imperiale, tutti s'inginocchiavano, quando passava frate Giovanni,
come usano i latini quando nella messa si fa l'elevazione del Corpo di
Cristo; e facevano per lui e per il suo seguito le spese del viaggio.
E, dopo tante onorificenze, Frate Giovanni ritornò al Papa, che lo
aveva incaricato di quella missione. Vattazio fu l'Imperatore, a cui
successe Paleologo, non perchè avesse secolui alcuna attinenza di
parentela, ma occupò il trono per usurpazione, dopo avere ucciso il
figlio di Vattazio. In un Capitolo provinciale celebratosi a Sens,
conobbi quanto il Re di Francia, di buona memoria, S. Lodovico tenesse
in venerazione frate Giovanni. E i tre fratelli del Re, ed il Cardinale
della Corte romana Oddone, che in occasione di quel Capitolo pranzarono
nel convento de' frati, tutti gareggiarono nel mostrargli la loro
reverenza. Parimente trovandosi frate Giovanni in Inghilterra, ed
essendosi fatto annunziare per una visita al Re nell'ora che era del
pranzo, subito il Re s'alzò da tavola, discese di palazzo, in fretta
gli andò incontro, lo abbracciò e lo baciò. Ed essendone rimproverato
da' suoi cortigiani, perchè s'era abbassato troppo, correndo incontro
ad un tale omiciattolo, il Re rispose: Io l'ho fatto per onorare Iddio
e il beato Francesco, ed anche quest'uomo, di cui ho udito celebrare
l'insigne santità, e che è un vero servo ed amico del Dio Sommo ed
Eccelso, e non si degrada guari chi onora i servi di Dio; perocchè il
signore disse loro; Chi riceve voi, riceve me. E fu bene accolta la
risposta del Re, e lodaronlo della deferenza usata per un uomo tanto
rispettabile. Questo Re fu il padre di Odoardo Re d'Inghilterra e
passava per un sempliciotto; onde, un giorno che era a tavola co' suoi
cavalieri, un giocoliere della Corte a udita di tutti disse: Ascoltate,
ascoltate: Il nostro Re è simile a Gesù Cristo. Provò molta compiacenza
il Re a udire che era assomigliato all'Uomo-Dio; ed insisteva perchè il
giocoliere spiegasse in che egli fosse simile a Gesù Cristo (tanto il
Re che il giocoliere parlavano francese, e sulle loro labbra suonava
grazioso il volgare francese). Allora il giocoliere disse: Del Signor
nostro Gesù Cristo si dice che tanta sapienza avesse al momento della
sua concezione, quanta all'età di trent'anni; similmente il nostro Re è
tanto sapiente ora, quanto lo era da bambino. Si turbò l'animo del Re,
e sdegnato ordinò, a chi era presente, di far appendere il giocoliere
alla forca. Ma quando que' cavalieri che erano presenti furono col
giocoliere in disparte, non eseguirono il comando del Re; gli legarono
soltanto una fune al collo, e lo fecero sollevare a braccia alquanto
da terra, e gli dissero: partiti di qui intanto che si calmi l'ira
del Re, e non infierisca su di noi e su di te. E ritornando a Corte
dissero che avevano eseguiti appuntino gli ordini. Quando poi frate
Giovanni da Parma era lettore a Napoli, prima che fosse Generale, e
passò da Bologna, un giorno che era alla mensa della foresteria con
altri forestieri, sopravvennero alcuni frati, e con violenza lo fecero
alzare da tavola per condurlo a pranzare nell'infermeria. Ma vedendo
egli che il suo compagno restava, nè era invitato a lasciare quella
mensa, si volse al compagno stesso dicendogli: Io non mangerò in nessun
luogo senza il mio compagno. La qual cosa fu giudicata una villania
da parte di que' frati, ed una somma cortesia e grazia pel proprio
compagno da parte di frate Giovanni. Un'altra volta, quand'era Generale
e volle prendersi un po' di vacanze, venne al convento di Ferrara,
dove io soggiornai sette anni; ed osservando che a fargli compagnia
d'onore erano sempre invitati alla sua mensa, sì a pranzo che a cena,
gli stessi frati, gli entrò in animo il sospetto che il Guardiano
frate Guglielmo da Buzea, Parmigiano, avesse i suoi beniamini, e
gliene spiacque. Ora, una sera, mentre si lavava le mani per andare
a cena, il frate che lo dovea servire disse al Guardiano: Chi dovrò
invitare stasera? A cui il Guardiano rispose: Chiamerai frate Giacomo
da Pavia, frate Avanzo, e il tale, e il tale altro. E nota che c'era
già stata intesa preventiva, perchè i prenominati s'erano già lavate
le mani, e stavan già pronti a tergo del Generale, che li aveva già
scorti. Allora, con tutto l'ardore dell'anima sua accesa dallo Spirito
divino, cominciò a parlare come in parabola; così e così; chiamerai
frate Giacomo da Pavia, chiamerai frate Avanzo, inviterai il tale e il
tale altro; prendi per te dieci porzioni; questa è la fola dell'oca.
All'udir questo parlare restarono confusi e ne arrossirono quelli che
erano stati invitati alla mensa; e non ne rimase meno in vergogna il
Guardiano, il quale disse al ministro: Padre, io invitava costoro a
farvi compagnia d'onore, perchè io ne li reputava più degni. Ma il
Ministro rispose: Forse che la divina Scrittura.......? Io udiva tutto
essendo lì vicino. Allora ripigliò colui che dovea fare il servizio:
Chi dunque ho da invitare? E il Guardiano: Prendi gli ordini dal
Ministro. E il Ministro disse: Mi chiamerai i più umili fraticelli,
perchè il far compagnia al Ministro è un ministero che tutti sanno
farlo. Andò dunque il frate inserviente al refettorio, e chiamò i più
umili e poveri fraticelli, dicendo: Il Ministro Generale invita voi a
cenar seco, io vi comando a nome suo di andare immediatamente da lui;
e così fu fatto. Perocchè frate Giovanni da Parma Ministro Generale,
quando arrivava di passaggio ad un convento di frati Minori, voleva
che sedessero seco a mensa anche i più poveri ed umili fraticelli, o
tutti simultaneamente, ovvero divisi in gruppi, che si alternassero fra
loro, perchè al suo arrivare godessero anch'essi qualche cosa, (prima,
s'intende, che la sua foresteria fosse finita, cioè prima di mettersi a
mangiare alla mensa comune in refettorio, alla quale, quando si fermava
in un convento, era solito andare sempre, subito dopo che si era
riposato dalla fatica del viaggio). Frate Giovanni da Parma fu persona
accostevole a tutti, senza predilezione per nessuno; alla mensa,
liberale e cortese assai, tanto che se aveva a tavola varie specie di
vini scelti, ne faceva d'ogni specie mescere a tutti, acciocchè tutti
godessero. La qual cosa era reputata cortesia e grazia distintissima.
I compagni, che aveva frate Giovanni da Parma quand'era Ministro
Generale, sono i seguenti: Primo, frate Marco da Montefeltro,[133] uomo
onesto e santo, che ebbe una longevità straordinaria; e fu compagno di
frate Crescenzio, di frate Giovanni da Parma e di frate Bonaventura:
Egli era di Modigliana,[134] ed è sepolto ad Urbino; la sua fama è
cinta da fulgentissima aureola di miracoli. Modigliana è un castello
nel distretto di Massa di S. Pietro: Urbino è città sui monti, per
la quale si va a Cagli, che è la chiave della provincia della Marca
d'Ancona, per dove si va ad Assisi, nella Valle di Spoleto, all'eremo
del beato Francesco. Frate Marco fu anche Ministro Provinciale nella
Marca d'Ancona, ove fu lodatissimo il suo ministero. Fu buon scrittore,
rapido e chiaro, e per le fatiche che sopportò, servendo di compagno
e da segretario di tre Ministri Generali, si meritò, e in un Capitolo
generale si decretò, che alla sua morte ciascun sacerdote dell'Ordine
celebrasse per l'anima sua una messa da morto. Morì poi l'anno del
Signore 1284. Egli era mio specialissimo amico, ed amò tanto il
Ministro Generale frate Bonaventura, che quando, dopo la morte di lui,
gli tornavano a memoria le sue graziose maniere nel conversare e i
suoi meriti letterari, per dolce commozione gli piovevan le lagrime
dagli occhi. Eppure, quando frate Bonaventura Ministro Generale
doveva predicare al clero, frate Marco gli si presentava e dicevagli:
Tu sei come un mercenario; e non ricordi che, quando l'altra volta
predicasti, non sapevi quel che ti dicessi? Ma spero che questa volta
la non anderà così: E frate Marco gli parlava in questo modo per
ispronarlo a predicar sempre meglio. Tuttavia frate Marco scriveva e
voleva aver copia di tutti i sermoni di frate Bonaventura, il quale
del resto, quando frate Marco gli parlava quel linguaggio ingiurioso,
ne godeva per cinque motivi: 1.º perchè era uomo benigno e sapiente;
2.º perchè così imitava il beato Francesco; 3.º perchè era sicuro che
frate Marco lo amava di tutto cuore; 4.º perchè quel fare gli spegnerà
ogni seme di vanagloria; 5.º perchè ne riceveva stimolo ad essere
più accurato. Degli altri compagni di frate Giovanni diremo altrove
a luogo opportuno. Così quando suonava la campanella che chiamava chi
n'era incaricato dal convento, a mondare i legumi e gli erbaggi, frate
Giovanni, anche quando era Ministro Generale, accorreva e lavorava
cogli altri frati, come ho visto co' miei occhi; e perchè io aveva
secolui famigliarità, gli diceva: Padre, voi fate quello che insegnò
il Signore in Luca 22, ecc; e rispondeva: È così che noi dobbiamo
esercitare la perfetta umiltà, e quella giustizia davanti alla quale
dobbiamo essere tutti eguali. Parimente non mancava mai nè di giorno nè
di notte all'ufficio ecclesiastico, specialmente poi al mattutino, al
vespro e alla messa conventuale; checchè il guardacoro gli accennava,
subito lo eseguiva, intonare antifone, cantare lezioni e responsorii,
e dire le messe conventuali. Nel convento di Lione, come ho veduto io,
predicò due volte ai frati nel Giovedì Santo; una volta la mattina,
e l'altra volta all'ora che gli fu prefissa, ed eranvi ad ascoltarlo
Vescovi e Ministri dell'Ordine nostro. E ciò avvenne quando Papa
Innocenzo IV risiedeva a Lione co' suoi Cardinali. Il Venerdì Santo
poi avrebbe officiato, se Guglielmo, Vescovo di Modena e Cardinale,
non si fosse offerto di fare l'officiatura, a cui, come conveniva,
cedette per gentilezza. Nel Sabato Santo il guardacoro gli accennò di
cantare l'ultima profezia e la cantò. Insomma era ricco d'ogni virtù,
e, sin anche quand'era Generale, voleva fare le parti dell'amanuense
per guadagnare di che vestirsi colle proprie mani. Ma i frati non
glielo permettevano, perchè lo vedevano occupatissimo per il regime
dell'Ordine, e quindi gli davano di buon grado tutto il necessario. Fu
eletto Ministro Generale l'anno 1247 in un Capitolo generale adunatosi
a Lione in Agosto, tempo in cui aveva ivi trasportata la sua residenza
Papa Innocenzo IV. Governò lodevolmente dieci anni l'Ordine de' frati
Minori; e anticipò l'ultimo Capitolo generale celebratosi sotto il suo
Generalato, per affrettare il giorno delle sue dimissioni, non volendo
più saperne d'essere Generale, e si tenne il giorno della Purificazione
del 1257. I Ministri, i custodi ed i deputati soprassedettero un giorno
intero senza dar corso a nessuno degli affari del Capitolo, perchè non
volevano saperne di accettare le dimissioni. Allora entrato in Capitolo
motivò, secondo che seppe meglio e volle, la sua deliberazione, e,
quelli a cui spettava l'elezione, facendo ragione alla angustia, da
cui era premuto l'animo di lui, quantunque a malincuore, gli dissero:
Padre, voi che visitaste tutti i conventi dell'Ordine, e conoscete
le virtù e le doti dei singoli frati, indicatene uno idoneo a questo
ufficio, e sia vostro successore. E subito designò frate Buonaventura
da Bagnorea; e aggiunse che uno più degno di quello non lo conosceva
in tutto l'Ordine; e per voto unanime fu eletto. Pregarono poi frate
Giovanni di tenere la presidenza del Capitolo fino alla sua chiusura,
ed accettò. Il successore frate Bonaventura resse l'Ordine diciassette
anni, e fece molto di bene. Frate Giovanni, esonerato dall'ufficio,
andò ad abitare nel romitaggio di Greccio, dove il beato Francesco,
il dì della Natività del Signore, aveva rappresentata la scena del
presepio, di che è parlato estesamente nella sua biografia. Ed ivi
frate Giovanni abitando, vennero due uccelli selvatici da una vicina
boscaglia, grossi come oche, e fecero loro nido, deposero le uova, e
covarono i pulcini sotto il tavolo che gli serviva a continuo studio,
e da lui si lasciavano senza renitenza accarezzare. Ed andato un
giorno a fargli visita un Vescovo, desiderò di avere, ed ebbe da lui
per favore, uno di que' pulcini. Inoltre una mattina frate Giovanni,
svegliato per tempissimo il suo camillo, perchè voleva dir messa,
questi rispose che s'alzerebbe subito; ma siccome si trovava ancora
mezzo tra il sonno e la veglia, di nuovo cadde in preda al sopore.
Dopo qualche tempo si risvegliò, si vergognò della sua sonnolenza, e,
accorso alla chiesa, trovò che frate Giovanni diceva messa, e aveva
un camillo in cotta, che lo serviva benissimo; e, finita la messa,
senza dir verbo si ritirarono. Nel corso della giornata però frate
Giovanni disse al suo camillo: sia tu benedetto, o figlio, perchè
oggi mi hai servito messa con tanta attenzione e devozione, che son di
credere avermi perciò Iddio conceduta la straordinaria consolazione,
che oggi ho provato nel dir messa. A cui il camillo rispose: Padre,
perdonate se quando mi chiamaste io era così vinto dal sonno che non
potei accorrere prontamente a servirvi; e quando arrivai vidi che altri
vi serviva. Eppure io so che non c'è nel convento nessun forestiero,
ed ho interrogato ad uno ad uno tutti i frati di casa se mai alcuno
di loro vi avesse servito alla messa, ed ognuno ha risposto che no.
A cui frate Giovanni rispose: Io credeva che fossi tu, ma chicchè
sia stato, sia egli benedetto, e sia benedetto il nostro Creatore in
tutti i suoi doni. Molte altre bellissime e buonissime cose vidi,
udii e conobbi di Frate Giovanni da Parma, già Ministro Generale,
degne di essere tramandato ai posteri, ma che passo in silenzio, sia
per brevità, sia perchè mi affretto a parlare d'altro, sia perchè
la Scrittura dice nell'Ecclesiastico 11. _Prima che muoia non lodare
nessun uomo_. E frate Giovanni vive tuttora, sebbene carico d'anni, ed
ora, che questi fatti affido alla carta, volge l'anno del Signore 1284,
giorno successivo alla festa dell'invenzione di S. Michele, anno IV
del Pontificato di Martino IV, indizione 12, mese di Maggio, martedì.
Il padre di frate Giovanni si chiamò Alberto Uccellatore perchè si
dilettava di andare a caccia d'uccelli, e ne faceva professione.
Dunque, come più su è stato detto, gloriandomi io in Arles, al cospetto
di frate Giovanni d'aver ricevuto la facoltà di predicare a Lione
da Papa Innocenzo IV, il mio compagno frate Giovannino dalle Olle
soggiunse: Preferirei d'averla dal Ministro Generale anzichè da un
Papa qualunque; e se è necessario passare sotto la prova di un esame,
ci esamini frate Ugo, e alludeva a quell'illustre Ugo Provenzale, che
si trovava allora nel convento di Arles in occasione dell'arrivo del
Ministro Generale, di cui era intimo amico. Ma frate Giovanni rispose:
Non permetto che vi esamini frate Ugo vostro amico, che sarebbe vosco
indulgente; chiamatemi invece il lettore e il ripetitore di questo
convento. Chiamati, accorsero, e il Generale disse loro: Ritiratevi in
disparte con questi due frati e sottoponeteli ad esame sulle materie
e sull'arte del predicare; e riferitemi se meritano di avere facoltà
di predicare. E a me la conferì, al mio compagno la negò, perchè era
ignorante. Il generale tuttavia gli disse: Ciò che si differisce, non
è perduto; studia, o figlio mio, e dammi la consolazione di prepararti
a rispondere meglio a chi ti esaminerà. In quel frattempo arrivarono
due frati Toscani; uno di Prato, frate Gherardo fratello di frate
Arlotto, ed uno da Colle[135], frate Benedetto, che andavano a studio a
Tolosa. Eglino erano allora diaconi ed erano buoni scolari, ed avevano
studiato meco più anni nel convento di Pisa. Essi, volendo partire
all'indomani, mandarono frate Marco dal Generale, di cui era compagno,
a pregarlo che volesse conferire loro la facoltà di predicare, e
di essere promossi al sacerdozio. Quella sera il Generale recitava
compieta, ed io solo era con lui quando in quel momento arrivò frate
Marco, e interruppe la nostra compieta per fare la sua ambasciata. Ma
il Generale col calore e coll'enfasi di quello spirito, che soleva
avere quando gli pareva d'essere eccitato da zelo divino, rispose
a frate Marco suo compagno: Fanno male que' frati, ed è impudenza
domandar tanto, mentre l'Apostolo dice: _Nessuno arroghi a se stesso
gli onori_. Ecco: Essi sono or or partiti dal Ministro loro, che
conosceva la loro abilità, e poteva loro conferire quanto domandano a
me; vadano dunque a Tolosa, dove sono mandati a studiare, ed imparino,
che ivi non sono necessarie le loro prediche; a tempo debito potranno
ottenere quello che desiderano. Allora frate Marco, vedendo il Generale
conturbato, diede un'altra piega al discorso e disse: Padre, dovete
credere che non eglino mi hanno mandato, ma frate Salimbene può avermi
detto ch'io parlassi a voi per loro. E il Generale di rimando: Frate
Salimbene è sempre stato quì con me a recitare compieta; quindi son
certo che non ha dato a te questa incumbenza. Si ritirò adunque frate
Marco dicendo: Così volete, così si faccia. Io mi accorsi che frate
Marco non aveva accolta con animo sereno quella risposta; e, finita
la compieta, andai per confortarlo, e mi disse: Frate Salimbene,
ha fatto male frate Giovanni a farmi diventar rosso la faccia, e
non ascoltare la mia preghiera per sì poca cosa. Anch'io fatico per
l'Ordine nostro, sono suo compagno e segretario, sebbene io mi trovi
in età avanzata. È vero che sono partiti or ora dal loro Ministro,
che li conosce a pieno, e appunto perchè li conosce buoni di indole
e di ingegno li manda a studio a Tolosa, perchè vadano poi a Parigi.
Ma questi frati gradivano più d'avere la facoltà di predicare dalla
santità e dignità di frate Giovanni, che da frate Piero da Cori[136]
loro Ministro. Volevano poi essere promossi al sacerdozio perchè la
città di Pisa, dove abitarono, da trent'anni, come sapete, è interdetta
delle ufficiature ecclesiastiche, avendo i Pisani fatto prigionieri
in mare molti Cardinali ed altri Prelati, e per giunta occupano di
forza sui monti dieci castelli del Vescovo di Lucca, ed hanno invaso
la Garfagnana contro la volontà della Chiesa. (La Garfagnana è un
territorio montano tra il Lucchese e il Lombardo). Laonde, trovandosi
eglino a Pisa, non si presero pensiero della promozione al sacerdozio;
ma ora desidererebbero d'esser fatti preti per dir messa pe' vivi e
pe' morti ed essere più utili ai frati, presso i quali si recano; e
questi giovani se lo avrebbero in tutta loro vita per un benefizio,
ed ora sarebbero riconoscenti della grazia se l'avessero conseguita;
e sallo Iddio con qual rossore sulla fronte mi presento a loro per
annunziare che sono state vane le mie preghiere. A cui io breve risposi
e dissi: Mi piacciono le tue considerazioni più che la risposta del
Generale; ma abbi pazienza, chè la pazienza per l'uomo è perfezione.
Quella sera stessa il Generale fece chiamar me e il mio compagno, e
ne disse: Figliuoli; spero di partirmi presto da voi, perchè mi sono
proposto di fare una visita ai frati della Spagna. Perciò sceglietevi
un convento, qualunque esso sia fra tutti quelli dell'Ordine, ove vi
piaccia andare, eccetto però quello di Parigi, e là vi manderò; avete
tempo tutta notte a pensare, a scegliere, a deliberare; domani me
ne farete cenno. E l'indomani al primo incontrarci, ne disse: Quale
deliberazione avete presa? quale scelta avete fatto? A cui io risposi:
Nulla deliberammo a proposito della scelta d'un convento ove andare
per non essere noi stessi la causa del nostro dolore; ci rimettiamo al
vostro volere; mandatene ove a voi piace, e noi obbediremo. Accolta
per virtuosa la nostra risposta, ne soggiunse: Andatene ve dunque al
convento di Genova, ove vi troverete in compagnia di frate Stefano
Inglese, che manderò colà. Intanto scriverò al Ministro e a que' frati,
che vi usino que' riguardi che userebbero a me stesso; e che tu, frate
Salimbene, sia promosso al sacerdozio, e il tuo compagno Giovannino
al diaconato. E quando verrò là, se vi troverò contenti, n'avrò tanta
consolazione, se no, troverò modo di contentarvi; e tutto fu fatto.
Poi quel giorno stesso il Generale disse a frate Ugo amico suo: Che ne
dite, frate Ugo? Dobbiamo andarcene insieme in Ispagna per adempire il
consiglio dell'Apostolo? E frate Ugo rispose; Anderete voi, Padre; io
desidero chiudere i miei giorni nella terra de' padri miei. E subito
lo accompagnammo alla barca che l'aspettava sul Rodano. Era la festa
di S. Michele, dopo nona, e, datone l'addio, si mosse per arrivare in
giornata a S. Egidio. Noi per mare andammo a Marsiglia, ove trovammo
frate Stefano Inglese, che mi pregò di dire al Guardiano che per la
festa del beato Francesco avrebbe predicato volentieri al clero e ai
frati. Ma il Guardiano rispose che l'avrebbe udito di molto buon grado,
se non avesse temuto di fare uno sfregio al Vescovo, che doveva andare
a rendere quella festa più solenne del solito. Passata la solennità
del beato Francesco, prendemmo il mare e andammo a Jeres, al convento
di frate Ugo; e frate Stefano, che non potè trovare imbarco col suo
compagno s'avviò per terra al convento di Genova. Io poi ed il mio
compagno facemmo sosta a Jeres per godere la compagnia di frate Ugo,
dalla festa del beato Francesco sino al giorno d'Ognissanti. Ed io
era ben lieto dell'occasione di starmi in conversazione di frate Ugo,
col quale tutta la giornata si parlava della dottrina dell'Abbate
Gioachimo. Perocchè egli ne possedeva tutte le opere pubblicate, era
uno de' suoi più caldi seguaci, uno de' chierici più illustri del mondo
per scienza e santità incomparabile. Tuttavia io era in dispiacere
perchè il mio compagno era malato morto e non voleva aversi riguardi,
e per l'una parte l'inverno rendeva più difficile la navigazione, e
per l'altra, quell'anno, il soggiorno di Jeres era malsano pel vento
marino, ed anch'io, non malato, appena poteva respirare di notte,
anche stando all'aperto. Ma la notte si udivano lupi a torme ululare,
e li ho uditi più volte; perciò dissi al mio compagno, che era un
giovane sempre inchiodato nelle sue idee: Tu non vuoi averti riguardi
da ciò che ti fa male, e sempre fai ricadute. Io riconosco questo
paese molto insalubre, e non vorrei morire ora, perchè vorrei arrivare
a vedere le cose che predice frate Ugo. Perciò sappi che, se trovo
tra' nostri frati una compagnia che mi garbi, partirommi con quella.
Allora rispose: Mi piace la proposta, verrò anch'io con te; ma si
arrese perchè sperava che nessun frate fosse per mettersi in viaggio
con noi. Quand'ecco, per grazia di Dio, subito presentarsi un certo
frate Ponzio, sant'uomo, che aveva dimorato con noi nel convento di
Aix, ed andava a Nizza, del cui convento era stato eletto Guardiano.
Quando ci vide, mostrossi tutto festoso, e gli dissi: Vogliamo venir
con voi, giacchè noi dobbiamo andare a Genova. Egli se ne mostrò molto
lieto, e disse: Vado subito a procurarmi un imbarco. L'indomani, dopo
il pranzo, ci recammo alla nave, che era distante dal convento dei
frati un miglio. Ma il mio compagno non voleva seguirmi. Veduto però
ch'io assolutamente partiva, si licenziò dal Guardiano del convento, e,
dopo noi, si mise in via. E dandogli io la mano per aiutarlo a salire
a bordo, si trasse indietro, come io gli facessi orrore, e disse:
Non sia che tu mi tocchi, tu che non mi hai serbata nè fede, nè buona
compagnia. Ed io di rimando: Miserabile, sii riconoscente alla bontà
di Dio verso di te, la quale mi ha rivelato che se tu fossi rimaso qui,
ne saresti morto. Ma egli era tanto protervo che non aggiustò fede alle
mie parole finchè il morbo colla sua gravità non glielo fece intendere.
Difatto tutto l'inverno non potè liberarsi dalla malattia, che aveva
contratta in Provenza. .... e mi imbarcai il giorno di S. Mattia, e, da
Genova al convento di frate Ugo, navigai quattro giorni; e trovai morti
e sepolti sei frati di quel convento; primo de' quali il Guardiano,
che aveva accompagnato alla nave il mio compagno; un altro fu frate
Guglielmo da Pertuis[137], eccellente predicatore, che una volta
aveva soggiornato nel convento di Parma, ed altri quattro che non è
necessario nominare. Quando poi, al mio ritorno al convento di Genova,
dissi al mio compagno che erano morti i suddetti frati, mi rese molte
grazie d'averlo tratto dalle fauci della morte. Finalmente guarì, e
dopo alcuni anni andò in una provincia d'oltremare, (quell'anno in cui
per la seconda volta partì per una crociata il Re di Francia) e andò a
Tunisi, ove fu fatto custode, e, come custode, venne poi ad un Capitolo
generale celebratosi ad Assisi, in cui fu creato Ministro Generale
frate Bonagrazia, e fu distribuita ai frati una chiosa della Regola.
E avendo poi i cristiani che erano in Egitto prigionieri dei Saraceni
mandato a pregare Papa Nicolò III che per amore di Dio inviasse loro un
buono ed adatto sacerdote, a cui potere confidenzialmente confessare
i proprii peccati, il Papa incaricò il Ministro Generale di designare
un frate, ed il Generale Bonagrazia volle che quel sunnominato mio
compagno, in virtù di salutare obbedienza, e per la remissione di
tutti i suoi peccati, andasse dai prigionieri cristiani, che erano in
Egitto. Egli poi ottenne dal Ministro Bonagrazia di poter venire al
primo Capitolo generale, e poscia andare nella provincia di Bologna,
alla quale a principio apparteneva. Ed ogni cosa fu fatta a dovere.
Perocchè e per opera sua e coll'aiuto d'altri ne venne molto di bene
a quei cristiani. E vide il rinoceronte, e la vigna del balsamo, e
portò manna in un vaso di vetro, ed acqua della fontana di S. Maria,
senza la cui irrigazione la vigna del balsamo non può fruttare, e portò
seco pezzi del legno del balsamo, e molte altre cose nuove per noi,
e le faceva vedere ai frati; e riferiva come i prigionieri cristiani
erano trattati dai Saraceni, i quali li fanno scavare le fosse de'
loro castelli, e asportarne la terra in corbelli, e non si danno loro
che tre piccoli pani per testa al giorno. Dopo dunque che fu celebrato
il primo Capitolo generale in Alemagna, a Strasbourg, al quale egli
era intervenuto, fu colto da morte nel primo convento che trovò sulla
via del suo ritorno presso Strasbourg, e rifulse per miracoli che
operò. Tale era frate Giovannino dalle Olle di Parma, che appartenne
alla provincia di Romagna, ossia dell'Esarcato Greco, alla provincia
di Bologna, e alla provincia di Terra Santa; e fu mio compagno in
Francia, in Borgogna, in Provenza e nel convento di Genova; scrittore
buono, buon cantore, buon predicatore, buono, onesto ed utile uomo, la
cui anima riposi in pace. Nel convento ove morì v'era un frate minore
malato di malattia incurabile, per quel che ne san fare i medici, il
quale si diede a pregare Iddio affinchè per amore di frate Giovannino
volesse concedergli piena salute, e subito guarì. Ho udito raccontarlo
da frate Paganino da Ferrara, che era presente. Trovandomi io adunque
con lui e con frate Ponzio, nuovo Guardiano di Nizza, quel giorno
stesso che lasciammo frate Ugo e Jeres, approdammo a Nizza, che è città
sul mare; e vedemmo ed imparammo a conoscere frate Simone Pugliese
da Montesarchio[138], che era procuratore dell'Ordine alla Corte
pontificia, che allora aveva residenza a Lione. Egli voleva andare a
Genova ed aspettava al lido in compagnia del refettoriere di Lione, se
mai potessero trovare una nave a loro conveniente, e dissi loro: Noi
la nostra nave l'abbiamo già noleggiata, e domani prenderemo il mare.
Ed eglino se ne congratularono con noi. Tutta la giornata seguente
e tutta la notte si navigò, e al primo mattino si entrò in porto a
Genova, che è presso il mare, ed era una domenica. I frati, quando
ci videro, ne fecero i loro rallegramenti, e mostrarono di gradire il
nostro arrivo; ma in ispecie frate Stefano Inglese, che era lettore,
cui poscia il Ministro Generale mandò a Roma, come gli aveva promesso,
e vi fu lettore, e vi morì col suo compagno frate Iocelino, dopo che
ebbero appagato il loro desiderio di vedere la città eterna co' suoi
santuarii; e allora era Ministro di quella provincia frate Giacomo
da Iseo[139]. Nel convento di Genova, quando vi arrivai, c'era anche
frate Taddeo Romano, già canonico di S. Pietro di Roma; era vecchio,
vecchissimo, e dai frati stimato per santo. Altrettanto è da dire di
frate Marzio da Milano, che era stato Ministro, e di frate Rabuino di
Asti. Questi era stato Ministro della provincia di Terra di Lavoro e
della provincia della Marca di Treviso, ed aveva soggiornato a lungo
con frate Giovanni da Parma nel convento di Napoli. Nel Capitolo di
Lione si adoperò a far nominare Generale frate Giovanni da Parma,
sollecitandone i frati; e Iddio appagò il suo desiderio. Trovai pure
a Genova frate Bartolino custode del convento, che poi fu Ministro;
frate Pentecoste, santo uomo; e frate Matteo da Cremona, anch'egli
un santo; i quali tutti ne usarono gentilezze e carità. Il Guardiano
poi diede a me due tonache, una più fina, l'altra meno, ed altre due
parimente ne diede al mio compagno. Il Ministro, frate Nantelmo da
Milano, che era stato lettore, uomo santo e consacrato a Dio, disse
che m'avrebbe procurato qualunque piacere e grazia gli avessi mostrato
di desiderare, e delegò frate Guglielmo Piemontese suo compagno,
uomo valente in letteratura e santo, ad insegnarmi a dir messa ed a
cantare. Tutti costoro salirono già da questo mondo al Padre eterno; e
i loro nomi sono scritti nel libro della vita; chè buona e lodatissima
fu sempre la loro condotta. Non ho mai visto uomo che, più di frate
Nantelmo Ministro di Genova, si assomigliasse a frate Vitale Ministro
di Bologna, sia nella persona che nel carattere, ne' costumi, in tutto;
ed era molto nella grazia di frate Giovanni da Parma. In questo anno
1248 era a Genova un Vescovo di Corsica, che era stato monaco nero
dell'Ordine di S. Benedetto, piacentino per padre, e parmigiano per
madre, la quale era della famiglia degli Scarpa. Rè Enzo, o Federico
suo padre ex Imperatore, lo aveva fatto espellere dalla Corsica, che
è vicina alla Sardegna, in odio alla Chiesa, e dimorava a Genova,
ed era ridotto a fare l'amanuense per guadagnarsi il vitto, e ogni
dì veniva alla messa dei frati Minori, e dopo andava in iscuola ad
ascoltare la lezione di frate Stefano Inglese. E causa dell'espulsione
fu che l'Imperatore Federico aveva dato ad Enzo od Enrico, suo figlio
illegittimo, una donna Sarda in moglie, che si chiamava Donzella.
Questo Vescovo adunque mi consacrò Sacerdote nella chiesa di S.
Onorato, che ora è annessa al convento de' frati Minori di Genova,
ma allora non apparteneva ai frati; chè quantunque fosse eretta su di
un'area che era di proprietà dei frati, pure l'aveva occupata un prete
e la teneva senza che avesse parrocchiani. Quando i frati si coricavano
nelle loro celle dopo il mattutino per riposare, quel buon uomo, colle
sue campane, non li lasciava posare; ed ogni notte era di quella. Per
cui i frati del convento di Genova seccati troppo, si adoperarono
presso Papa Alessandro IV per avere quella chiesa, e la ebbero. Ma
quando Papa Alessandro canonizzò S.ª Chiara, nella celebrazione della
prima messa di detta Santa, recitatane l'orazione, gli si avvicinò
quel sacerdote e disse: Per amore della beata Chiara, Padre, vi prego
di non privarmi della chiesa di S. Onorato. E il Papa, toltegli dalla
bocca le parole, in suo dialetto cominciò a dire ripetutamente: Per
amore di S.ª Chiara voglio che la abbiano i frati; e lo ridisse tante
volte che pareva quasi un pazzarello; e quel prete, udendo quella
risposta e in tal modo data, sospirò e partissene. Nel tempo in cui
io abitai a Genova, eravi pure un Arcivescovo, basso di persona, molto
vecchio e avaro, e sul conto suo correvano anche altre sinistre voci;
si diceva cioè che non fosse in tutto cattolico. Egli un giorno convocò
nel suo palazzo il clero regolare e secolare, quasi volesse fare un
sinodo, ma lo scopo vero era quello di ascoltare, come desiderava,
un'orazione di frate Stefano Inglese dell'Ordine de' Minori, poichè
l'aveva sentito lodare altamente per celebre oratore ed illustre
chierico. Vi fui anch'io, e riferisco quanto ho udito. Primo fu egli
a predicare; dopo di lui non permise che altri parlasse tranne frate
Stefano, il cui sermone magnificò con lodi. Encomiò frate Stefano anche
per la sua scienza, bontà, onestà e santità di vita, aggiungendo che un
chierico tanto illustre aveva onorato assai la città di Genova venendo
dall'Inghilterra in Italia, e che, se egli fosse stato ancor giovane,
avrebbe volentieri, ogni volta che l'avesse potuto, assistito nella
scuola alle lezioni di lui. Poi fece i suoi elogi al Vescovo di Corsica
come religioso, e santa ed onorata persona, e come distintamente abile
a leggere, scrivere, porre in carta le note musicali, cantare, e come
rispettabile per ogni maniera di virtù; ed aggiunse che era povero,
perchè l'Imperatore lo aveva cacciato dal suo episcopio, e raccomandò
a tutti che lo aiutassero in ogni possibile maniera. Vi fu chi osservò
che l'Arcivescovo con questa raccomandazione fece vergogna a sè stesso,
perchè egli doveva soccorrere un Vescovo bisognoso tenerlo presso
di sè nella sua Corte, e n'avrebbe avuto merito, premio ed onore. Ma
Seneca dice: _L'avarizia del vecchio è simile ad un mostro._ Parimente
Marziale Coco dice:
_Miramur iuvenes largos, vetulosque tenaces;_
_Illis cum multum; his breve restat iter._
È un fatto in vero sovra ogni altro strano
Che scialacqui il garzon lunge da morte,
E ammassi poi con appetito insano
Chi già del cimiter bussa alle porte.