Nè alcunchè di buono so vedere negli apostoli di Segalello tranne

la foggia esteriore dell'abito, che sembrano portare uniforme a

quello degli Apostoli, secondo la tradizione che i pittori, da

Cristo sino a noi, hanno mantenuta viva, rappresentando sempre

gli Apostoli del Nazareno co' capelli lunghi, con barba intonsa,

e mantello avvolto attorno alle spalle. Poi di buono si può notare

in loro che cominciarono a comparire circa l'anno 1260, quando in

Italia ebbe luogo la divozione delle flagellazioni, anno, in cui,

al dire de' Gioachimiti, cominciò il regno dello Spirito Santo, che

nel terzo stadio del mondo, per mezzo de' monaci, doveva raffigurare

una specie particolare di mistero, come in seguito spiegheremo più

diffusamente[130]. Mi fa meraviglia però che l'Abbate Gioachimo non

abbia fatta, da quanto pare, menzione alcuna di questi apostoli ne'

suoi scritti, come fece dell'Ordine de' frati Minori e de' Predicatori,

che, deducendolo da molti simboli del Vecchio Testamento, predisse,

molto prima che sorgesse, la istituzione de' loro Ordini; come più

volte, e chiaramente, dimostrai in questa cronaca, e in un'altra, e in

una terza, e in una quarta, non che in un trattato che scrissi sopra

Eliseo. Laonde la istituzione di questi apostoli mi diventa molto

sospetta e spregevole; chè se fossero stati mandati da Dio, l'Abbate

Gioachimo ne avrebbe sicuramente parlato. Perocchè nel libro _Delle

figure_, come ho letto assai volte, designa come futuri sette Ordini

dopo la venuta dell'Anticristo, de' quali niuno è apparso ancora

al mondo; e si riconoscerebbe facilmente, perchè egli ce ne dipinge

il modo di vestire, di conversare, e di digiunare. Ma ritorniamo a

frate Ugo Provenzale dell'Ordine dei Minori, uno dei più illustri

chierici del mondo, tutto dedito alle cose dello spirito, predicatore

famoso, Gioachimita fanatico, e così seguitiamo quello che resta da

dirne. L'anno 1248 trovandomi io in Provenza a Castel Jeres, ove i

Saccati esordirono la loro costituzione, e dove soggiornava frate Ugo,

imparai da lui tutto quello che egli sapeva dell'interpretazione fatta

dall'Abbate Gioachimo sui quattro Evangelisti, e dopo andai ad Aix,

ove dimorai nel convento de' frati Minori, e scrissi coll'aiuto del

mio compagno l'esposizione della dottrina dell'Abbate Gioachimo per

il Ministro Generale frate Giovanni da Parma, Gioachimita anch'esso

passionatissimo. Aix è città arcivescovile, sanissima, molto fertile di

frumento, a quindici miglia da Marsiglia, ove fu primo Arcivescovo S.

Massimino, uno de' settantadue discepoli di Cristo. Qui condusse seco

Marta e Maria Maddalena e Lazzaro, quando fu di ritorno da oltremare

espulso dai Giudei in odio a Cristo, e posto su d'una nave senza vele

e senza remi. Ma per volere divino approdarono a Marsiglia, dove in

seguito, Lazzaro, ch'era risuscitato da morte per miracolo di Dio, fu

fatto Vescovo, e scrisse un libro intorno alle _Pene dell'inferno_,

quali egli le aveva vedute coi propri occhi; ma quando io andai a

Marsiglia e cercai di quel libro, seppi che per incuria del custode

della chiesa era restato preda di un incendio. Parimente S. Massimino

aveva condotto seco il beato Cedonico, che era un cieco nato, a cui

Iddio aveva dato la vista, onde i discepoli dissero a Gesù Cristo:

_Maestro, chi peccò, costui o i suoi genitori, onde nacque cieco?_

Aveva anche Massimino in sua compagnia Marcella, fantesca di Marta,

che fu la donna, che quando Gesù predicava, sclamò in mezzo al popolo

affollato: _Beato il ventre_ ecc. Questa Marcella, fantesca di Marta,

ne scrisse poi la vita, e andata a Vienna, vi predicò il Vangelo

di Cristo, e volò alla pace eterna dieci anni dopo che Marta s'era

addormentata nel Signore. Nella città di Aix ebbe sede, il più del

suo tempo, il Conte di Provenza, padre della Regina d'Inghilterra, e

della Regina di Francia, moglie di Lodovico, che andò oltremare due

volte; e vi dimorava, tanto perchè la città era sanissima, quanto per

devozione a San Massimino, che n'era stato il primo Arcivescovo. Quivi

il Conte morì, e fu sepolto fuori di città in una piccola chiesetta,

e deposto in un bellissimo e magnifico sarcofago, ch'io ho visto co'

miei occhi, fatto fare da sua figlia la Regina di Francia. Desiderava

vivamente d'essere sepolto nella chiesa de' frati Minori; ma i frati

non consentirono, perchè in quel tempo non ammettevano nella loro

chiesa sepoltura d'estranei all'Ordine, sia per evitare i disturbi,

sia per non avere controversie col clero secolare. E per questi motivi

non vollero sepolta in una loro chiesa nemmeno S. Elisabetta. Avendo

io dunque terminato di scrivere il lavoro che aveva intrapreso, e

che aveva durato sette mesi di fatica, sopravvenne il settembre,

circa il giorno dell'Esaltazione della Croce, quando frate Raimondo

Ministro Provinciale di Provenza, mi scrisse di andare ad incontrare

il Ministro Generale, che veniva di Francia dopo avere visitato

l'Inghilterra, la Francia e la Borgogna, e voleva anche fare una

visita in Ispagna. Lo stesso invito ricevette per lettera anche frate

Ugo, e lo trovammo a Tarascon, ove è il corpo di S. Marta, ed ove la

Contessa madre della Regina di Francia e della Regina d'Inghilterra

soleva per lo più dimorare. E andammo col Ministro Generale a visitare

il corpo di S. Marta, ed eravamo dodici frati oltre il Generale; ed i

Canonici ci offersero a baciare un braccio della Santa. Operandosi a

quella tomba in antico moltissimi miracoli, Clodoveo Re dei Franchi,

fattosi cristiano per battesimo ricevuto da San Remigio, una volta che

soffriva di grave mal di reni venne alla tomba della Santa, e ne guarì

completamente; epperciò ne dotò la chiesa di tre miglia di terreno

all'ingiro, di quà e di là dal Rodano, donando tutto, terre, ville e

castella, e rese quel territorio libero ed indipendente. Nel convento

de' frati Minori di questo castello, una sera, dopo che si era recitata

compieta coll'intervento del Generale, e che erano già stati in quella

casa designati i letti a tutti per dormire, compreso il Generale

stesso, questi uscì per andare a pregare nel chiostro. Intanto i frati

forestieri, per rispetto, si astennero dall'andare a letto, aspettando

che prima ritornasse e si coricasse il Generale. Ma io, accortomi

della loro irrequietudine pel troppo ritardo, e de' loro brontolamenti,

perchè avevano bisogno di riposare, e anche coricandosi non avrebbero

potuto dormire perchè i locali, in aspettazione del Generale, erano

illuminati da un cero, andai dal Generale, che era mio famigliare

ed intimo amico, e inoltre mio concittadino e parente dei parenti, e

lo trovai nel chiostro che pregava, e gli dissi: Padre, i forestieri

stanchi dalla fatica del viaggio avrebbero bisogno di riposare, ma per

rispetto vostro non vogliono coricarsi ne' letti loro, se prima voi

non v'adagiate nel vostro. Ed egli rispose: Va a dir loro da parte mia

che se ne dormano pure colla benedizione di Dio; e così fecero. Ma a

me parve volere la convenienza di aspettare il Generale per indicargli

il suo letto; e, ritornato egli dalla preghiera, gli dissi: Padre,

questo è il vostro letto, che per voi è stato allestito. E dissemi:

Figlio, in questo letto che mi additi, potrebbe dormire un Papa; frate

Giovanni da Parma non dormirà punto in questo letto, e si coricò in

quello ch'era stato designato per me. Allora io ripigliai: Padre, ve lo

perdoni Iddio, che mi toglieste quel letto dove sperava di dormire io,

perchè era stato assegnato a me. Ed egli di rimando: Dormi, dormi tu in

quel letto papale. Ed avendolo io a sua imitazione ricusato, conchiuse:

Voglio che tu ti corichi lì, e te lo comando; e mi convenne obbedire.

All'indomani arrivò il Guardiano di Beaucaire, che abitava sull'altra

sponda del Rodano in Beaucaire, nobilissimo castello, pregando il

Generale di andare, quando fosse spedito da Tarascon, a visitare con

tutto il suo seguito que' suoi figli che abitavano a Beaucaire. E

così fece. Intanto che eravamo là, arrivarono dall'Inghilterra due

frati, cioè frate Stefano lettore, che ancor garzoncello era entrato

nell'Ordine del beato Francesco, ed era bell'uomo, tutto consacrato

alle cose spirituali, letterato, prudentissimo ne' consigli, sempre

pronto a predicare al clero, ed aveva bonissimi scritti di frate Adamo

da Marisco, di cui col mezzo del detto Stefano, potei udire una lezione

sul Genesi. A costui frate Giovanni da Parma aveva promesso che,

terminata la visita dell'Inghilterra, l'avrebbe per sua consolazione

mandato lettore a Roma. Il suo compagno era un altro Inglese, frate

Iocelino, bell'uomo anch'esso, letterato e tutto dedito alle cose

dello spirito. Poi arrivarono altri due frati a pregare il Generale

che provvedesse il convento di Genova di un dotto lettore. I frati

venuti da Genova erano frate Enrico di Bobbio cantore del convento

di Genova, e da madre, zio di frate Guglielmo, che fu poi lettore

e Ministro; dell'altro non mi ricorda il nome. Eglino caldamente

pregarono il Generale che per amore di Dio esaudisse i frati del

convento di Genova, non che frate Nantelino loro Ministro Provinciale.

E subito il Generale, che sapeva in poco tempo spedir molte cose,

che era uomo pieno di senno, e aveva sempre in pronto un giudizio

pesato, disse a frate Stefano: Ecco una lettera, colla quale i frati

del convento di Genova mi supplicano di provvedere loro un dotto

lettore; se vi piacesse di andare lettore colà, se l'avrebbero per

un regalo; io poi, quando verrò là, vi manderò a Roma. A cui frate

Stefano rispose: Di buon grado e con mia consolazione sono pronto ad

obbedirvi. E il Generale di rimando: Sia tu benedetto o figlio; hai

fatto buona risposta. Andrai dunque con questi frati, che ti avranno

per molto raccomandato; e così fu. Dopo ciò lasciammo Beaucaire,

discendemmo pel Rodano ad Arles, che è poco lontana da Tarascon; e

que' frati si rallegrarono dell'arrivo del Generale, perchè era uomo

molto esemplare ed edificante. Un giorno trovandosi il Generale da

solo, mi appressai a lui, ed ecco sorvenire il mio compagno, frate

Giovannino dalle Olle Parmigiano, e dire al Ministro: Padre, fate

in modo che io e frate Salimbene possiamo avere l'aureola. A questa

domanda il Generale si mise a ridere, e disse al mio compagno: E come

posso fare che abbiate l'aureola? E frate Giovannino rispose; Dando a

noi l'ufficio di predicatori. Allora frate Giovanni Ministro Generale

soggiunse recisamente. Foste anche miei fratelli, non l'avreste

giammai senza prova d'esame. A questo punto presi la parola, e in

presenza del Ministro dissi al mio compagno: Vanne, vanne colla tua

aureola; io l'ebbi già l'ufficio di predicatore l'anno passato a Lione

da Innocenzo IV; e lo dovrei riavere ora da frate Giovannino da S.

Lazzaro?[131]. Mi basta averlo ricevuto da chi aveva l'autorità suprema

di conferirmelo. Or debbo dire che frate Giovanni si chiamava maestro

Giovannino quando da secolare insegnava logica, e si appellava anche

da S. Lazzaro, perchè da bambino fu allevato in una casa posta in S.

Lazzaro, presso Parma, da uno zio paterno, che era sacerdote, ed era

custode di un Oratorio di S. Lazzaro, e che a sue spese mantenne a

studio questo nipote. Ma accadde che questo ragazzo si malò a morte,

come ne pareva a quelli che l'assistevano; ed un giorno, confortatosi

in Dio, disse a udita dei presenti: _Il Signore mi ha colpito col suo

castigo, e non mi ha messo nelle mani della morte; no, non morrò,

ma camperò e narrerò le opere del Signore_. Ciò detto, tosto il

fanciullo si alzò sano, e cominciò a studiare con grande ardore, e

camminò fortissimamente nelle vie del Signore, finchè si fece frate

Minore; e da allora crebbe sempre maggiormente di virtù in virtù,

e ogni dì più si fortificava nella pienezza della sapienza e della

grazia di Dio. Era di statura mezzana, che tenea però più al basso

che all'alto; aveva belle forme in tutto il corpo, ben complesso,

sano e forte a sostenere le fatiche de' viaggi e dello studio; aveva

volto grazioso, angelico, sempre giocondo; carattere largo, liberale,

cortese, caritatevole, umile, mansueto, benigno, paziente, divoto

a Dio, sempre in preghiere, pio, clemente, compassionevole. Diceva

messa ogni dì, e tanto divotamente, che coloro che l'ascoltavano ne

ricevevano sempre qualche grazia. Predicava così bene e con tanto fuoco

sì al clero che al popolo che in molti dell'uditorio, e l'ho visto io

più volte, provocava le lagrime; aveva la parola facondissima, sempre

giusta; possedeva scienza profonda, giacchè era buon grammatico, e

nel secolo, era stato distinto maestro di logica, e nell'Ordine de'

frati Minori, teologo e dissertatore insigne. Insegnò sentenze a

Parigi, e fu molti anni lettore nel convento di Bologna e di Napoli.

Quando passava da Roma i frati lo facevano ogni volta o predicare,

o disputare davanti ai Cardinali, perchè era da loro riputato gran

filosofo. Era specchio ed esempio a quanti lo guardavano, perchè

tutta la sua vita splendeva come un luminare di onestà, di santità,

di buoni, anzi perfetti costumi. Caro a Dio e agli uomini conosceva

bene la musica, e cantava benissimo. Non ho mai visto un tanto rapido

scrittore, e così bello scultore della verità, e con un carattere

facilissimo a leggersi. Quando n'aveva impegno, fu nelle sue lettere

nobilissimo modello di stile forbito e sentenzioso. Fu il primo

Ministro Generale, che cominciò a girare attorno per visitare tutte

le provincie dell'Ordine; cosa per lo innanzi insolita, tranne che

frate Aimone una volta andò in Inghilterra, d'onde era nativo. E

quando frate Buonagrazia volle pure visitare tutto l'Ordine, seguendo

l'esempio di frate Giovanni da Parma, non potè durarne la fatica, e

prima della fine del quarto mese del suo ministero, malatosi a morte,

cessò di vivere in Avignone. Con pure frate Giovanni da Parma fu il

primo Ministro Generale, che ammettesse i devoti e le devote dei frati

Minori ai benefici dell'Ordine, rilasciando loro lettere segnate dal

suo sigillo di Generale, per le quali molti si fecero devoti a Dio e

all'Ordine del beato Francesco; e forse questa concessione servì a loro

come occasione di abbandonare il peccato, e di convertirsi a Dio, tanto

per effetto della loro devozione, quanto anche delle preghiere che i

frati facevano per loro; perocchè come dice Agostino: _È impossibile

che non siano esaudite le preghiere dei molti_. La lettera, che loro

dava era la seguente, colla sola differenza del nome delle persone:

«Ai dilettissimi in Cristo amici e divoti dei frati Minori Giacomo

dei Bussoli, donna Mabilia sua moglie, nonchè ad Angelica amatissima

loro figlia, frate Giovanni Ministro Generale e servo dell'Ordine

de' Minori augura salute e pace sempiterna in Dio. Accogliendo con

sincero affetto di carità la divozione che avete all'Ordine nostro, e

che conobbi per mezzo di una pia relazione de' frati, e desiderando

di ricambiarvi dell'amore vostro verso di noi, io vi ammetto a

partecipare di tutti i singoli suffragi della nostra Religione tanto

in vita che in morte, e in virtù della presente lettera, vi concedo la

compartecipazione piena a tutti i beni, che la clemenza del Redentore

si degnerà di operare per mezzo de' nostri frati in qualunque parte

del mondo sia che dimorino. Iddio vi conservi sempre sani. Data

a Ferrara 6 settembre 1254». E si noti che non voleva rilasciare

questa lettera se non a chi la domandava, e a chi domandandola, fosse

riconosciuto veramente divoto a Dio, o uno de' principali benefattori

dell'Ordine, o che almeno avesse disposizione a diventarlo. Frate

Giovanni da Parma diede anche licenza a frate Bonaventura da Bagnorea

di far scuola a Parigi, quantunque non l'avesse mai fatta altrove,

perchè era semplice baccelliere, non per anco dottore. E fu allora

che frate Bonaventura scrisse le sue lezioni sul Vangelo di S. Luca,

che sono bellissime e sapientissime; e compose quattro libri sopra _Le

Sentenze_, che anche oggi sono riputati di singolare utilità (volgeva

allora l'anno 1248, ed ora corre l'anno 1284); dettò eziandio in

seguito molti altri libri, che vanno per le mani di molte persone. E

quando maestro Guglielmo da Santo Amore provocò l'ira dell'Università

di Parigi contro l'Ordine de' Frati Minori e de' Predicatori, frate

Giovanni da Parma Ministro Generale, convocata l'Università a piena

adunanza, parlò agli scolari e ai Professori, e, tenuto loro uno

splendidissimo sermone utile e divoto, in fine disse: «Questi, che è

il Re dei Re, è il celeste agricoltore; il suo giardino è la Chiesa,

o la Religione del beato Francesco. Ricevette da voi il seme di una

pianta, perchè voi siete maestri e padroni nostri, e da voi imparammo

la scienza, e noi dì e notte ve ne ricambiamo il beneficio, e siamo

pronti a ricambiarvene sempre, sia pregando per voi, sia predicando,

sia curando in ogni maniera l'utilità delle anime vostre. Laonde se

volete pure schiantarla questa vostra pianta, schiantatela pure, se

per avventura non si opponga colui che dice ecc. Io sono il Ministro

Generale de' frati Minori, sebbene indegno, impari all'altezza di tanto

ufficio, e mio malgrado. Voi siete i padroni e maestri nostri. Noi

vostri servi, figli e discepoli; e se qualche cosa sappiamo, a voi ne

dobbiamo riconoscenza. Eccoci: Io sottopongo me stesso, e questi frati

miei dipendenti, alla vostra disciplina e al castigo, che ne vorrete

infliggere. Eccoci, siamo nelle vostre mani; fate di noi quel che ve ne

pare buono e giusto». Udite queste parole, tutti le accolsero bene e

le acclamarono, e si calmò quello spirito, che s'era sollevato contro

i frati; e si alzò uno che aveva ufficio di rispondere per tutti, e

disse al Ministro Generale: Benedetto che tu sia, e benedetto che sia

la tua eloquenza. La Religione del beato Francesco, che è professata

dai frati Minori, è buon seme seminato nel campo della Chiesa. È

maligno uomo chiunque s'adopera a distruggere questa Religione; come

fece frate Guglielmo da Santo Amore, che scrisse un opuscolo, in cui

sosteneva che tutti i religiosi e i predicatori della parola di Dio,

che vivono accattando limosina, non possono salvarsi, e distolse

molti dall'entrare nell'Ordine de' frati Minori e de' Predicatori.

Ma in seguito Papa Alessandro IV ne riprovò e condannò l'opuscolo;

e S. Lodovico Re di Francia, di buona memoria, fece irrevocabilmente

espellere da Parigi Guglielmo da Santo Amore, perchè seminò la calunnia

sopra gli innocenti. Tutte le suddescritte cose io le ho sapute da

maestro Benedetto di Faenza, dottore di scienze fisiche, che era

presente, e le ebbe udite, perchè si trovava a Parigi, ove fu molti

anni a studio, e amava e lodava frate Giovanni da Parma. Altra volta i

Ministri e i custodi adunati in Capitolo generale a Metz, proposero a

frate Giovanni di riformare la loro Regola aggiungendo nuovi articoli

allo Statuto. E frate Giovanni rispose loro: Non moltiplichiamo gli

articoli della nostra Costituzione, ma osserviamo piuttosto fedelmente

quelli che vi sono. Sappiate che i poveri fraticelli si lamentano

della moltiplicità delle vostre leggi, che imponete loro sul collo;

ma voi, che le fate, non le volete osservare, ed essi guardano più

alle opere che alle parole dei Superiori. Vi sia maestra la storia,

nella quale non si legge mai che Giulio Cesare abbia detto alle sue

legioni: Andate, pugnate: ma diceva: Andiamo e combattiamo. Quindi,

decamparono in questo Capitolo dalle proposte riforme. Tuttavia

frate Giovanni Ministro Generale scrisse una circolare che inviò ad

ogni convento dell'Ordine, colla quale comandava che tutti i frati

uniformemente adempiessero agli uffici ecclesiastici secondo la

rubrica dell'Ordinario; il che prima non si faceva; perchè se avevano

nel convento di buon mattino qualche messa da morto, in alcuni luoghi

s'accontentavan di quella; e l'altra che correva in quel giorno, fosse

pur anche della domenica, o di altra festa, la rimandavano sino a

circa l'ora di terza; e molte altre cose si facevano, come ho visto coi

miei occhi, or contro la rubrica, ora estranee alla rubrica stessa; le

quali per opera del Padre nostro Ministro Generale frate Giovanni da

Parma sono state in meglio riformate. Egli, a cagione della dottrina

dell'Abbate Gioachimo, alla quale era troppo attaccato, venne in odio

a certi Ministri, a Papa Alessandro IV, e a Papa Nicolò III; i quali

Papi, quand'eran Cardinali furono governatori, protettori e censori

dell'Ordine, e allora lo amavano come sè stessi per la sua scienza

e santità di vita. Onde, dopo lungo tempo, Giovanni Gaetani, che era

Papa Nicolò III, lo prese per mano un giorno, e conducendolo qua e là

per le sale del palazzo, gli disse: Essendo tu uomo di gran senno,

non sarebbe meglio per te e per l'Ordine a cui appartieni, che tu

fossi qui con noi a Corte, anzichè seguire la dottrina degli stolti, i

quali profeteggiano a seconda della loro stoltezza? Ma frate Giovanni

rispondendo disse al Papa: Io non ambisco le vostre dignità, e di

questa cosa ne è lodato ogni Santo, a cui onore la Chiesa canta: _Non

cercò la pompa delle dignità della terra, ma volò al regno de' cieli_.

In quanto alla saviezza de' consigli, di cui voi mi parlate, vi dico

ch'io l'avrei sicuramente un savio consiglio da dare, se vi fosse chi

volesse ascoltarlo...... All'udir queste cose il papa sospirò........

Dopo ciò, frate Giovanni, lasciato libero, ritornò al romitaggio di

Greccio[132], ove era solito soggiornare. Una volta, quando io dimorava

a Ravenna, frate Bartolomeo Calaroso di Mantova, che era lettore e

Ministro a Milano, e lo era già stato a Roma, e allora si trovava

meco nel convento di Ravenna come semplice frate, cioè senza alcun

ufficio, mi disse: Frate Salimbene, io vi dico che frate Giovanni da

Parma ha guastato sè e il suo Ordine, perchè egli aveva tanta scienza,

santità, ed eccellenza di vita, che avrebbe potuto riformare i costumi

della Corte romana, e a lui avrebbero prestato ascolto; ma dopo che

si diede in braccio alle profezie d'uomini fanatici, fece disonore

a sè, e offese non poco i suoi ammiratori. A cui io risposi: Pare

anche a me, e me ne duole vivamente, perchè egli mi amava di cuore; ma

che volete? I Gioachimiti vanno dicendo: Non vogliate tenere in poco

conto le profezie. Udita questa risposta, frate Bartolomeo replicò:

Ma anche tu fosti Gioachimita; ed io risposi: Tu di' vero. Ma dopo

che è morto Federico, che fu già Imperatore e già è trascorso l'anno

1260, abbandonai al tutto quella dottrina, e inclino a non credere se

non quello che vedrò. Onde mi disse: Sia tu benedetto; se così avesse

fatto frate Giovanni avrebbe portato la pace nell'animo de' suoi

frati. Ma io soggiunsi: non lo poteva. Sai che vi sono taluni che sono

così legati alle massime addottate, che dopo, per non mostrarsi in

contraddizione con se stessi, hanno vergogna a ritrattare le dottrine

professate, e quindi non hanno la forza di ritornare indietro. Tu sai

che quando la Contessa di Caserta rimproverò l'Imperatore Federico

di aver fatto male ad impacciarsi nelle guerre di Lombardia, mentre

poteva godersi ogni sorta di beni nel suo regno, e passarvi una vita

piena di dolcezze, egli le rispose: Riconosco, o Contessa, che avete

ragione, ma mi sono già spinto tanto innanzi che non posso più in

nessuna maniera ritrarmene senza vitupero. Avessi pur io sempre seguito

il vostro consiglio, che non sarei andato incontro a tanti disastri.

A cui aggiunse di ripiglio la Contessa: E vitupero maggiore avrete,

se vi accadrà di peggio (non era ancora stato deposto, nè vinto e

cacciato in fuga dai Parmigiani). E l'Imperatore: Io non mi aspetto di

peggio; anzi nutro fiducia di pigliarmi vendetta su' miei nemici. E la

Contessa di rimando: Vendica male l'ingiuria ricevuta, chi la rende più

oltraggiosa, epperciò un tale disse:

_Iniuriam latam sibi nunquam vindicat apte_

_Qui ruit in peius, quo dedecoratur aperte._

Male al danno appien provvede

Ohi da folle se lo incoglie;

Ma se al peggio volge il piede

Danno ed onta ne raccoglie.

Altrettanto accadde ad Ezzelino da Romano, il quale sulle mosse per

dar di piglio all'armi quell'ultima volta, che restò sconfitto, chiese

consiglio a' suoi se doveva passare il fiume, o nò, ed azzuffarsi

co' nemici; ma nulla ostante che ne fosse dissuaso, rispose: So che

giudicate meglio di me; ma io voglio passare; e così ad occhi aperti

corse in bocca alla morte. Avendomi detto frate Giovanni da Castelvetro

Ministro a Roma, quand'egli andava ad un Capitolo generale a

Strasbourg, che frate Giovanni da Parma ex-Ministro Generale persisteva

nelle sue vecchie dottrine, ed avendogli io lasciato credere che, se mi

trovassi con lui, farei tanto da sperare di ritrarnelo, mi soggiunse:

Vanne dunque a lui, che è nella mia provincia al convento di Greccio;

(ove il beato Francesco il giorno della natività del Signore cantò il

Vangelo e rappresentò la scena di Betlemme in un presepio col fieno e

con un bambino); perocchè frate Giovanni elesse per suo soggiorno quel

convento, quantunque possa andare dove vuole. E aggiunse quel Ministro

della provincia di Roma, corri, t'affretta, scuoti quel tuo amico,

perchè il beato Giacomo dice: _Se alcuno di voi svia dalla verità, ed

altri lo converte, sappia costui che chi avrà convertito un peccatore

dall'errore della sua via, salverà un'anima da morte, e stenderà un

velo sopra una moltitudine di peccati_. Questo frate Giovanni da Parma

però, che aveva molti nemici per cagione della dottrina dell'Abbate

Gioachimo, ebbe anche molti che, lo stimavano e l'amavano; tra'

quali maestro Pietro di Spagna, sommo filosofo, logico, disputatore e

teologo, che fatto Cardinale e poi Papa Giovanni XXI, mandò cercandolo,

perchè lo riconosceva fornito di tante ed esimie virtù. Volle dunque

il Papa che stesse sempre alla sua Corte, e aveva stabilito di

crearlo Cardinale, ma la morte gli tolse di mandare ad effetto il

suo proponimento, poichè Papa Giovanni morì dopo non molto sotto le

ruine di una camera. Anche Papa Innocenzo IV amava frate Giovanni come

l'anima propria, e, quando andava da lui, lo ammetteva al bacio del

volto, ed ebbe pensiero di farlo Cardinale, ma morì prima di nominarlo.

Parimente Vattazio Imperatore Greco, avuta contezza della santità di

frate Giovanni da Parma, mandò pregando Papa Innocenzo IV d'inviargli

frate Giovanni Ministro Generale, sperando che per opera sua i Greci

sarebbero tornati nel seno della Chiesa romana. E, frate Giovanni

andatovi, Vattazio ne prese tanta stima e amore, che volle colmarlo

di doni, che poi non furono accettati. Allora lo pregò di portare in

mano un certo scudiscio ogni volta che col suo seguito cavalcava per

la Grecia, e glielo diede. Ed egli pensando che dovesse servire per

sollecitare il cavallo, l'accettò, memore di quel verso:

_Nil nocet admisso (idest: veloci) subdere calcar equo._

Se galoppa il caval più che veloce,

Un nuovo sprone al cavalier non nuoce

Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. I · 第 14 / 28 段