordo coi Parmigiani, perchè sono anch'essi cittadini di Parma. Uno
di loro era quel Delfino Pallavicini, che l'anno 1238 fa Podestà di
Reggio e fece fare duecento braccia delle mura della città, di seguito
a quella già fatta, come ogni Podestà aveva obbligo di fare ogni anno.
Tanto basti aver detto dei Pallavicini. In Verona, come s'è detto,
dopo la morte di Ezzelino da Romano, signoreggiò Mastino, morto da
alcuni Veronesi forti e pugilatori, per la speranza di avere dopo lui
la signoria di Verona. Ma s'ingannarono, perchè a lui succedette suo
fratello germano, Alberto dalla Scala, che vendicò il fratello colla
morte degli uccisori di lui. Questi vive tuttora, ed ha in mano la
signoria, ed è amato dai Veronesi, perchè si comporta bene. È persona
accostevole, fa giustizia, ama i poveri, come faceva suo fratello; pur
tuttavia è Podestà altra persona. In Imola, que' che tengono le parti
della Chiesa si chiamano Bricci; quelli che parteggiano per l'Impero,
Mèndoli. Ma il partito imperiale in Imola è spento; e il partito della
Chiesa, per invidia ed ambizione, s'è diviso in due campi, perchè gli
Audaci vogliono in mano il potere, come prima lo avevano quelli che si
chiamavano Nurduli. Questa maledetta discordia s'è già infiltrata in
Modena, e comincia a far capolino in Reggio. Dio voglia che non metta
radici in Parma, di che già si comincia a temere..... Ora passiamo a
parlare della Toscana, e spediamoci lesti; poichè molto di altro resta
che non deve essere taciuto. Le due più nobili città della Toscana
sono, a parer mio, Firenze e Pisa. A Pisa hanno tenuto signoria Conti
e Vice-Conti; ed i Pisani furono molto attaccati all'Impero; e, come in
Lombardia i Cremonesi avevano impugnate le armi a sostegno dell'Impero
così avevan fatto i Pisani in Toscana. A Firenze poi per parte della
Chiesa hanno tenuta la signoria i Guelfi; per parte dell'Impero i
Ghibellini; e da queste due fazioni hanno preso nome tutti i partiti
in Toscana; e sussistono tuttora. E gli uni e gli altri bevvero del
calice dell'ira di Dio, e ne ingollarono sino alla feccia; e chi se la
passò meno male, non può vantarsi d'aver in tutto declinata la spada
dello sdegno e della vendetta divina; perchè se eglino provocarono
scissure e divisioni nelle loro città, anch'essi furono divisi tra loro
dall'ira del volto di Dio..... Quanto vero sia ciò che dico, lo videro
i miei occhi, e gli occhi di moltissimi altri; ma sopratutto coloro
che ne fecero sui loro corpi esperienza. Pertanto tutte le suaccennate
fazioni, scissure, divisioni e maledizioni, tanto in Toscana che in
Lombardia, in Romagna, nella Marca d'Ancona, nella Marca Trivigiana
e in tutta Italia, le provocò quel Federico che si chiamò Imperatore:
e perciò fu a piena ragione punito, e la mano di Dio aggravò i colpi
su tutti i peccati di lui, percuotendolo nell'anima e nel corpo;
e i Principi del suo regno, che aveva tolti dal nulla ed esaltati
dalla polve, gli diedero il calcio, non gli tennero fede, anzi lo
tradirono..... «Non è prudenza in lui» cioè in Federico, quantunque
si vantasse tanto prudente. Così lo trattarono i tirannelli suoi, di
cui abbiam fatto menzione più sopra; ma anch'essi ricevettero il colpo
della vendetta, non perchè spodestarono Federico, che riconobbero per
malvagio, ma perchè anch'essi peccarono di molto. Conobbi quasi tutti
quelli che ho nominato, e in breve tempo disparvero dal mondo, e i
più terminarono malamente la loro vita, _perchè folleggiarono_ _in
vanità_..... Or resta da parlare dei Legati che la Corte Romana mandò
ai nostri giorni in Lombardia. Primo de' quali fu Ugolino, Cardinale
dell'Ordine dei Minori, cioè governatore, protettore e censore della
Frateria e della Regola del beato Francesco, del quale egli era stato
intimo amico, e che poscia diventò Papa Gregorio IX. Fece molte buone
cose, delle quali parleremo più innanzi ampiamente. Il secondo fu
Rainaldo Vescovo di Ostia, anch'egli Cardinale dell'Ordine de' Minori,
come è stato detto altrove, e che diventò poi Papa Alessandro IV. E
quando era Legato in Lombardia aveva seco come Vice-Legato il Cardinale
Tomaso, che era di Capua. Papa Gregorio IX summenzionato compose ad
onore del beato Francesco un inno: _Dal ciel discese un figlio_; ed un
responsorio: _Dal granaio della povertà_; ed una prosa: _Ultima testa
del Dragone_, ed un'altra prosa per la passione di Cristo: _Piangete,
anime dei fedeli_; e, ad istanza de' frati Minori, nominò Cardinale
Rainaldo, che fu poi Papa Alessandro IV; il quale Papa Alessandro
canonizzò santa Chiara, e compose gli inni e le collette di lei. Il
Cardinal Tomaso, che era di Capua, fu il più bello scrittore della
Corte, e dettò quella lettera, che il sommo Pontefice mandò a Federico
Imperatore spodestato, rimproverando lui de' molti e svariati eccessi,
e giustificando se stesso e la Chiesa romana delle accuse che le erano
mosse, e rammentogli i servigi e i benefici, che la Chiesa gli aveva
conferiti. E la lettera cominciava così: _Viva impressione fece la
nostra lettera sull'animo tuo, come hai scritto; ma più viva ancora
la fece sull'animo nostro la lettera tua_. Compose anche ad onore del
beato Francesco l'inno: _Tra i celesti cori_; e l'altro: _Splendore
de' costumi_; ed il responsorio: _Spica della carne_; e parimente fece
quella sequenza per la Beata Vergine, che comincia: _La Vergine che
figlia si rallegri_. E ne fece la composizione letteraria soltanto; la
musica per canto la fece, a sua preghiera, frate Enrico da Pisa, che
fu mio custode e maestro di canto. Il contraccanto lo compose fra Vita
da Lucca, dell'Ordine de' Minori, altro mio maestro di canto. Dopo i
prenominati, venne Legato in Lombardia Ottaviano Cardinal diacono.
Egli era bello e nobile, cioè uno dei figli di Ubaldino da Mugello
nella diocesi fiorentina. Fu reputato molto partigiano dell'Impero,
ma a difesa del suo onore faceva talvolta qualche cosa a vantaggio
della Chiesa, non dimenticando che questo era il suo mandato. Onde, un
giorno, quando l'Imperatore teneva Parma stretta d'assedio, io, che era
a Lione, interrogato da Guglielmo Fieschi Cardinal diacono, nipote di
Papa Innocenzo IV, che cosa dicevano i Parmigiani del Legato Ottaviano,
risposi: I Parmigiani s'aspettano che sarà traditore di Parma, come lo
fu di Faenza. Allora Guglielmo sclamò: Ah! per Dio non è da credere.
A cui io replicai: Se sia credibile, o non credibile, non so; è certo
che i Parmigiani lo dicono. Bene, bene, soggiunse Guglielmo..... Ma ivi
i presenti erano tanta moltitudine, che l'uno s'innalzava sulle spalle
dell'altro, per udire notizie di Parma. Imperocchè da questo dipendeva
la sorte della Chiesa romana, come in una battaglia, dalla quale l'uno
e l'altro dei contendenti spera vittoria. L'Imperatore era allora già
deposto dall'Impero, e la Corte romana era fuori della sua sede, ed
esulava in Francia, a Lione. E Parma aveva dato di piglio all'armi a
difesa della Chiesa, e si batteva valorosamente, sperando dal cielo
aiuto e vittoria; e Federico Imperatore accanitamente la assediava....
Avendomi dunque gli astanti udito a sostener tali cose, restarono
ammirati, e l'un l'altro, a mia udita, si dicevano: In vita nostra non
abbiamo mai udito un frate a parlare tanto franco e così sicuro. Ma
esprimevano questi sensi perchè mi vedevano seduto tra il Patriarca
di Costantinopoli e il Cardinale, dal quale io invitato a sedere,
non giudicai conveniente di rifiutare, e tenere in poco conto l'onore
offertomi, e l'accennata ammirazione nasceva anche dall'udirmi parlare
apertamente d'un uomo costituito in sì alta carica, e al cospetto di
tanti cospicui dignitari della Chiesa. Io allora era diacono e di 25
anni..... Ritornato in Lombardia, ed essendo ancora, dopo molti anni,
Ottaviano Legato a Bologna, io pranzai molte volte con lui; e mi faceva
sempre sedere in capo della sua mensa, sicchè tra me e lui non vi era
che il frate mio compagno, ed egli occupava il terzo posto, contando
dal capo della mensa. In tali circostanze io faceva come insegna il
Savio ne' proverbii 23.º ecc; ed era opportuno regolarsi in quel modo,
perchè tutta la sala del palazzo era gremita di commensali. Eppure ce
n'era per tutti da star bene e in abbondanza, e si mesceva in copia
vino scelto, ed ogni cosa era squisita. Allora cominciai a voler bene
al Cardinale. In seguito poi invitò me e il mio compagno a pranzare con
lui ogni giorno che ne piacesse; ma pensai di stare all'ammaestramento
dell'Ecclesiastico 13.º ecc. Di questo Cardinale corse voce che fosse
figlio di Papa Gregorio IX, forse perchè gli usava speciali deferenze.
Così io ho conosciuta una figlia di questo Cardinale, monaca in un
certo convento, la quale mi invitò, e pregò con molta insistenza, ch'io
fossi devoto a lei, ch'ella voleva essere devota a me; e non sapeva
di chi fosse figlia, e chi fosse suo padre. Ma io il sapeva bene, e le
risposi: io non ti voglio per amica, perchè Pateclo scrive:
É 'n tedianza cu'no posso parlare: