— Qui si conclude fra questi ministri regj che, per assicurare la
quiete d’Italia, niuna cosa potrebbe essere più a proposito che di
veder levato di Napoli il duca d’Ossuna, e che a questo fine potrebbero
giovar molto gli officj di nostro signore fatti opportunamente; e non
è dubbio ch’egli è un uomo turbolento e pieno di stravaganti capricci:
e fin dal tempo che io lo conobbi in Fiandra, fu tenuto sempre in
quest’opinione. Vedesi ch’egli non vuol obbedire, anzi che vuol far
nascere qualche occasione necessaria di guerra, ed è stato un brutto
termine quello di aver ricettato quel capo d’Uscocchi, e peggiore è
quello di non voler restituire quei vascelli e robe dopo tanto tempo.
Ed il male è che non si crede che questi siano suoi capricci, ma che
il tutto venga di Spagna; onde le genti si disperano alfine, e se
il fuoco si accende in Italia, sarà impossibile che i Francesi non
s’interessino coi Veneziani e con Savoja, e che non si venga in ultimo
a rompimento fra le due corone. Abbiamo l’esempio fresco dello stato in
che aveva ridotte le cose di Lombardia don Pietro di Toledo con le sue
stravaganze.
Lamenti consimili suonano nei dispacci de’ residenti veneti.
[74] I dispacci del residente a Napoli, pubblicati dal Mutinelli
(_Storia Arcana_, vol. III), tolgono ogni dubbio sulle intenzioni
dell’Ossuna. Uno acchiude un cartello, stato allora affisso, che
può mostrare i concetti di qualche studente, come or farebbero le
declamazioni di qualche giornale: «Allégrati, o nobile Italia, ed
essendo stata padrona dell’universo, non ti confondi perchè, non
aprendo gli occhi, sei stata tanto tempo disunita, e per questo
soggetta: che ritornerai in felice stato, sarai presto repubblica
unita; li tuoi Stati e regni governati dai loro naturali, pronti alla
general difesa e beneficio dei loro figli; e così non ti sarà levato
il sangue da stranieri nè si dirà, come si dice, che son men valorosi e
savj di altre nazioni che comandano nelle lor case».
[75] Carteggio ai 5 e 12 giugno 1620. Il medesimo avvenne anco al
cardinale di Granuela, che «dopo d’essere stato qua per vicerè dal 1570
alcuni anni, fu licenziato, e non volendo obbedire... fu necessitato
don Zunico di Mendoza che gli successe nel governo, dopo d’aver
avuta gran pacenza, di venire una notte, ed entrare all’improvviso in
Castelnuovo».
Il giornale del Zazzera racconta le cose assai più per disteso;
interessantissimo testimonio del disordine d’allora e della universale
prepotenza.
[76] Fatta la parte debita all’esagerazione di chi soffre, è però
opportuno conoscere la supplica sporta al re di Spagna nel 1620
«intorno al miserabile e pericoloso termine, al quale si trova ridotta
la città e il regno di Napoli:
— I. Si è perduto il rispetto a Dio e alla religione; con aver
introdotte nuove sêtte, si vive con libertà di coscienza: si
procura con violenza o tema o interesse di levar l’onore alle case
principali, e anco violare i monasteri di monache: si va lasciando la
frequentazione dei sacramenti: nella cappella reale non si sente più
messa, nè vi resta più esempio di cristianità: e non si tratta più con
persona alcuna, se non con ruffiani e manigoldi.
«II. Si pratica con parecchie case il _crescite_, e anche in pubblico,
con scandalo universale: essendo che in mezzo del mare, e sopra li
cocchi di molti, in mezzo delle strade, s’incontra la notte l’infame e
infelice Dorotea, facendo cose, per rispetto delle quali tutti quanti
hanno paura che si apra la terra.
«III. Jer mattina, sopra il mostacchio de’ titolati e ministri per il
quarto dell’udienza, entrorno due careghe (LETTIGHE) con quattro donne,
e li portatori pubblicamente le serrarono nel portico con complicità
e scandalo notabile: e si vocifera che adesso si fa una grotta sotto
terra per andar al convento in un monasterio di monache: e quelli, i
quali non vogliono lasciarsi levare l’onore, vengono perseguitati come
se avessero commesso il crimenlese.
«IV. Si va perdendo l’amore e il rispetto dovuto al re nostro; così
per la tirannide di chi lo governa, come per quello che si dice
in dispregio del suo nome reale in pubblico e tra i ministri. In
particolare, un giorno ragunandosi il collaterale e la sommaria, e
trattandosi della rovina e distruzione di questo regno per rispetto
della libertà che si dà ai soldati, che non v’era riparo nè mezzo
alcuno per rimediar a quel ramo di peste (quale è cresciuto tanto, e
ogni dì va crescendo più), rispose che importava più a lui acquistarsi
la benevolenza della soldatesca, per mezzo della quale egli avrebbe
fatto tremare il re, e costretto fare al suo modo, che non toccava a
lui la conservazione del regno di Napoli, il quale suo figlio non avea
da ereditare.
«V. Si piglia informazione degli uomini più ricchi e più comodi,
acciò con testimonj falsi se li levi la roba: come si vede ogni dì
con spavento universale di tutti, e si va cercando vanie e calunnie
per opprimer quelli i quali non voglion consentire a sì fatte
scelleraggini.
«VI. Si fa vanto in pubblico d’aver ucciso parecchi, i quali sono stati
contrarj a’ suoi umori; e in particolare d’aver fatto morire nel tempo
del conte di Lemos un alfiere spagnuolo qual venne di Sicilia a Napoli:
e questi giorni passati s’è trovato segato e spartito per mezzo un
putto della marchesa di Campolattaro, e vassi vantando di quello come
se egli avesse combattuto con il Granturco in uno steccato, per l’onore
di Dio e del suo re: e ogni cosa si fa per mettere paura e spavento, e
mostra ch’egli può levare la vita e la roba _impune_.
«VII. Tiene il regno pieno di capitani a guerra, e ha un principe di
Conca visitatore generale delle milizie e del regno di Napoli, e il
marchese di Campolattaro con una compagnia di cavalli, e il marchese di
Sant’Agata (che possa essere ammazzato subito!), con lettere patenti,
e aperte, saccheggiando e rovinando il regno, acciò col sangue di tanti
orfanelli e povere vedove e disgraziati sudditi del regno, remunerarli
e resarcir l’onta e vergogna che patiscono concedendo a ciascuno di
questi cento ducati di piatto ogni giorno. E quello che è peggio assai,
è che hanno messo imposizioni e dazj generali di tanto aggravio, come
se fossero tanti re ognuno nel suo regno: cosa che già mai il re non
consentì per suo servizio senza il consenso espresso delli stessi
popoli, ragunati in parlamento e assemblea generale: sicchè non si vede
nè sente altro che chiamare Dio, chiedendo giustizia.
«VIII. Ha sostentato una compagnia di cavalli un anno e più il marchese
d’Arena con la medesima provvisione di cento ducati il dì, e di più,
della contribuzione di altri mille cinquecento il mese: ed è poco tempo
ch’egli l’ha riformato, e nel suo mostaccio in pubblico il disse, che
sapeva benissimo che egli aveva avanzato da quarantamila ducati, e che
per certi buoni rispetti era restato di gastigarlo.
«IX. Tutti li governi del regno sono spartiti tra scavezzacolli,
ruffiani e becchi di volontà: e perchè non bastano, ogni dì si va
trovando nuovi carichi e nuove patenti; e se le università e Comuni
vengono a domandar giustizia e misericordia, li fa cacciare in una
galera: sicchè non v’è altra speranza di quella di Dio in poi.
«X. Il patrimonio del re è in tutto e per tutto esausto e perso, sì
come s’è potuto conoscere per mezzo dei bilanci mandati dalla Camera
reale; e ogni dì più si va rovinando e distruggendo senza sorte
nissuna di reformazione, nè speranza di rimedio: non considerando che
il patrimonio che possiede sua maestà in questo regno non lo cava di
miniere d’oro e d’argento, nè manco della pescaria delle perle, come
quelle dell’Indie; ma che è solamente il sangue umano, qual si concede
al re per sostegno della sua monarchia e del regno stesso, e non perchè
si dissipi e diffonda in dissolutezze, e in offesa di Dio e di sua
maestà.
«XI. Si va rovinando il commercio, essendo che tutti quanti i mercanti
vanno ritirando i loro effetti e mercanzie; ed escono del regno
per tema della violenza che li vien fatta; massime in quest’ultimo
sequestro fatto alle nazioni forestiere.
«XII. S’è fatto una confusione in tutto l’ordine del governo,
imperocchè non v’è uffizio che s’eserciti per la sua strada solita: e
questo per cavar profitto della confusione e porre le mani in tutto,
senza che se ne possa avvedere: e così vengono violate le leggi e le
prammatiche a non aver più forza; eccettuate pur quelle che sono fatte
subito, alle quali con violenza o ingiustizia si dà esecuzione senza il
parer del collaterale o di nissun altro: e a nissuno fa grazia, meno
che alla richiesta di sue favorite e altri tristi e scellerati: e non
si trova più notaria di ragione, o tesoraria, o vedoria nel regno; ogni
cosa resta estinta e confusa.
«XIII. Li tribunali della giustizia si posson chiamare d’ingiustizia
e di gravami; giacchè avendosi fatto quello sconcerto e disordine
di roba, di vita e d’onore, ella si dà e si nega conforme a quello
che esigano gl’interessi. Si vede venir fuora della cancelleria o
notaria i più stravaganti ordini che possano immaginarsi: e come egli
vede l’ingiustizia che si fa, per non esser costretto e sforzato
di correggerla, tiene chiusa la porta dell’audienza; dandola solo
spasseggiando e camminando quando esce per la sala da basso fino al
quarto della guardia; trattando così male ognuno, che nissun uomo
onorato e qualificato ardisce parlare con lui.
«XIV. Si vede la nobiltà strascinata e buttata per i corridori del
palazzo con un dispregio incredibile e non immaginabile; e quando
sperano poter parlarli, scampa in una carega, correndo in mezzo di
tutti, stimando poco ognuno: gl’infami e interessati lo comportano per
suoi interessi; ma li signori onorati sono costretti di ricorrere al
palazzo, e passare per tutte quelle indegnità: per che, occorrendo che
quell’uomo faccia ad essi persecuzioni, chi saranno quelli che vorranno
pigliare la lor protezione?
«XV. È uscita dalla città la maggior parte della nobiltà, parendo
ad essi con lui metter in pericolo il loro onore; non v’è mercatante
che tenga in bottega cosa di momento, massime li orefici e mercanti o
tessitori di tela d’oro; perchè la roba vien tolta ad essi con violenza
senza mai pagar nissuno; e l’istesso vien anche praticato nelle cose
del mangiare.
«XVI. Non si vede in tutta la città altro che gente sollevata e
ammutinata: talchè tutto il popolo ha fatto provvisione d’armi per quel
che potrebbe accadere: e già s’è dato principio di rumore nel tumulto
che occorse alli 3 ottobre. E di più, vedendosi levar _impune_ la
roba e la vita e l’onore, peggio che disperati gridano ad alta voce,
che non aspettan altro se non che alcuno si faccia capo per arristiar
il restante. Che se questo accadesse (che Dio per sua bontà infinita
con voglia permettere), si vedrebbe per queste strade e rughe correre
il sangue (e il sangue dei più fedeli vassalli ch’abbia il re) per
l’obbligo di difendere il suo capitano generale.
«XVII. Si vedono spogliati d’arme tutti i castelli e frontiere del
regno, e della migliore e più fiorita artiglieria che tenga monarchia;
e quello per armar solamente un galeone: il quale con ogni poco di
burrasca e fortuna può andar con malora, e così restar estinta la
difesa e conservazione del regno. Si vede la gente per le strade
col viso e la faccia per terra, lagnando e piangendo l’onore e la
reputazione persa; che per tutto il mondo non si tratta d’altro che di
Napoli infame, Napoli pieno d’onta e di vergogna, Napoli spedito.
«XVIII. Si vede la nazione spagnuola gettata in un carrettone alla
peggio e sprezzata, e non solamente trattata con parole indegne, ma
con fatti, per aver bandito e confinato di lei la maggior parte, e
mandato in galera un numero infinito, dandoli il titolo di traditori e
marrani; e anche facendo più conto della nazione francese, stimandola
e impiegandola più presto che la spagnuola, di modo che è lei adesso
tanto vilipesa. E le altre volte era in bando la francese; ma ora
quelli che trattano o parlano con Spagnuoli par che commettino qualche
delitto.
«XIX. È tale e così grande la stravaganza di questo governo, che tutti
non aspettano altro che il fine di esso: e quasi la maggior parte vanno
discorrendo, che disarmandosi il regno d’artiglieria, e la nazione
spagnuola perdendo così la sua fama e riputazione, occorrendo che si
sollevino li stranieri e sediziosi del regno e gli antichi devoti della
corona di Francia, e lui parlando ad ogni ora di quello e fuora di
proposito, mostra che aspiri egli stesso a farsi re del regno: ma però
quella opinione già mai non ha trovato loco nell’animo mio, nè mi posso
immaginare ch’egli se la pensi, non solamente per rispetto che non
tiene a sua divozion le forze, ma anco perchè in tal caso il regno lo
sepellirebbe sotto i sassi, e anche per la gran fedeltà che ha al suo
re, e per l’odio e rabbia che ha conceputo contro di esso. Ma con tutto
ciò è cosa miserabile che un vicerè d’un regno dia cagione di parlare e
discorrere e anco sospettare di tai cose.
«XX. In fine, si passa il tempo e tutte l’ore in offendere Iddio e il
re, e procurare l’ultima rovina di questo regno: il qual si lagna, e
dice isbigottito e spaventato di se stesso, che cosa abbia fatto al
suo re, perchè debba comportare la sua distruzione? in che cosa abbia
tralasciato di far vedere al suo re il suo amore e la sua fedeltà? se
ha mai richiesta cosa importante al servizio del suo re, che non abbia
concessa? non è egli stato sempre col petto aperto per difendere tutto
quello che gli avanzava di sangue e di roba nel sol nome del re nostro
signore?
«XXI. Si legge veramente nelle antiche storie le tirannidi e casi
spaventevoli di pessimo governo, come di Nerone, Vitellio e altri sì
fatti; ma eglino sono stati imperatori, nè manco hanno avuto notizia
di Dio, o superiorità alcuna sulla terra: ma nel tempo d’adesso,
che si conosce il vero Dio, nei giorni d’un monarca così cattolico
e cristiano, difensore della legge di Dio, e geloso dell’utile de’
suoi sudditi, che un ministro suddito abbia ardire di delinquere sì
sfrenatamente contro il suo Dio e suo re, distruggendo il più florido
regno del mondo, la pupilla degli occhi della corona di Spagna, gran
miseria, gran calamità, grande infelicità, e caso lamentevole!
«XXII. Tutti lo sanno, tutti non trattano d’altro: ma non basta l’animo
a nessuno di pensare, non che di domandare o ricercar il rimedio da sua
maestà, per paura che quello venghi all’orecchio di questo tiranno,
e non si faccia di loro strazio; e così solamente dalla mano di Dio
s’aspetta che ispiri a sua maestà, che con la sua mano poderosa e reale
vi apporti presto rimedio.
«XXIII. Questo rappresento per compire con vostra maestà quello che
deve un vero e fedel suddito, conforme all’obbligo che conviene, non
stimando il pericolo nel quale egli s’espone, caso che si sapesse.
Mandi sua maestà ad informarsi di tutto questo per ministro non
appassionato e manco dipendente, ma geloso della sua santa intenzione;
che troverà che quanto si dice qui non son menuaglie e bagatelle,
rispetto a quello che ogni momento si va commettendo e aumentando in
disservizio di Dio e di sua maestà».
Quando poi l’Ossuna fu scambiato, vennero spediti alla Corte i seguenti
carichi; esagerati certo quanto i precedenti, ma che mostrano quanto
potesse un di questi vicerè:
«I. Contro la volontà di sua maestà, ha tenuto nel regno di Napoli
e città molta quantità di soldati, li quali per li loro mali
portamenti hanno messo a perdere tutto il regno; sopportava che
facessero latrocinj, omicidj, adulterj e stupri notabili; s’alcuni si
querelavano, quelli non gastigava, ma essi maltrattava, con minacce di
galere, fruste e altri gastighi.
«II. Ha posto il patrimonio reale in destruzione, e il patrimonio della
città, con aver levato li dritti perchè non pagassero.
«III. Inviava le compagnie de’ soldati alli alloggiamenti nei luoghi
del regno; e i poveri volendosi liberare da questi aggravj, andavano
dalla sua amica; la quale per li doni otteneva levarsi detti soldati, e
li mettevano in altre parti; le quali, per levarsi da questi travagli,
facevano il medesimo: e di questa maniera devastava tutto il regno.
«IV. Ha inventato a molti vassalli di sua maestà molti delitti
enormi; e questo perchè avessero paura che il detto duca li mandasse a
giustiziare corporalmente; e con questa taccia faceva in maniera che si
componevano, e pagavano molta somma di denari per liberarsi da questo
travaglio: e se alcuni procuravano di mostrare la loro innocenza, e
altri che non hanno avuto tanta comodità, li ha fatti morire senza
processare, a modo di guerra...
«VI. Quando don Gabriel Sanchez cappellano maggiore rinunziò la
cappellania, gli disse che non faria mutazione, perchè egli non avea da
udir messa nè altri uffizj divini: dal che si crede per certo che non
creda in Dio; così per non lo aver visto mai confessare nè comunicare.
«VII. Levò dalla chiesa dell’Annunziata la custodia del santissimo
sacramento, e la tenne per sè senza averla pagata.
«VIII-XI. _Molte disonestà._
«XII. Passando per Santa Lucia entrò in una carrozza con Giovanna
Maria, donna pubblica; e ambidue passeggiavano in presenza di molte
persone onorate.
«XIII. Ha tenuto sempre seco un Moro, il quale aveva comunicazione con
il Turco; e molte volte condusse al detto regno molte persone turche,
che tenevano molta comunicazione con lui.
«XIV. Essendo una gran lite tra il principe Scilla e quel di Andria, in
Santa Chiara volse per forza che si componessero, contro li termini di
giustizia.
«XV. Fece eletto un Giulio Genuino, con il quale si era accordato
ch’aveva da convocare il popolo contro i nobili: ed egli per questo
ordine fece molte sedizioni e delitti.
«XVI. Con questo concerto andava per la città di Napoli animando il
popolo che il chiamassero signore e padrone; e per riuscire con questo,
andava dando denari.
«XVII. Così medesimamente andava persuadendo il popolo, che facesse
uscire della città le persone che li volevano contraddire, perchè
avevano da procurare che non tenessero soccorso per vendicarsi di
quelli.
«XVIII. In confirmazione che non credeva in Dio, stando alla messa,
nel tempo che alzavano il santissimo corpo di Gesù Cristo, mirava un
doblone d oro che aveva nella mano.
«XIX. Ebbe un figliuolo da una Turca, il quale morì nel palazzo, e non
volse che ’l battezzassero; oprò che facessero con esso le cerimonie
maomettane; e tenendolo sopra la terra con lampade accese, il fece
adorare; il portarono alla casa della Mecca, e mandò due lampade
che ardessero avanti il cancarone di Maometto; e il Turco li scrisse
aggradimenti...
«XXI. Procurò, per mezzo di Camillo della Marra, la firma in bianco di
molti cavalieri di titolo, come essi hanno dichiarato.
«XXII. Per mezzo del detto Camillo prese molta quantità di denari
dalla dogana, per modo di donazione; e in questo furono complici molti
Napoletani. Di tutto vi sono bastanti informazioni e d’altri carichi
disonestissimi, che per essere tanti non si dicono qui».
L’ambasciadore di Firenze a Napoli scriveva al granduca il 20
settembre 1622: — Fra le robe che sono in vendita del duca d’Ossuna,
è una carrozza, di fuora di velluto piano nero, di dentro di tela
d’oro, e guarnita tutta d’argento, con le colonne di argento, e altri
ornamenti nobilissimi. Onde sarebbe questa occasione di fare una bella
spesa, e di cavare di qua effetti non solamente senza danno, ma con
utile; poichè quest’argento, che è di lega solita di Napoli, non ne
domandano più di ducati undici la libbra, che costà presuppongo che
deva valere l’istesso o più; e tanto sento se ne caverebbe anche in
Roma, dove tratta di fare questa spesa il contestabile Colonna, sebbene
non è per concludere così presto. E la tela d’oro, il velluto con
tutti i guarnimenti, rispetto a quello che costorno, si arebbero per
pochissimo, e l’argento solo arriva a libbre dugento; sì che fo conto
che con scudi due mila o poco più si arebbe quello che non è fatto nè
si farebbe nè con tre nè con quattromila. È cosa invero tanto bella,
che se ne può onorare un re, e pochissime volte è adoperata; ed alla
peggio, con disfarla si caverebbe costà del peso dell’argento quasi
l’istesso che si spende, e verrebbe estratto quest’effetto senz’il
danno del cambio. Se bene la cosa è tanto bella, che son sicuro che
dopo vista non si penserebbe a disfarla; e però ho voluto proporla a
vostra signoria illustrissima per in caso che sua altezza o il signor
cardinale avessero gusto d’attenderci».
[77] Vedi DARU, _Storia di Venezia_, libro XXXI in fine.
[78] Carteggio del residente d’Urbino, nell’_Archivio storico_.
[79] Ivi, 28 gennajo 1623.
[80] Carteggio suddetto, al 29 aprile 1622. E il Giannone, al lib.
XXXV. 5, scrive: — La _vil plebe_ che vuol satollarsi, nè sapere
d’inclemenza de’ cieli o sterilità della terra, _vedendosi mancar il
pane_, cominciò a tumultuare e a _perder il rispetto_ ai ministri che
presiedevano all’annona». E più avanti egli nota di questo lazzaro
che avvicinatosi al cocchio del Zappata con una pagnotta, gli disse:
— Veda, eccellenza, che pane ne fa mangiare». E perchè il cardinale
sorrise, il vulgo _temerariamente_ gli disse in faccia: — Non bisogna
riderne, eccellenza, quando è cosa da lagrimare», seguitando a dir
altre parole _piene di contumelie_.
Eccovi, o lettori popolo, il liberalismo del secolo passato.
[81] Nativo di Napoli. Vedi VOLPICELLA, _Della patria e famiglia di
Tommaso Aniello_.
[82] È in ventitre articoli, e cinque d’aggiunta, e trovasi nel LUNIG,
tom. II. p. 1368. Fra gli altri v’è la promessa di abolire le gabelle
_che non fossero state vendute_. Ora tutte quante erano vendute.
[83] Gli storici parziali videro pazzia dov’era tutt’altro. Per
esempio, Tommaso De Santis racconta che Masaniello gridava al popolo,
— Non sarai sicuro finchè tu non faccia un ponte da Napoli a Spagna
per farti intendere da sua maestà»; ed ecco il Capecelatro reca
come sintomo della pazzia di lui che avesse divisato far un ponte
da Napoli a Spagna. Le migliori storie contemporanee sono quelle del
Turri, del De Santis, e la _Partenope liberata_ del dottor Donzelli,
gran partigiano di Masaniello. Il conte di Modéne francese, compagno
del duca di Guisa, scrisse Memorie, ristampate il 1826 a Parigi dal
marchese Fortia, che vi appose il catalogo ragionato di tutte le opere
relative al tumulto di Masaniello, e che sono cinquantotto in italiano,
in francese, in inglese, in spagnuolo, in tedesco. Dopo d’allora furono
stampate parecchie scritture in tal proposito, fra cui il _Diario
di Francesco Capecelatro contenente la storia degli anni_ 1647-1650,
Napoli 1850, con ricchissime note del marchese Angelo Granito. Un esame
degli storici napoletani di questo tempo fu fatto da Alfredo di Reumont
al fine della sua opera _Die Carafa von Maddaloni_, Berlino 1851. Altri
ne fecero soggetto di dissertazioni erudite, di storie passionate,
perchè allusive; fra cui citeremo _Insurrection de Naples en 1647 par
le due de Rivas, traduit de l’espagnol et précédé d’une introduction
par le baron Léon d’Hervey Saint-Denys_, Parigi 1849. Nelle migliaja
di carte stampatesi e nelle assai più ancora inedite trovansi molti
spagnolismi, frequenti goffaggini e stile curiale, ma pochissime delle
metafore scientifiche.
[84] Credo alluda a questo fatto il Colletta, ove dà come positivo e di
tempi ordinarj e per semplice litigio quella baja vulgare delle teste
di ventiquattro cattolici, fatte mettere dal Nardo sugli stalli del
coro.
[85] Grida del 24 luglio 47 del duca d’Arcos: — Ancorchè per altro
banno de’ 22 del corrente, de ordine nostro pubblicato, si è proibito
di non possersi bruciare case nè robe in questa fedelissima città,
suoi borghi e casali; con tutto ciò intendendo che alcune persone
poco amorevoli della quiete pubblica, per aver occasione di rubare,
procurano sotto varj pretesti sollevare questo fedelissimo popolo, e
perturbarlo per indurlo a far bruciare le case de’ cittadini, ecc.».
[86] Come testimonio delle impressioni del momento è curiosa una
delle molte lettere del gesuita Magnati al cardinale Brancaccio, il 12
ottobre 1647; — Non scrissi a vostra signoria le successioni, stante
l’imbecillità dell’animo mio, non avendo a parteciparle che sangue,
fuoco, orrori, paventi, stragi e morti. Più mostruosi successi non
credo che sieno seguiti giammai nè in questa città nè altrove». E
qui divisa il tentativo di don Giovanni di far disarmare il popolo,
poi gli assalti dati alle barricate: «E benchè l’esperienza militare
degli Spagnuoli eccedesse quella dei popolani, prevalsero con tutto
ciò sempre il valore e la bravura di questi. Supponevano gli Spagnuoli
di debellare tutto questo popolo con le minaccie, ma non poterono che
occupare una parte della città per via d’intelligenze coi capi, e si
combattè accanito... Fecero i popolani istanza a sua altezza di tre
giorni di tregua; nè volendogliela dare, seguitarono intrepidamente a
combattere. Ma vedendo sua altezza il giorno seguente andar le cose di
male in peggio, fece pubblicare bando, nel quale concedeva il perdono
a tutti, purchè si fosse desistito dalla pugna, e che si fossero
deposte le armi. Gli fu risposto che non si curavano di perdono, anzi
che bramavano la guerra, la quale gliel’intimavano per dodici anni...
Cominciò a sentirsi una gran carestia, sicchè la povertà moriva di
fame, e non si parla che di uccisioni, non si discorre che di esterminj
ecc. Sono indicibili le continue scaramuccie seguìte giorno e notte,
non avendo gli Spagnuoli potuto avanzare un palmo di terreno... Con
tutta la loro armata e la loro potenza, non sono stati bastevoli a
resistere, non che a superare la forza e costanza di questi popoli...
Mentre ondeggiava la certezza, si vide in un batter d’occhio da quei
popoli di Porto gettar dalle finestre e case infinita quantità di
legni, materassi e tavole a terra; ed alzando in faccia a Castelnovo
una grossa trincea con due buoni pezzi, attesero a difendersi con
più sicurezza. E benchè dal castello si procurasse impedirli con il
cannone, non fu possibile che quelli volessero desistere da porla in
perfezione come ferono. Lascio di suggerirle le continue cannonate, che
avrebbero di sicuro spaventato il mondo non che il popolo, il quale è
risoluto piuttosto morire che rendersi. Il padre Lanfranchi teatino,
che si è interposto per qualche aggiustamento, ha giurato di non
aver veduto mai animi così risoluti come questi del popolo, il quale
per accordarsi domanda partiti esorbitanti: che il popolo non voleva
fare più capitolazioni, ma che facendole li Spagnuoli, le avrebbe
sottoscritte: quando che no, non pretendevano altro se non che gli
Spagnuoli deponessero le armi in mano loro, e gli dassero in poter loro
tutti tre i castelli; che avrebbero poi aggiustato il rimanente».
[87] Il Guisa nelle sue _Memorie_ racconta, nel solito tono di fanfara,
le accoglienze fattegli a Napoli: — Sul fine della messa, il cognato
di Gennaro Anesio venne farmi complimento da sua parte, e scusa se non
veniva a ricevermi, non credendosi sicuro fuor della torre del Carmine,
dove m’aspettava colla massima impazienza. V’andai difilato, e lo
trovai s’un terrazzino davanti al suo alloggio, ove con un arruffato
complimento mi mostrò la gioja del vedermi, per quanto l’ignoranza e
l’incapacità gliel permettevano. È un piccinaccolo, grosso, bruno,
occhi affossati, capelli corti che lascian vedere grandi orecchie,
bocca svivagnata, barba rasa brizzolata, voce grossa e chioccia, e
non sapeva dir due parole senza esitare; sempre in apprensione, sicchè
sbigottiva al minimo rumore: l’accompagnava una ventina di guardie, di
cera nulla miglior della sua. Aveva un colletto di bufalo, maniche di
velluto cremisi, calzoni di scarlatto, un berretto di tôcca d’oro del
colore stesso, che penò a levarsi salutandomi; cintura di velluto rosso
con tre pistole per parte; non spada, ma alla mano un moschettone...
Introdottomi in sala, e fattala ben chiudere, gli presentai la lettera
del marchese di Fontenay, l’aprì, vi diede un’occhiata da tutte
quattro le faccie, poi me la rinviò dicendo che non sapeva leggere, e
glien’indicassi il contenuto...
«Fra ciò urtossi alla porta, e udito che era l’ambasciador di Francia
che volea vedermi, fu aperto... e vidi un uomo senza cappello, colla
spada alla mano (_Gian Luigi del Ferro_) e due gran rosarj al collo,
uno per pregare Iddio pel re, l’altro pel popolo, e che sdrajandosi
quant’era lungo e gettando la spada, mi strinse le gambe per baciarmi i
piedi... Il popolo schiamazzava d’abbasso per vedermi, onde mi feci al
balcone, e Gennaro mi fece portare un sacco di zecchini e uno di denaro
bianco che gettai al popolo; e mentre s’arrabattavano per coglierli,
chiesi da desinare, non avendo mangiato da Roma in qua. Gennaro mi
fece le scuse della penitenza che dovrei fare, non osando, per paura
di veleno, usar altro cuciniere che sua moglie, mal destra a questo
mestiere quanto a far la dama. Essa portò il primo piatto, messa con
una vesta di broccato celeste a ricami d’argento e guardinfante, e una
catena di pietre fine, un bel collare di perle, orecchini di diamante,
spoglie della duchessa di Maddaloni; e in questo superbo arnese era
bello vederla far la cucina, lavar i piatti, e dopo desinare far bucato
e sciorinare la biancheria...
«Il resto della giornata si passò nel consiglio... Gennaro volle
dormissi con lui, e dicendoli io non volevo scomodasse sua moglie,
rispose, ella dormirebbe s’un materasso davanti al fuoco con sua
sorella; ma che alla sua sicurezza importava d’avermi seco in letto...
Per dormire mi condusse alla cucina, ove trovai un letto ricchissimo di
broccato d’oro; moltissima argenteria bianca o dorata era ammontichiata
nel mezzo; da molte cassette semiaperte uscivano catene, braccialetti,
perle e altre pietre; alcuni sacchi di scudi, altri di zecchini, mezzo
sparsi; mobili ricchissimi, bellissimi quadri colà alla rinfusa davano
a vedere quanto avesse profittato del saccheggio delle migliori case...
Dall’altro lato vedeasi un’abbondanza di tutto l’occorrente alla
cucina, rubato di qua di là, con ogni sorta di cacciagione, salvaggina,
carne salata e d’ogni comestibile, ne tappezzavano le pareti... Luigi
del Ferro non volle che altri mi levasse gli stivali, dicendo che
toccava a lui rendermi fin il minimo servigio...
«Il sabbato mattina andai con Gennaro a sentir messa al Carmine, ed
egli come generale del popolo teneasi sempre alla mia destra. Luigi del
Ferro, camminandoci davanti senza cappello e colla spada nuda, e per
meglio rassomigliare a Francese con gran capelli, portava una parrucca
nera di crine di cavallo, come quelle che diamo alle Furie nei balli, e
gridava senza riposo: — Viva il popolo, viva il generale Gennaro, viva
il duca di Guisa!» Tutte le strade dove passai erano tappezzate, alle
finestre donne che mi gettavano fiori, acque odorose, confetti e mille
benedizioni. Le persone che uscivano dalle porte venivano a stendere
sotto i piedi del mio cavallo tappeti e i loro abiti, e le donne con
cazzuole bruciavano profumi al naso del mio cavallo e i poveri incenso
entro scodelle».
[88] Il sunnominato gesuita Magnati al 18 marzo 1468 scriveva: — Il
Guisa sta con un colore di morte, smagrito e smunto per il timore
d’essere ammazzato. Perciò sta ritirato nella casa del principe di
Santo Buono, difesa da cannoni, cavalleria e fanteria, per assicurarsi
da chi gli macchina la morte. La mattina del 13 stante mandò una
delle compagnie dei lazzari alla casa di Antonello Mazzella eletto
del popolo; e condotto da quelli nella sellaria, gli fu mozzo il
capo, spogliato, strascinato, e poi appiccato per un piede nel mercato
senz’averlo fatto confessare. E dicono che forzassero Ciccio Gensale,
genero del Mazzella ed eletto prima consigliere della repubblica, a
strascinare cogli altri il suo suocero; poi fu saccheggiata la casa
fin alli chiodi, essendo richissima di denari e mobili. Il Mazzella nel
principio dei rumori si ritirò a Procida sua patria, e ne fu cavato a
violenza da gente popolare per farlo eletto, _ipso renitente_».
[89] Vedansi le _Memorie_ della Motteville, che fa tristissimo ritratto
di questo eroe scenico. Mazarino ai 23 aprile 1648 scriveva al gran
principe di Condé: _Il me faut travailler incessamment pour soutenir
les affaires de Naples, lesquelles, faute de conduite de celuy qui les
a entre les mains, sout tous les jours en estat d’estre entièrement
ruinées. Dieu pardonne à qui en est cause; car pour moi je ne vois rien
que je ne prévisse bien lorsque je fis tous mes efforts pour empêcher
le voyage de monsieur de Guyse dans le dit royaume_.
[90] «Fu vista troppo superba il vedere gli abbracciamenti, li baci, le
allegrezze che facevano tutti, non eccettuandosi nè persona, nè sesso,
nè religiosi, nè qualsivoglia altra persona, e baciavano il terreno
di questo nostro quartiere che li aveva liberati da mano de’ lazzari;
e quello che recava stupore a tutti era il vedere li scambievoli
abbracciamenti che si facevano gli Italiani con li Spagnuoli, e con
le lacrime agli occhi gridavano: _Viva Spagna che ci ha liberato
dai lazzari e dai Francesi_; e molti voleano baciare li piedi alli
Spagnuoli... Il Guisa, avvisato del successo, si mangiò le mani e
disse: _Io merito questo e peggio, d’essermi fidato d’un popolo così
barbaro ed incostante_». Lettera del 6 aprile al cardinale Brancaccio.
[91] Il Mazarino, in una lettera al maresciallo Du Plessis-Besançon
del 16 luglio 1648, chiamava la spedizione di Napoli _l’affaire de
la plus grande importance qui se puisse presque concevoir_. E al 15
agosto scriveva allo stesso Plessis e al principe Tommaso: _Jamais
la conjoncture n’a été plus favorable pour causer une révolution
dans ce royaume, pourvu que l’on vous y voye en état de l’appuyer,
les principaux de la noblesse étant dans la dernière méfiance des
Espagnols, et ayant refusé à don Juan d’Autriche de se rendre près de
lui, et les peuples ayant ajouté à la haine implacable qu’ils avaient
déjà contre cette nation, dont ils ont donné de bonnes marques depuis
un an, le désespoir et la rage de s’être laissé tromper et de voir
ostensiblement que les Espagnols leur préparent des chaînes et un joug
bien plus dur_. — Ducento anni appunto più tardi noi leggevamo lettere
dell’egualissimo tenore.
Del Mazarino furono pubblicate altre lettere relative a questo affare
del Pastoret e dal Fortia. Tra altre al Fontenay scriveva: _Je regrette
fort qu’ on ait imprimé les lettres où vous traitez ce peuple de
république. Heureusement ils ont souscrit la leur des mots_, Votre
très-humble servante, _la république de Naples; ce qui les a rendu
ridicules, et c’est beaucoup. Ces imaginations de république seraient
de tout point funestes, car on ne peut chasser les Espagnols tant que
la noblesse tiendra pour eux, ou que la république pourra mettre le
pouvoir aux mains du peuple. Ainsi point de république: beaucoup de
promesses générales, en se gardant toujours le moyen de profiler des
événements sans contrevenir à sa parole; et puis du temps, du temps
surtout. La patience doit finir cette affaire aussi bien qu’ elle l’a
commencée_.
Da quelle corrispondenze appare che la condotta del Guisa e la sua
cattura, avvenuta fin dal 1º aprile, ignoravasi ancora a Parigi dal
Mazarino il 22.
[92] Tutti costoro sono dipinti come eroi nella _Vita di Salvator
Rosa_ di lady Morgan, che tanto male vi dice dell’Italia, per amor
dell’Italia. Il Rosa, nella satira _sulla guerra_, cantava,
Senti come cangiato ha il mio Sebeto
In sistri bellicosi le zampogne,
Nè più si volge al mar tranquillo e cheto...
Mira l’alto ardimento, ancorchè inerme;
Quante ingiustizie in un sol giorno opprime
Un vile, un scalzo, un pescatore, un verme.
Mira in basso una tale alma sublime;
Che per serbar della sua patria i pregi,
Le più superbe teste adegua all’ime.
Ecco ripullular gli antichi fregi
De’ Codri, e degli Ancuri e de’ Trasiboli
S’oggi un vil pescator dà norma ai regi.
[93] Nel 1652 il conte d’Argenson, ambasciatore a Venezia, scriveva
che «coll’ajuto di Dio, si trattava di repentinamente strappar di mano
degli Spagnuoli il regno di Napoli, di fare riuscire una trama da lungo
tempo ordita». Nel 1682 altri discorsi di simili macchinazioni; nel 76
di nuovo; e così in appresso.
[94] _Pietra del paragone politico_.
[95] Guastalla, il cui nome suona scuderia delle guardie (_Ward
Stall_), fu fabbricata da’ Longobardi sul Crostolo, e dopo una
tempestosa libertà Luchino Visconti l’acquistò al Milanese, e Gianmaria
la infeudò a Guido Torello nel 1406: Filippo Maria vi aggiunse il
castello di Montechiarugolo nel Parmigiano presso l’Enza, dove un ramo
de’ Torelli dominò, dipendendo dai Farnesi, finchè il conte Pio fu
mandato al supplizio dal duca di Parma nel 1612. Da Salinguerra, costui
fratello, derivarono i Torelli di Francia e i Ciolek Poniatowski,
de’ quali fu l’ultimo re di Polonia. Il ramo primogenito, sovrano a
Guastalla, finì nel 1522 col conte Achille, uomo di costumi perduti;
e Lodovica Torello superstite, a cui era disputato dai parenti, vendè
il contado a Ferdinando, figlio cadetto di Francesco II Gonzaga di
Mantova (1539), allora vicerè di Sicilia; e fondate le _Angeliche_ e
le _Signore della Guastalla_ a Milano, vi si ritirò a vita devota e
morì nel 1569. Ferdinando suddetto fu celebre capitano, e contribuì
alla vittoria di San Quintino. Cesare suo figlio sposò Camilla
sorella di san Carlo Borromeo, nelle braccia del quale morì il 1577.
Ferdinando II suo figlio fece erigere il contado di Guastalla in ducato
dall’imperatore Ferdinando II, il 2 luglio 1621. All’estinzione della
linea principale, pretese a tutto il ducato di Mantova, ma nella pace
di Cherasco ottenne solo terre per la rendita di seimila scudi, che
furono Dossolo, Luzzara, Suzzara, Seggiolo. Ferdinando III ebbe sol
due figlie (-1678), una delle quali sposò Vincenzo Gonzaga duca di
Melfi e d’Oriano, il quale ebbe quell’eredità e pretese anche tutto
il Mantovano; ma quando l’imperatore tenne questo per la sua casa, al
duca di Guastalla lasciò solo i principati di Bozzolo e Sabbioneta,
colle terre d’Ostiano e Pomponesco, appannaggio un tempo d’altre linee
finite. Vincenzo lasciò (1714) due figli che si succedettero; Antonio
Ferdinando (-1729), e Giuseppe Maria (-1746), con cui finì la linea.
[96] _Memorie recondite_, III. p. 367.
[97]
Ma qual fin sarà il mio se tu ti adorni
In pace col vicin? Se del Sebeto
Stringe e le mani tue comune oliva?
Miserabile Italia! Allor ben pormi
Dell’Ossuna in un punto e del Toleto
Sento a laccio servil la man cattiva.
Di pace intempestiva
Deh non t’alletti, o figlia, il suon non vero.
Sostieni e spera, e pria te stessa uccida
Che giammai ti divida
Dal duca alpin l’insidioso Ibero.
MARINI.
Carlo, quel generoso invitto core
Da cui spera soccorso Italia oppressa,
A che bada, a che tarda, a che più cessa?
Nostra perdita son le tue dimore...
Gran cose ardisci, è ver; gran prove tenta
Tuo magnanimo cor, tua destra forte;
Ma non innalza i timidi la sorte,
E non trionfa mai uom che paventa...
Chi fia se tu non sei che rompa il laccio
Onde tant’anni avvinta Esperia giace?
CHIABRERA.
Chi desia di sottrarti a grave pondo
Contro te non congiura; ardisci e spera.
Ma non vedran del ciel gli occhi giocondi
Ch’io giammai per timor la man disarmi,
O che deponga i soliti ardimenti.
TESTI.
[98] — E fino a che segno sopporteremo noi, o principi e cavalieri
italiani, di essere non dirò dominati, ma calpestati dall’alterigia
e dal fasto de’ popoli stranieri?... Parlo a’ principi e cavalieri,
chè ben so io che la plebe, vile di nascimento e di spirito, ha morto
il senso a qualsivoglia stimolo di valore e di onore, nè solleva il
pensiero più alto che a pascersi giorno per giorno... Tutte le altre
nazioni non hanno cosa più cara della loro patria, scordandosi l’odio
e le inimicizie per unirsi a difenderla contro gl’insulti stranieri...
Fatale infelicità d’Italia che, dopo aver perduto l’imperio,
abbiam parimente perduto il viver politico... e abbiamo in costume
d’abbandonare i nostri e aderire alle armi straniere per seguitare la
fortuna del più potente...
«Se alla Spagna riesce d’occupare il Piemonte, principi e cavalieri
italiani che speranza vi resta? Non consiste il vero dominio nel
riscuotere le gabelle, nel mutar gli uffiziali, nell’amministrare la
giustizia ecc.; queste cose le hanno ancora i signori napoletani; ma
consiste nel poter comandare e non obbedire...
«Umilissimi quando sono inferiori, superbissimi nel vantaggio, non
regnano in Italia perchè valgano più di noi, ma perchè abbiamo perduto
l’arte del comandare; e non ci tengono a freno perchè siam vili e
dappoco, ma perchè siamo disuniti e discordi: non durano insomma in
Italia perchè sieno migliori de’ Francesi, ma perchè sanno meglio
occultare le loro passioni e i disegni loro; pagano la nobiltà italiana
per poterla meglio strapazzare e schernire; stipendiano i forestieri
per aver piede negli altrui Stati: avari e rapaci se il suddito è
ricco, insolenti s’egli è povero; insaziabili ecc.
«Sommo pontefice, repubblica di Venezia, granduca di Toscana, ben
sarete voi goffi, se avendo veduto il signor duca di Savoja tenere il
bacile alla barba di questo gran colosso di stoppa, non finirete voi
di rintuzzargli l’orgoglio; le vostre lentezze, le vostre freddezze, i
vostri timori sono stati quelli che gli hanno dato baldanza».
Nel _manifesto_ e nelle lettere famigliari è a vedere come della Corte
di Torino si chiamasse poi mal soddisfatto il Tassoni.
[99] La Casa Gonzaga si suddivise in molte, e la sua storia non è più
onorevole che quella delle altre dinastie italiane. Paola Malatesta,
moglie di Francesco Gonzaga, trasse alla fede cristiana un Ebreo,
concedendogli anche di portar il cognome di lei. Eusebio Malatesta,
come costui si fece chiamare, ottenne grazie e stato presso il marchese
di Mantova, e allora si spacciò per vero discendente dai Malatesta. Non
gliel sofferse Antonia Malatesta, moglie di Rodolfo Gonzaga signore di
Castiglione, onde egli la accusò presso il marito come cospirasse ad
ucciderlo; e Federico la fece decapitare sulla piazza di Luzzara. Il
popolo compassionò la bella, sposa da soli due anni, e ignorò il motivo
di questo supplizio.
Don Ferrante Gonzaga dei marchesi di Castiglione delle Stiviere, servì
utilmente coll’anni e ne’ governi gl’Imperiali e la Spagna. Ebbe moglie
Marta Tana di Santena da Chieri, dama favorita d’Isabella di Valois,
che fu moglie a Filippo II. Il suo primogenito, rinunziato al secolo
per entrar gesuita, ebbe venerazione col nome di san Luigi. Rodolfo
secondogenito, che dominò invece di lui, voleva pure il marchesato di
Solferino, che suo zio Orazio morendo improle lasciò invece a Vincenzo
Gonzaga di Mantova, e il marchesato di Castelgoffredo, d’un altro suo
zio Alfonso, il quale gli destinava sposa l’unica figlia. Ma Rodolfo
era secretamente marito di Elena Aliprandi; onde nacquero resie; e
improvvisamente Alfonso si trovò ammazzato (1596), e Castelgoffredo
occupato da soldati di don Rodolfo, che col terrore impose silenzio.
Ma alcuni fan giura e lo trucidano, e rendono Castelgoffredo al duca
di Mantova. Donna Marta, che aveva un figlio santo e l’altro morto
scomunicato, fa da reggente a Castiglione, sinchè l’imperatore ne
investe il terzogenito di lei, Francesco, che non si fece amare, anzi i
sudditi ribellati gli uccisero i figli, ferirono donna Marta, la quale
però guarì e prima di morire potè veder sugli altari venerato il suo
Luigi. Francesco dovette poi cedere Castelgoffredo al duca Vincenzo; ma
non fu amato dai sudditi se non dopo morto nel 1616.
Castiglione delle Stiviere fu dichiarato città dall’imperatore Mattia
con diploma del 23 ottobre 1612, ed era frequentatissimo pel culto di
san Luigi. Contro Ferdinando stettero lungamente ribelli i sudditi;
infine egli fu cacciato dagl’Imperiali nel 1692, e quel paese occupato
a vicenda da Cesarei e da Francesi; finalmente distrutto il castello
e il palazzo di Castiglione, e molte memorie di san Luigi. Ferdinando
morì a Venezia; suo figlio, maritato in una Anguissola, andò in
Ispagna e visse povero, come i suoi figliuoli, in servigi di corte
ed armi, finchè nel 1773 Luigi vendette all’Austria il principato
di Castiglione, il ducato di Solferino, il marchesato di Medole per
un’annua pensione primogeniale di diecimila fiorini. Questo Luigi fu
anche letterato, e amò la Corilla Olimpica; e con lui finì quel ramo
dei Gonzaga.
Quello di Novellara, discendente da Feltrino, cadetto di Luigi che fu
capo del Mantovano nel 1328, si estinse nel 1728.
Di questa casa uscirono insigni donne: Ippolita duchessa di Mondragone
(-1563), cantata da Bernardo Tasso e da altri: Lucrezia maritata
in Gian Paolo Fortebraccio Manfrone (-1576), che nelle lettere ci
lasciò testimonj di suo sapere e coraggio; Giulia Gonzaga di Melfi;
Isabella duchessa d’Urbino, quella che il Barbarossa pirata cercò
rapire (-1566); Caterina duchessa di Longueville (-1629), che a Parigi
fondò le Carmelitane; Maria Luigia, moglie di Casimiro V re di Polonia
(-1667), del quale sostenne il coraggio e ajutò l’abilità a ricomporre
il regno.
[100] Da antico dimoravano gli Ebrei in Mantova; ma una grave
persecuzione fu suscitata contro di loro in occasione delle prediche
fattevi da frà Bartolomeo di Solutivo nel 1602 contro i ciuffi e le
vanità. Si disse che gli Ebrei lo schernissero, onde a furia di popolo
alcuni furono impiccati pei piedi; si trattò di cacciarli affatto, poi
si stabilì portassero un segno al cappello, e si discorse di fare il
ghetto, compito poi nel 1610.
[101] Urbano VIII diceva all’ambasciadore Lodovico d’Agliè: — Alla
gloria del signor duca di Savoja, il quale si può chiamar difensore
della libertà d’Italia, compie il terminare da sè solo questa
differenza senza intervento di Spagna e di Francia. E quando ciò non si
possa senz’opera di mezzano, farlo per la via nostra o d’altro principe
che non sia straniero, e che non abbi in mira di rifabbricare la sua
monarchia sopra le ruine degli altri». Lettera 26 febbrajo 1628.
[102] Egli perì poi vincitore alla battaglia di Lutzen nel 1632,
nella quale combattevano Borso e Foresto d’Este, Mattia e Francesco
de’ Medici, Ernesto Montecuccoli di Modena, Ottavio Piccolomini duca
d’Amalfi, Luigi e Annibale Gonzaghi, uno Strozzi; e sussidj d’uomini
e di denaro aveano mandati all’Impero Lucca e i duca di Modena e
Toscana. Il Waldstein fu fatto trucidare dall’imperatore coll’opera
di Ottavio Piccolomini d’Aragona duca d’Amalfi, mosso da invidia, o da
fedeltà. Al Waldstein resero omaggio i nostri anche dopo la disgrazia:
il conte Gualdo Priorato, che sotto di lui aveva combattuto, ne spose
la vita, e a lungo ne parlò nelle storie: così Vittorio Siri, il
Bisaccioni, il padre Ricci bresciano, Paganino Gaudenzio, e poeti e
oratori non pochi. In alcune lettere di Ottavio Bolognesi al duca di
Modena, pubblicate nell’Archivio storico (_Nuova serie_, tom. III. p.
80) leggiamo: — Dio ha voluto dar il tracollo a Friedland col mezzo
dell’astrologia. Avea richiesto l’astrologo Giambattista Seni genovese
a specolar bene se poteva essere corrisposto dal Piccolomini in un
grave negozio che voleva appoggiargli; ed avendo avuto risposta che le
figure confrontavano talmente che sarebbero stati concordi fin alla
morte, esso, che non credeva Dio ma sì astrologia, senza esitazione
comunicò al Piccolomini i suoi progetti di ribellione». Il Piccolomini,
secondo le lettere stesse, diceva che il Waldstein pensava abbatter
del tutto Casa d’Austria, eriger Milano a repubblica, o darlo al duca
di Savoja. Il Priorato si lagna che «di tanti fedeli del Waldstein,
nessuno lo difendesse, ma subito morto, tutti credettero guadagnar
merito coll’esagerare contro le sue azioni: li più obbligati, gli
amici più stretti, i confidenti più cari parlavano contro di lui come
se fossero de’ maggiori ingrati». Ad Ottavio Piccolomini furon dati i
beni pel valore di quattrocento mila talleri, e il titolo di principe
dell’impero. Egli erasi mostrato eroe alla battaglia di Lutzen, e non
lasciò figlio, essendo invenzione di Schiller il Max. Ottavio stese
una relazione della morte di Waldstein, gravandolo d’ogni colpa. Nel
manifesto pubblicato dalla corte di Vienna è professato che nessuna
legislazione sensata, nè le leggi dell’impero esigono procedura e
sentenza formale _in criminibus proditionis perduellionis vel lesæ
majestatis notoriis_, e che in tali casi _executio instar sententiæ
est_.
[103] Credesi allora rapita la Tavola Isiaca, che era reputata il più
insigne monumento egizio, e che ora sta nel museo Torinese non tenuta
per autentica; una magnifica sardonica figurante una panegiria, or
conservata nel museo di Brunswick. I quadri del palazzo di Mantova
furono portati a Praga, dove Cristina di Svezia li comprò e trasferì a
Roma: indi comprolli il duca d’Orléans reggente di Francia.
La continuazione del _Fioretto delle cronache di Mantova_ del Giunta al
1630 dice che a Mantova nell’assedio il frumento pagavasi 24 scudi il
sacco; una libbra di oncie 23 di pane, lire 3, soldi 4; un boccale di
vino lire 6; una libbra di formaggio lire 8, d’olio d’uliva lire 24, di
lardo lire 6, un uovo lire 5: la doppia d’Italia di lire 29 spendeasi
150; lo zecchino di Venezia di lire 16 soldi 10, andò a lire 72.
[104] _Sed belli graviores causæ_: risposta che lo storico Ripamonti
mette in bocca al governatore Cordova, e che più o meno sfacciatamente
si ripete ogni tratto.
[105] TADINI, _Ragguaglio... della gran peste contagiosa_. E su tutti
questi fatti vedi la nostra _Lombardia nel secolo XVII_.
[106] Una relazione del contagio di Firenze in vulgare per Luca
Targioni, una in latino pel dottore Alessandro Righi, stampate dal
Targioni Tozzetti, _Viaggi_, vol. IV, p. 298-316, sommano a nove mila
i morti tra Firenze e il contorno. Geri Bocchineri scriveva al gran
Galileo, allora detenuto presso l’Inquisizione di Roma (18 maggio
1633): — La nostra sanità sta in questo grado; ogni giorno di Firenze
si mandano al lazzaretto un numero di dieci, o dodici, o quindici, o
diciotto malati, ma rare volte si arriva a’ diciotto; li morti sono
(dico in Firenze) ora uno, ora due, ora tre, ed ora quattro il giorno,
e qualche volta nessuno; a cinque non si è arrivato mai, che io sappia,
e rarissime volte a quattro. In questo contado ci è qualcosetta di
male, ma non gran cosa; e qualcosa è in Poggibonzi, dove si trova il
signor canonico Cini a sopraintendere. Il resto dello Stato sento che
è sano. Il male, che fino a ora è stato così velenoso che pareva senza
rimedio, ora pare che cominci a cedere a’ medicamenti, essendo al
lazzaretto persone che guariscono. Séguita la clausura delle donne, di
quelle però che non possono andare a casa nella propria carrozza. Li
contadini non si ammettono in Firenze, fuori quelli che portano roba
da gabellare, e si continuano e s’introducono nuovi e buoni ordini.
Sabato si condurrà solennemente in Firenze la miracolosa Madonna
dell’Impruneta, e si faranno processioni ed altre devozioni per placare
l’ira di Dio, il quale ci perdoni a tutti, e guardi vostra signoria a
cui bacio le mani.
«PS. Il male nelle case dei nobili non si fa più sentire».
Le cronache veneziane ricordano pesti negli anni 954, 958, 1007, 1010,
1073, 1080, 1093, 1102, 1118, 1137, 1149, 1153, 1157, 1161, 1165,
1169, 1170, 1172, 1177, 1182, 1203, 1205, 1217, 1218, 1248, 1249,
1263, 1275, 1277, 1284, 1293, 1301, 1307, 1343, 1347 (la famosa morte
nera, per cui si estinsero cinquanta casate nobili) 1350, 1351, 1357,
1359-60-61, 1382, 1393, 1397-98, 1400, 1413, 1423-24, 1427-28, 1447,
1456, 1464, 1468, 1478, 1484, 1485, 1498, 1503, 1506, 1510-11-13,
1527, 1536, 1556, 1565, 1575-76, 1580, 1629-30. In quest’ultimo vi
morirono quarantaseimila cinquecentotrentasei persone, e comprendendovi
Murano, Malamocco, Chioggia, ottantaduemila centosettantacinque. Ap.
GALLICIOLLI.
* Fra i tanti scritti sulla peste del 1630 è notevole _Andrea Taurelli
j. c. de peste italica, libri duo_, Bologna 1641, ove discorre
peripateticamente le cause e gli accidenti di quel contagio, ma
specialmente in Bologna, intorno a cui versa un capitolo intero.
Fu asserito che i Gesuiti si sottrassero alle cure de’ malati. Il
Torelli smentisce, perocchè, a pag. 110, ricorda con quanta carità
vi si adoprarono Cappuccini, Certosini, Gesuiti, tra i quali nomina
specialmente, _ut cæteros omittam_, il padre Orimbelio veronese,
teologo e predicatore, e capo dell’ospedale, e Giambattista Martinengo
bresciano.
[107] A tacere i cronisti, e quelli che dettavano sotto l’impressione
del terrore, anche storici pensatori adottarono quella credenza. Il
grave Nani nella _Storia di Venezia_ scrive: — La peste spopolava
intere provincie: nel Milanese particolarmente, all’ira del cielo
la scelleraggine umana lavorando i fulmini, si trovò una colluvie di
gente, rimescolata d’Italiani e Spagnuoli, che, inventando nuove foggie
di morte, procurò con peste manufatta estinguere, per quanto poteva,
il genere umano. Il veleno di misti mortiferi ed abominandi col solo
contatto uccideva senz’alcuno scampo, mentre l’insidie occulte si
trovavano in ogni parte, essendo per le chiese e per le strade sparse
le stille di sì fiero liquore. I nomi di costoro non meritano che
l’oblivione, delle azioni scelleratamente famose giustissima pena.
Se ben veramente l’immaginazione dei popoli, alterata dallo spavento,
molte cose si figurava, ad ogni modo il delitto fu scoperto e punito,
stando ancora in Milano le inscrizioni e le memorie degli edifizj
abbattuti, dove que’ mostri si congregavano». Più la adottarono gli
storici lontani, giù fino al Giannone, che, al solito ricopiando i
precedenti, nè un’ombra di dubbio palesò sul fatto o di disapprovazione
sui modi. Che più? Carlo Botta, medico, nella _Storia d’Italia in
continuazione al Guicciardini_, lib. XXI, pone: — Era sorta una
voce per tutta Italia, _voce non vana, ma dai fatti comprovata_, che
certi scellerati la corressero con proposito di spandervi la peste,
comunicandola alle acque pubbliche ed alle acque benedette delle
chiese. Qual cosa si debba credere di questo modo di comunicare
il veleno pestifero, _certo è bene che questi uomini abbominevoli
ciò facevano_, sia che solamente spaventando volessero aprirsi
via al rubare, sia che veramente con più scellerato fine le acque
attossicassero. Parecchi di codesti mostri furono in Milano scoverti,
e siccome meritavano dati alle forche, le loro case stracciate, e con
infamatorie inscrizioni notate».
[108] Pietro, siciliano: il connestabile Colonna gli diede moglie
una sua figlioccia e il governo d’una sua terra. Un altro figlio di
questo fu arcivescovo d’Aix, provveduto di cinquantamila scudi, e
cardinale e vicerè di Catalogna. Vedi _Negoziati di monsignor Giulio
Mazarino_ in appendice alla _Storia d’Italia_ del Brusoni; ELPIDIO
BENEDETTI, _Vita del Mazarino_; PRIORATO, _Istoria del ministero del
cardinale Mazarino_, Colonia 1669; e un’infinità di scritture, anche
recentissime.
[109] Richelieu, di Angelo Cornaro ambasciadore di Venezia in
Francia, valevasi ne’ consigli più scabrosi, e finito il tempo, pregò
la Repubblica a prolungarglielo. Vicquefort cita molti Veneziani
lodatissimi come ambasciadori, quali Aluise Contarini, che durò
tutta sua vita in tali uffizj, e fu al congresso di Münster; Angelo
Contarini, Giambattista Nani storico, Guglielmo Soranzo ecc.; inoltre
l’abate Scaglia e il cardinale Alessandro Bichi, il quale avrebbe
potuto avere la prima importanza presso il Richelieu se fosse stato più
astuto.
[110] Manoscritto del 1634 di Pietro Nores.
* Giambattista Livizzani modenese col nome d’Ausonio Fedeli publicò un
_Applauso poetico_ al divo Luigi il Giusto, re cristianissimo, ottimo
massimo; ma poi nel _Zimbello o l’Italia schernita_ (1641) deplorò le
miserie della guerra di Monferrato, rimproverando agli scrittori e a se
stesso le bugie che dicevano e le adulazioni.
[111] Una nota contemporanea che trovasi nel _Carteggio degli agenti
toscani_ al 1636, dice: — Il disegno è che il duca di Savoja si faccia
re di Napoli; il signor cardinale suo fratello resti principe di
Piemonte; a’ Francesi resti la Savoja, Nizza e Villafranca; il duca di
Mantova sia duca di Milano; Parma n’abbia una parte più vicina a lui:
e alla casa Barberina si lasci uno Stato nel regno, e resti libero».
Segue divisando i modi. _Archivio storico_, tom. IX. p. 318.
[112] Nel 1617 Girolamo Zambeccari inquisitore lagnasi che il principe
di Correggio non assistesse abbastanza il Sant’Uffizio, e chiedeva
gli fossero consegnati Gianpaolo e Ottavio Pestalozzi, accusati
d’eterodossia; anzi con un pugno di sgherri venne in Correggio, e
presili si avviò con essi a Reggio. Siro, saputolo, fa inseguirli,
e il frate fu coltellato, ma riuscì a fuggire. Paolo citò Siro al
Sant’Uffizio in Milano, ove fu convinto del delitto; ma il papa gli
perdonò, purchè difendesse Correggio dagli Spagnuoli, dandogli in
penitenza di edificare la Madonna della Rosa.
[113] Adelaide Enrichetta, figlia di Vittorio Amedeo, nel 1650
sposò Ferdinando elettore di Baviera, e pare traesse a quella Corte
le famiglie Piossasco, Pardo, Lugo, Monasterolo, Simeoni, da cui
derivarono famiglie di colà. Anche un Garnerin, presidente al senato
di Chambéry, si mutò in quel paese, e fu avo del conte di Montglas,
ministro del primo re di Baviera.
[114] Le brighe del Monod, del Rovita, di che altri Gesuiti so io,
leggonsi con minuziosa diligenza raccontate nel Botta, lib. XXII, che
in queste materie di frati e di confessori è a pasto.
[115] Vuolsi che a quell’assedio per la prima volta Francesco Zignone
bergamasco inventasse di gettare in città bombe piene di polvere e
di sale, per supplire alla mancanza che ve ne aveva. Vi fu ucciso un
capitano tedesco, il quale si trovò essere donna.
[116] Il Bonaventuri fu ucciso in principio del 1570; la granduchessa
morì il 10 aprile 1578; le nozze colla Bianca avvennero il 5 giugno.
[117] Esso la chiama _sublime donna_; ne canta _la nobiltà ch’è
del valor colonna_; e lodati i meriti insigni del granduca, maggior
di tutto trova il discernimento suo, pel quale, come Paride, seppe
preferir Bianca, che ha _vero candore, anzi splendor sereno e vero e
casto amore_; e non rifina sui vanti di questa.
Casta beltà ch’alto giudizio elesse,
Pudica moglie in lieta pace e santa,
Che di candore e d’onestà s’ammanta.
[118] MOLINO, ap. Cicogna, _Iscrizioni venete_, tom. II.
[119] Però nella relazione dell’ambasciadore veneto, 14 febbrajo
1609, viene dato conto del testamento del granduca, e come vi
indicasse per tutrice del principe la moglie, ma poi rinserrandola
«così strettamente, ch’ella se ne duole molto. Vuole che abbia sei
consiglieri, che siano il signor Don Giovanni, don Antonio, et quattro
altri, che dice saranno nominati, con due mille scudi l’anno per uno,
ma il nome di questi non è stato ritrovato; et poi aggiunge che non
possa metter capitano alcuno di nation francese in alcuna piazza; che
non possa havere presso di sè nè fratelli, nè parenti, nè altri di
nation francese che un semplice valletto di camera che sappia scrivere,
per poter mettere una lettera in francese, quando le occorresse; che
non possa prestar denari ad alcuno de’ suoi, nè farglieli prestar dal
Monte, nè far obbligar li sudditi per loro, nè in alcun modo introdurre
alcun di quelli in questo Stato. Ordina, che ogni anno debba riporre
trecentomila scudi o almeno ducentosessantamila, et che contrafacendo
a quanto è predetto cadi subito dalla tutela. Le lascia ducento mille
scudi oltre la sua dote, la quale si valuta intorno a seicentomila,
et quando ella voglia levarla, non vuole che habbia altro, ma non la
levando le lascia ventiquattro mille scudi l’anno, et le rendite di
Montepulciano, Serezana et Pietrasanta, che possono importare intorno
ad altri quattro mille, et che volendo habitare in alcuno di detti
luochi lo possa fare. Per fine poi lascia a due figliuole, che erano
a quel tempo nate, trecento mille scudi di dote per una, et prega il
principe, che occorrendo, per accomodarle bene, da lor davantaggio, lo
faccia. Comanda che non gli siano fatti funerali, ma che siano messi
quaranta mille scudi sul Monte, del tratto dei quali siano maritate
ogni anno tante zitelle, parte della città, et parte dello Stato, et
questa è la sua ordinatione. Non ha lasciato denari questo principe,
anzi intaccate tutte le rendite, perchè tanto ha speso questi ultimi
anni in fabbricar vascelli, nel comprarne, noleggiarne, et armarne,
e nell’armare estraordinariamente galee, et havendo havuto anco
ultimamente la spesa delle nozze, è morto mezzo fallito; si dice però
fallito di denari correnti, perchè delli reposti non si parla, et
quanto a questi havendo fatto diligenza per sapere appresso a poco
quanti siano, non ho ancora potuto dar in persona che con fondamento
me lo habbia saputo dire, ma non si crede a gran giunta quanto si è
cercato sempre di dar ad intendere».
[120] Pietro Leopoldo nel 1770 comprò poi da Malaspina di Mulazzo il
territorio di Calice e Veppo nella Lunigiana: ma questa provincia
restò immediata fin al 1815. L’isola d’Elba fu unita al granducato
nel trattato di Lunéville del 1801: nel 1808 i Presidj: nel 1814 il
principato di Piombino, cessando allora ogni giurisdizione baronale dei
feudatarj imperiali di Vernio Montanto e Monte Santa Maria. Il Lucchese
fu aggregato nel 1847.
[121] «Nel principio del secolo non era a Firenze chi avesse
giurisdizione, se non alcuni della famiglia de’ Bardi per l’antica
signoria di Vernio, e Lorenzo di Jacopo Salviati che aveva ereditato
la terra di Giuliano nelle campagne di Roma con titolo di marchese.
Cominciò poi Vincenzo di Antonio Salviati a procurare dal granduca
il titolo di marchese, con la compra del castello di Montieri nello
Stato di Siena; e questo esempio fu subito imitato da tanti altri,
che oggi non c’è quasi famiglia cospicua che qualcuno non porti
il titolo di marchese; chi l’ha procurato per la medesima via di
compra nello Stato del granduca, chi nel regno di Napoli, e chi l’ha
ottenuto per ricompensa di servizj prestati a sua altezza; chi ha
procurato il titolo solamente dall’imperatore, chi dal re di Spagna,
chi dal papa; e finalmente è venuta a tal segno questa vanità, che
s’è cominciato a chiamar qualcuno marchese per adulazione, e molti se
lo lasciano dare senza replicar niente. I Bardi, signori di Vernio,
hanno assunto il titolo di conti; e quelli della famiglia del Nero,
di baroni di Torciliano, che è un casale nella campagna di Roma, con
aver ritrovato che già vi era certa giurisdizione: e l’istesso hanno
fatto gli Alamanni per un casale presso a Napoli, ereditato dalla
famiglia del Riccio; ma in quest’ultimo tempo hanno procurato dal re
di Spagna il titolo ancor loro del marchese: c’è anco chi ha ottenuto
dall’imperatore il titolo di conte d’imperio; ed insomma, se non fosse
che il granduca non fa differenza nessuna nella nobiltà tra chi ha
titolo o no, si stimerebbe quasi infelice chi non potesse conseguir
un titolo di marchese o di conte. Nell’introduzione comune del titolo
di marchese, il marchese Jacopo del soprannominato marchese Lorenzo
Salviati, per continuare a differenziarsi dagli altri, ottenne da
papa Urbano VIII il titolo di duca, il quale esempio fu seguitato dal
marchese Luigi Strozzi...
«La nobiltà nel cominciare del secolo non usava altro nelle lettere
tra loro che _molto illustre_ nella soprascritta ed il _vostra
signoria_ nel corpo della lettera, e in voce e nella cortesia diceva
_affezionatissimo servitore_; e quando un nobile capo di famiglia
avesse avuto a scrivere a un altro nobile, ma giovane e figlio di
famiglia, gli avrebbe dato dell’_illustre_, e ricevuto come sopra
del _molto illustre_; e nell’istessa maniera trattavano tra loro un
nobile dirò di prima classe con un altro di più recente nobiltà. Con
l’introduzione de’ titoli di marchese si cominciò a introdurre nella
soprascritta il titolo d’_illustrissimo_, che fu subito abbracciato
da ogn’altro nobile, e poi introdotto ancora nel corpo delle lettere,
con la cortesia di _obbligatissimo_, _devotissimo_, _umilissimo
servitore_, _servo_ e simili, secondo che più o meno si è voluto
adulare o mostrarsi ossequioso. E finalmente s’è così introdotto di
dare l’_illustrissimo_ anche in voce, che lo sanno dare ai gentiluomini
anche le persone basse, e fino i poveri nel chiedere la limosina; ed il
_molto illustre_ è trasportato nei bottegai; ed alli due duchi Salviati
e Strozzi si dà dell’_eccellentissimo_ ed in iscritto ed in voce; ma
nella cortesia la nobiltà di prima classe pretende trattarsi del pari».
RINUCCINI, _Ricordi storici_.
[122] Nell’_Archivio delle riformagioni_ è questo decreto del 7 agosto
1645: — Considerato che l’opera del canale e porto di Livorno, a
giudicio di ogni persona intendente, è cosa molto magnifica e molto
degna, e da dare col tempo, quando avrà avuto la sua perfezione, gran
comodità ed utilità alla città nostra... desiderando non rimanghi
imperfetta... si nomina una balìa di cinque uffiziali ecc.».
[123] Il molo di Livorno fu disegno di Ruperto Dudley conte di
Northumberland, famiglia perseguitata in Inghilterra e accolta da Cosmo
II in Firenze; ove esso Ruperto stampò l’_Arcano del mare_, magnifica
raccolta di carte geografiche e idrografiche, trattando pure della
scienza delle longitudini e del navigare.
[124] Il Correr, ambasciatore veneto nel 1569, scriveva di essa: —
Ritiene quella regina dell’umore de’ suoi maggiori; però desidera
lasciar memoria dopo di sè, di fabbriche, librarie, adunanze
d’anticaglie. E a tutte ha dato principio, e tutte ha convenuto
lasciar da parte, e attendere ad altro. Si dimostra principessa umana,
cortese, piacevole con ognuno. Fa professione di non lasciar partire
da sè alcuno se non contento, e lo fa almeno di parole, delle quali
è liberalissima. Nelli negozj è assidua, con stupore e meraviglia
d’ognuno, perchè non si fa nè si tratta cosa, per piccola che sia,
senza il suo intervento. Nè mangia, nè beve, e dorme appena che non
abbia qualcuno che le tempesti le orecchie. Corre là e qua negli
eserciti, facendo quello che dovrebbero fare gli uomini, senza alcun
risparmio della vita sua. Nè con tutto ciò è amata in quel regno da
alcuno; o se è, è da pochi. Gli Ugonotti dicono che ella li tratteneva
con belle parole e finte accoglienze, poi dall’altro canto s’intendeva
col re cattolico, e macchinava la distruzione loro. I Cattolici,
all’incontro, dicono che, s’ella non gli avesse ingranditi e favoriti,
non averieno potuto far quello che hanno fatto. Di più, egli è un tempo
adesso in Francia, che ognun si presume; e tutto quel che s’immagina,
domanda arditamente; ed essendogli negato, grida e riversa la colpa
sopra la regina, parendo loro che, per essere forestiera, quantunque
ella donasse ogni cosa, non per questo darebbe niente del suo. A lei
ancora sono state sempre attribuite le risoluzioni fatte in pace
o in guerra, che non sono piaciute, come se ella governasse da sè
assolutamente, senza il parere e consiglio d’altri. Io non dirò che
la regina sia una sibilla, e che non possa fallare, e che non creda
troppo qualche volta a se stessa: ma dirò bene che non so qual principe
più savio e più pieno d’esperienza non avesse perduto la scrima,
vedendosi una guerra alle spalle, nella quale difficilmente potesse
discernere l’amico dal nemico; e volendo provvedere, fosse costretto
prevalersi dell’opera e consiglio di quelli che gli stanno intorno, e
questi conoscerli tutti interessati e parte poco fedeli. Torno a dire
che non so qual prencipe sì prudente non si fosse smarrito in tanti
contrarj, non che una donna forestiera, senza confidenti, spaventata,
che mai sentiva una verità sola. Mi son meravigliato che ella non si
sia confusa e datasi totalmente in preda ad una delle parti: che saria
stata la total rovina di quel regno. Perchè essa ha conservato pur
quella poca maestà regia che si vede ora a quella Corte, e però l’ho
piuttosto compassionata che accusata. L’ho detto a lei stessa in buon
proposito; e ponderandomi sua maestà le difficoltà nelle quali ella
si trovava, me le confermò, e più volte di poi me l’ha ricordato. So
bene che è stata veduta nel suo gabinetto a piangere più d’una volta:
poi fatta forza a se stessa, asciugatisi gli occhi, con allegra faccia
si lasciava vedere nei luoghi pubblici, acciocchè quelli che dalla
disposizione del suo volto facevan giudizio come passavano le cose, non
si smarrissero. Poi ripigliava i negozj, e non potendo fare a modo suo,
si accomodava parte alla volontà di questo, parte di quell’altro; e
così faceva di quegli impiastri, de’ quali con poco onor suo n’ha fatto
ragionare per tutto il mondo». _Relazioni_, II. 154.
[125] _Mémoires de Groulard_, nel vol. II della collezione di Petitot,
pag. 384.
[126] Guido Bentivoglio, letterato e prete, e non avverso al
maresciallo d’Ancre, racconta l’assassinio di lui coll’indifferenza
del Machiavelli: — Il favore e l’autorità in che la regina madre avea
collocato il maresciallo d’Ancre, avea passato ogni termine. Onde il
re finalmente s’è risoluto di farlo ammazzare, e ciò seguì jeri 24
(aprile 1617), mentre egli entrava nel Louvre a piedi con grandissimo
accompagnamento secondo il solito. Il signor di Vitry n’ebbe l’ordine
da sua maestà e... l’ammazzarono con tre pistolettate. Succeduto il
caso, se ne sparse la voce per tutta Parigi, e tutta la nobiltà subito
concorse a trovare il re, il quale pieno d’allegrezza abbracciò tutti,
e replicò spesso queste parole: — Io sono ora il re; il tiranno è
ammazzato». _Lettere diplomatiche_.
[127] Nelle citate corrispondenze d’ambasciadori veneti si legge sotto
il 30 luglio 1661: — Nella occasione degli sponsali, havendo voluto la
principessa sposa far apparire la grandezza e generosità del suo animo
regio, ha dato materia di molta alteratione al granduca, et agli altri
principi della Casa, mentre hanno ben scoperto, che la principessa,
privatasi di diverse cose più preciose, e di suo uso e bisogno, ne
habbi fatto dono a dame, et ad altri soggetti venuti con essa di
Francia. La granduchessa di questo n’ha passata indolenza, et il
granduca parimenti se n’è risentito a segno, che son nati tra di loro
disgusti, e male soddisfationi, quali continuano tuttavia. Il principe
sposo medesimamente ha verso di lei qualche sentimento, atteso che
molto gli spiace la libertà colla quale la sposa si tratta, che sebbene
si accostuma in Francia, è però differente assai da quello si pratica
in Italia, come di già n’è stata la detta principessa avvertita. Molti
altri sconcerti son pur sortiti per causa della sua famiglia troppo
licentiosa, che ha obbligato questi principi a far che la principessa
dia combiato quasi ad ognuno prontamente, havendola in pari tempo
provveduta d’altri soggetti di questo Stato per la sua Corte, tanto
nobile, che di particolare suo servitio, non essendo restati dei
Francesi che alcuni pochi riconosciuti per li più moderati. Il re di
Francia havendo fatto dono, al partire della medesima principessa da
Parigi, di una credenziera di argenteria di molta vaglia, coll’arma
sopra dei gigli e della Casa Medici, quale non essendosi veduta mai
comparire, si è finalmente scoperto che la principessa l’habbia, nel
viaggio, donata a madama di Baloè, prima che arrivasse a Marsiglia,
onde anco di ciò provatosene gran disgusto, se n’è scritto in Francia
per haverlo indietro, e se ne spera l’intento...»
Il 27 agosto: — Il maggiordomo della principessa sposa, gentilhomo
francese, per parlare stranamente di questa Casa, et anco per qualche
altro riguardo, è stato costretto, per ordine del granduca, di entrare
in una carrozza improvvisamente (senza haver tempo di mutarsi di
vestito), e con iscorta di diversi armati a cavallo passar a Livorno
alla custodia del governatore di quella piazza; e benchè da lui si
fosse fatta istanza di poter parlar prima alla principessa sua padrona,
niente gli è stato permesso, anzi rigorosamente gli fu comandato a non
dover più capitar in queste parti, ma che da Livorno senza ritardo si
metta a viaggio per Francia, o per dove gli fosse più piaciuto. Intanto
si parla che per tal novità la medesima principessa sposa habbi provato
un gran sentimento, sebben, con molta prudenza, finga e mostri di non
molto curarsene, come d’alcuni altri simili disgustosi successi...»
Il 15 ottobre: — È qui comparso un padre dell’Oratorio di Parigi,
mandato dalla duchessa d’Orléans per intendere dalla voce di questa
principessa sposa sua figlia, che qualità di disgusti essa passi con
questa Casa, per iscoprire se viene trattata nelle forme dovute, e
proprie alla grandezza del suo sangue, e alle conditioni della medesima
principessa, la quale ha già rappresentato con sue lettere alla detta
duchessa madre molte sue amarezze, e poche soddisfationi che andava
ricevendo da questi principi...»
Il 29 ottobre: — Il padre francese sta maneggiandosi, e pare che
dopo il suo arrivo la principessa sposa si dimostri assai sollevata,
cercando ben lui tutti li modi per levarle dall’animo la melanconia, e
farla rimaner allegra e consolata, havendole promesso che certamente o
dalla duchessa sua madre, o dal re le sariano soddisfatti alcuni debiti
che haveva contratto per far donativi a chi la condusse di Francia».
[128] Del resto anche Enrico IV desiderò d’essere e fu canonico
lateranese.
[129] GALLUZZI, lib. VIII, c. 10.
[130] Federico Schlegel nel _Quadro della Storia moderna_, c. 9, ammira
l’assetto dato allora alle cose nostre da Carlo V, «al quale l’Italia
è debitrice del felice riposo, di cui godette nei tempi seguiti». «Niun
secolo fu mai all’Italia così tranquillo e sicuro come il XVI. In mezzo
a un sì dolce riposo, pareva ecc.» Son parole del TIRABOSCHI, _Storia
della letteratura italiana_. «Se noi eccettuiamo il reame di Napoli...
possiamo stimare che, per tutto quello spazio che corse dal 1559 al
1600, deve contarsi fra i più felici che mai godesse l’Italia, e si
continuò quasi nel medesimo stato sino al 1625». DENINA, _Rivoluzioni
d’Italia_, XXII. 4.
[131] Al tempo di Mazarino cantavasi:
_Si vous n’êtes italien,_
_Adieu l’espoir de la fortune;_
_Si vous n’êtes italien,_
_Vous n’attraperez jamais rien._
Nelle lettere del cardinale D’Ossat occorrono moltissimi italianismi:
_Aigrir les matières, ne pouvoir mais, marcher de bon pied en une
affaire, entrer en mauvaise satisfaction, scopes, ayant tardé plus
qu’il ne soloit; m’embrassa, me tenant serré une bonne pièce_ (buona
pezza); _il me tournait à dire encore; la religion pâtit trop en temps
de guerre_. Reciprocamente poco era conosciuto qui il francese, poichè
egli stesso ogni tratto mette: _Le cardinal d’Ascoli me fit lire et
expliquer en italien la lettre: monsieur le cardinal Lancelot me fit
lire et interpréter en italien la lettre que votre majesté lui écrivoit
etc_. E a Venezia: _Je bailli au duc les lettres de votre majesté avec
une traduction en langue italienne, laquelle j’avais faite sur la copie
que vous m’en aviez envoyée_. Negli archivj veneti trovansi carteggi
di varie Corti, e singolarmente della inglese, stesi in italiano:
l’ambasciadore francese parlava a quel senato per via d’interprete,
locchè non faceva lo spagnuolo: il doge rispondendo a quello, scusavasi
se non avea ben capito, se non intendea bene il francese ecc.
[132] «Il duca di Savoja ottenne questi giorni dal papa che tutti i
soldati del suo esercito possano, una volta in vita e una in punto di
morte, essere assolti da tutti i peccati e casi riservati alla santa
sede... Questa domanda mi ha dato a pensare che voglia farli combattere
non solo in giusta guerra contro gl’Infedeli, ma in qualche tristo
disegno che possa avere». D’OSSAT, _Lettre_ CCLVI.
[133] L’edizione elzeviriana del 1654, dedicata a Dio e coll’epigrafe
_La divozion forzata al Signor non è grata_, è rarissima.
[134] D’OSSAT, _Lettre_ CCXLIII. Il cardinale Francesco Barberini
teneva presso Enrichetta di Francia regina d’Inghilterra agenti che,
oltre le funzioni di ministri papali, procuravano vi si ristabilisse
la religione cattolica. Singolarmente vi si adoperò il conte Carlo
Rossetti, che cercava ottenere libertà di coscienza e di culto pe’
Cattolici, e anche di convertire il re. L’arcivescovo di Cantorberì si
mostrava disposto andare a Roma se gli fosse assicurata la pensione di
quarantottomila lire; ma il popolo di Londra, avutone sentore, assalì
il Rossetti, che dovette fuggire. WICQUEFORT, _L’Ambassadeur_.
[135] D’OSSAT, Lettere del 1598. Quelle lettere riboccano di siffatte
pretensioni.
[136] Uberto Languet si ride della vanità de’ principi italiani, che
cercavano il titolo di re alla corte dell’imperatore: _Nam de ejusmodi
nugis tanto conatu in hac aula agitur ab ipsis, ut nobis ampla materia
ridendi præbeatur... Novit aula cæsarea uti vanitate Italorum ad
sua commoda; quare non est quod Sabaudus speret se per Hispanum aut
quemquam alium consecuturum id quod ambit, nisi multum pecuniæ in eam
rem impenderit_. Lettere da Praga, agosto 1575, marzo 1578.
[137] WICQUEFORT, _L’Ambassadeur_. Famose questioni in tal proposito
ebbe la corte di Torino colla romana. Quando i residenti di Savoja
chiedessero udienza straordinaria, il maestro di camera rispondeva:
— Il signor residente venga alla tal ora, che nostra santità lo
sentirà». Nel 1701 il marchese Garneri fece la domanda, e monsignor
Ruffo gli rispose che «troverebbe l’anticamera aperta, e in lui ogni
attenzione per servirlo». L’inviato se ne tenne offeso, e interpostosi
il cardinale Barberini protettore di Savoja, si rattoppò. Il Garneri,
chiesta novamente udienza per mezzo del suo cavallerizzo, ebbe a
voce risposta dal maestro di camera: — Il cardinale nostro viene oggi
alle ventidue ore, e crederei di poter servire il signor residente».
Il cavallerizzo domandò se avesse informato sua santità; e il Ruffo
rispose: — Lei vuol saper troppo...». Il residente l’ebbe per ingiuria;
il Ruffo negò d’avere data tale risposta; il papa mostrò che dovea
credere a questo più che al cavallerizzo; il duca ordinò al residente
di partire, e ne venne una lunga interruzione diplomatica.
[138] _Capitula regni Siciliæ edita ab ill._ Fr. TESTA; tom. II. pag.
57.
[139] D’OSSAT, _Lettre_ CXLVIII.
[140] D’OSSAT, _Lettre_ CCCXIX.
[141] In una petizione del 1645 i Milanesi dicevano alla Corte: —
Giammai si prostrarono ai piedi di vostra maestà nè così lacrimevoli
nè più afflitti i suoi fedelissimi vassalli, e la città e Stato di
Milano non fu mai tanto bisognevole di soccorso e rimedio della sua
real grandezza, come in questo punto, tanto fatale per quella povera
provincia che ha dato in servizio di vostra maestà vita sangue e roba,
e la stessa speranza che di vita sopravanza. Disperata per un prolisso
e confuso alloggiamento, coi medesimi disordini, con gli stessi abusi e
con i medesimi inconvenienti tante volte rappresentati a vostra maestà,
avendo quell’esausta provincia negli ultimi sforzi del suo amore
speso quattordici milioni di reali in plata doble nel corso di questo
tempo. E quel ch’è peggio, quando immaginava recuperar le sue forze
con un abbondante ricolto per abilitarsi più a servizio della maestà
vostra, il principe Francesco (di Savoja) entrando per l’Alessandrino,
Lomellina, Novarese, Vigevanasco, Tortonese, ha sradicato e incenerito
quel paese senza essergli stata fatta opposizione alcuna per parte
di vostra maestà; ed è così grande il danno ricevuto che non venne
lasciato ai fedelissimi vassalli della maestà vostra pure una sola
spica di grano».
E Fulvio Testi faceva dire all’Italia:
Nè tante angustie a me recaron l’armi
Di mille squadre a mia ruina armate,
Quante vidi nell’ozio offese farmi
Da quelle turbe invidiose, ingrate;
E pacifica poscia odo chiamarmi
Che m’hanno i tempj e le città spogliate;
Ma se predar, se disertar le terre
Dimandan pace, e quai sarian le guerre?
È delle più ghiotte curiosità di quel secolo la vita dei soldati di
ventura. Pei principeschi se ne vedano alcune in Mutinelli, _Storia
arcana_, vol. I. p. 68; pei gregarj n’ho pubblicato io una nella
_Scorsa negli archivj veneti_. Un’altra ricavo da un processo erettosi
a Milano il 1659 contro don Mario Piatti, fabbricatore di monete false.
Per ispenderle si valeva egli d’un tal Ignazio Casta côrso, il quale
in giudizio esponeva la propria vita con parole che noi accorciamo,
mantenendone il senso: — Io venni sette anni fa da Meti mia patria
a Roma, dove mi assentai per soldato al servizio di Santa Chiesa; ho
servito due o tre anni incirca; poi avendo inteso che il signor duca
di Modena faceva gente contro lo Stato di Milano, m’absentai da Roma, e
venni a Modena per servire quel signor duca, che fu al principio della
campagna che esso signor duca fece l’anno 1655 prossimo passato con
l’assedio che pose sotto Pavia; al qual assedio io assistii sotto lo
stendardo del tenente Angelo Casabianca, qual fu sostituito capitano
in luogo di Nicola Frodiani, quale d’ordine del detto signor duca,
avanti di venir in campagna sotto Pavia, era stato fatto prigione sotto
pretesto ch’esso signor capitano tenesse dalla parte di Spagna. E così
essendo sotto detto assedio m’absentai, ed andai a Sant’Angelo con
otto o nove camerata, dove mi resi volontario a certi signori della
parte del re di Spagna, quali mi condussero con detti miei camerata
a Milano in corte dove abita sua eccellenza, dove fui trattenuto la
notte con una razione di pane per ciascuno, e poi la mattina seguente
fui licenziato con detti miei camerata, e così s’avviassimo subito
alla volta di Crema, della repubblica di Venezia, e dietro la strada
io con detti miei camerata stabilissimo di colà farci soldati al
servizio de’ signori Veneziani, promettendomi detti miei camerata di
farmi uffiziale. Ma giunti che fossimo a Crema, essi miei compagni
s’assentarono per soldati, senza procurarmi l’offizio che mi avevano
promesso di farmi avere: per il che io mi scorrucciai seco, e perciò li
piantai, e me n’andai a Brescia, dove anch’io m’assentai per soldato
nella compagnia del capitano Pier Andrea Bergolaschi, nella quale
servii due o tre mesi: e poi essendo stata riformata detta compagnia,
ed io ammalatomi, per il che fui necessitato andar all’ospitale, in
questo mentre restai casso. E dopo essermi trattenuto in detto ospitale
quindici o sedici giorni, essendomi risanato e trovandomi casso, me
ne ritornai alla volta di Modena, ove m’assentai di nuovo soldato,
servendo quattro o cinque mesi dell’inverno seguente all’assedio di
Pavia. Poi mi partii da ivi, e andai a Verona, dove m’assentai soldato
nella compagnia del capitan Bernardino de’ Bernardini, e vi servii
tre o quattro mesi. E perchè il detto capitano non potè compire la
sua compagnia che allora andava facendo conforme li ordini, dovendo
essere di sessanta uomini, io, benchè fossi assentato, essendo stato
dato di casso a detta compagnia, mi partii da Verona, ed andai a
Parma, dove mi misi al servizio di quel signor duca nella compagnia
del signor conte capitano Tocoli, dove servii dieci o dodici mesi;
poi per cercarmi maggior avvantaggio, m’assentai da Parma senza
licenza, e me ne ritornai a Verona, dove fui fatto alfiere nella
compagnia del capitano Felice Moradi, nella quale ho servito dal mese
di settembre 1657 fino al mese d’aprile susseguente, che poi me ne
ritornai alla volta di Roma, passando per Fiorenza, pensando di trovar
ivi da far bene. Ma non avendo trovato bona occasione conforme il mio
pensiero, seguitai il viaggio fino a Roma, ove mi fermai da quattro
o sei giorni, e poi m’incamminai alla volta di Perugia, dove mi son
trattenuto circa un mese in occasione di riscuotere certi denari...
Poi venni a Ferrara, dove di nuovo mi feci soldato nella compagnia del
capitano Giambattista Nochierigo, nella quale ho servito dal mese di
settembre dell’anno prossimo passato sino per tutto aprile ora scorso,
che poi partii con licenza di detto mio capitano, sotto pretesto di
andar a Bologna per miei negozj, con limitazione di giorni venti
a ritornare. Ma per cercarmi miglior fortuna, in cambio d’andar a
Bologna m’incamminai alla volta di Modena, dove avevo amici, camerata
e paesani; dove giunto, mi trattenni tutto il mese di marzo aspettando
qualche fortuna per farmi offiziale; e attempandomi, nè vedendomi la
conclusione di quanto desideravo, deliberai partirmi come partii,
ritornandomi a Brescia, dove mi misi nella compagnia del capitano
Santo Bozzio côrso mio amico, nella quale mi trattenni circa quindici
giorni, cioè sino fatte le feste di pasqua. Nel qual tempo essendo
capitato a Brescia un sargente reformato che era stato al servizio del
duca di Modena, mio conoscente ed amico, chiamato Santuchio côrso,
con un cavallo che disse aveva comprato, col quale andava cercando
anch’esso sua fortuna, io domandai a detto Santucchio come amico, se
mi poteva imprestare da otto o dieci doppie, con quali avevo pensiero
d’andar alla casa di Loreto: qual Santuchio mi rispose che non aveva
altrimenti comodità di farmi servizio se non vendeva il cavallo;
dicendomi che, se lo glielo voleva andar a vendere, che era patrone;
sicchè io lo pigliai, e per segno era un cavallo di pelo morello,
castrato, ordinario e bello d’anni sette con sua sella e brida, e così
me ne venni in Stato di Milano, e lo vendei in una terra che non so
come si chiami, che è tra Novara e Turbìco. Nella qual terra avendo
trovato accidentalmente da quattro o cinque che parevano soldati, fra’
quali uno ben vestito, che pareva un offiziale che parlava milanese, mi
domandò se quel cavallo era da vendere. Io gli risposi di sì, che mi
dovesse dare otto doppie di Spagna di peso a venti lire l’una. Perciò
mi diede in pagamento ventitre filippi intieri, e il resto moneta,
cioè parpagliole, quattrini e sesini, pregiandomi essi filippi lire sei
soldi per ciascuno. Poi venni a Turbìco ove mi fermai la notte seguente
nell’ostaria attacco al porto, e la mattina seguente m’imbarcai nel
naviglio e venni a Milano...»
* Nel dispaccio 25 settembre 1618, il residente veneto a Napoli scrive:
«Mando qui aggiunta una nota capitatami questa sera delli mali fatti
da una sola compagnia di Valloni nella terra di Calvello, luogo della
signora principessa di Stigliano, la qual nota servirà per quelle delle
signorie vostre eccellentissime che per curiosità volessero intender et
comprender le miserie di questo Regno.
Eccessi et delitti fatti dalla compagnia del capitano Gabriello di
Elissch, che al presente alloggia nella terra di Calvello.
In primis hanno ammazzato con un’archibugiata in testa Col’Angelo
Lombardo.
Item, hanno menato un’archibugiata ad una donna, et l’hanno ferita ad
una coscia, con grave pericolo della vita, con haverle ammazzato un
figliuolo che teneva in braccio.
Item, hanno ferito a morte Roberto di Pieri, fantoccio di Santa Maria,
con una stoccata nel petto e per tal guisa è morto.
Item, a Carlo Camerotta hanno tagliato un braccio.
Item, hanno tagliato tre dita a Luc’Antonio Maffeo.
Item, hanno ferito Michelangelo Mastello con avergli tagliate le vene
di tre dita.