L'anno 1229 i Bolognesi assediarono nel mese d'Agosto il castello di

S. Cesario[25], e lo presero sotto gli occhi stessi de' Parmigiani,

Modenesi e Cremonesi, che ivi erano co' loro eserciti. Perocchè i

Bolognesi s'erano fatto un trincieramento, sicchè quelli che erano

di parte contraria, non potevano avvicinarvisi. Vi fu però una notte

gran combattimento tra loro e i Bolognesi. Ma questi avevano sui carri

manganelle, arnesi fino allora inusati ne' combattimenti, e scagliavano

sassi contro il carroccio de' Parmigiani e contro le milizie loro

alleate. Perciò il carroccio restò senza uomini a difenderlo, tranne

Giacomo Boveri, a cui gridando i suoi che discendesse per non restare

ucciso, esso se ne gloriava dicendo di morir volentieri ad onore del

Comune di Parma. Ma l'Ecclesiaste VI dice: _Non essere stolto per non

morire fuori del tuo tempo. — Perocchè è prudenza temere tutto ciò che

può avvenire_, dice S. Girolamo. Tuttavia non restò ucciso, perchè

il carroccio de' Parmigiani fu prontamente soccorso dai Cremonesi;

chè Parmigiani e Cremonesi si amavano allora intimamente. Difatto

in un altro combattimento, quando i Cremonesi ritornando dal Reno

s'incontrarono co' Bolognesi e s'azzuffarono e furono sconfitti presso

S. Maria in Strada, ebbero prontissimo aiuto dai Parmigiani, che pur

essi tornavano dal Reno. Noto che in questa guerra si aveva anche

fanteria, ma al combattimento presso Santa Maria in Strada non prese

parte che la sola cavalleria. Nella battaglia.... a S. Cesario.... morì

Bernardo di Oliviero di Adamo parmigiano, giudice facondo, e valente

guerriero. La sua salma fu trasportata a Parma e posta nel battistero

che era presso casa sua, e vi si lasciò sul feretro sino a che vi si

raccolsero attorno i parenti e gli amici; poscia fu deposta nel suo

monumento davanti alla porta della chiesa di S Agata[26], che è una

cappella contigua alla chiesa Maggiore di Parma sul fianco meridionale.

Questi era cugino di mio padre da parte di fratello; perocchè erano

figli di due fratelli. E mio padre era Guido di Adamo, bell'uomo e

robusto, che una volta, prima che io nascessi, andò oltre mare per la

liberazione di Terra Santa, a tempi di Baldovino conte di Fiandra,

della cui spedizione ho già parlato più sopra. Ed ho saputo da mio

padre che altri lombardi in quelle contrade d'oltremare interrogavano

gli indovini intorno allo stato delle loro famiglie, ma che egli non

volle mai interrogarli; e quando tornò, trovò casa sua in tale stato

che era una consolazione; e gli altri tutto di tristo trovarono, come

avevan detto gli indovini. Da lui ho saputo anche che per bello e per

buono fu lodato assai, sopra quanti ne aveva la sua compagnia, quel suo

destriero, che seco condusse in Terra Santa. Mi raccontava poi anche

che quando si ponevano le fondamenta del battistero, egli di sua mano

vi pose pietre commemorative; e che ove fu edificato il battistero,

ivi erano le casamenta de' miei parenti, i quali, dopo l'atterramento

delle loro case, andarono a Bologna, ove ottennero la cittadinanza,

e vi si chiamavano que' della _Cocca_. Quelli però del mio casato in

antico si chiamavano Grenoni, come ho trovato in vecchie pergamene;

poi sono stati detti di Adamo. Vi furono altri in Parma detti Greloni,

scritto coll'_l_, che abitavano in co' di ponte, sulla strada che va

a Borgo San Donnino, i quali davanti alla porta di casa avevano un

olmo diventato famoso, e si diceva l'olmo di Giovanni Grelone. Quando

dunque si dice che Oliviero Grenoni fondò il consorzio di S. Maria in

Parma, fu Oliviero di Adamo, padre del giudice sunnominato. Imperocchè

Adamo Grenoni ebbe due figli; l'uno detto Oliviero di Adamo; l'altro

Giovanni di Adamo. Di Oliviero di Adamo nacquero due figli, cioè:

Bernardo di Oliviero il sunnominato giudice, e Rolando di Oliviero.

Da Bernardo di Oliviero poi vennero Leonardo, Emblanato, Bonifazio e

Oliviero, quattro maschi; e quattro femmine, cioè: Aica, che è monaca

di S. Paolo, Ricca, e Romagna, che è suora a Bologna nel monastero di

S. Chiara, e Mabilia che morì nubile. Da Rolando di Oliviero nacquero

sei figli: Bartolomeo, Francesco, Oliviero, Guido, Pino e Rolandino; e

due figlie: Mabilia e Alberta. Giovanni di Adamo poi ebbe due figli,

cioè: Adamino, che diventò uomo valente, cortese, splendido, e non

lasciò figli; e Guido di Adamo, che ebbe quattro figli; primo de'

quali fu Guido di Adamo, che stette sino alla morte nell'Ordine de'

frati Minori. Questi ebbe per moglie una nobil donna di nome Adelasia,

figlia di Gerardo Baratti; d'onde ebbe una figlia sola detta suor

Agnese. Ambedue, madre e figlia chiusero lodatamente i loro giorni

nel monastero dell'Ordine di S. Chiara in Parma. Frate Guido poi nel

secolo fu marito, padre e giudice, e nell'Ordine de' frati Minori fu

sacerdote e predicatore. Questi Baratti si recano a gloria la loro

parentela colla Contessa Matilde, e si vantano d'aver quaranta del

loro casato sotto le armi a servizio del Comune di Parma. Il secondo

figlio di Guido di Adamo fu Nicolò, che morì ragazzo, secondo quel

detto: _Fu tronco lo stame di vita mia mentre era ancora in orditura._

Il terzo figlio fu quell'io che scrive, frate Salimbene, che giunto

al bivio della lettera pitagorica[27], cioè al terzo lustro compito,

sendo che tre lustri chiudono il ciclo delle indizioni, mi feci

frate dell'Ordine de' Minori, nel quale vissi molti anni sacerdote e

predicatore, e molte cose vidi, e abitai in molte provincie, e molte

cose imparai. Nel secolo io era chiamato da alcuni Baliano di Saetta,

e volean dire di Sidone, dal nome del prenominato personaggio, che mi

fu padrino al fonte battesimale; ma i compagni mi chiamavano Ognibene;

e con tal nome fui ammesso nell'Ordine per un anno intero. Andando poi

dalla Marca d'Ancona ad abitare in Toscana, e _passando_ per la città

di Castello[28], trovai in un romitaggio un nobile frate, antico e

pieno d'anni e di meriti, che aveva nel secolo quattro figli militari,

ed era stato come mi disse, l'ultimo frate che il beato Francesco

aveva vestito e ricevuto nell'Ordine. Questi all'udire ch'io avevo

nome Ognibene, rimase stupefatto e disse: Figlio, nessuno è buono,

tranne Dio solo. Del resto tuo nome sia frate Salimbene, perchè _tu

bene_ salisti, entrando in religione. E me ne rallegrai, intendendo

che era mosso da ragioni, e vedendo che mi si imponeva il nome da

così santo uomo. Però non ebbi quel nome che mi sarebbe stato tanto

caro. Io avrei voluto esser chiamato Dionigi, non solo per reverenza

a quell'esimio dottore, che fu discepolo dell'Apostolo Paolo, ma anche

perchè nacqui il dì di S. Dionigi. E così ebbi a vedere l'ultimo frate,

che il beato Francesco ricevette nell'Ordine, dopo il quale altri

nessuno ricevette, nè vestì. Vidi anche il primo, cioè frate Bernardo

di Quintavalle, col quale ho coabitato un inverno nel convento di

Siena; e fu mio intimo amico, e raccontava a me e ad altri giovani

molte e grandi meraviglie del beato Francesco: e da lui imparai molte

e buone cose. Mio padre, durante tutta vita sua, si dolse del mio

ingresso nell'Ordine de' frati Minori; nè mai se ne racconsolò, perchè

non aveva altro figlio da lasciare erede. Anzi, venuto a Parma allora

l'Imperatore, a lui sporse querela che i frati Minori gli avessero

rapito il figlio. Perciò l'Imperatore scrisse a frate Elia ministro

Generale dell'Ordine de' Minori che, se tenevasi cara la sua grazia,

lo esaudisse restituendo me a mio padre. Perocchè era stato frate Elia,

che mi aveva ricevuto nell'Ordine, quando l'anno 1238 egli, mandato da

Papa Gregorio IX, andava a Cremona dall'Imperatore. Allora mio padre

corse ad Assisi[29] ove era frate Elia, e gli presentò la lettera

dell'Imperatore, che cominciava così: _Per mitigare il dolore di Guido

di Adamo, nostro fedele_, ecc. E frate Illuminato, che era in quel

tempo segretario di frate Elia, e trascriveva in un quaderno a parte

tutte le lettere più cospicue, che i principi della terra inviavano al

ministro Generale, mi fece vedere una tal lettera, quando in processo

di tempo ebbi ad abitare seco nel convento di Siena. Questo frate

Illuminato fu poi anch'esso ministro della provincia di S. Francesco,

e poi, fatto vescovo di Assisi, ivi morì. Frate Elia, letta la lettera

dell'Imperatore, scrisse subito ai frati del convento di Fano, dove

io abitava, che, se non si violentasse la mia volontà, in virtù di

santa obbedienza, senza frappor tempo in mezzo, mi restituissero tosto

a mio padre; ma che però se io non volessi ritornare con mio padre,

mi tenesser caro come la pupilla del loro occhio. Arrivarono pertanto

con mio padre molti cavalieri vicino al luogo ove era il convento di

Fano per veder la cosa finire. Ai quali io fui fatto spettacolo; ma

per me fu causa della mia salute. Radunati adunque i frati con que'

secolari in capitolo, e dette molte parole dall'una parte e dall'altra,

mio padre tirò fuori la lettera del ministro Generale, e la mostrò

ai frati. E, lettala, frate Geremia custode del convento, a udita di

tutti, rispose a mio padre: Signor Guido, noi non siamo insensibili

alla voce del vostro dolore, e siamo pronti ad obbedire alla lettera

del padre nostro. Or dunque vostro figlio è qui; l'età gli conferisce

il diritto di disporre di se stesso; parli; interrogatenelo. Se vuol

venir vosco, in nome del Signore ei se ne venga; ma se non vuol venire,

noi non possiamo fargliene violenza. Mio padre allora mi domandò se io

volessi ir seco. A cui io risposi; No; perchè il Signore dice in Luca

IX: _Niuno, il quale, messa la mano all'aratro, riguarda indietro, è

atto al regno di Dio._ E mio padre soggiunse: Tu non ti curi di tuo

padre, nè di tua madre, che sono afflitti per te da tanti dolori.

Ed io replicai: Veramente non me ne curo, perchè il Signore dice in

Matteo X: _Chi ama padre e madre più che me, non è degno di me._ E

anche di te dice: _Chi ama figliuolo, o figliuola più di me, non è

degno di me._ Tu devi dunque, o padre mio, dare ascolto alla voce

di colui, che fu appeso alla croce per conquistarci la vita eterna.

Imperocchè è quel desso che dice in Matteo X: _Io son venuto a mettere

in discordia il figliuolo contro al padre, e la figliuola contro alla

madre, e la nuora contro la suocera. Ed i nemici dell'uomo saranno i

suoi famigliari stessi. Ogni uomo adunque, che mi avrà riconosciuto

davanti agli uomini, io altresì lo riconoscerò davanti al padre mio,

che è ne' cieli; ma chiunque mi avrà rinnegato davanti agli uomini,

io altresì lo rinnegherò davanti al padre mio, che è ne' cieli._ E se

ne meravigliavano i frati, e ne godevano ch'io dicessi tali cose a

mio padre. Il quale disse ai frati: Voi feste incantesimo al figlio

mio, e lo traeste in inganno inducendolo a non fidare in me. Moverò

contro voi nuove querele all'Imperatore e al ministro Generale. Del

resto permettetemi di parlare col figlio mio in disparte e senza che

voi siate presenti; e vedrete che incontanente verrà con me. E i frati

acconsentirono ch'io parlassi con mio padre all'infuori della loro

presenza, perchè pel linguaggio già tenuto da me, fidavano sulla mia

fermezza. Ascoltavano però di dietro a una parete i discorsi che tra

noi due si alternavano; e tremavano come giunchi in acqua per timore

che mio padre co' suoi blandimenti mi piegasse. E non solo temevano per

la salute dell'anima mia; ma eziandio perchè il mio ritiro poteva dare

motivo ad altri di non entrare nell'Ordine. Disse adunque mio padre

a me: Figlio mio diletto, non prestar fede a questi pisciintonaca di

frati (cioè che scompisciano le tonache), che ti fecero inganno; ma

vienne meco, e te ne darò ogni mio avere. Ma io risposi: Vanne, vanne,

o padre mio. La sapienza dice ne' Proverbi III: _Non impedire di fare

il bene a chi lo può: se puoi fallo anche tu._ E il padre mio colle

lagrime agli occhi mi rispondeva dicendo: Che avrò dunque a dire alla

madre tua, che è per te in continua afflizione? E gli replicai: Le

dirai da parte mia: _Il padre mio e la madre mia mi abbandonarono; ma

il Signore mi accolse tra le sue braccia._ Ed il Signore dice anche

in Geremia III: _Tu mi chiamerai padre, e non cesserai di venire

dietro a me._ E in Geremia III: _È un bene per quell'uomo, che si sarà

sottomesso a disciplina sino dalla sua adolescenza._ Udendo mio padre

queste risposte, e disperando del mio ritorno a casa, si gettò a terra

al cospetto dei frati e dei secolari, che l'avevano accompagnato, e

disse: Vanne a mille diavoli, maledetto figlio, e teco venga questo

tuo frate, che è qui teco, e t'ha ingannato. La mia maledizione pesi

sopra di voi in perpetuo, e vi getti in potere degli spiriti infernali.

E si partì oltremisura turbato. Ma noi ne restammo assai consolati

ringraziandone Iddio e dicendo: _Quelli ne malediranno, e tu ne

benedirai. Perocchè chi è benedetto sopra la terra, sarà benedetto in

seno a Dio, e così sia._ Si ritirarono pertanto anche i secolari assai

bene edificati della mia costanza. Ma anche i frati se ne rallegrarono

vivamente, perchè il Signore aveva mostrato la sua potenza per mezzo di

me suo fanciullo; e conobbero la verità di quelle parole del Signore,

che dice in Luca XXI: _Mettetevi adunque in cuore di non premeditare

come risponderete a vostra difesa; perciocchè io vi darò bocca e

sapienza, alla quale non potranno mai contrastare, nè contradire

tutti i vostri avversari._ La notte susseguente poi me ne ricompensò

la Vergine Beata. Mi pareva di essere in preghiera chinato a terra

davanti l'altare, e udii la voce della beata Vergine, che mi chiamava.

Alzata la fronte, vidi la beata Vergine seduta sull'altare, nel luogo

appunto in cui si colloca l'ostia e il calice. E aveva il suo bambino

in grembo, e me lo sporgeva dicendo: Accostati e sta sicuro, e bacia

il figlio mio, cui tu ieri riconoscesti al cospetto degli uomini. Ma

standomi io in atteggiamento di timida reverenza, vidi che il bambino

stendeva le braccia festosamente aspettandomi. Fidente allora nella

festevolezza e nella innocenza del bambino, non meno che in tanta

degnazione della madre sua, m'accostai, e lo abbracciai, e lo baciai;

e la madre sua benigna per buon tratto me lo lasciò tra le braccia. Ma

non potendo soddisfare intera l'insaziabilità della mia brama, la beata

Vergine mi benedisse e soggiunse: Vanne, figlio diletto, e riposa,

chè i frati che si alzano pel mattutino non ti trovino qui con noi.

Posai, e la visione disparve; ma nel mio cuore ne rimase una ineffabile

dolcezza; e veramente confesso che non ebbi mai nel secolo a provare

tanta delizia. Il che mi fece riconoscere la verità di quel detto

della scrittura, che dice: _Per chi gusta lo spirito, non han sapore

le cose carnali._ In quel torno, mentre io era ancora in Fano, vidi in

sogno che un figlio di Tommaso Armari parmigiano uccideva un monaco,

e contai il sogno al mio frate. Dopo pochi dì passava da Fano Amizone

Amici, che andava in Puglia a prender dell'oro, e venne al convento de'

frati, e mi fece visita perchè era un noto mio buon amico e vicino.

E allora, girando col discorso alla larga, arrivai a domandare che

fosse di quel tale (si chiamava Gerardo de' Senzanesii), e mi disse:

Gran guaio gli pende sul capo, perchè l'altro dì ha ucciso un monaco.

D'onde conoscemmo che talvolta i sogni sono veridici. Così pure intorno

a quel tempo, quando mio padre passò da Fano per andare ad Assisi, i

frati nascosero me e il mio frate per più giorni in casa di Martino

di Fano, dottore di leggi; ed il suo palazzo era a mare. E talora

veniva da noi, e con noi parlava di Dio e della divina Scrittura, e sua

madre ne serviva il pranzo. Io poi, in processo di tempo, cioè quando

Giacomo de' Penazzi era Podestà di Reggio e di Sesso, avuta autorità

di eleggere un savio di qual paese mi piacesse, che accordasse in una

certa questione Reggiani e Bolognesi, memore del beneficio ricevuto

elessi lui. I Reggiani ne furono ben soddisfatti, ed egli ebbe poi

stipendio da' Modenesi per insegnar leggi in Modena. In seguito,

forse due anni dopo, i Genovesi lo elessero loro Podestà. Compiuto il

tempo di questo suo ufficio, entrò nell'Ordine de' frati Predicatori,

e vi chiuse lodata la sua vita. Perocchè ardeva a que' dì nella sua

terra natale una gran guerra. E mentre viveva ancora nell'Ordine

de' Predicatori, alcuni lo nominarono vescovo della sua città. Ma

i Predicatori non volendolo perdere, non gli permisero di accettare

l'episcopato. Io gli feci visita a Rimini nel convento de' Predicatori;

e congratulandomi secolui e rallegrandomene, dissi: Tu hai fatto ora

quello che una volta disse il Patriarca Giacobbe, cioè: _È giusto che

talvolta io provvegga anche a casa mia._ Ed ebbe molto a grado questa

citazione, e volle notarla. Egli sarebbe entrato nell'ordine de' frati

Minori, se non ne l'avesse dissuaso il nostro confratello Taddeo di

Buoncompagno, il quale essendo vessato dai frati perchè restituisse il

mal tolto, se voleva essere riammesso in convento, disse a Martino:

Tanto faranno anche a te se entrerai nell'Ordine. E così Martino per

timore si diede all'Ordine de' Predicatori; e forse fu meglio per

lui e per noi. A quel tempo stesso frate Elia avendo saputo ch'io

aveva mostrata fortezza di proposito e m'era fermato nell'Ordine, mi

mandava un saluto e un segno della sua grazia, notificandomi che se mi

fosse piaciuto abitare in qualche altra provincia dell'Ordine, glielo

facessi sapere, chè egli avrebbe subito disposto ch'io andassi dove

volessi. E gli feci conoscere che avrei desiderato appartenere alla

provincia di Toscana. Erano allora meco in convento a Fano due frati

Toscani, dal cui consiglio mi lasciai guidare: ed erano frate Vitale da

Volterra, che era ripetitore di frate Umile da Milano nostro lettore;

e frate Mansueto da Castiglione Aretino, che diventarono poi lettori

e uomini di gran valore nell'Ordine. E siccome il convento dei frati

Minori di Fano era fuori di città a mare, e mio padre aveva promesso

denaro ai corsari d'Ancona se mi rapissero, trovandomi a passeggio

sulla spiaggia, come anche n'avea promesso ai famigli del Podestà di

Fano, che erano venuti là da Cremona, io andai per una quaresima ad

abitare nel convento di Jesi, finchè dopo Pasqua arrivò la lettera del

ministro Generale. Jesi è la città, ove è nato l'Imperatore Federico,

il quale, corse fama, che fosse figlio di un beccaio di Jesi; perchè

donna Costanza Imperatrice era molto innanzi negli anni[30] quando

l'Imperatore Enrico la sposò; nè, a quanto si dice, ebbe mai altro

figlio nè figlia che questo. Laonde si diffuse voce che, ricevutolo

dal padre vero dopo una simulata gravidanza, se lo pose sotto per

farlo credere partorito da lei. E tre cose mi persuadono che sia

vero: 1. perchè ricordo d'aver letto che ciò fecero più altre donne;

2. perchè Merlino scrisse di lui: _Federico II di nascita insperata e

miracolosa_; 3. perchè Re Giovanni, che fu Re di Gerusalemme e suocero

dell'Imperatore, un dì con animo irato e ciglia agrottate, in sua

lingua francese, lo chiamò figlio di un beccaio, perchè voleva uccidere

Gualterotto suo consanguineo. E perchè non poteva avvelenarlo, gli era

necessità ucciderlo di spada, quando sedesse a giocare agli scacchi

coll'Imperatore, perchè questi temeva che non avvenisse caso, in cui il

regno di Gerusalemme si devolvesse a Gualterotto. Re Giovanni lo seppe;

e andò, prese per un braccio il nipote, che giocava coll'Imperatore, lo

tirò lungi dal tavolo del gioco, e bruscamente nel suo francese lanciò

all'Imperatore questo rimprovero: _Figlio d'un diavolo di beccaio._

E l'Imperatore s'intimidì, e non osò risponder verbo; perocchè

Re Giovanni era alto di statura e tarchiato, e robusto e destro a

battersi, tanto da essere creduto un altro Carlo figlio di Pipino.

E quando in guerra colla clava ferrata batteva colpi a destra e a

sinistra, fuggivano i Saraceni dal suo cospetto, come se avessero visto

il diavolo, o un leone all'assalto per divorarli. Di fatto a suo tempo

correva voce che non vi fosse soldato migliore di lui. Laonde in lode

sua e di maestro Alessandro, che era il più dotto chierico del mondo,

e apparteneva all'Ordine de' frati Minori, ed insegnava a Parigi, fu

composta una canzone parte in francese e parte in latino, ch'io stesso

cantai molte volte, e incominciava così: _Avent tutt mantenent n....

piz._ Questo Re Giovanni, quando i suoi gli vestivano le armi prima di

andare alla battaglia, tremava come giunco in acqua; ed interrogato

talvolta perchè tremasse, egli che in guerra era robusto e poderoso

combattente, rispondeva che del corpo suo non si pigliava pensiero; ma

temeva che non fossero giusti i conti dell'anima sua con Dio. Questo

è quello che dice la Sapienza ne' Proverbi 28: _Beato l'uomo che si

spaventa del continuo; ma chi indura il suo cuore caderà nel male._

E l'Ecclesiastico 18: _Il sapiente teme sempre._ Anche S. Girolamo

dice: _È prudenza temere tutto ciò che può accadere._ Ma i peccatori

temono quando non c'è ragion di temere; e quando c'è di che temere

(cioè l'offesa di Dio) allora non temono, siccome temeva Giobbe, che

di sè stesso diceva 31: _Perocchè temei sempre Dio come una piena di

acque sospesa sopra di me, e la maestà di Lui non poteva io sostenere._

Tale fu Re Giovanni. Perciò gli accadde ciò che dice l'Ecclesiastico

33: _A chi teme il Signore nulla avverrà di male, ma nella tentazione

Iddio lo salverà e lo libererà dai mali._ E così fu. Perocchè si fece

frate Minore, e sarebbe stato nell'Ordine per tutta vita sua, se la

vita gli avesse data lunga Iddio. Lo ammise all'Ordine, e gli fece

la vestizione il ministro della Grecia frate Benedetto di Arezzo,

santo uomo. Questo Re Giovanni fu avo materno del Re Corrado figlio

dell'Imperatore Federico. Un'altra figlia di Re Giovanni si maritò con

Baldoino Imperatore di Costantinopoli, dopo la cui morte Re Giovanni

fu Balì dell'impero pel nipote ancor minore. Quando questo Re Giovanni

sguainava la spada e nel forte della pugna si infiammava, nessuno

osava star di piè fermo al suo cospetto, ma lo fuggivano vedendo quanto

vigoroso e prode guerriero ei fosse. A cui si può applicare quel che

di Giuda Macabeo leggiamo I. 3: _Egli nel suo fare era simile ad un

leone, e ad un lioncello che rugge veggendo la preda._ Ricevuta adunque

la lettera di frate Elia ministro Generale, partii per la Toscana,

e vi abitai ott'anni; due a Lucca, due a Siena, quattro a Pisa. Nel

primo anno della mia dimora a Lucca scadde da ministro Generale frate

Elia, e fu creato frate Alberto da Pisa. E il sole si ecclissò, come

vidi io co' miei occhi, nel mattino dei 3 Giugno a nona 1239. Quando

io abitava in Pisa era giovinetto, e mi condusse una volta a cerca del

pane un certo frate laico, sporco e d'animo leggero, ed era Pisano, che

poi andato ad abitare nel convento di Fiesole, non so per quale follia

o disperazione si gettò nel pozzo, d'onde lo estrassero i frati; ma

pochi giorni dopo, sparve, e non fu possibile rinvenirlo in nessuna

parte del mondo. Perciò i frati sospettarono che se l'avesse portato

via il diavolo; egli se lo saprà. Essendo io dunque secolui in Pisa,

e andando insieme colle nostre sporte a questua di pane, c'imbattemmo

in un cortile, nel quale entrammo tutt'e due; ed eravi una vite

frondosa, tutta distesa al di sopra, il cui verde era dilettevolissimo

a vedere, e sotto all'ombra era una soavità a riposare. Ivi erano

leopardi e molte altre fiere d'oltremare, che lungamente guardammo,

perchè ogni cosa nuova e bella si guarda volentieri. Eranvi anche

fanciulli e fanciulle di età già idonea, a cui la ricchezza delle

vesti, e l'avvenenza del volto aggiungevano ornamento ed amabilità.

Ed avevano in mano, sì gli uni che le altre, violoni, viole, cetre e

diversi altri strumenti musicali, da cui traevano dolcissimi suoni, e

li accompagnavano con una mimica appropriata. Ivi nessuno si moveva,

nessuno parlava: tutti ascoltavano in silenzio. E il canto era sì nuovo

e delizioso e per le parole, e per la varietà delle voci e il metodo

di cantare, che inondava il cuore di giocondità. Nulla dissero a noi;

nulla noi dicemmo a loro. E la musica tanto vocale che instrumentale

non cessò mai per tutto il tempo che ci fermammo là; e ci stemmo

gran tempo e non sapevamo dipartircene. Non so (sallo Iddio) d'onde

venisse tale apparato di tanta letizia; perocchè nè prima ne avevamo

mai visto un simile, nè dopo ne fu mai dato vederlo. Usciti di là, mi

venne incontro un uomo, ch'io non conosceva, e che si disse parmigiano;

e cominciò a trattenermi, e a sgridarmi acremente, e ad insultarmi,

e a dire: Vanne, vanne, o miserabile. Molti mercenarii in casa di

tuo padre hanno abbondanza di pane e di carne; e tu vai di porta in

porta a mendicare il pane da chi non ne ha, mentre tu potresti darne

di tuo a molti poveri. Sarebbe meglio che tu ora sul tuo destriero

caracollassi per Parma, e rendessi lieti i tristi, con torneamenti, e

fossi spettacolo alle donne e solazzo agl'istrioni. Sappi che tuo padre

è consunto dal dolore, e tua madre, perchè non può più veder te, che

sei il suo amore, quasi più non ispera in Dio. A cui io risposi: Vanne

tu, miserabile che sei, vanne; tu non sai di quelle cose, che sono

di Dio, ma soltanto di quelle che sono degli uomini carnali. Ciò che

dici, la carne e il sangue lo rivelò a te, non già il padre celeste.

Invero consigliando tu tali cose, tu credi dir bene; ma non t'avvedi

che sei misero, e povero, e cieco, e nudo. Perocchè dei peccatori del

mondo dice la divina Scrittura: _Camminarono al seguito della vanità,

e diventarono vani. Vanità di vanità,_ dice la Sapienza, _e tutto

vanità._ E altrove: _Nella vanità s'affrettarono a venir meno i giorni

e gli anni loro._ E soggiunge Giobbe 21: _Essi alzano la voce col

tamburo e con la cetera; e si rallegrano al suon dell'organo; logorano

la loro età in piacere, e poi in un momento scendono nel sepolcro._

Ma perchè l'uomo animale non sente le cose che sono dello spirito di

Dio (perocchè è stolto e non può intendere), udite queste mie parole,

partì confuso per non saper che rispondere. Pertanto terminata la

nostra questua, cominciai la sera a pensare e ripensare nella mia mente

quelle cose che avevo vedute e udite, perchè se avessi avuto a vivere

nell'Ordine cinquant'anni così questuando, non solo sarebbe stato

per me troppo lunga carriera, ma eziandio una fatica che mi avrebbe

fatto diventar rosso di vergogna, e sarebbe stata insopportabile alle

mie forze. E per tali pensieri avendo passato quasi tutta la notte in

veglia, quando piacque a Dio presi un po' di sonno, nel quale Iddio

mi mandò una bellissima visione, che mi diede una consolazione, una

giocondità, una dolcezza ineffabile. E allora conobbi che è necessario

l'aiuto di Dio, quando più non può l'aiuto dell'uomo. E così mi pareva

di andare da porta a porta in cerca del pane, come sogliono fare i

frati; e camminava per via S. Michele di Pisa dalla parte dei Visconti;

perchè dall'altra parte i mercanti parmigiani avevano una casa, ove

ospitavano, detta dai Pisani _Fondaco_, e da quella mi teneva lontano,

in parte per vergogna, non essendo io ancora bene fortificato in

Cristo, e perchè chi teme Dio, nulla trascura; in parte perchè temeva

di udirmi dire, a nome di mio padre, parole, che scuotessero il mio

proponimento. E mio padre, vita sua durante, mi ha sempre tentato,

mi ha sempre tese insidie per togliermi dall'Ordine di S. Francesco;

nè mai s'è riconciliato meco perseverando sempre nella sua durezza.

Scendendo poi dalla parte dell'Arno per borgo S. Michele, ecco che

d'improvviso guardai e vidi il Figlio di Dio, che usciva d'una casa,

e mi portava pane, e me lo poneva nella sporta. Altrettanto faceva

la beata Vergine, altrettanto Giuseppe nutricatore del bambino Gesù,

e che aveva sposata la beata Vergine, seguitando finchè fu terminata

la cerca e piena la sporta. È di uso in quel paese che la sporta

si lascia a pie' delle scale, coperta di un panno e il frate sale a

domandare il pane, e' lo porta giù e lo ripone nella sporta. Quando poi

fu terminata la cerca e piena la sporta, il Figliuol di Dio mi disse

ecc.... La visione adunque or ora raccontata è vera, e nulla ha di

falso; ma qualche osservazione vi si aggiunse relativa al questuare,

quando maestro Guglielmo del Santo Amore fece un opuscolo, cui Papa

Alessandro IV riprovò e distrusse, perchè in quello diceva che tutti i

religiosi e predicatori della parola di Dio, che vivevano di limosina

non potevano salvarsi. Dopo dunque la predetta visione, mi feci così

saldo in Cristo, che quando venivano, mandati da mio padre, o istrioni,

o cavalieri, di que' che si dicono di curia, per distaccare il mio

cuore da Dio, io mi curava tanto di loro, come della quinta ruota del

carro. Un giorno venne uno da me, e disse: Vostro padre vi saluta, e

manda a dire che vostra madre vi vuole un giorno vedere anche a costo

d'aver a morire il giorno dopo. E credette d'aver detto cosa più che

potente a piegarmi. Ma sdegnato risposi: Partiti da me, o miserabile,

perchè io non ti darò più ascolto. Mio padre è Amoreo[31]; mia madre è

Cetea[32]. E ritirossi confuso, nè si vide più. Dopo otto anni passati

in Toscana andai nella provincia di Bologna, ove fui ricevuto e fatto

uno dei loro. E nel tempo che io abitava nel convento di Cremona, e

l'Imperatore Federico, già deposto dall'Impero, si trovava a Torino in

viaggio per Lione allo scopo di imprigionare il Papa coi Cardinali,

come era comune opinione, ed il figlio di lui Enzo era coi Cremonesi

all'assedio di Quinzano[33], castello dei Bresciani, Parma, la mia

città natale, si ribellò all'Impero, e si diede in tutto alla Chiesa,

e fu una domenica 16 Giugno 1247. E allora venni ad abitare a Parma,

dove era Legato Gregorio di Montelungo, che poi resse molti anni la

chiesa di Aquileia. E l'anno stesso essendo la mia città assediata

da Federico Imperatore deposto, partii per Lione e vi arrivai il dì

d'Ognissanti. E subito il Papa mandò cercandomi, e tenne meco in sua

camera famigliare colloquio, poichè dal tempo della mia partenza da

Parma sino a quel momento, nè eragli arrivato alcun messo, nè aveva

ricevuto lettere. E mi fece molte grazie, esaudì cioè le mie suppliche,

perchè era uomo cortese assai e liberale. Or diciamo ciò che resta

della mia parentela. Il quarto figlio di mio padre, natogli da una

concubina, che aveva nome Rechelda, fu chiamato Maestro Giovanni, ed

era bell'uomo e prode guerriero. Questi uscì volontario da Parma,

e fece adesione al partito imperiale. Ma poi pentitosene, fece il

pellegrinaggio di S. Giacomo di Compostella, d'onde ritornando, di

piena e sola sua volontà si fermò a Tolosa; e avutane la cittadinanza,

prese moglie, da cui ebbe figli e figlie. In seguito poi malò, e,

confessatosi dai frati, morì, e fu sepolto nel convento dei frati

Minori di Tolosa. Egli era tanto cortese e liberale, che soccorreva

di assai buon animo tutti gli italiani; li conduceva in casa sua

e dava loro lauti banchetti; specialmente ai conoscenti, ai poveri

ed ai pellegrini, i quali di ritorno poi mi riferivano queste cose.

Inoltre mio padre ebbe tre figlie, belle donne e nobilmente maritate.

La prima avea nome Maria[34]; la seconda Caracosa, che, mortole il

marito, entrò nel monastero dell'Ordine di S. Chiara in Parma; e,

dopo alcuni anni, si associò alcune suore del monastero di Parma, le

condusse a Reggio, dove non erano monache dell'Ordine di S. Chiara, e

fu loro Priora. Finalmente si fece esonerare dall'ufficio, e ritornò

al monastero di Parma, ove finì lodatamente la sua vita. Ella fu donna

amabile, saggia, onesta e cara tanto a Dio che agli uomini: l'anima sua

riposi in pace. La terza mia sorella fu Egidia, dalla quale nacquero

quattro figli, che morirono tutti, eccetto il primo, chiamato Andrea

da Puzulesio, e fu gran legista. La madre di mio padre, mia nonna,

aveva nome Ermengarda, donna saggia e morì centenaria. Con essa abitai

quindici anni in casa di mio padre; e quante volte mi consigliò di

schivare le male compagnie, e di farmene delle buone, e che fossi

savio, morigerato e buono, altrettante essa sia benedetta da Dio; e sì

che spesso lo faceva. Fu deposta nel sepolcro surricordato, comune a

noi e a quelli del nostro casato. Tuttavia mio padre ebbe un monumento

proprio e nuovo, in cui nessuno ancora era stato sepolto, nella piazza

vecchia, davanti alla porta del battistero, essendo il primo già tutto

occupato. La sorella di mio padre aveva nome Gisla, che, maritata, ebbe

due figlie Crisopola e Vilana, espertissime nel canto. Il padre loro

Martino di Ottolino degli Stefani fu uomo solazzevole, soave e giocondo

e passionato di ber vino; abilissimo a cantare con accompagnamento

di strumenti musicali; non però menestrello. Questi una volta gabbò

e canzonò in Cremona maestro Gerardo Patecelo, che fece un libro

intitolato i _Tristi_. E ben gli stette; se lo meritava. La madre di

frate Guido, mio fratello, fu Gisla Marsilii, che furono in antico

gentiluomini e potenti in Parma; e abitavano nella parte inferiore di

piazza vecchia accanto all'episcopio; famiglia numerosa assai, e de'

quali conobbi molti, e alcuni di loro vestivano di colore scarlatto,

specialmente quelli che erano giudici. Io aveva anche parenti da parte

di mia madre, che era figlia di Gerardo da Cassio, bel vecchio, e

morto, credo, centenario, sepolto nella chiesa di S. Pietro. Ed ebbe

tre figli: Gerardo che fece un libro intorno al comporre; perocchè fu

gran maestro di stile nobile; Bernardo uomo senza lettere, ma semplice

e puro; ed Ugo, uomo di lettere, giudice e assessore, solazzevole,

che era sempre in compagnia dei Podestà essendo loro avvocato.

Questi ebbe un figlio, che nell'Ordine de' frati Minori fu sacerdote

e predicatore, letterato, onesto, costumato e buon religioso; e si

chiamava frate Giacomo da Cassio, e morì in Sicilia, credo, a Messina.

Mia madre poi aveva nome Imelda, umile, devota, limosiniera, e che

spesso digiunava. Non fu mai vista in collera, non battè mai alcuna

sua fantesca. D'inverno voleva sempre, per amore di Dio, tener qualche

povera montanara a svernare in casa sua, e le dava vitto e vestito

quantunque avesse sempre altre persone pel servizio della famiglia.

Per lei Papa Innocenzo a Lione mi diede una lettera di ammissione

all'Ordine di S. Chiara. Ne diede un'altra a mio fratello Guido, quando

i Parmigiani lo mandarono inviato al Papa. Essa è sepolta nel monastero

di quelle donne dell'Ordine di S. Chiara; e l'anima sua per grazia

della misericordia di Dio riposi in pace; e così sia. Mia nonna, madre

di mia madre, aveva nome Maria, bella e paffuta, sorella di Aicardo

di Ugo di Aimerico, che furono in Parma giudici, ricchi e potenti, ed

abitano presso la chiesa di S. Giorgio[35]. E rifacendomi più indietro

dirò che Bernardo di Oliviero, e Rolando di Oliviero di Adamo, che

erano due fratelli germani, la cui madre aveva nome Vitella, ch'io ho

veduta centenaria, ebbero due sorelle, belle donne e saggie, ch'io ho

conosciute: e l'una aveva nome Giacoma, che sposò Guido Pecorari, e

non ebbe figli; l'altra Caracosa, che sposò Naimerio Panizzari, e le

nacque un figlio, cui pose nome Gerardo, che fu poi a sua volta padre

di molti figli e figlie. Il primo de' quali fu chiamato frate Giacomo

oltremarino, perchè stette molti anni oltremare. Questi era figlio

d'un mio cugino, e nell'Ordine de' frati Minori fu uomo di gran vaglia,

sacerdote, predicatore, gran letterato, sapeva l'arabo, o saraceno, ed

il francese. Nel ministero della prelatura fu uomo valente, onesto,

buono e santo. Morì a Modena e fu sepolto nel convento de' frati

Minori. Un altro fratello di lui aveva nome Bernardo. Degli altri non

parlo. Prima loro sorella fu Avanza, donna bellissima, da cui nacque

una figlia, che nel monastero dell'Ordine di S. Chiara in Parma, si

chiama Caracosa onesta e devota. Seconda loro sorella fu Gisa, che ebbe

due mariti e figli e figlie. Terza, Maria, bella donna, saggia, onesta,

che morì nel monastero dell'Ordine di S. Chiara in Imola. Inoltre del

mio casato nel monastero di S. Benedetto, tra il Po e il Larione[36],

ove è sepolta la Contessa Matilde, nella diocesi di Mantova, vi fu un

sacerdote, santo uomo e personaggio cospicuo, ch'avea nome Villano.

Nel monastero poi di Brescello vi fu Corrado figlio di Bernardo, figlio

di quel Leonardo giudice, da cui incominciammo, che morì in _guerra_,

la cui donna avvenentissima fu Caracosa, prudentissima e sagacissima

donna, che governò benissimo casa sua dopo la morte del marito, ed era

della famiglia Zampironi. Ma io frate Salimbene e mio fratello Guido

di Adamo, entrando in religione senza figli nè maschi, nè femmine,

spegnemmo il nostro casato per riaccenderlo in cielo. E di renderlo

luminoso si degni concedermelo Colui che vive e regna col Padre e

collo Spirito Santo ne' secoli, de' secoli e così sia. Ecco che senza

volerlo ho descritto la genealogia della mia famiglia; molti però ne

ommisi per brevità sì antichi, che moderni. Ma, avendola cominciata,

mi parve bene compirla per cinque ragioni: 1. perchè suor Agnese, mia

nipote, che è nel monastero di S. Chiara in Parma, ove andò a chiudersi

per amor di Gesù quando era ancora ragazza, mi pregò di tessere questa

genealogia, perchè non aveva mai potuto aver contezza della madre di

suo padre; e così da questa edotta, conoscerà da quali progenitori

discende tanto per padre come per madre. Ed ora dalla suddescritta

genealogia saprà che per padre discende da quelli che si denominavano

di Adamo, e che in antico si appellavano de' Grenoni; per madre

discende dai Baratti, i quali si biforcano in due casati. Perocchè vi

sono i Baratti così detti i Negri, che parteggiarono per l'Impero; e

vi sono i Baratti, chiamati i Rossi, che tennero sempre per la Chiesa,

dai quali discendeva Suor Agnese, come più sopra è detto. E tutti

questi Baratti, i Negri e i Rossi, nati da un sol ceppo, ossia da una

sola radice, erano figli di due donne, l'una a nome Barattina, l'altra

Ghibertina, di cui abbiamo scritto largamente più sopra... La seconda

ragione della suddescritta genealogia è perchè suor Agnese sappia per

chi debba pregare Iddio.... Il che si può dimostrare nei molti, che

la morte rapì a nostri giorni. E tutti quelli, che ho nominati nella

genealogia del mio parentado, li vidi tutti, eccetto pochi, nel breve

giro di sessant'anni. Perocchè non ho visto Adamo de' Grenoni, che fu

padre di mio nonno paterno; nè ho veduto i suoi due figli, Oliviero e

Giovanni di Adamo, il quale ultimo fu mio nonno; nè Adamino figlio di

lui, fratello di mio padre, militare, come anche Emblavato e Rolando

di Oliviero; nè ho visto il monaco di S. Benedetto. Tutti gli altri

che ho nominato, e conobbi, or non son più..... Diciamo ora perchè ho

premesso queste cose. Ho visto a' miei giorni in molte parti del mondo

molti casati spenti. E per non toglierne esempi di lontano, in Parma

il casato di quei da Cassio, d'onde uscì mia madre, non ha più maschi.

Il casato de' Pagani, ch'io conobbi gentiluomini ricchi e potenti, è

spento. Così il legnaggio de' Stefani, famiglia numerosissima, ricca

Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. I · 第 2 / 28 段