L'anno del Signore 1249, dimorando io nel convento di Genova, il

Ministro frate Nantelmo volle ch'io mi recassi dal Ministro Generale

per affari della provincia di Genova. M'imbarcai il giorno di S. Mattia

Apostolo, e in quattro giorni arrivai a Jeres al convento di frate

Ugo. Egli al vedermi fece vivissima festa, ed, essendo Vicario del

Guardiano, pranzò con me e col mio compagno come in famiglia, senza

che nessun altro vi fosse presente, tranne il frate che ne serviva;

e ne fece imbandire un pranzo di pesci di mare e d'ogni altra cosa

lautissimo. Eravamo al principio di quaresima; e il mio compagno, che

era Genovese, e i frati di quel convento fecero le meraviglie per

la famigliarità e dimestichezza usatami, sapendo che frate Ugo non

era uso pranzare in quelle ricorrenze in compagnia d'alcuno; forse

perchè era quaresima. Durante il pranzo si parlò molto di Dio, della

dottrina dell'Abbate Gioachimo, e delle cose future; e seppi, come

più sopra ho detto, che erano morti in quel convento sei frati, che,

circa al dì d'Ognissanti, io vi aveva lasciati vivi e sani. E, quando

io partii da Genova, vi era vicino alla sagristia un mandorlo fiorito;

ed in Provenza vidi le mandorle grosse col mallo verde; trovai anche

fave grosse e fresche ne' baccelli. Dopo pranzo mi avviai alla volta

del Ministro Generale, che, dopo il tempo necessario pel viaggio,

trovai in Avignone, reduce dalla Spagna, d'onde era stato richiamato

da Papa Innocenzo IV, residente allora a Lione, per affidargli una

missione presso i Greci, i quali si sperava di ricondurre, coll'aiuto

di Vattacio, in seno della Chiesa romana. Avignone è una città della

Provenza, non lunge dal Rodano, nella quale in processo di tempo morì

frate Bonagrazia Ministro Generale. Poscia andai a Lione col Ministro

Generale stesso, e quando arrivammo a Vienna, incontrammo il nunzio,

che Vattacio aveva mandato al Papa, per domandargli la missione del

Ministro Generale in Grecia. Quel nunzio era un frate de' Minori, e si

chiamava col mio nome, frate Salimbene, ed era Greco per parte di un

genitore, latino per parte dell'altro, e, per laico, parlava benissimo

il latino classico, e conosceva benissimo anche quella lingua latina

e greca che si parla volgarmente; e il Generale lo condusse seco a

Lione. Presentatosi il Generale all'udienza, il Papa lo ammise al bacio

del volto, e gli disse: Iddio ti perdoni, o figlio, il tuo indugio;

e perchè non venisti a cavallo per arrivare più presto? forse perchè

non posso farti le spese della cavalcatura, tu non la prendesti? E

frate Giovanni: Padre, veduta la vostra lettera, m'affrettai quant'era

possibile, ma i frati pe' cui conventi io passava, avevano bisogno

di consigli e m'intrattenevano. E il Papa gli disse: Frate Giovanni,

abbiamo buone notizie; pare che i Greci siano proclivi ad accordarsi

colla Chiesa Romana. Laonde vorrei che tu ti recassi tra loro con

buona compagnia di frati del tuo Ordine, e può essere che Iddio per

opera tua si degni concederne questa consolazione. Per parte mia ti

sarà concessa ogni grazia che domanderai. A cui frate Giovanni di

rimando: Padre, non mancherà chi obbedisca, quando non manchi chi

comandi. Io sono prontissimo, e non mi conturba il pensiero del grave

incarico d'eseguire i tuoi comandi. E il Papa: Sia tu benedetto,

o figlio, la tua risposta è saggia e santa. Era allora a Lione il

lettore di Costantinopoli frate Tomaso, oriondo Greco, dell'Ordine

de' Minori, che era un sant'uomo e parlava benissimo il greco ed il

latino. Il Generale lo prese per condurlo seco in Grecia, perocchè

appunto per questo scopo lo aveva mandato Vattacio. Condusse seco

anche frate Drudo, Ministro della provincia di Borgogna, nobil uomo,

bello, letterato, santo, lettore dottissimo in teologia, che ogni

giorno voleva predicare ai frati. Prese pure con sè frate Bonaventura

d'Iseo, uomo famoso e Ministro da molto tempo in diverse provincie; e

condusse in sua compagnia molti altri frati di distinta abilità, cui

ora non occorre nominare. Finita la settimana di Pasqua, si mosse da

Lione. Eravi allora a Lione anche frate Ruffino, Ministro di Bologna

in compagnia di frate Bonaventura di Forlì e di frate Bassetto.

E frate Ruffino Ministro mi disse: Io ti ho mandato in Francia a

studiare perchè tu fossi onore e splendore della mia provincia, e

tu andasti a soggiornare a Genova; sappi che me l'ho avuto per male

assai, poichè pel lustro della mia provincia mi do cura di far venire

a Bologna frati studiosi sin anche da altre provincie. Ed io risposi:

Padre, perdonatemelo, io non avrei creduto che ve ne offendeste. Ed

egli di rimando: Te lo perdono, purchè tu prometta, quì, subito, per

iscritto, di obbedire e ritornare col tuo compagno, che è a Genova,

alla provincia di Bologna, a cui eri già addetto. Così fu fatto; e

di quest'ordine di obbedienza nulla seppe il Generale finchè stette a

Lione. In quel tempo era a Lione anche frate Rainaldo di Arezzo della

provincia di Toscana, che era venuto dal Papa per farsi dispensare

dall'accettare un Vescovato che gli era stato conferito. Ed era quel

di Rieti, ove, essendo lettore al tempo in cui morì il Vescovo di

quella diocesi, i canonici per l'alta opinione che avevano di lui, lo

elessero ad unanimità per loro Vescovo. Ma Papa Innocenzo, informato

della scienza e santità di lui, non solo non volle dispensarlo, che

anzi, giusta il parere de' suoi fratelli i Cardinali, gli comandò di

sobbarcarsi a quell'ufficio. Dopo poi, ed io era ancora a Lione, gli

fece l'onore di consacrarlo egli in persona. Poscia io presi la via di

Vienne, distante da Lione 15 miglia; in seguito passai per Grenoble,

attraversai la valle del Conte di Savoia, ed ebbi notizie particolari

della frana, e della ruina di quel monte, ed entrai in una chiesa,

che aveva per titolare S. Gherardo, la quale era piena di camicie da

ragazzi. Continuando il mio viaggio arrivai ad Embrun[146], dove era

Arcivescovo un Piacentino, che ogni giorno voleva avere commensali due

frati Minori, e faceva sempre apparecchiare anche per loro alla sua

tavola, e li serviva d'ogni vivanda, che a lui si portava; e quando non

aveva a pranzo i frati Minori, quel tanto che sarebbe occorso per loro,

se vi fossero stati, lo faceva distribuire ai poveri. In quella Terra

dimoravano otto frati; e il Guardiano del convento, venutomi incontro,

mi disse: Fratello, piacciavi d'andare oggi a pranzo dall'Arcivescovo,

che se l'avrà molto caro, poichè da tempo non ha avuto frati Minori

alla sua mensa; perocchè quell'essere con lui a pranzo a' miei frati fa

troppa soggezione. A cui risposi: Padre, perdonateci e non abbiatevelo

per male, se non accettiamo, perchè dopo pranzo vogliamo senza

indugio partire; ed esso, sapendo che veniamo dalla Corte del Papa,

probabilmente ci vorrebbe intrattenere, e, cercando a noi notizie,

ritarderebbe il nostro viaggio. Il Guardiano, udita la mia risposta,

non aggiunse verbo; ed io sottovoce dissi al mio compagno: Ho pensato

che sia meglio tirar dritto per la nostra strada, giacchè abbiamo tempo

opportuno e lettere commendatizie; e così potremo portare più sollecita

risposta a chi ne ha mandati, e il Generale non ne precorrerà col suo

arrivo al convento di Genova; il che spiacerebbe al nostro Ministro

frate Antelmo. Piacquero al mio compagno quelle osservazioni, e così si

fece. Questa è la città, il cui Arcivescovo fu miracolosamente convinto

di simonia a Lione da Ildebrando Priore di Clunì, quando fungeva

da Legato, come abbiam detto di sopra. In seguito poi l'Arcivescovo

di questa Terra fu creato Cardinale della Corte romana; ed era uomo

valente nelle scienze, nel canto, in letteratura e per vita onesta e

santa. Una volta suonando un menestrello la viella in sua presenza, e

pregandolo che gli desse qualche cosa, gli rispose: Se vuoi mangiare,

per amore di Dio te ne darò volentieri; ma nulla ti darei pel tuo

canto e per lo strimpellìo della tua viella, perchè cantare e suonare

la viella, come tu fai, so anch'io. Questo Arcivescovo teneva sempre

in compagnia due frati Minori; non è però il Piacentino sunnominato.

Partimmo da questa città, attraversammo il Delfinato, ed arrivammo a

Susa, che appartiene alla provincia di Genova. Giunti ad Alessandria

di Lombardia, trovammo due frati del convento di Genova, frate Martino

cantore, e frate Ruffino d'Alessandria, ai quali il mio compagno frate

Guglielmo Biancardo, disse: Sappiate che voi perdete frate Salimbene

e il suo compagno che è a Genova, perchè frate Ruffino Ministro

di Bologna li richiama alla sua provincia. Io poi, quantunque sia

Genovese, non voglio tornare a Genova, ma voglio andare al mio convento

di Novara, d'onde mi tolse il Ministro Provinciale, quando mi mandò dal

Generale. Noi abbiamo compiuta la nostra missione con fede e con zelo,

abbiamo fatto, a nostro avviso, ogni cosa per bene, e lasciammo a Lione

frate Pietro Lanerio Guardiano di Genova, che vide colà il Generale,

e frate Buiolo, il quale alloggia in casa il Papa, ed è addetto alla

Corte; e se alcunchè non fosse stato da noi adempiuto al tutto bene,

speriamo che sarà corretto da loro. Inoltre tra breve passerà da

Genova anche il Ministro Generale, che va inviato del Papa in Grecia,

domandato dai Greci stessi. Frattanto pigliate questa lettera, e, a

nome del Generale, consegnatela a frate Nantelmo Ministro. Dette queste

cose, tirò fuori la lettera che aveva, e la diede a' miei compagni.

L'indomani si passò da Alessandria a Tortona, un viaggio di dieci

miglia, e il giorno successivo da Tortona a Genova, viaggio lungo

assai. Quando i frati mi videro, fecero le feste, perchè io ritornava

di lontano, e perchè io era apportatore di buone notizie. Il Ministro

e frate Stefano Inglese mi domandarono se il Ministro Generale aveva

visitato la Spagna. A cui risposi che no, perchè il Papa l'aveva

richiamato in seguito all'invito de' Greci; e lo manda in Grecia

perchè i Greci, come ha scritto Vattacio, desiderano di ritornare nel

grembo della Chiesa romana: e spero che presto passerà da Genova, e

lo vedrete, e il vostro cuore ne giubilerà per la consolazione che

ne proverete. Dopo pochi giorni, arrivò poi, reduce da Lione, frate

Rainaldo Vescovo, e nel giorno dell'Ascensione predicò al popolo, e

celebrò messa colla mitra nella chiesa dei frati Minori di Genova; ed

io, che era già sacerdote, servii alla messa, quantunque vi fossero già

il diacono e il suddiacono e gli altri inservienti; e fece imbandire

ai frati un buon pranzo di pesci di mare ed altre cose, e pranzò in

refettorio con noi molto famigliarmente. La notte successiva, dopo

mattutino, frate Stefano Inglese predicò ai frati ed era a udirlo

anche quel Vescovo, e tra le altre melliflue parole, che di solito

gli sgorgavano dalle labbra, a confusione del detto Vescovo, riportò

un esempio del seguente tenore: «Ben disse una volta in Inghilterra

un frate Minore, laico, ma uomo santo, che il cero pasquale quando

si accende in chiesa, rifulge e illumina; ma quando poi se gli pone

su lo spegnitoio, si smorza e manda cattivo odore: Così è di qualche

frate Minore; quando nell'Ordine del beato Francesco è acceso ed arde

d'amor di Dio, allora risplende ed è per gli altri un luminare di

buono esempio....» Io aveva osservato che il nostro Vescovo al pranzo

permetteva che i suoi frati facessero davanti a lui le genuflessioni,

quando gli servivano le pietanze; e perciò s'attagliava appuntino a

lui quanto quel frate aveva detto del cero pasquale. All'udire tale

linguaggio il Vescovo trasse dal cuore un grosso sospiro, e terminato

il sermone, genuflesso, in assenza del Ministro Provinciale, pregò

frate Bertolino custode, che era uomo di natura dolce e che era già

stato Ministro, di concedergli licenza di parlare. Ed ottenutala, si

giustificò dicendo: Per vero io nell'Ordine del beato Francesco sono

stato come un cero acceso, ardente, splendido, luminoso, e di buon

esempio ai veggenti, siccome ben sa frate Salimbene, che abitò con me

due anni nel convento di Siena, e conosce quale concetto abbiano della

mia vita passata i frati di Toscana; ed anche i frati più vecchi di

questo convento conoscono la mia condotta, per la quale, ad onore di

questo convento stesso, fui mandato a studio a Parigi. Se i frati al

pranzo vollero onorarmi con le genuflessioni, questo non è da imputare

a mia ambizione, perchè io ho loro ripetuto a sazietà di non farle, nè

io ho potuto loro imporre, nè era di mia convenienza, nè avrei osato,

di batterli colla verga. Laonde accogliete, ve ne prego, per amor di

Dio le mie scuse, e assicuratevi che in me non vi fu nè ambizione nè

vanagloria. E dette queste cose, genuflesso, a mia veduta e udita,

confessò quella qualunque che mai vi fosse stata sua colpa, se mai

egli avesse data ad alcuno involontaria occasione di cattivo esempio,

e promise di lanciar via da sè, tosto che il potesse, lo spegnitoio,

che gli avevano imposto sul capo. Dopo si raccomandò ai frati, e noi

lo conducemmo fuori, e per segno d'onore l'accompagnammo sino ad un

convento di monaci bianchi ne' pressi di Genova, ove soggiornava un

vecchio che s'era spontaneamente dimesso da Vescovo di Torino per

potere con maggiore agio in quel chiostro pensare a Dio e all'anima

sua. Questi avendo udito che Rainaldo era uomo dottissimo e che di

recente era stato eletto Vescovo, trasse un sospiro e gli disse: Mi fa

meraviglia che tu, uomo saggio, sia stato travolto a tanta follìa di

assumerti un vescovado, mentre eri addetto ad un nobilissimo Ordine,

quello cioè del beato Francesco, che è l'Ordine de' frati Minori;

Ordine di altissima perfezione, nel quale chi dura tutta la vita, senza

dubbio è salvo; Ordine, in cui certamente era meglio per te _essere

umile di spirito co' mansueti, che spartir le spoglie cogli altieri_.

Prov. 16º. A mio avviso tu hai fatto un grave errore, direi quasi

un'apostasia, perchè trovandoti in uno stato di perfezione e nella

vita contemplativa, ritornasti alla vita attiva. Anch'io fui Vescovo,

come sei tu; ma veggendo ch'io non aveva potere di correggere la

scostumatezza de' miei preti, che camminavano per le vie della vanità,

_l'anima mia preferì il laccio_[147]. Lasciai pertanto l'episcopato e i

miei preti per salvare l'anima mia; e l'ho fatto seguendo l'esempio del

beato Benedetto, che abbandonò alcuni monaci per averli riconosciuti

discoli e maligni. Avendo frate Rainaldo attentamente ascoltato

queste considerazioni, che gli piacevano e non erano nuove nella sua

coscienza, e riconoscendo che quel Vescovo aveva ragione, non fece

verbo di risposta. Perciò presi io la parola, perchè il Vescovo di

Torino non avesse la superbia di credere d'aver operato da savio, e

dissi a lui: Padre, or tu hai detto d'aver abbandonato i tuoi preti;

ma pensa un po' se tu hai fatto bene. Papa Innocenzo III tra le tante

sentenze che ha lasciate ai posteri, ne ha una per un Vescovo che

voleva essere dispensato dal ministero, libro delle Decretali 1º alla

rubrica _della rinuncia_, che comincia: _Nè pensare_. ecc. Mentre io

diceva queste cose, pendevano dalle mie labbra i due Vescovi, nè frate

Rainaldo osò prendere la parola per non parere di compiacersi della sua

dignità episcopale; ma in suo cuore andava sempre più radicandosi il

proposito di deporre l'ufficio impostogli, e affrettava col desiderio

il momento opportuno di farlo. Andò adunque alla sua diocesi: ed

arrivatovi, accorsero i canonici a fargli visita, e gli parlarono di

un loro collega giovane e lascivo, che aveva più il fare laico che

del sacerdote, e che si lasciava crescere i capelli lunghi e li tenea

sciolti sulle spalle, nè voleva farsi la tonsura. E il Vescovo lo prese

pe' capelli, e gli affibbiò uno schiaffo, e, fatti chiamare i genitori

e i parenti di lui, che erano nobili, ricchi e potenti, disse loro:

O questo vostro figlio si dia alla vita laicale, o porti abito che si

addica ad un sacerdote; io non posso punto tollerare che vesta a questo

modo. Ed i genitori risposero: A noi piace che sia prete, e voi fate

di lui quello che ve ne pare bene e dicevole. Allora il Vescovo di

sua mano stessa gli tagliò i capelli, e gli fece fare la chierica in

forma di cerchio, larga e rotonda, affinchè la tonsura presente facesse

ammenda della capellatura passata. Il chierico ne restò profondamente

mortificato, ma i canonici ne ebbero piena soddisfazione. Frate

Rainaldo però non potendo con coscienza tranquilla dissimulare quella

sbrigliatezza del clero, e riconoscendo di non poterlo ritornare alla

rettitudine ed all'onestà, si presentò a Papa Innocenzo IV, che era

venuto a Genova, e rassegnò l'ufficio, che gli era stato conferito

a Lione, protestando che non sarebbe più stato Vescovo. E il Papa,

facendo ragione al turbamento dell'animo di Rainaldo, gli promise che

ne lo dispenserebbe, quando arrivasse in Toscana, sperando che il tempo

maturasse un cambiamento di proposito; ma non avvenne. Andò dunque

frate Rainaldo e si fermò alcuni giorni a Bologna colla speranza che

il Papa vi passasse per recarsi in Toscana. Quando poi seppe che era a

Perugia, frate Rainaldo si presentò al Papa, al cospetto de' Cardinali

in concistoro, rassegnò l'ufficio e il beneficio, e depose a piedi del

Papa gli indumenti pontificali, il pastorale, la mitra e l'anello. I

Cardinali se ne maravigliarono e se ne conturbarono, parendo loro che

il frate con questa determinazione facesse sfregio alle loro dignità,

quasi che chi trovasi insignito dell'onore di alti uffici nella

prelatura non potesse salvare l'anima sua. Se ne conturbò anche il Papa

tanto perchè lo aveva egli in persona con particolare onore consacrato,

quanto perchè aveva la persuasione, come tutti la condividevano, e

così era in fatto, d'aver provveduto la Chiesa di Rieti di un Vescovo

degnissimo. Quindi i Cardinali e il Papa lo pregarono vivamente

che per amore di Dio, per riguardo alla loro dignità, per l'utilità

della Chiesa e per la salute delle anime non rinunciasse. Ma egli

rispose che insistevano invano, e invano pregavano. Allora i Cardinali

conchiusero: Che s'ha a dire se a lui ha parlato un Angelo, e se Iddio

gli ha fatta questa rivelazione? E il Papa trovandolo tanto fermo gli

disse: Sebbene tu ti sia proposto di non volere su la tua coscienza le

sollecitudini e le cure pastorali, almeno restino a te gli indumenti

pontificali, la facoltà, la dignità e l'autorità di amministrare

il sacramento dell'Ordine, affinchè i frati ritraggano da te alcun

benefizio. E risoluto rispose: Io non mi terrò nulla. Dispensato, si

recò subito al convento, e dato di piglio ad un sacchetto, o ad una

bisaccia, o sporta che fosse, pregò il frate destinato alla questua,

che quel giorno stesso lo volesse aver seco alla cerca del pane. E

mentre andava così a mendicare per la città di Perugia, s'imbattè in

un Cardinale, che ritornava dal Concistoro, (forse per disposizione

divina), affinchè vedesse, imparasse, ed udisse. E riconosciutolo,

si volse a lui dicendo: Non era meglio che tu fossi restato Vescovo,

che andar accattando di porta in porta? A cui frate Rainaldo rispose:

Il savio dice ne' proverbii ecc. Udendo il Cardinale queste parole,

e riconoscendo che era Dio che parlava per mezzo del suo santo, si

allontanò, e il giorno dopo in Concistoro riferì al Papa e ai Cardinali

le cose, che aveva imparate dal Vescovo mendicante; e tutti ne furono

meravigliati. Frate Rainaldo poi disse a frate Giovanni da Parma

Ministro Generale che lo destinasse a quel qualunque convento gli

piacesse, e lo mandò a Siena, ove era noto a molti, e vi restò dal

dì d'Ognissanti fin dopo Natale, quando morì e volò in grembo a Dio.

Mentre egli era malato della malattia di cui morì, eravi a Siena un

canonico della Chiesa maggiore, che da sei anni giaceva per paralisi

in letto, e con tutto il divoto fervore dell'animo invocava l'aiuto di

frate Rainaldo. Un giorno, sul far dell'alba, udì in sogno una voce

a dire: sappi che frate Rainaldo volò di questa vita al cielo, e pe'

meriti di lui Iddio ti risanò completamente; e tosto svegliatosi, e

sentitesi sciolte e sane le membra, chiamò il famiglio che gli portasse

gli abiti, e recandosi in camera di un suo amico e canonico collega,

gli raccontò del miracolo. E tutti e due incontanente, e in tutta

fretta, andarono dai frati per narrare il miracolo tanto manifesto, che

Dio quella notte s'era degnato operare pei meriti di frate Rainaldo. Ed

essendo usciti da una porta della città, udirono i frati, che cantando

ne trasportavano la salma alla chiesa; assistettero alle esequie, e poi

proclamarono il miracolo. E i frati giubilanti anch'eglino sclamarono:

Sia benedetto Dio. Tale fu frate Rainaldo di Arezzo, miracoloso

in vita e dopo morte, che amò piuttosto umiliarsi...... Fu uomo

coltissimo in letteratura, insigne lettore di teologia, predicatore

esimio, graditissimo al clero e al popolo, fecondissimo di pensiero,

e di parola sempre fluida e sgorgante calda dal cuore. Io abitai seco

due anni nel convento di Siena, e l'ho incontrato molte volte nel

convento di Lione e di Genova, e mi fece ordinare suddiacono quando

egli, non era ancora investito d'alcun ufficio. Non potrei aggiustar

fede a nessuno che mi dicesse che la Toscana ha dato tale uomo, se non

l'avessi visto io co' miei occhi. Egli ebbe un fratello nell'Ordine

di Valle Ambrosiana ossia Vallombrosa, che fu Abbate nelle Romagne,

nel convento di Bertinoro[148], santo, letterato, buono, amico intimo

dei frati Minori: Che l'anima sua riposi in pace. Nota qui che due

persone di Brettagna ritornavano in compagnia dalla Corte di Roma, ove

erano andati a visitare per divozione i Santuarii; e arrivati nelle

Romagne, si fermarono su di un monte ad alloggiare in alcune celle,

coll'intendimento di far vita da eremiti. Col tempo si agglomerò molta

gente ad abitare attorno a loro, e si fecero un bel castello, che

sino ad oggi si chiama Brettinoro da que' due eremiti che vi posero

stanza, e che erano nativi della Brettagna. Una volta io sapeva i

loro nomi, ma ora mi sono fuggiti dalla memoria: si hanno per santi.

L'anno del Signore 1249 era Podestà di Genova Alberto Malavolta di

Bologna, e venne al convento dei frati Minori a sentir messa. Ed io

era colà, e frate Pentecoste, che era sagrista, uomo santo, onesto e

buono, volendo suonar le campane per far onore al Podestà, questi gli

disse: Anzi tutto porgete orecchio ad una cosa che voglio annunziarvi,

ed è una buonissima notizia: Sappiate dunque che il 26 di Marzo i

Bolognesi fecero prigioniero Re Enzo e con lui un numero grandissimo

di Cremonesi, Modenesi e Tedeschi. Re Enzo, che si dice anche Enrico,

è figlio naturale, cioè non legittimo, di Federico Imperatore deposto,

ed è uomo di singolare valore e coraggio, e guerriero prode, e

sollazzevole quando gli piace, compositore di canzoni, e che in guerra

sa andare audacemente incontro ai pericoli; è bell'uomo e di statura

mezzana. Quand'egli fu fatto prigioniero aveva sotto la sua signoria

Reggio, Cremona e Modena. I Bolognesi lo tennero molti anni prigione

nelle carceri del palazzo municipale, ove morì. Non avendogli un giorno

i custodi voluto dar da mangiare, si recò da loro frate Albertino da

Verona, che era un celebre predicatore dell'Ordine de' frati Minori,

pregandoli che, per amor suo e di Dio, non lo volessero lasciar morir

di fame. Ma non piegandosi eglino punto alle preghiere di lui, propose:

Giuochiamo insieme a' dadi; se vincerò, avrò licenza di dargli da

mangiare. Giuochiamo, risposero. Giuocò dunque, vinse, e gli diede

da mangiare, standosi con quel Re in famigliare colloquio. E tutti

quelli che ne ebbero contezza lodarono il frate della sua carità,

cortesia e liberalità. In quella giornata campale, in cui il Re, e

col Re moltissimi del suo esercito furono sconfitti, vi furono anche

alcuni che, voltisi in fuga, sguizzarono dalle mani del vincitore,

alcuni che caddero sul campo, altri rimasero prigionieri, e condotti

alle carceri sotto sicura custodia vi stettero tra ceppi. Guido da

Sesso, che era il principale Reggiano di parte imperiale, morì nella

fuga, precipitando insieme col suo destriero in una fogna dell'Ospedale

de' lebbrosi di Modena. Egli era il più acerbo nemico dei partigiani

della Chiesa; tanto che essendone stati una volta dal Re fatti molti

prigionieri nel castello di Rolo[149], che è nella diocesi di Reggio,

ed essendo essi stati condannati alla forca, e desiderando confessarsi,

non volle concedere loro tanto di indugio che bastasse a confessarsi,

anzi disse: Non avete bisogno di confessarvi, voi partigiani della

Chiesa, chè siete santi, e quindi volerete subito senz'altro in

paradiso; e, pel suo diniego, fu subito eseguita la sentenza, nè

poterono confessare le loro colpe. Egli, in quel tempo in cui tra

la Chiesa e la Repubblica avvampava più grossa la guerra, veniva al

convento dei frati Minori con altri suoi scherrani, e radunando i frati

a capitolo, domandava a ciascuno d'onde fosse, e facevane notare i

nomi ad uno scrivano che conduceva seco, poi diceva: tu vanne al tuo

paese, tu farai altrettanto, nè osare di farti più vedere in questo

convento, nè per questa città. E così furono tutti espulsi, tranne

pochi lasciati custodi del convento; ai quali poi, allorchè andavano

per città mendicando pe' bisogni di loro sussistenza, si faceva ogni

sorta oltraggi, e si lanciavano loro maledizioni, imputandoli di

portare lettere false, e di essere nemici dell'Imperatore. Nè i frati

Minori, nè i Predicatori, che passavano pel territorio, osavano entrare

nelle città di Modena, di Reggio e di Cremona; e se talora alcuni,

ignari della condizione delle cose, per caso entrarono, furono subito

presi, condotti al palazzo del Comune, tenuti sotto guardia, nutriti

per alcuni giorni del pane della tribolazione e dell'angoscia, poi

obbrobriosamente cacciati, espulsi, tormentati, e taluni anche uccisi.

Difatto più d'uno è stato sottoposto alla tortura in Cremona e a Borgo

S. Donnino; a Modena presero alcuni frati Predicatori, che portavano

con sè alcuni ferri che servono a fare le ostie, e li condussero al

palazzo del Comune, e a loro disonore si fece credere al popolo,

che avevano stamponi per coniare moneta falsa. Nè la perdonavano

neppure a que' frati, i cui parenti erano in opinione d'appartenere al

partito imperiale, ed essi stessi ne erano tenaci fautori, tra' quali

fu ignominiosamente espulso frate Giacomo di Pavia, frate Giovanni

di Bibbiano[150], frate Giacomo di Brescello, e molti altri; e per

dir tutto in poco, furono licenziati dal convento di Cremona tutti

coloro che parteggiavano per la Chiesa. Ed io vi era presente, e fu

in quell'anno, in cui Parma mia città nativa si ribellò all'Impero.

In seguito fermarono e trattennero a lungo alla porta della città

di Reggio frate Ugolino da Gavassa[151], nè gli permisero d'entrare,

quantunque avesse in città più d'un fratello di parte imperiale. Che

più? Era gente diabolica; e sovra tutti pessimo in malizia Giuliano da

Sesso, maestro in leggi, vecchio, e inveterato nel male; e, nominato

da Re Enzo giudice supremo di Cremona, Reggio e Modena, fece impiccare

alcuni da Foliano, e molti altri ne condannò a morte, come partigiani

della Chiesa, e se ne gloriava, e diceva: Guardate come li conciamo noi

questi ladroni. Questo Giuliano era veramente un membro del diavolo;

e perciò Dio lo colpì di paralisi, e ne diventò da una parte rigido

inaridito; gli uscì dell'occhiaia un occhio, che, sporgendo fuori,

pareva una saetta, e faceva ribrezzo a guardarlo; diventò eziandio

tanto fetido, che ognuno si guardava bene dall'avvicinarsegli, tranne

una giovinetta tedesca, la cui bellezza era tanto ammaliante, che

bisognava ben essere molto severi per non guardarla con compiacenza.

Questo Giuliano era figlio di uno spurio di quei da Sesso, onde un

poeta scrisse:

_Spurius ille puer nullum suadebit honestum_

Di spurio seme, reo rampollo è questo,

Nè mai ti saprà dar consiglio onesto.

Egli s'era lasciato sfuggir dalle labbra una o più volte in pubblica

adunanza che era meglio essere ridotti a mangiar della calce, che

vivere in pace coi partigiani della Chiesa. Ma intanto egli si mangiava

i buoni capponi, ed i poveri morivano d'inedia. Ma a questo mondo non

dura a lungo la fortuna de' malvagi: Mutò vento, e chi parteggiava per

la chiesa cominciò ad averlo in poppa. Ed anche per quel miserabile

venne il giorno della fuga, anzi fu portato via di soppiatto dalla

città di Reggio, e tutto fetore, scomunicato e maledetto, senza

confessarsi, senza comunicarsi, e senza fare la penitenza sacramentale

de' suoi peccati, e fu sepolto in un fossato della villa di

Campagnola[152]. Nello stesso anno 1249, i Parmigiani coi fuorusciti

Reggiani bruciarono il ponte di S. Stefano di Reggio, e il borgo

d'Ognissanti, e il ponte e il borgo di Porta Bernone; il 10 di Giugno,

il Crostolo gonfiò e atterrò i ponti e inondò sino alla Modolena[153].

Lo stesso anno in Agosto, Simone di Giovanni di Bonifacio de' Manfredi

occupò Novi, Rolo e S. Stefano[154] Terre o Ville della diocesi di

Reggio. Egli era del partito della Chiesa, nobiluomo, bello, forte,

amico mio, e, in tempo di grossa guerra, valoroso guerriero; e gli si

erano aggruppati attorno molti, che cacciati dalle loro case, avevano

il veleno nel cuore e seguivano lui come capo; e si era divulgata

molto la fama del suo nome per le memorabili sue gesta d'incendi, di

invasioni, di devastazioni, di stragi, come consigliava la barbarie

della guerra di que' tempi. Così pure nel settembre di quell'anno,

tra nona e vespro, si sentì un orribile terremoto; e i Bolognesi e i

fuorusciti Modenesi e Romagnoli assediarono Modena, ne incendiarono

i subborghi, e nel settembre stesso la manganellarono; ed Ezzelino da

Romano prese Este[155], castello del Marchese d'Este, ed altre Terre

dello stesso Marchese, per vendicarsi dell'aiuto che il Marchese Azzone

prestava ai Parmigiani, che fabbricavano il Castello di Brescello.

I Modenesi poi, nell'anno stesso, fecero alleanza co' Bolognesi,

e si crearono due Podestà, uno per parte, e riscattarono que' loro

prigionieri, che si tenevano stretti nei ceppi. In quell'anno, dopo la

festa di Sant'Antonio di Padova, o meglio di Spagna, che è dell'Ordine

da' frati Minori, partii col mio compagno dal convento di Genova, ed

arrivammo a Bobbio, ove vedemmo una di quelle idrie, nelle quali era

stata l'acqua che il Signore trasmutò in vino per le nozze di Cana

Galilea. Almeno si dice che sia una di quelle; se realmente la sia,

sallo Iddio, che vede tutto chiaro ed aperto. Dentro di essa sono

collocate molte reliquie, e sta su un altare del monastero di Bobbio,

dove sono anche, e le vedemmo, molte reliquie di S. Colombano. Dopo,

ci avviammo alla volta di Parma, d'onde eravamo nativi, e sbrigammo le

nostre faccende. Poco dopo la nostra partenza da Genova, arrivò colà

frate Giovanni da Parma Ministro Generale, a cui i frati del convento

di Genova dissero: Perchè, Padre, ci privaste di que' vostri frati,

che avevate mandati quì? Noi eravamo lietissimi di averli quì con noi

per amor vostro, per la loro bontà, per la consolazione che ne davano,

e per la loro condotta esemplare. Allora il Generale rispose: E dove

sono? Che? non sono forse più in questo convento? E i frati: Padre,

no, non vi sono più: Frate Ruffino, Ministro Provinciale di Bologna,

li richiamò alla sua provincia. E il Generale soggiunse: Iddio sa,

se io aveva alcuna notizia di questo ordine di obbedienza; anzi io

teneva sì per fermo di trovarli in questo convento, ch'io cominciava

a far le meraviglie, perchè non mi si erano presentati. In seguito ci

trovò a Parma, e con volto gioviale ne disse: Correte pur tanto per

di quà e di là, o miei giovanotti; ora in Francia, ora in Borgogna,

altra volta in Provenza, poi nel convento di Genova, oggi a Parma con

inclinazione a soffermarvici. Oh! se potessi io posare, come voi lo

potreste, non vorrei essere sempre in su' viaggi. E gli risposi: A voi,

Padre, toccano i disagi del viaggiare per ragioni di ministero; a noi

tocca viaggiare per virtù di obbedienza: chè, ve l'assicuro, viaggiammo

sempre per ragione di pura e vera obbedienza. Udito ciò, rimase

soddisfatto, specialmente per effetto dell'amore che aveva per noi.

Quando poi fummo a Bologna, un giorno in camera disse a frate Ruffino

Ministro Provinciale: Io aveva mandato questi frati nel convento di

Genova a studiare, e tu ne li hai tolti di là. E frate Ruffino rispose:

Padre, questo l'ho fatto per far piacere a loro. Io li aveva mandati

in Francia, quando l'Imperatore stava a campo intorno a Parma. Perciò

richiamandoli, io credeva di far cosa loro gradita. Ed io aggiunsi al

Ministro Generale: La cosa sta come il Ministro Ruffino l'ha esposta.

E il Generale ripigliò: Cura dunque ora di collocarli ove sia che

s'accontentino, e si dedichino a studio, e non vaghino tanto di quà

e di là. Di buon grado, o Padre, rispose frate Ruffino, mi adoprerò

a contentarli e per l'amore che nutro in cuore per voi e per l'amore

che mi lega a loro; e ritenne il mio compagno a Bologna, perchè gli

correggesse la sua Bibbia, e mandò me a Ferrara, ove dimorai sette anni

continui senza mutar mai di convento.

a. 1250

Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. I · 第 17 / 28 段