Re di Francia, e la più parte dell'esercito Francese, che l'aveva
seguito oltre mare, fu passato a fil di spada. Anche prima però molti
ne avevano mietuto la pestilenza e l'inedia, che furono effetto del
cambiamento di clima, e della caristia e penuria di vettovaglia. Infine
poi, restituita Damiata ai Saraceni, il Re fu restituito a libertà, e
ritornando in regione di fedeli, edificò Balbek e molte altre Terre,
cingendole di muraglia, costruendovi case, ed innalzandovi torri. Ma
mentre l'esercito era diviso in quattro corpi, mandati in diverse parti
all'opera delle preaccennate costruzioni, i Saraceni in uno di quei
luoghi piombarono sopra gli operai inermi, e li massacrarono tutti. La
qual cosa risaputa, il Re, che si trovava altrove, accorse in fretta,
fece scavare una fossa, e, non ritenutone dalla fatica, nè distoltone
dal fetore, li seppellì colle proprie mani. E tutte le milizie ne
rimasero meravigliate, ond'è che a pieno gli si attaglia quello che è
detto di Booz nel 2º libro di Ruth: _Sia benedetto dal Signore ecc_.
Questo stesso anno in Giugno i Bolognesi, i Modenesi, i fuorusciti di
Reggio, i Parmigiani, i Romagnoli, i Toscani e i Ferraresi portarono
in S. Vito devastazione e saccheggio al territorio Reggiano dalla
strada di sopra sino alle fosse della città, e vendettero il bottino
ai Parmigiani: ed i Reggiani corsero sopra Novi, e ne posero a fuoco e
fiamma i sobborghi e il circondario: devastarono ogni dove, e fecero
preda d'uomini e giumenti, e s'impadronirono di Campagnola facendo
duecento prigionieri. Poscia, un giovedì, dopo la festa della Beata
Vergine, ai 18 d'Agosto, i fuorusciti Parmigiani di parte imperiale,
che erano di stanza a Borgo S. Donnino, i Modenesi e il Marchese Uberto
Pallavicini, Capitano e condottiero loro, piombarono sopra Parma; ma
i Parmigiani uscendo contro loro di città col carroccio, s'azzuffarono
in un luogo detto Grola, ove una volta sorgeva la città di Vittoria, e
vi ingaggiarono un accanito combattimento, ma sulla strada soltanto,
perchè a cagione de' fossati non potevano stendersi nei campi, e
presero parte alla pugna i soli militi dell'una e dell'altra parte,
e questi non tutti, atteso che la strada non lasciava spazio a larga
fronte. E il Marchese Monte Lupo, che era dotto dell'armi ed un leone
in guerra, fece mordere la polve sulla strada a molti Parmigiani
fuorusciti e Cremonesi; ma finalmente cadde egli stesso a terra ucciso.
Questi ed altri suoi fratelli, da parte di sorella, furono nipoti di
Bernardo di Rolando Rossi, cognato di Papa Innocenzo IV. Erano gran
Baroni, ed abitavano a Parma in Cò di Ponte. Primo de' fratelli era
Ugo; secondo, Guido; terzo, Rolando; quarto, Monte, di cui è parola;
quinto, Goffredo. Quest'ultimo fu nell'Ordine de' Templari, illustre,
potente, ed era tenuto in gran considerazione anche perchè era
Marchese. Io li ho veduti e conosciuti tutti, e si chiamavano Marchesi
Lupi di Soragna, Villa ove avevano le loro possessioni, cinque miglia
al di sotto di Borgo S. Donnino. Ma i fuorusciti Parmigiani, che
parteggiavano per l'Impero, vedendo che i loro si avevano la peggio e
andavan cedendo terreno, girarono di fianco, e minacciarono d'assalto
la città; correndo e sclamando: Alla città, alla città. Ma i popolani,
che erano usciti di Parma alla battaglia, udendo questo, lasciarono
il carroccio e i loro, che si battevano sulla strada come leoni, di
corsa s'incamminarono verso la città, ma nell'entrare si ruppe il ponte
della fossa, e molti vi si affogarono. E questa fu una vera provvidenza
divina, che impedì in quel modo ai nemici di entrare in città, poichè
la beata Vergine, che in Parma ha culto vivo e fervente, non volle
abbandonare i suoi. Tuttavia e per pena de' peccati loro, e per la
natura de' tempi che correvano, i Parmigiani che erano dentro la città,
l'ebbero per un disastro. Di fatto i loro nemici s'impadronirono del
carroccio, che era stato abbandonato sulla strada, e restarono sul
terreno tremila popolani, e molti militi. Podestà dei Parmigiani di
dentro la città era allora Catellano de' Carbonisi di Bologna, che
non restò prigioniero perchè seppe guardarsi bene. I prigionieri li
incatenarono nella ghiaia del Taro, come disse a me Glaratto, uno degli
incatenati; e disse anche che parevano tanti da far credere che tutti i
Parmigiani fossero prigioni. Li condussero a Cremona, e, per vendicarsi
e indurli a pagare il prezzo del riscatto, nelle carceri li posero ai
ceppi, fecero loro molti oltraggi, li sospendevano per le mani e pei
piedi, in terribile ed orribile maniera schiantavano loro i denti,
ponevano rospi in bocca, e fuvvi anche chi si dilettò d'inventare
tormenti di nuovo genere. I Cremonesi incrudelirono atrocemente contro
i prigionieri Parmigiani; ma i Parmigiani di parte imperiale fecero
ancora di peggio contro i loro concittadini di parte della Chiesa,
chè ad alcuni tolsero anche la vita. Ma col tempo arrivò il giorno
delle vendette e del ricambio, e i Parmigiani che erano di parte
della Chiesa se le presero terribili tanto sui Cremonesi, quanto sui
Parmigiani che stanziavano a Borgo S. Donnino, e sul Pallavicino.....
Perciò pare sia stato detto apposta da Geremia II ecc. Il che si fece
manifesto nel Re Enzo, quando dai Bolognesi fu fatto prigioniero in
una coi Cremonesi e co' suoi Tedeschi; ed a ragione perchè unitamente
ai Pisani aveva catturato nelle acque di Pisa i Prelati della Chiesa,
che si recavano al Concilio ai tempi di Papa Gregorio III. (.......
Parimente gli ecclesiastici serbano nelle chiese e negli oratorii
l'ostia consacrata per tre motivi....... E alcuni sagristi, quando
i frati comunicano nella messa vogliono sempre rinnovare l'ostia
consacrata nella pisside e nel tabernacolo, in cui si serba; e credono
di far bene, ma s'ingannano a partito per quattro ragioni. Primo,
perchè ne viene allungata la messa, e i frati s'impazientano, e i
secolari ne ricevono scandalo. Secondo, questa cosa potrebbe farla
egli stesso il sagrista, se è sacerdote, con due ceroferarii in una
messa privata, senza che sia presente tutto il convento. Terzo, perchè
talvolta l'ostia che adopera è della stessa infornata che quella
che fa consumare, che è quanto dire non fece ostie fresche; e tanto
meglio si deve conservare un'ostia consacrata che una non consacrata,
serbandosi quella chiusa e non esposta all'atmosfera, e per arrota
contiene Dio, che è il conservatore di tutte le cose. E di ciò se
ne ha prova. Nella città di Reggio si atterrò una chiesa, sul cui
altare, invece di reliquie, era stata collocata un'ostia consacrata, e
quell'ostia la trovarono bianca e bella, come se ve l'avessero messa
il giorno innanzi, quantunque una memoria scritta diceva che vi era
stata trecent'_anni_(?). Questo l'ho saputo da frate Pellegrino da
Bologna, che era presente e vide. A me non piace che il Corpo del
Signore stia per reliquia chiuso nel tabernacolo di un altare, come
non mi è mai piaciuto l'uso del beato Benedetto di porre il Corpo del
Signore sulla salma di un defunto e seppellirlo con quella sotterra.
Il Sagrista dirà forse che talvolta si consacrano più ostie di quelle
che si consumano, perciò le restanti bisogna riporle nel tabernacolo
ove si serba il Corpo del Signore. Ma a questo si può provvedere in due
modi, o mandando, al momento che si canta l'epistola della messa in cui
si communicano i frati, in giro l'accolito pel coro a contare quelli
che vogliono fare la comunione, ed ordinando al suddiacono di porre
sulla patena solamente quante ostie bisognano; o disponendo che gli
accoliti, che tengono le tovagliole, siano gli ultimi a comunicarsi,
e il celebrante dia a loro da consumare tutte le ostie consacrate che
restano. Fanno dunque benissimo i sagristi a far le ostie col più
puro fior di farina... Il moggio parmigiano è di otto sestarii; il
Ferrarese di venti, perchè hanno maggior abbondanza di frumento). Ora
è tempo di ritornare a Federico e parlare della sua morte. Federico
II ex Imperatore, quantunque grande, ricco, e potente, pure ebbe
molte disgrazie; 1.º Enrico suo figlio primogenito, che a lui doveva
succedere, fece adesione ai Lombardi contro il volere di lui; e perciò
lo prese, lo incatenò, l'imprigionò e finì col morire malamente; 2.º
volle soppiantare la Chiesa, e ridurre il Papa, i Cardinali e gli altri
Prelati ad essere poveri e andare a piedi; e questo non intendeva già
di farlo per zelo verso Dio, ma perchè non era buon cattolico, e poi
perchè era molto avaro e agognava cupidamente le richezze e i tesori
della Chiesa per sè e suoi figli, e voleva deprimere il potere degli
ecclesiastici, acciocchè nulla tentassero contro di lui; e lo diceva
apertamente con alcuni suoi segretarii, da' quali s'è poi saputo; ma
Dio non permise che mandasse a compimento questi propositi contro i
suoi ministri. 3.º Volle soggiogare i Lombardi, ma gli fallì l'impresa;
chè quando aveva su loro vantaggio per un verso, altrettanto ne perdeva
per altro verso. I Lombardi non si pigliano agevolmente; sono molto
obbliqui e sguizzevoli, e dicono una cosa e ne fanno un'altra, sicchè
è come voler stringere colla mano un'anguilla o una murena; quanto più
forte stringi, tanto più facilmente sguiscia. 4.º Il Papa Innocenzo IV
lo depose in pieno Concilio a Lione, e pubblicò tutte le malizie e le
iniquità di lui. 5.º In suo vivente, vide l'Impero dato ad altri, cioè
al Langravio della Turingia, cui poi la morte tolse presto di mezzo.
Tuttavia provò Federico gran dolore a vedere l'Impero dato ad altre
mani, e ne bevve tutta la tazza dell'amarezza; anzi fu detto e creduto
che lo avesse fatto uccidere, ed avrebbe fatto opera meritoria, perchè
il Langravio era uomo impastato di malignità. 6.º Parma gli si ribellò,
e parteggiò completamente per la Chiesa; il che fu cagione della totale
di lui ruina. 7.º I Parmigiani posero a sacco e fuoco la sua città
Vittoria, ch'egli aveva fatta fabbricare presso Parma, e la rasero al
suolo e ne otturarono le fosse, sicchè non ne restò vestigio di sorta,
e lui e il suo esercito costrinsero a vergognosa fuga, e molti de' suoi
uccisero, e molti ne trassero in Parma prigionieri, e lo spogliarono
di tutto il tesoro...... La quale (corona di Federico) fu trovata da un
Parmigiano. Io l'ho visto quell'uomo, e l'ho conosciuto; ho visto anche
ed avuta in mano la corona ed era di gran peso e di gran valsente, e i
Parmigiani gliela pagarono duecento lire imperiali, e gli diedero per
giunta un caseggiato presso la chiesa di Sª. Cristina, ove in antico
era la guazzatoia e l'abbeveratoio de' cavalli; e quell'uomo, per
essere piccino, si chiamava Cortopasso. 8.º Gli si ribellarono i Baroni
ed i Principi; come fece Tebaldo Francesco che si chiuse in Capaccio, e
poi finì malamente, perchè fattigli cavare gli occhi, e in molte guise
martoriare, gli fece togliere anche la vita; così Pietro delle Vigne e
molti altri che sarebbe lungo nominare. Il più amato di tutti fu Pier
delle Vigne, cui innalzò dal nulla; mentre prima era un pover uomo,
l'Imperatore lo fece suo segretario e lo nominò, a maggior onore, suo
_logoteta_. Questa parola è composta di _logos_ e di _theta_ che vuol
dir posizione, ed è maschile e femminile, e significa colui che tiene
discorso in pubblico, o colui che pubblica un editto dell'Imperatore,
o di altro Principe. 9.º La cattura di Re Enzo suo figlio fatta da'
Bolognesi, la quale fu giusta e meritata da Federico II, che aveva
catturati in mare i Prelati che andavano al Concilio indetto da
Gregorio IX. Quindi la spada del dolore per la prigionia di suo figlio
non potè non toccarlo, specialmente per essere stata operata da tali
nemici, e in tale condizione di tempi, che gli troncavano ogni filo di
speranza d'una vittoria a riscossa. 10º La conquista della Signoria dei
Lombardi, ch'egli non aveva mai potuto afferrare, fatta di leggieri
dal Marchese Uberto Pallavicini, quantunque fosse suo partigiano, e
per di più fosse anche vecchio, gracile, debole e guercio, per avergli,
quand'era ancor bambino in culla, un gallo beccato un occhio, cioè col
becco lo cavò dal capo del bambino, e se lo ingollò. (A queste dieci
disgrazie di Federico ex-imperatore possiamo aggiungerne altre due,
e così fare le dodici: 1.º la scomunica lanciatagli da Papa Gregorio
IX; 2.º il tentativo, da parte della Chiesa, di spogliarlo del regno
di Sicilia. E questo non accadeva senza sua colpa. Poichè avendolo la
Chiesa mandato oltremare al riscatto di Terra Santa, egli si rappaciò
coi Saraceni senza alcun vantaggio dei cristiani, e, per fellonia, fece
_onorare con canti_ il nome di Maometto nel tempio del Signore, come
narrammo in altra cronaca, nella quale passammo a rassegna le dodici
scelleratezze di Federico). Il Pallavicini ebbe in Lombardia dominio su
le città seguenti: Brescia, Cremona, Piacenza, Tortona, Alessandria,
Pavia, Milano, Como e Lodi. A tanto non arrivò mai l'Imperatore.
Oltracciò Vercelli, Novara e Bergamo gli davano soldati, quando per
qualche impresa voleva formare un esercito. Parimente i Parmigiani
gli davano fanteria e cavalleria, più però per timore, che per amore,
tenendo eglino per la Chiesa, ed esso per l'Impero; e si riscattarono
poi da quell'onere pagandogli duemila lire imperiali all'anno. Ogni
cosa ha suo tempo; e i Parmigiani, regolandosi prudentemente a norma
di questa sentenza, quando soffiò il vento propizio, fecero pesare su
lui le proprie vendette, e gli smantellarono il palazzo, che aveva in
Parma sulla piazza di S. Alessandro[156], e quel di Soragna, che pareva
un castello, e, ancor vivente, gli confiscarono le Terre e le Ville
che possedeva nella diocesi di Parma; d'onde ricuperarono il balzello
che gli avevano pagato. Il Pallavicino era cittadino Parmense, uomo di
animo grande, che spendeva largamente, e perciò era ridotto ad essere
così al verde che se poteva avere, quando cavalcava, due scudieri,
che lo accompagnassero su due cavalli magrissimi, come l'ho veduto io,
se ne contentava, e se lo teneva per un gran che. Ma quando poi ebbe
in sua mano la Signoria delle sunnominate città, e la tenne ventidue
anni, spendeva ogni dì alla sua Corte venticinque lire imperiali senza
il pane e il vino. Agognò di dominare su tutti, e su tutto. Prima
signoreggiò in Cremona, e ridusse al niente quella famiglia dei Sommo,
che gli aveva posto in mano il dominio di Cremona, ed erano del suo
partito e suoi consanguinei. Ma que' Cremonesi che teneano le parti
della Chiesa, come avevano fatto i Parmigiani, gliene diedero pieno
ricambio, spogliandolo e distruggendo quel di lui fortissimo castello
di Busseto, che aveva fatto murare in mezzo alle acque de' paduli, in
un bosco, sul confine dei territorii di Parma, Piacenza e Cremona. E
credevalo sì forte da non potere essere distrutto da tutto il mondo
congiurato. Parimente lo spogliarono i Piacentini, come avevano fatto i
Parmigiani e i Cremonesi, e devastarono le sue Terre. Egli bandì molta
gente da Cremona, molta ne martoriò, e molta ne uccise. Repudiò sua
moglie, donna Berta, figlia del Conte Rainerio di Pisa, perciocchè di
essa non poteva aver prole; e ne sposò un'altra datagli da Ezzelino di
Romano, da cui gli nacquero due figli e tre leggiadrissime figlie, che
stettero lungo tempo senza maritarsi. La memoria di tali avversità gli
addensò tanta nebbia di malinconia attorno all'animo, che cominciò a
malare gravemente di quella malattia, che lo trasse poi al sepolcro,
e fece quello che si legge di Antioco I, Macabei VI ecc. Federico
poi ex-Imperatore chiuse i suoi giorni l'anno 1250 in Puglia, in una
piccola città chiamata Torre Fiorentina[157], distante dieci miglia
da Lucera dei Saraceni; nè il cadavere, per l'ammorbante fetore che
mandava, potè trasportarsi a Palermo, dove sono le tombe, in cui si
seppelliscono i Reali di Sicilia. Molte però furono le cagioni, per
cui non ebbe sepoltura nelle tombe dei Re di Sicilia: 1º Il doversi
verificare la divina scrittura, nella quale Isaia 14. ecc. 2º Il
fetore ammorbante che tramandava il suo cadavere; il che è detto di
Antioco nel 2º Macabei 9º ecc. e si verificò appuntino in Federico; 3º
Lo studio del Principe Manfredi di lui figlio ad occultarne la morte
per occupare il regno di Sicilia e della Puglia prima che il fratello
Corrado arrivasse dalla Germania. D'onde avvenne che molti non lo
credettero morto, sebbene realmente lo fosse. Quindi si verificò quel
vaticinio della Sibilla, che dice: _Correrà voce tra le genti: vive e
non vive_, e premette che la morte di lui sarà tenuta occulta. E morì
il giorno di Sª. Cecilia Vergine, l'anno 1250, giorno anniversario
della sua incoronazione, avvenuta l'anno 1220. Alcuni dissero che morì
il giorno di Sª. Lucia; che se mai fosse stato vero, sarebbe stato
ancora un avvenimento misterioso; stantechè S. Lucia disse un giorno
in presenza di tutto il popolo di Siracusa: «Annunzio a voi che la
pace è data alla Chiesa di Dio: Diocleziano è stato detronizzato,
Massimiano è morto oggi» Similmente, quando morì Federico, molti mali
scomparvero dal mondo, giusta la parola scritta ne' Proverbii 22º
ecc. E nota che quelle cose che sono dette nel capitolo 14º di Isaia
intorno alla distruzione di Babilonia, e intorno a Lucifero, possono
essere appuntino applicate a Federico... E più sotto aggiunge altre
cose che sembrano dette appositamente per Federico e pe' suoi figli.
E Dio fece opera di altissima provvidenza spegnendo la stirpe de'
figli di Federico, che furono una generazione malvagia e crudele, una
generazione, che non tenne al retto il suo cuore; e il suo spirito non
si crede che sia salito a Dio. E qui si noti che Federico quasi sempre
si compiacque d'essere in rotta colla Chiesa, e in mille guise osteggiò
colei che l'aveva allevato, difeso ed esaltato. Non aveva alcuna fede
in Dio; fu uomo astuto, fino, avaro, lussurioso, collerico, maliziato.
Talora assunse anche le apparenze del gentiluomo, quando gli piacque
far mostra di bontà e di cortesia. Sapeva leggere, scrivere, cantare,
e comporre canzoni e canzonette; bell'uomo, ben proporzionato, ma
di statura mezzana. Io l'ho veduto, e vi fu anche un momento in cui
gli volli bene, quando cioè scrisse a frate Elia Ministro Generale
dell'Ordine de' Minori che in grazia sua mi restituisse a mio padre.
Parlava anche varie lingue e non poche, e, per farla breve, se fosse
stato buon cattolico e amante di Dio e della Chiesa, avrebbe avuto
pochi pari a lui nel Regno e nel mondo. Ma siccome è scritto che un
sol po' di fermento basta per corrompere tutta una gran massa, egli
ecclissò ogni sua virtù col perseguitare la Chiesa; e non l'avrebbe
perseguitata se avesse amato Dio, e voluto provvedere alla salute
dell'anima propria. Quale realmente fosse l'ex Imperatore Federico,
egli se lo saprà, e se peccando contro Dio ebbe a perdere molti
beni presenti e futuri, ne incolpi se stesso. Per questo fu deposto
dall'Impero e finì malamente. «Con lui sarà finito anche l'Impero, e
se pure avrà successori, non avranno nè autorità nè grado d'Imperatori
romani». Questa è predizione, dicono, di una Sibilla; ma io non
l'ho mai letta ne' libri della Sibilla Eritrea, nè in quelli della
Tiburtina; libri di altre non vidi mai, e le Sibille furono dieci. Che
questo vaticinio si avverasse, appare chiaramente sia per la parte che
riguarda l'Impero, sia per la parte che si riferisce alla Chiesa. Per
quello che riguarda l'Impero successe Corrado, figlio, da legittimo
matrimonio, di Federico con una figlia del Re Giovanni.
Questo Corrado non ebbe mai l'Impero, nè gli volsero mai prospere le
sorti. A lui successe Manfredi, suo fratello, ma figlio di un'altra
donna di Federico, che era nipote del Marchese Lanza, sposata da
Federico quando egli era sul punto di morte. Questi non ebbe mai
l'Impero, ma solo il titolo di Principe da quelli che erano amici di
suo padre; e tenne molti anni la Signoria in Calabria, in Sicilia e in
Puglia dopo la morte del padre e del fratello. A lui tentò succedere
Corradino, figlio di Corrado, figlio di Federico ex-Imperatore, ma
tanto Manfredi che Corradino furono tratti a morte da Carlo, fratello
del Re di Francia. Per parte della Chiesa poi, i successori nell'Impero
per volontà del Papa, dei Cardinali, dei Prelati e degli Elettori,
furono il Langravio di Turingia, Guglielmo d'Olanda, e Rodolfo di
Germania. Ma a nessuno di loro arrisero mai tanto propizie le sorti
da raggiungere, più che il titolo, la piena potestà imperiale. Quindi
il surriportato vaticinio pare che siasi adempiuto. Ora è da dire
qualche cosa delle strambezze di Federico. E la prima fu che fece
tagliare il pollice ad uno scrivano, perchè aveva scritto il nome di
lui altramente dal come egli volevalo; perocchè s'era fitto in capo
che nella prima sillaba del suo nome mettesse un _i, Friderico_,
e lo scrivano aveva messo un _e, Frederico_. Altra stranezza si fu
quella di voler esperimentare che linguaggio, o che modo di esprimere
i proprii pensieri, avessero i bambini cresciuti senza udir persona
parlare. Perciò diede ordine ad alcune balie e nutrici che dessero ai
loro bambini da suggere il latte delle mammelle, che li lavassero e
li pulissero, ma non li carezzassero, nè parlassero a loro udita. Con
questo mezzo credeva di poter riuscire a conoscere se que' bambini
parlerebbero la lingua ebraica, la greca o la latina, o quella de'
loro genitori. Ma era opera vana, perchè que' bambini morivano tutti,
nè potrebbero vivere senza le voci, i gesti, il sorriso, le carezze
delle balie e nutrici loro; ond'è che hanno nome di fascino delle
nutrici quelle cantilene che la donna canta cullando il suo bimbo per
addormentarlo; senza di che il fanciullo non potrebbe nè quietare,
nè dormire. Terza stranezza fu quella che quando vide oltremare quel
paese che era la Terra Promessa, tante volte da Dio magnificata col
chiamarla terra stillante di latte e miele e la più ubertosa di tutte
le terre, a lui per contrario non piacque, e disse che il Dio de'
Giudei non dovea aver mai veduto il paese d'ond'egli veniva, cioè
Terra di Lavoro, Calabria, Sicilia e Puglia, perchè altrimenti non
avrebbe più celebrata tanto quella terra che aveva promessa, e che
diede agli Ebrei, de' quali poi si dice anche che poco apprezzarono
la terra del loro desiderio. Perciò dice l'Ecclesiaste 5.º _Non
esser precipitoso nel tuo parlare, e il tuo cuore non s'affretti di
proferire alcuna parola nel cospetto di Dio_. Quarta stramberia fu di
mandare più volte sino al fondo dello Stretto di Messina, benchè fosse
renitente, un certo Nicola, d'onde poi sempre ritornò incolume. Ma
volendosi a pieno assicurare, se realmente avesse toccato il fondo, e
sin di là avesse potuto ritornare, gettò una sua coppa d'oro là dove
credeva che l'acqua fosse più alta; ed esso mandato giù la pescò e la
riportò all'Imperatore, che ne restò molto meravigliato. Finalmente
volendolo mandare un'altra volta, Nicola gli rispose: Non obbligatemi
a discendere ora laggiù, perchè il mare al fondo è tanto tempestoso
ch'io non potrei salvarmi. Nulla ostante lo costrinse a calarsi giù,
ma non si rivide: poichè in quel fondo di mare, vi sono scogli, e
quando infuria la tempesta, vi nuotano grossi pesci, e, come il Nicola
riferiva, vi si trovano navi naufragate. Costui poteva ripetere a
Federico ciò che si legge in Giona 2.º _Mi gettasti nel profondo_
ecc. Questo Nicola era un Siciliano, ed un giorno offese gravemente
ed irritò sua madre, la quale gli imprecò che abiterebbe sempre nelle
acque e di rado riapparirebbe a terra; e così gli accadde. Si noti
che lo Stretto di Messina in Sicilia è un braccio di mare presso
Messina, ove talora la corrente è così impetuosa e vorticosa, che
aggira, ingoia e sommerge le navi; e in quello Stretto vi sono anche
Scilla e Cariddi, e grossi scogli; onde frequenti disastri. Sul lido,
che vi si stende di fronte, sta la città di Reggio, di cui parla il
beato Luca, quando narra che dalla Giudea andava a Roma coll'Apostolo
Paolo, negli Atti degli Apostoli 28.º _Quindi costeggiando_ (cioè da
Siracusa, che è la città di S.ª Lucia) _giungemmo a Reggio._ Tutto
ciò, che ora ho contato, l'ho udito cento volte dai frati di Messina,
che erano de' miei migliori amici. Io poi aveva nell'Ordine de'
frati Minori anche un mio fratello consanguineo, frate Giacomino da
Cassio[158], Parmigiano, che dimorava a Messina, e queste stesse cose
mi riferiva. Molte altre furono le stranezze, le manìe, le maledizioni,
le atrocità, le perversità e le soperchierie di Federico, di cui alcune
notai in altra cronaca, come sarebbe quella di chiudere un uomo vivo
entro una botte finchè vi morisse, volendo con ciò dimostrare che
anche l'anima era mortale.... Perocchè era epicureo, e tutto ciò che
poteva trovare nella divina Scrittura o per sue ricerche, o per mezzo
de' suoi sapienti, che servisse a dimostrare che dopo morte non vi è
altra vita, tutto raccoglieva.... Il che prova che Federico e i suoi
sapienti non avevano fede, e credevano che al di là della presente
non esistesse altra vita, per non avere ritegno a secondare più
sfrenatamente le loro passioni e la loro libidine. Perciò abbracciarono
l'epicureismo, che ripone la pienezza della felicità dell'uomo nella
sola voluttà carnale, per contrapposizione allo stoicismo, che la
fa derivare dalla sola dolcezza della virtù.... La sesta pazzia, o
ribalderia di Federico fu quella di dar bene da mangiare in un pranzo a
due uomini, poi mandarne l'uno a dormire, l'altro a caccia, e la sera
far loro aprire sotto a' suoi occhi il ventricolo per conoscere quale
dei due avesse fatto miglior digestione; e da' medici fu giudicato
aver meglio digerito colui che aveva dormito. La settima stranezza fu
la seguente, che raccontai già in altra cronaca. Trovandosi egli un
giorno in palazzo, interrogò Michele Scoto suo astrologo, quanto era
egli distante dal cielo, e gliene rispose quel che ne pensava. Dopo
la risposta, col pretesto di fare un viaggio, lo condusse in altre
parti del Regno, e ve lo intrattenne per più mesi, e comandò a' suoi
architetti e falegnami che nel frattempo abbassassero la sala del
palazzo stesso in modo che nessuno potesse addarsene; e così fu fatto.
Ritornato di nuovo l'Imperatore dopo il viaggio al medesimo palazzo,
e dimoratovi alcuni giorni col prenominato astrologo, un dì condusse
bellamente il discorso a domandargli se erano allora tanto distanti
dal cielo, quanto aveva detto altra volta. E Michele Scoto, fattasi
sua ragione, rispose che o il cielo doveva essersi alzato, o la terra
abbassata. D'onde l'Imperatore dedusse che esso era un vero astrologo.
Molte altre consimili stranezze ho udito contare di lui, e so, cui io
non ridico per brevità, per premura di passar ad altro, e poi perchè
mi secca parlare di tante scioccherie. Federico usava anche talora
scherzare in casa co' suoi domestici, e pigliando l'aria canzonatoria,
contraffaceva, discorrendo e gesticolando, quegli ambasciatori
Cremonesi che di volta in volta erano inviati a lui da' loro
concittadini; i quali ambasciatori solevano sempre prendere le mosse
del discorso dal lodarsi reciprocamente, e dal dire l'un dell'altro a
vicenda: Questi è nobile; Questi è un sapiente; Quegli è straricco;
Quell'altro è potente; e, dopo le scambievoli lodi e presentazioni,
cominciavano a trattare degli affari loro. Parimente tollerava le
beffe, i lazzi, e le risposte pungenti de' giocolieri, e li ascoltava
senza punirli, o dissimulava di averli uditi. E questa è una lezione
contro altri, che si pigliano subita vendetta dei motti che toccano le
loro persone. Ond'è che egli trovandosi una volta a Cremona, dopo che
i Parmigiani ebbero rasa al suolo la sua città di Vittoria, e battendo
colla mano sulla gobba di un giocoliere, di quelli che si chiamano
cavalieri di Corte, e intanto dicendogli: O mio Dallio, quand'è che
si aprirà questo cofanetto? Egli rispose: Non si potrà aprire così
facile, perchè ho smarrita la chiave fuggendo da Vittoria. L'Imperatore
sentendosi rinfacciare l'onta patita, e rinnovarne il dolore, trasse
un sospiro e disse: _Sono stato turbato, ma non ho fiatato_; e non si
prese alcuna vendetta. Questo Dallio era Ferrarese, mio conoscente ed
amico; prese moglie una Parmigiana, e, subito dopo la distruzione di
Vittoria, venne a dimorare a Parma. Sua moglie era sorella di frate
Egidio Budello dell'Ordine de' Minori. Se la detta risposta l'avesse
fatta ad Ezzelino da Romano, era sicuro d'averne cavati gli occhi, e
d'esserne impiccato. Altra volta, quand'era all'assedio di Berceto,
lo beffò e lo prese in canzone Villano Ferri, e non se ne offese.
L'Imperatore gli domandò che nome avessero i mangani e i trabucchi che
erano là; e Villano Ferri con certe parole canzonatorie rispose che si
chiamavano _sbegni e sbegnoini_. Al che l'Imperatore sorrise soltanto,
e si allontanò. Qui pare luogo opportuno, di dire come l'Imperatore
Federico sia nato, cioè di quali genitori. Dirò dunque che suo padre
si chiama Enrico VI, sua madre Regina Costanza, che era Siciliana,
figlia di Guglielmo Re di Sicilia; ma, per conoscere meglio l'origine
di Federico, ti fa d'uopo guardare più sopra. L'anno del Signore 1075
fu fatto Papa Gregorio VII; si chiamava Ildebrando monaco, e tenne il
Pontificato 13 anni, un mese e quattro giorni. Fu fatto prigioniero la
notte di Natale presso S.ª Maria Maggiore. Dopo di che, il ventun di
Maggio, venne a Roma Re Enrico; e nell'anno medesimo dell'apostolato
d'Ildebrando, entrò pure in Roma, il ventotto di Maggio, Roberto
Guiscardo Re de' Normanni. E mentre soggiornava in Roma, arrivò
Enrico III Imperatore con Guiberto Arcivescovo di Ravenna per deporre
Gregorio, e far Papa Guiberto; ma il popolo romano, per pretesto di
riguardi ai Papa, non voleva aprire le porte all'Imperatore, che era
un maledetto, e, finchè visse, osteggiò la Chiesa. Ma l'Imperatore
arietando aprì una breccia nella muraglia di cinta della città, e
Depopulans urbem, Papam statuit ibi turpem.
In cathedra locat hunc, falso Clemens vocitatur:
Hic est Guibertus fallax, vastator apertus
Ecclesiae Christi, merito quem signat abyssi
Bestia, quam vidit dilectus in Apocalypsi.
Regis et illa falanx Romam totam maculabat.
Pervigil et rector Gregorius ex grege fesso,
Pollutae cathedrae multum quoque condolet aeque,
Sperans in Petrum, rogitat pugnare Robertum
Normannum quemdam, qui Regem depulit extra
Urbem, qui voluti per stratam damula fugit
Francigenam, montes ultra rediens malus hospes:
Papa suus Clemens, romanis praemia praebens
Raptor, terrenam Petri rapit ipse cathedram.
Quamquam se monstret, quod sit quasi pastor in urbe:
Ipsi nulla tamen pars in coeli manet arce.
Hic heresis limes mundum seduxit inique,
Iussa Dei sprevit, Sanctorum verba neglexit,
Praevaricat leges, divinas destruit aedes.
Persequitur dignum dominum, Papamque magistrum,
Qui, monitis sacris plenus, manet in Lateranis.
Illic consistens spermologus optimus iste
Actibus et verbis exprobrat schisma Guiberti,
Perpetuo damnans anathemate schismata tanta.
Nascitur hinc cunctis ingens tribulatio iustis.
Mucronem Regis pia pars quam maxime sentit.
Sedibus expulsi sunt Pontifices quoque multi,
Flagris afflicti, vinclis in carcere stricti.
Rex et Guibertus faciunt juvenescere tempus
Neronis prisci, qui praecepit crucifigi
Petrum, cervicem Pauli gladio ferit idem,
Et propriae ventrem proscindere matris ab ense
Fecit, ut inspiceret requievit ubi malus ipse.
Sic propriae matris palmas, calcaribus actis,
Transfodit, missus Sathanae, Guibertus iniquus:
Nullum quippe virum timuit nisi Nero magistrum.
Venis incisis in aqua, vitam tulit ipsi.
Hi duo praescripti, fidei fere nomen obliti,
Perdere nituntur doctorem denique summum.
Symon eis doctor Magus extat et hyspidus auctor.
Ignorant forsan quod, dum fortuna reportat
Iniustos seorsum, ruituros esse deorsum
Quandoque plus ipsos, ideo patitur Deus illos.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Pugna fuit, donec potuit saevire Guibertus,
Perfidiae dux, ecclesiae vastator apertus etc.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Hic per viginti tres annos denique Christi
Ecclesiam nisu toto turbarat iniquus.
Dum potuit multos animos seducere stultos,
Destitit infelix nunquam. Nec corpora laedit
Illius magnus mundus iam despicit actus.
Ecclesiae cunctae Petre iam praebe promoconde,
Iste senex ut hebes homines sinat esse fideles.
Post annos binos Urbanus erat quod ab isto
Saeclo portatus, coelique choro sociatus;
Iste dolore gravi tactus, Guibertus inanis
Mortuus est, secum portans anathema per aevum;
Propterea coeli populus, pariterque fideles
Exultentque boni, periit quia perdicionis
Filius. Ut surgat similis non det Deus unquam. Amen.
L'Imperador dell'Alemagna algente,
Il fuoco, il sacco in Roma e un Papa addusse,
Che si chiamò, ma non fu mai, Clemente.
Guiberto ei fu, che bestemmiando strusse
La Chiesa dell'Agnel d'amore ardente.
Guiberto ei fu, che a dimostrar qual fusse,
Pinse una belva di lontan prevista
Il rapito di Patmo Evangelista.
Furto, rapina, e strupo, e sangue e vampa
Del Re Tedesco in Roma eran diletto.
Del barbaro corsier la ferrea zampa
Il Santo atterra; ma, da Pier sorretto,
Il Normanno leon contro s'accampa;
E del sacro Pastor con dolce affetto,
Del santo gregge, che s'affanna e geme,
A più lieto destino alza la speme.
Urta, rompe, disperde il Re, che vile,
Come cerbiatto ch'ha il mastin sull'orme,
L'alpi ricerca e torna al suo covile.
Ma l'intruso pastor il gregge a torme,
Lupo, diserta e sbranca il sacro ovile
Con mille di terror e mille forme.
Quale pastore in Roma abbia ei pur sede!
Chè non l'avrò su 'n ciel, se non ha fede.
D'eretico venen coll'alma infetta
Ei guasta il mondo ed ogni cor corrompe;
E la santa parola in cor negletta,
Iddio bestemmia ed ogni legge rompe;
E contra 'l ciel la tracotanza eretta,
Contro la Chiesa e contro il Papa irrompe,
Che maestro del ver splende qual sole
Di Laterano entro l'augusta mole.
Ove, raggiante del divino spiro,
Del ver, del buon spande e feconda il seme.
E Guiberto scismatico deliro,
Con argomento che l'incalza e preme,
Giudica e danna e si l'avvolge in giro,
Che fulminato orrendamente freme.
Orge, ricade, sbuffa tosco e bile
E lutto e pianto invade il sacro ovile.