nostra storia, e ripigliamola là dove lasciammo. Dicemmo di sopra che
nel 1229 nel mese d'Agosto i Bolognesi assediarono il castello di S.
Cesario e lo presero sotto gli occhi stessi dei Modenesi, Parmigiani
e Cremonesi, che ivi erano co' loro eserciti, e che una notte vi fu
gran battaglia tra loro e i Bolognesi. Furono allora portate via ai
Bolognesi moltissime manganelle, ch'io ancor fanciullo vidi nella
piazza vecchia di Parma, tra il battistero, l'episcopio e la facciata
del Duomo. E quella battaglia fu combattuta accanitamente e con
grande strage di fanteria e di cavalleria d'ambe le parti. I Bolognesi
che ne restarono malconci, stanchi e affannati diedero le spalle al
nemico, e fuggirono abbandonando sul campo il carroccio loro e quanto
avevano. I Modenesi vollero torre il carroccio de' Bolognesi e tirarlo
a Modena, ma i Parmigiani non acconsentirono, dicendo che non è bene
fare ai nemici tutto il male che si può; e che tal cosa sarebbe un'onta
incancellabile e provocativa di grandi mali. E i Modenesi accolsero il
consiglio dei Parmigiani come di amici ed alleati; quindi lo mandarono
in Piumazzo, castello de' Bolognesi, e ritornarono alla loro città.
(È da sapere che nell'esercito de' Bolognesi, in detta battaglia, che
fu combattuta contro i Parmigiani, i Modenesi e i Cremonesi, v'erano
anche i Milanesi, i Piacentini, i Bresciani e tutti i Romagnoli). In
questo esercito Pagano di Alberto di Egidio de' Pagani, che era Podestà
di Modena, fece cavaliere suo figlio Enrico, e dissegli: Va, assalta
il nemico, e battiti valorosamente. E così fece; ma sul principio
della battaglia, ferito di lancia, grondava sangue dal suo corpo,
come mosto da un bigoncio, a cui sia stato levato via lo zipolo, e
poco dopo spirò. Saputolo suo padre, disse: D'aver fatto cavaliere
mio figlio non son pentito, essendo morto battendosi da valoroso;
e l'ho udito io dal padre stesso. Nel combattimento di S. Maria in
Strada morì anche Zangaro Sanvitali di Parma, famoso cavaliere e gran
guerriero. Della stessa famiglia morì pure nella battaglia di San
Cesario Guarino gran soldato e dotto nell'armi, ed era cognato di Papa
Innocenzo IV. Perocchè ebbe moglie una sorella di questo Papa, dalla
quale gli nacquero sei figli ed una figlia, ch'io conobbi tutti, ed
erano belli, robusti e paffuti. Il primo ebbe nome Ugo Sanvitali, il
secondo Alberto, che fu molt'anni canonico del Duomo: poi fu molti
anni l'Eletto (vescovo) della chiesa parmense. Non fu sacerdote,
perchè non volle, e morì diacono, nè fu consacrato Vescovo. Fu sepolto
nell'ala del Duomo dove soleva tenersi il carroccio, di dietro al
coro dei Canonici, dalla parte del convento de' frati Minori; e Obizzo
di Lavagna[37], che fu vescovo di Parma e zio di Papa Innocenzo IV è
sepolto inferiormente. Questo Alberto, Eletto della chiesa parmense,
era bell'uomo poco istruito, ma onesto. Fu mio conoscente ed amico, e
mi disse che mio padre sperava di ottenere la mia uscita dall'Ordine
de' frati Minori per mezzo di Papa Innocenzo. Ma la morte troncò ogni
sua speranza. Papa Innocenzo conosceva mio padre, perchè era stato
canonico della Chiesa parmense, ed era uomo di molta memoria; e mio
padre abitava vicino al Duomo. Inoltre aveva maritata sua figlia Maria
con Azzone fratello consanguineo di Guarino cognato del Papa; e perciò
sperava che col mezzo dei nipoti del Papa, e della famigliarità che
aveva col Papa stesso, questi m'avrebbe restituito a lui, specialmente
perchè non aveva altri maschi. La qual cosa il Papa non avrebbe mai
fatta; al più forse per consolare mio padre m'avrebbe conferito un
vescovado, od altra dignità. Perocchè era uomo liberale assai, come
appare nelle dichiarazioni fatte alla Regola de' frati Minori, e in
altre molte cose. Teneva sempre seco gran numero di frati Minori, ai
quali fabbricò anche un convento e una bella chiesa presso Lavagna,
sua terra nativa, dove avrebbe voluto tenere sempre venticinque
frati Minori, e li avrebbe provveduti di libri e d'ogni altra cosa
necessaria; ma i frati Minori non vollero accettare, e il Papa lo diede
ad altri religiosi. Questi a Lione in sua camera mi conferì l'ufficio
di predicatore, mi assolvette da tutti i miei peccati, e mi fece molte
altre grazie l'anno dell'Incarnazione del Signore 1247. Egli spogliò
del vescovado di Parma frate Bernardo da Vizio, che era della famiglia
Scotti, e creò l'Ordine dei frati di Martorano. Detto vescovado frate
Bernardo avealo avuto da Gregorio di Montelungo Legato di Lombardia;
e il Papa lo diede al ridetto Alberto proprio nipote. Papa Innocenzo
IV favoreggiò molto i suoi parenti. Ed ebbe tre sorelle maritate a
Parma, che gli diedero molti nipoti, a cui conferì grasse prebende, e
secondo il grido del profeta: _Hanno fatto Chiesa il loro parentado._
Terzo figlio di Guarino fu Anselmo, bell'uomo, ma quanto all'armi
inettissimo, come quello che era stato allevato nella corte romana in
mezzo ai Cardinali, da cui apprese gli ozii e i costumi dei preti.
Quarto fu Guglielmo, che aveva, quando morì, credo vent'anni. Era
giovane di assai delicata coscienza, e voleva confessarsi almeno una
volta la settimana. Quinto fu Obizzo II, che ora è vescovo di Parma, ma
prima è stato molt'anni vescovo di Tripoli. Costui fu uomo quasi alla
militare, e il suo carattere è come quello che più su abbiam fatto di
Nicolò vescovo di Reggio. Perocchè era chierico coi chierici, religioso
coi religiosi, laico coi laici, cavaliere coi cavalieri, barone coi
baroni; gran barattiere, spenditore largo, liberale e cortese. In
principio abusò di molte terre e possessioni della mensa vescovile, e
le diede ad alcuni truffatori. Perciò fu accusato presso Papa Urbano
da Ghiberto da Gente come barattiere, dissipatore e alienatore de'
beni della mensa vescovile. Ma in processo di tempo ricuperò le terre
alienate e fece molti restauri all'episcopio. Egli fu uomo di molta
dottrina, specialmente nel diritto canonico, ed assai esperto nel
ministero ecclesiastico. Conosceva il gioco degli scacchi, e teneva a
bacchetta il clero secolare; e conferiva le parocchie a quelli, che gli
facevano del bene. Amò i religiosi e specialmente i frati Minori. Fece
però una bruttissima azione; perchè essendo egli vescovo di Tripoli, si
dimise, e coll'aiuto del Cardinale Ottobono, che fu poi Papa Adriano,
spogliò del vescovado di Parma maestro Giovanni di donna Rifida, che
era Arciprete del Duomo, dotto in diritto civile ed ecclesiastico, e
che molt'anni l'aveva insegnato, persona onesta e buona, e che cantava
e predicava bene. Per di più era stato anche suo maestro di diritto
canonico; ed era stato eletto regolarmente e canonicamente dagli altri
canonici a Vescovo di Parma dopo la morte di Alberto suo fratello.
Finalmente sesto ed ultimo figlio di Guarino, cognato di Papa Innocenzo
IV, fu Tedisio, grosso, pingue e robusto. Sorella di tutti questi fu
Cecilia, che stette molt'anni nel monastero di S. Chiara in Parma. Poi,
tolta di qui, fu promossa a Badessa nel convento di Chiavari, fatto
fabbricare a proprie spese presso Lavagna, sua terra, dal Cardinale
Guglielmo, nipote di Papa Innocenzo: monastero ricchissimo ove abitano
frati e suore dell'Ordine de' Minori. Questa Badessa Cecilia, colpita
da Dio per la sua ruvidezza ed avarizia, finì malamente: ed ecco
come. Frate Bonifacio dell'Ordine de' Minori, visitatore dei monasteri
dell'Ordine di S. Chiara della provincia di Lombardia, aveva alcune
donne da collocare nei monasteri; perocchè a Torino, città appartenente
alla provincia di Lombardia, a cagione di guerre non potevano stare. E
dopo averle allegate, eccetto due, in varii monasteri, con quelle due
andò a Genova; ed una la collocò nel monastero di Genova col consenso
delle suore e della Badessa; l'altra nel monastero di Chiavari col
solo dissenso della Badessa. Ed ecco che subito mentre il visitatore
stava a mensa in casa dei frati, che ivi abitavano, la Badessa con
animo infuocato d'ira, e la fronte aggrottata, insorse contro la nuova
ospite, dicendo ed ordinando alle suore di espellerla dal convento,
perchè non voleva che in nessun modo dimorasse nel suo monastero. Ma
le suore pregando la Badessa colle lagrime agli occhi per la nuova
consorella, essa rispose: Ah! vilissime femmine; credete ch'io non
abbia un perchè di ciò fare? Lo faccio per vostro bene, e per bene del
nostro monastero. E presala per una mano, la cacciò fuori, operando
secondo il detto di un poeta;
Turpius ejicitur, quam non
admittitur hospes.
All'ospite l'onor ben più si toglie
Se si discaccia, che se non s'accoglie
La suora espulsa si recò dunque e stette al cospetto del visitatore,
che era a mensa in casa dei frati che ivi abitavano; e colle lagrime
agli occhi gli riferì quanto le aveva detto la Badessa. Il visitatore,
udite queste cose, si alzò turbato dalla mensa, andò e scomunicò la
Badessa, perchè perseverando nella sua durezza chiudeva le viscere
della pietà ad una sua consorella, che era stretta da dura necessità.
E prendendo per mano la tribolata suora la consolò, e la ricondusse
seco a Genova, e pregò la Badessa e le suore di quel monastero ad
accoglierla per amore di Dio e suo, avendo già loro prima parlato della
malignità, della durezza, dell'avarizia e della follìa della Badessa
di Chiavari. Tali cose avendo udito le suore del monastero di Genova,
si mossero a compassione della loro consorella, e la abbracciarono
festosamente. In quel monastero poi vi era una suora vecchia molto
e divota e di gran merito presso Dio, a cui dispiacque assai il
contegno di quella Badessa verso una suora tribolata e già collocata
in convento. Ed essendo già di quel dì sera avanzata, e le altre
suore andate a letto, essa s'inginocchiò davanti all'altare, e con
molte lagrime pregò Iddio....... Il visitatore mandò subito un messo
velocissimo a Chiavari per sapere che cosa fosse accaduto a quella
badessa: e la trovò morta, maledetta, scomunicata e senza assoluzione.
Nell'intervallo tra la partenza del visitatore e l'arrivo del messo,
Cecilia, Badessa di Chiavari, cominciò a malare gravemente e svenir
di languore; e soffrendo dolori di più maniere, si pose a letto, si
ridusse agli estremi, e cominciò a gridare: Io muoio. Sorelle correte,
aiutatemi, datemi qualche rimedio. Accorsero le suore incontanente,
e, com'è dovere, ebbero compassione della loro Badessa. Della salute
dell'anima sua non si fe' cenno, di confessione non se ne parlò. Le
si strinse la gola, e appena poteva trar respiro. E quando s'accorse
che moriva, disse alle suore adunate: Andate e ricevete quella suora;
andate e ricevete quella suora; andate e ricevete quella suora. Per lei
Iddio mi percosse; e in così dire spirò........ Ricordo che essendo
io a Lione, ove era anche Papa Innocenzo IV, arrivarono alcuni frati
Minori di Bordeaux a dire al Papa che le suore dell'Ordine di S. Chiara
di Bordeaux avevano eletta suora Cecilia, sua nipote, a loro Badessa.
E il Papa ne diede loro lettera di conferma, dicendo che andassero a
ritrovarla a Parma. Ma l'Eletto di Parma, nipote del Papa, e fratello
della prenominata donna, essendo pur esso a Lione, e avendo saputo la
cosa, si presentò al Papa e fece annullare la data conferma. E forse,
se fosse andata colà, si sarebbe diportata meglio tra forestieri che
in mezzo a parenti e conoscenti. Ora ripigliamo il corso della nostra
storia, e incominciamo là dove la lasciammo. L'anno 1229, segnato
anche più su, Nazario di Ghirardino di Lucca fu Podestà di Reggio, e
fece fare il ponte e le imposte di porta Bernone. Allora si cominciò
a cinger di mura la città di Reggio. E fece fare cento braccia di
muraglia, dalla detta porta in giù verso porta S. Stefano. Così
successivamente ogni anno gli altri Podestà fecero duecento braccia di
muraglia finchè la città tutta fu murata. Però, per la frequenza delle
guerre, qualche anno restò interrotta la continuazione del lavoro.
Questo Nazario ha il suo ritratto in pietra sopra la porta Bernone,[38]
fatto fare da lui stesso, ed ha in Reggio la sua statua a cavallo.
Fu bel cavaliere e ricco assai; mio conoscente ed amico quando io
dimorava a Lucca nell'Ordine de' frati Minori. Donna Fior d'Oliva, sua
moglie, era bella, paffuta e mia famigliare e devota. Era di Trento,
moglie di un notaio, da cui ebbe due bellissime figlie; e Nazario la
rapì al marito suo quando fu Podestà a Trento, e, consentendolo essa,
la condusse a Lucca, e mandò sua moglie, che viveva ancora, in un
certo suo castello, dove stette sino alla morte. Nazario morì senza
figli, e lasciò molte ricchezze a quella donna, che in seguito si
maritò a Reggio, e, come mi disse, fu ingannata. E l'ebbe in moglie
Enrico figlio di Antonio di Musso, e vive ancora oggi, festa di S.
Lorenzo, martedì, 1283, anno in cui scriviamo queste cose. Tutti e due
costoro, cioè Nazario e Fior d'Oliva fecero molto bene ai frati Minori
di Lucca, quando la Badessa di Gattaiola[39] dell'Ordine di S. Chiara
provocò e aizzò tutta Lucca contro i frati, calunniando gli innocenti.
E cagione ne fu che frate Giacomo da Iseo non la voleva assolvere
perchè non si comportava bene nel suo ufficio. Essa era figlia di una
fornaia di Genova, e il suo governo era turpe, crudele e disonesto.
E, per assicurarsi meglio quel ministero, era larga di regaluzzi e
di leccornie a giovani, e a uomini, e a donne secolari, specialmente
a chi aveva qualche parente nel monastero. Ai quali eziandio andava
dicendo: I frati Minori non mi vogliono dare l'assoluzione perchè......
E così, come è detto, calunniava gli innocenti. Ma mentiva apertamente.
Tuttavia essa fu assolta, e i frati ricuperarono il loro onore e la
loro buona fama, e la città la sua calma.
a. 1230
L'anno 1230 si celebrò in Assisi un capitolo generale de' frati Minori,
e si fece il trasporto del corpo del beato Francesco il giorno 25
Maggio, e frate Giacomo da Iseo, che agli inguini e ai genitali era
tutto guasto, riacquistò sanità completa. Molti altri miracoli degni
d'essere narrati fece in quel giorno Iddio per mezzo del suo servo ed
amico Francesco, che potrai conoscere leggendo la sua biografia.
a. 1231
L'anno 1231, ai 14 di Giugno, Venerdì, il beatissimo padre e frate
Antonio spagnuolo, che era nel convento di Padova, nella quale città
l'Altissimo magnificò il suo nome per mezzo di quel Santo, abbandonando
in Arcella[40] il corpo alla dimora di tutte le reliquie mortali
dell'uomo, volò felicemente alla sede degli Spiriti celesti. Questi fu
dell'Ordine de' frati Minori e compagno del beato Francesco, e, se ci
basterà la vita, ne riparleremo e ne tesseremo più ampiamente le lodi
altrove.
a. 1232
L'anno 1232, ai 16 di Ottobre, sabbato, fu rotto e messo in fuga il
Marchese di Cavalcabò da Bonacorso da Palù e da quei di Sesso[41]
presso Mancasale[42].
a. 1233
L'anno 1233 si fabbricò il palazzo del vescovo di Parma, che è rimpetto
alla facciata del Duomo; e allora reggeva la Chiesa di Parma il vescovo
Grazia di Fiorenza, che fece costruire anche molti altri palazzi in
più luoghi della diocesi. E perciò i Parmigiani lo stimavano un buon
vescovo; perchè non dissipava i beni della Chiesa, anzi li conservava e
moltiplicava. Egli era amico di mio padre Guido di Adamo, e stando alla
finestra di casa sua ragionava con lui del suo palazzo, e gli mandava
spesso regali, come ho veduto io co' miei occhi. Amò mio fratello
Guido; ma dopo che entrò nell'Ordine de' frati Minori, non si curò più
di lui. Prima di lui fu vescovo Obizzo di Lavagna genovese, bell'uomo
ed onesto, come dicono, e fu zio di Papa Innocenzo IV; ma non ricordo
d'averlo veduto. Dopo Grazia fu vescovo un certo Gregorio Romano,
che ebbe vita breve, e morì a Mantova eretico e maledetto. E quando
malato gli portarono l'ostia consacrata, non volle riceverla, dicendo
che non credeva nulla di tal fede; e interrogato perchè accettasse il
Vescovado, rispose: per le ricchezze e gli onori; e così spirò senza
comunicarsi. Dopo lui fu vescovo maestro Martino da Colorno,[43]
di famiglia meno che cospicua. Gli successe Bernardo Vizio, di cui
ricordo d'aver già fatta menzione, come anche de' suoi successori. Dopo
Bernardo venne Alberto Sanvitali, nipote di Papa Innocenzo IV. Dopo fu
eletto canonicamente e concordemente maestro Giovanni di donna Rifida,
Arciprete del Duomo; e gli successe Obizzo, vescovo di Tripoli, pur
esso nipote del predetto Papa, e fratello del sunnominato Alberto. Per
frodi fu investito del Vescovado di Parma, e vive ancora e lo tiene.
E come lo tiene oggi, tengaselo pure finchè se ne faccia un'altro. Ed
oggi, che queste cose scriviamo, corre il 1283, giorno di S. Lorenzo,
martedì. Che cosa sia per avvenire d'ora innanzi dei vescovi di Parma,
sallo Iddio. In questo stesso anno 1233 fu Podestà di Reggio Giliolo di
donna Agnese di Parma. In quell'anno Reggio cominciò a coniar moneta;
e Nicolò vescovo di Reggio viveva ancora. Io conobbi quest'Egidiolo,
chè eravamo della stessa città, ed ebbe due cognomi. Fu detto di donna
Agnese, o da parte di madre, o da parte di moglie, perchè fu donna
valente (come un certo ponte, che è in Parma, fu chiamato ponte di
donna Egidia da Palù, perchè essa lo fece fare; ponte che ora rifanno
di muro, invece di legno.) Fu pur detto da Gente, perchè quand'era
oltremare, ogni volta che si parlava d'eserciti, usava dire: La nostra
gente fece così. Questo l'ho saputo da Gherardo Rangone di Modena, che
era frate Minore. Gigliolo da Gente poi ebbe due fratelli. Il primo
fu Tedaldo, e, quand'io era ancora ragazzo, l'ho veduto assai vecchio
e carico d'anni; ed ebbe sette figli, de' quali il quarto, Manfredo,
sposò mia sorella Caracosa, che, mortole il marito, finì lodatamente
la vita nel monastero di S. Chiara in Parma. Il secondo aveva nome
Beretta, bel cavaliere e prode guerriero, forte, e tant'alto di statura
da far la meraviglia degli uomini e delle donne. Giliolo fu anche padre
di Ghiberto da Gente, di cui parleremo a suo luogo. E quando nel detto
anno Giliolo era Podestà di Reggio cominciò l'_alleluia_. E i posteri
chiamarono _alleluia_ un certo periodo di tempo, in cui, posate le
armi, predominò la giocondità, l'allegria, il gaudio, l'esultanza il
giubilo ed ogni dimostrazione d'animo contento. E tutti, cavalieri e
fanti, e cittadini, e campagnuoli, e giovinetti, e giovinette, e vecchi
e giovani ne cantavano inni e lodi a Dio. In tutte le città d'Italia vi
fu questa divozione; e vidi che nella mia città di Parma ogni parocchia
voleva avere il proprio gonfalone da portare nelle processioni, e, sul
gonfalone, dipinto la specie di martirio del santo suo titolare. Così,
p. e. la scorticazione di S. Bartolomeo era ritratta nello stendardo
della parocchia, che da lui si nominava; e così via via delle altre. E
dalle ville venivano in città co' loro confaloni in gran frotte uomini
e donne, ragazzi e ragazze ad ascoltare le prediche ed a lodare Iddio;
e cantavano con voci divine più che umane. E così le genti camminavano
sulla via della salute, tanto che sembrava adempiuto quel detto del
Profeta: _Ricorderanno (la mia parola) e si convertiranno a Dio tutte
le nazioni, e adoreranno davanti a lui tutti i popoli._ E portavano
in mano rami d'alberi e candele accese; E si predicava di mattina,
a mezzodì, verso sera, secondo il Profeta: _Di sera, di mattina, di
mezzodì narrerò e annunzierò, ed esaudirà la mia voce. Redimerà in
pace l'anima mia da coloro che s'avvicinano a me, poichè tra molti era
meco._ E si facevano soste nelle chiese e nelle piazze; e si alzavano
le mani al cielo per lodare Iddio e benedirlo ne' secoli. E non
sapevano intermettere le laudi, tanto erano entusiasmati dall'amor di
Dio; e beato chi poteva far più di bene, e inneggiare a Dio. Nessun'ira
era tra loro, nessun turbamento d'animo, nessun rancore; ogni cosa tra
loro passava in pace ed amore. _Alziamo a Dio, che siede ne' cieli,
i nostri cuori e le nostre mani._ E così realmente facevano, come ho
visto io. E poichè la Sapienza dice ne' Proverbii. II. _Il popolo si
travolgerà in ruina, se non vi sia chi lo governi,_ affinchè non si
creda che queste moltitudini fossero senza guida, parliamo ora di chi
dirigeva queste ragunate. Primo venne a Parma fra Benedetto, che si
chiamava di Cornetta, uomo semplice ed illetterato, di buona innocenza
e di vita onesta, ch'io vidi, ed ebbi seco famigliarità in Parma, e poi
a Pisa; ed era o di Valle spoletana, o di Romagna. Non apparteneva ad
alcun Ordine religioso, viveva a sè, e solo si studiava di piacere a
Dio. Era molto amico de' frati Minori; pareva quasi un altro Giovanni
Battista, che precorresse avanti al Signore a preparargli un popolo
perfetto. Portava in testa un cappello all'Armena, aveva barba lunga e
nera, e teneva una trombetta metallica (cioè di oricalco) colla quale
suonava; e quella sua tromba reboava terribilmente, ma pure non senza
qualche dolcezza; andava cinto di una fascia di vello; vestiva abito
nero, a foggia di sacco tessuto di peli di diversi animali, e lungo
sino ai piedi. La tonaca era fatta a guisa di guascappa, e davanti e di
dietro aveva una croce lunga, larga, e di color rosso, che discendeva
dal collo sino a' piedi, come suole nelle pianete de' sacerdoti.
Così vestito egli andava colla sua tromba, e predicava nelle chiese,
nelle piazze, e lodava Iddio, e aveva sempre seguace una gran turba
di ragazzi con in mano, il più delle volte, rami d'alberi e candele
accese. Ed io stesso stando su una muraglia del palazzo vescovile, che
allora era in costruzione, l'ho veduto più volte a predicare e cantare
le lodi del Signore. E cominciava le sue lodi dicendo in suo volgare:
_Laudato, et benedetto, et glorificato sia lo Patre._ Ed i ragazzi a
voce alta ripetevano quello che egli aveva detto. E poi ripeteva le
stesse parole, e aggiungeva: _Sia lo Fijo._ Ed i ragazzi riassumevano
cantando le stesse parole. Finalmente per la terza volta replicava
le stesse parole e vi aggiungeva: _Sia lo Spiritu Sancto;_ e dopo:
_alleluja, alleluja, alleluja._ Di poi trombettava, e dopo predicava,
dicendo buone parole a lode del Signore. E dopo tutto cantava un saluto
alla beata Vergine così:
Ave Maria — Clemens et pia,
Gratia plena — Virgo serena:
Dominus tecum — Tu mane mecum.
Tu benedicta in mulieribus,
Quae peperisti pacem hominibus
Et angelis gloriam.
Et benedictus fructus ventris tui,
Qui coeredes ut essemus sui,
Nos fecit per gratiam.
Ave, Maria — Clemente e pia,
Di grazia piena — Vergin serena:
Iddio è teco — Tu resta meco.
In fra le donne — Tu benedetta
All'uom portasti — Pace perfetta
E gloria agli Angeli.
E benedetto — Lo Figlio tuo
Che di far parte — Del regno suo
Larginne il merito.
Ora parliamo degli eminenti predicatori, che furono famosi al tempo di
quella divozione: ed anzi tutto di due dell'ordine de' Predicatori,
cioè di frate Giovanni da Bologna, nativo di Vicenza, e di frate
Giacomino da Seggio, oriondo di Parma. Imperocchè il beato Domenico non
era ancora canonizzato, ma era morto e sotterra, come si canta in una
prosa:
Iacet granum occultatum,
Sydus latet obumbratum;
Sed plasmator omnium
Ossa Ioseph pullulare,
Sydus iubet radiare
In salutem gentium.
Sta un grano ancor sepolto.
Sta un astro in ombra involto:
Ma il Dio che suscita
Or Giuseppe a morte invola,
Or dell'astro l'ombra assola,
E salva i popoli.